Il fronte mediorientale cambia ancora una volta geografia. Mentre nello stretto di Hormuz la tensione resta elevata ma relativamente contenuta, con le consuete schermaglie tra Stati Uniti e Iran, il punto più delicato della crisi si sposta a migliaia di chilometri di distanza, sul Mar Rosso. È qui, attorno a Bab al-Mandeb, che gli Houthi stanno cercando di trasformare il controllo territoriale in una leva strategica capace di incidere sui traffici marittimi internazionali.
Secondo quanto riferito da Al Jazeera e confermato da fonti dell’Afp, i ribelli yemeniti avrebbero conquistato anche l’ultimo segmento della costa sul Mar Rosso ancora nelle mani delle forze fedeli al governo. L’offensiva, durata oltre 18 ore, avrebbe portato gli Houthi a consolidare la propria presenza lungo l’intero litorale affacciato sullo stretto.
La progressione sarebbe stata rapida. I combattenti avrebbero incontrato una resistenza limitata nella marcia verso sud, prendendo prima Dhubab e quindi Murad, ultima località costiera rimasta sotto il controllo governativo. Il risultato è un nuovo equilibrio militare in uno dei punti più sensibili della regione.
Per ora resta da capire quale sarà il passo successivo. Il vero interrogativo non riguarda soltanto la conquista di territorio, ma la possibilità che gli Houthi decidano di utilizzare la posizione raggiunta per esercitare una pressione crescente sulla navigazione internazionale. Bab al-Mandeb è infatti il passaggio obbligato per le navi che collegano il Mar Rosso al Golfo di Aden e, attraverso il Canale di Suez, al Mediterraneo.
È questa prospettiva a preoccupare maggiormente la comunità internazionale.
L’allarme dell’Onu: “Serie preoccupazioni per la navigazione”
Hans Grundberg, inviato speciale delle Nazioni Unite per lo Yemen, ha sottolineato la portata strategica della conquista. Con il nuovo avanzamento, ha spiegato, Ansar Allah, il nome con cui gli Houthi si definiscono, si è assicurato una presenza diretta a ridosso di uno degli stretti più importanti del pianeta.
L’attenzione dell’Onu si concentra soprattutto sulla libertà di navigazione. La nuova situazione, secondo Grundberg, apre una fase nella quale la questione non è più soltanto se il conflitto yemenita sia destinato a riaccendersi, ma come la comunità internazionale dovrà reagire a una situazione potenzialmente più pericolosa.
È un passaggio tutt’altro che secondario. Perché il controllo della costa non significa automaticamente il controllo dello stretto, ma consegna agli Houthi una posizione geografica dalla quale possono aumentare la pressione sul traffico marittimo. E Bab al-Mandeb, per la sua collocazione, è uno dei punti in cui una crisi locale può rapidamente assumere conseguenze globali.
Riad guarda a Washington, Trump dice no
La preoccupazione è particolarmente forte in Arabia Saudita, che teme il consolidamento della presenza Houthi alle porte del Mar Rosso. Secondo quanto riportato da Axios, il principe ereditario saudita Mohammed bin Salman avrebbe parlato due volte al telefono con Donald Trump, chiedendo al presidente americano di intervenire militarmente contro i ribelli yemeniti.
La risposta della Casa Bianca, almeno per il momento, sarebbe stata negativa.
Trump non avrebbe intenzione di aprire un nuovo fronte militare contro gli Houthi, preferendo evitare un intervento diretto statunitense. Washington avrebbe tuttavia offerto a Riad un sostegno di natura diversa: informazioni di intelligence e dati utili all’individuazione degli obiettivi.
È una scelta che racconta bene la cautela americana di fronte a un conflitto che rischia di allargarsi. Un attacco contro gli Houthi potrebbe infatti aprire un ulteriore teatro operativo proprio mentre le forze statunitensi sono già impegnate nella crisi con l’Iran e devono fare i conti con una crescente pressione sulle proprie risorse.
Il nodo delle scorte: a Washington cresce l’inquietudine
È qui che entra in gioco uno degli aspetti più delicati della crisi: la sostenibilità nel tempo della campagna militare americana.
Secondo quanto rivelato dal New York Times, il vicepresidente JD Vance avrebbe contattato nei mesi scorsi diversi comandanti statunitensi dislocati in Medio Oriente, Europa e Asia per raccogliere valutazioni dirette sullo stato delle scorte militari.
Vance, che fin dall’inizio avrebbe espresso perplessità sull’ipotesi di una guerra prolungata e che sarebbe stato incaricato da Trump di contribuire alla ricerca di una via d’uscita dal conflitto, avrebbe chiesto ai vertici militari non soltanto informazioni sulla disponibilità di armamenti, ma anche valutazioni sulla strategia complessiva.
Sul tavolo sarebbero finiti gli obiettivi della guerra, le tattiche impiegate, le perdite potenziali, la situazione nello stretto di Hormuz e soprattutto la capacità dell’Iran di continuare a resistere alla pressione militare americana.
Il quadro emerso, secondo il quotidiano statunitense, sarebbe tutt’altro che rassicurante.
Tra le principali criticità ci sarebbe la progressiva riduzione degli intercettori Patriot, essenziali per la difesa aerea delle forze americane e dei loro alleati. Alla fine della primavera, in uno dei teatri operativi, la disponibilità sarebbe scesa sotto quota cento.
Non sarebbe l’unico campanello d’allarme. Le scorte di sistemi missilistici tattici dell’esercito americano sarebbero state esaurite in quell’area, mentre quelle di missili di precisione avrebbero subito una forte contrazione. Alcune munizioni considerate strategiche sarebbero inoltre arrivate ai livelli più bassi mai registrati.
Un problema che va oltre la semplice contabilità degli arsenali. Perché una guerra moderna non si misura soltanto nella quantità di uomini e mezzi disponibili, ma nella capacità di sostenere per settimane o mesi il ritmo delle operazioni senza compromettere la difesa degli altri teatri.
Ed è proprio questa prospettiva ad aver alimentato, secondo il New York Times, le preoccupazioni di Vance: l’Iran potrebbe essere in grado di assorbire perdite molto elevate e continuare a combattere, mentre gli Stati Uniti rischierebbero di vedere progressivamente ridursi le proprie riserve di sistemi offensivi e, soprattutto, difensivi.
Anche il capo degli Stati maggiori riuniti, il generale Dan Caine, avrebbe illustrato a Trump le difficoltà legate alle scorte e la capacità delle forze iraniane di mantenere una significativa resistenza.
La portaerei Lincoln e il peso di una guerra lunga
Nel frattempo, anche il dispositivo militare americano mostra segnali di pressione. La portaerei Lincoln, dopo mesi trascorsi nel Golfo Persico, è stata trasferita in Thailandia, anche per consentire un periodo di recupero agli equipaggi.
Il movimento non equivale, da solo, a un ridimensionamento della presenza americana nella regione. Ma inserito nel quadro complessivo contribuisce a mostrare quanto sia complesso mantenere elevato il livello di operatività su più fronti contemporaneamente.
Da una parte c’è Hormuz, dove ogni incidente può avere conseguenze immediate sui traffici energetici. Dall’altra c’è il Mar Rosso, con gli Houthi ormai attestati in una posizione strategica a ridosso di Bab al-Mandeb. E sullo sfondo rimane l’Iran, il cui apparato militare, secondo le valutazioni raccolte dai vertici americani, potrebbe essere meno vulnerabile di quanto ipotizzato all’inizio della campagna.
Trump: “Rifarei esattamente quello che ho fatto”
Sul piano politico, tuttavia, la Casa Bianca continua a respingere l’immagine di un’amministrazione in difficoltà.
Intervistato da Fox News, Trump ha escluso di avere rimpianti per la scelta di entrare in guerra contro l’Iran. Alla domanda se, con il senno di poi, avrebbe agito diversamente, il presidente ha risposto in sostanza che rifarebbe esattamente le stesse scelte.
Una posizione netta, anche alla luce delle possibili conseguenze elettorali. La guerra potrebbe infatti pesare sulle prospettive del Partito repubblicano in vista delle elezioni di midterm, mettendo la Casa Bianca davanti a un equilibrio difficile tra obiettivi militari, costi politici e sostenibilità strategica.
Il problema, però, non è soltanto quello che accade sul terreno iraniano.
La conquista della costa yemenita da parte degli Houthi aggiunge infatti un nuovo elemento alla crisi: due degli snodi marittimi più importanti del Medio Oriente, Hormuz e Bab al-Mandeb, si trovano ora al centro della stessa partita strategica.
Ed è proprio questa saldatura tra i diversi fronti a rendere la situazione sempre più delicata. Per Washington, evitare una nuova escalation con gli Houthi significa non aprire un ulteriore capitolo di una guerra già impegnativa. Per Riad, lasciare campo libero ai ribelli sostenuti da Teheran significa invece accettare che un attore ostile si consolidi alle porte di uno dei principali corridoi commerciali del pianeta.
La partita, dunque, non si gioca più soltanto sulle coste dello Yemen. Si gioca sulla libertà di navigazione, sulla tenuta delle scorte americane e sulla capacità degli Stati Uniti di impedire che una serie di crisi regionali si trasformi in un unico, gigantesco fronte.










