14 Ottobre 2026, mercoledì
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Aurora Tila, 13 anni e una vita spezzata: in appello la pena all’ex fidanzato scende a 15 anni

La Corte d’appello di Bologna, sezione minorenni, concede le attenuanti generiche e riduce di due anni la condanna al ragazzo che, quando Aurora morì, aveva 15 anni. La madre Morena Corbellini: «Poi pretendiamo che i femminicidi diminuiscano? Andrà sempre peggio». La famiglia annuncia la propria insoddisfazione per la decisione

La sentenza arriva a quasi due anni da quel 25 ottobre 2024, quando Aurora Tila, 13 anni, precipitò da un balcone a Piacenza e morì. In primo grado erano stati inflitti 17 anni di reclusione al suo ex fidanzato, allora quindicenne. Ora la Corte d’appello di Bologna, sezione minorenni, riduce la pena a 15 anni.

Una decisione che riaccende il dolore della famiglia e apre un nuovo fronte di polemica sul modo in cui la giustizia affronta i casi di violenza nelle relazioni tra adolescenti. Per la difesa della madre, rappresentata dall’avvocato Emilio Malaspina, il punto non è soltanto la riduzione della pena, ma soprattutto il fatto che la Procura generale avesse chiesto uno sconto rispetto alla condanna di primo grado.

«Aurora aveva 13 anni, la vittima di femminicidio più giovane d’Europa», ha sottolineato il legale, esprimendo la profonda insoddisfazione della famiglia per l’esito del processo d’appello.

La rabbia della madre: «Sentenze fatte alla leggera»

La reazione di Morena Corbellini è stata immediata e durissima. La madre di Aurora contesta una decisione che, ai suoi occhi, rischia di trasmettere un messaggio sbagliato proprio sul terreno della violenza nelle relazioni giovanili.

«Poi pretendiamo che i femminicidi diminuiscano? Aumenteranno sempre di più e anche i minori uccideranno sempre di più, finché il Paese non interverrà in modo duro e corretto. Andrà sempre peggio, le sentenze sono fatte alla leggera».

Parole che restituiscono, oltre alla rabbia per il verdetto, la dimensione di una perdita che non può essere ridotta a un numero sulla sentenza. Aurora aveva 13 anni. La sua morte è diventata uno dei casi più emblematici della violenza di genere che coinvolge anche adolescenti.

Perché la condanna è stata ridotta

La Corte d’appello ha riconosciuto all’ex fidanzato le attenuanti generiche, formulando un giudizio di equivalenza tra le attenuanti e le aggravanti contestate per l’omicidio. Tra queste figurano lo stalking e l’esistenza di una relazione sentimentale con la vittima, oltre alla minore età dell’imputato.

Il quadro della pena, dunque, non nasce da una semplice sottrazione aritmetica. La decisione è il risultato del bilanciamento operato dai giudici tra gli elementi favorevoli e quelli aggravanti, nell’ambito di un procedimento minorile.

Le motivazioni della sentenza saranno depositate entro 90 giorni. Sarà soprattutto attraverso quelle pagine che si potrà comprendere nel dettaglio il ragionamento seguito dal collegio e il peso attribuito alle diverse circostanze.

La richiesta della Procura generale

Anche la Procura generale aveva chiesto una riduzione della pena, seppure contenuta. La sostituta procuratrice generale Silvia Marzocchi aveva sollecitato una condanna a 15 anni e sei mesi, riconoscendo le attenuanti generiche anche alla luce della confessione.

C’era però, secondo l’accusa, un ulteriore problema nel calcolo della pena stabilita in primo grado. I 17 anni erano stati infatti determinati partendo da una pena base di 25 anni per l’omicidio, mentre, secondo la ricostruzione della Procura generale, il calcolo avrebbe dovuto prendere le mosse da 24 anni, sui quali applicare poi la riduzione di un terzo prevista per il rito abbreviato.

La differenza, apparentemente tecnica, assume un peso concreto perché incide direttamente sul risultato finale della pena.

Un caso che interroga anche la giustizia minorile

La vicenda di Aurora porta così nuovamente al centro del dibattito una questione complessa: come debba rispondere la giustizia quando autore e vittima di una violenza estrema sono adolescenti.

Da una parte c’è la necessità di considerare la giovane età dell’imputato e i principi che regolano il sistema penale minorile. Dall’altra c’è la gravità di un delitto consumato all’interno di una relazione sentimentale e preceduto, secondo le contestazioni, da comportamenti persecutori.

È proprio su questo crinale che si attende ora la lettura delle motivazioni. Saranno loro a chiarire perché i giudici abbiano ritenuto equivalenti attenuanti e aggravanti e perché, nel bilanciamento complessivo, la pena sia stata fissata a 15 anni.

Nel frattempo, per la famiglia di Aurora, resta soprattutto una domanda che nessuna formula processuale può cancellare: quanto vale la vita di una ragazzina di 13 anni quando la violenza entra nelle relazioni più giovani e quando a esercitarla è, a sua volta, un minorenne?

La risposta giudiziaria è arrivata. Quella della famiglia, invece, è affidata a un dolore che non si è mai interrotto.

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