26 Ottobre 2026, lunedì
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Vendite transfrontaliere, giudice nazionale per il consumatore

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Più tutele per i consumatori che stipulano contratti oltrefrontiera. Potranno convenire dinanzi ai giudici nazionali il commerciante estero semplicemente dimostrando che quest’ultimo ha diretto le proprie attività verso lo Stato del consumatore. E ciò anche se il mezzo utilizzato, per esempio internet, non sia stato all’origine della conclusione del contratto. Lo ha stabilito la Corte di giustizia Ue con la sentenza 17 ottobre 2013 nella causa C-218/12.

Il quadro regolamentare
Il regolamento (Ce) n. 44/2001 determina la competenza dei giudici in materia civile e commerciale seguendo il principio fondamentale per cui i giudici competenti sono quelli dello Stato membro in cui il convenuto ha il domicilio. Tuttavia, in determinate ipotesi, il convenuto può essere citato dinanzi ai giudici di un altro Stato membro. Questo accade in particolare per i contratti di consumo sempre che però ricorrano due presupposti. Da un lato, il commerciante deve esercitare le proprie attività nello stato di residenza del consumatore oppure dirigere, con qualsiasi mezzo (ad esempio attraverso Internet), le proprie attività verso tale Stato membro; dall’altro, il contratto deve avere ad oggetto le stesse attività.

La motivazione della Cgue
La Corte di giustizia con la sentenza di oggi rileva che il regolamento non richiede espressamente un simile nesso di causalità. Mentre il requisito essenziale riguarda l’esistenza di una attività commerciale o professionale diretta verso lo Stato del consumatore, requisito che il Landgericht considera soddisfatto.

La necessità, osservano i giudici di Lussemburgo, della previa consultazione di un sito Internet da parte del consumatore potrebbe, invece, far sorgere problemi di prova, in particolare nel caso in cui il contratto, come nella specie, non sia stato concluso a distanza attraverso il sito medesimo, dissuadendo i consumatori dall’adire i giudici nazionali e così indebolendo la tutela dei consumatori perseguita dal regolamento.

Spetta dunque al giudice del rinvio effettuare la valutazione e determinare se, sulla base dell’esistenza o dell’assenza di elementi ricompresi, o meno, nell’elenco non esaustivo compilato dalla Corte sia applicabile la competenza speciale a favore del consumatore.

L’annuncio: “Un nuovo 15 ottobre”. Gli antagonisti dichiarano guerra

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Quella data se la ricorda bene il carabiniere scelto Fabio Tartaglione che nel 2011 era alla guida del blindato incendiato dai manifestanti nel corso dei disordini scoppiati a margine del corteo degli Indignados. Rispondendo alle domande del pubblico ministero Francesco Minisci, Tartaglione ha ricostruito quanto avvenuto in piazza San Giovanni davanti ai giudici della IX sezione del tribunale collegiale penale: “I primi sampietrini sono arrivati mentre ci trovavamo in via Labicana ma la situazione è peggiorata appena siamo arrivati nei pressi della piazza – ha riferito commosso il militare – Manifestanti erano davanti al blindato e lanciavano di tutto: ricordo in particolare la rabbia e la violenza con cui una ragazza lanciava sassi. Ad un certo punto “qualcuno ha aperto il portellone laterale. Poi sono stato colpito da un giovane vestito di chiaro con un bastone di legno allo zigomo. Ero stordito e cominciai a sentire odore di fumo, vidi delle fiamme. Pensai a mio figlio, nato da solo 4 mesi, e mi dissi che dovevo scappare, che dovevo provare a salvarmi. Uscito dal blindato fui colpito da alcuni oggetti fino a che dei colleghi mi hanno preso e messo in salvo.  – ha concluso il militare – Porto ancora i segni di quel giorno e da allora non dormo più con mia moglie e mio figlio sia per via dei problemi respiratori legati alle ferite al naso, sia perchè alle volte mi capita di svegliarmi urlando”.
Sale la tensione alla vigilia dei due cortei del 18 e 19 ottobre per le strade della Capitale, ai quali si aggiunge anche la partita di campionato Roma-Napoli. Venerdì sarà la volta dei sindacati di base, mentre il giorno successivo toccherà ai No Tav e ai movimenti per la casa. Il piano di sicurezza, messo a punto dal prefetto Giuseppe Pecoraro e il questore Fulvio Della Rocca, prevede bonifiche lungo i percorsi autorizzati dalla Questura, mentre da due giorni le pattuglie sorvegliano tutte le uscite del Raccordo Anulare. Il piano sicurezza è già scattato: 4mila agenti di rinforzo sono entrati in servizio.

Il corteo dei sindacati di venerdì da piazza della Repubblica a San Giovanni, sfilerà per Santa Maria Maggiore, Merulana, Manzoni, Emanuele Filiberto e si concluderà in un vero e prorpio accampamento con comizi e concerti. L’accampamento sarà sorvegliato dagli stessi lavoratori che aspetteranno, sabato alle 14, l’arrivo dei movimenti di lotta per la casa, i centri sociali, i No Tav per il corteo che si snoderà fino a Porta Pia toccando via Merulana, Santa Maria Maggiore, via Amendola, Repubblica, Cernaia, XX Settembre, Castro Pretorio, Policlinico, Croce Rossa e il previsto assedio ai ministeri dell’Economia e delle Infrastrutture che per l’occasione saranno trasformati in vere e proprie zone rosse. Anche in questo caso i manifestanti hanno annunciato l’occupazione della piazza alla fine del corteo.
“Sabato e domenica avremo una unità di crisi permanente – ha annunciato il sindaco Ignazio Marino –Vogliamo seguire in stretto contatto con il ministero dell’Interno tutto ciò che accade in città e mi auguro, davvero, che si tratti di manifestazioni democratiche senza alcuna forma di violenza”. A partecipare all’unità di crisi saranno: il capo di gabinetto, Luigi Fucito, il comandante dei vigili, Raffaele Clemente e il delegato alla Sicurezza Rossella Matarazzo.

Muro abusivo, disabile prigioniero

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Un muro davanti casa, uno scalino sull’ingresso di servizio. Il padrone di casa in carrozzina prigioniero nel suo aaprtamento., Arrivano i vigili urbani e denunciano il vicino di casa che ha reso prigioniero il confinante.

Gli agenti della Polizia Municipale di San Martino Valle Caudina, hanno ricevuto una denuncia di un’anziana donna, moglie di un diversamente abile, con la quale si segnalava la costruzione abusiva di un gazebo e di un muro, che impedivano, di fatto, il passaggio al disabile.

La polizia locale è intervenuta con tempestività, supportata dall’ufficio tecnico. Consultata la documentazione, il personale ha deferito in stato di libertà alla Procura della Repubblica di Avellino, una donna di 45 anni. Dovrà rispondere di costruzione abusiva in area sottoposta a vincoli paesaggistici e di violenza privata.

Tumori in Campania, sono più letali secondo il registro nazionale tumori

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Nel territorio della Asl di Napoli 3 sud non ci si ammala di cancro più spesso che in altre parti d’Italia, ma si muore di più. Copme se il tumore fosse più micidiale. A dirlo è Mario Fusco, il direttore del registro tumori di quella che viene considerata la zona più inquinata d’Italia, ascoltato oggi in Commissione Igiene e Sanità del Senato. Il registro che copre una popolazione di circa 1.120.000 persone, fa riferimento a un territorio di 682 Km quadri interessato da smaltimento illegale di rifiuti tossici e compreso tra Nola, Acerra e Marigliano: 59 comuni in tutto, di cui 38 in aree che fino al marzo scorso erano indicate quali Sin o siti di Interesse nazionale perchè sottoposte a particolari rischi ambientali e ora passate alla gestione regionale.

I dati, riferiti al periodo 1997-2009, rivelano come complessivamente l’incidenza oncologica, ovvero i nuovi casi di cancro rilevati, sia più bassa rispetto a quella evidenziata in tutta Italia dal registro nazionale tumori, tranne che per alcune specifiche neoplasie come polmoni, laringe e, soprattutto, fegato (quest’ultimo con un’incidenza pari al doppio rispetto al resto del Paese).

Quello che preoccupa è l’incidenza della mortalità. Più tardi diagnosticati, meno curati o più aggressivi, quello che è certo è che nella Terra dei fuochi, nel momento in cui ci si ammala di tumore, in particolare a fegato e polmone, la morte è più frequente: per gli uomini avviene in 250 casi su 100.000, quando a livello nazionale il dato si attesta a 228.

Ruby-ter, in arrivo una nuova inchiesta su Berlusconi

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Non finiscono mai i guai giudiziari perSilvio Berlusconi. Dopo la recente condanna per frode fiscale nel processo sui diritti tv Mediaset, entro Natale potrebbe partire il “Ruby-ter“, la terza tranche dell’indagine a suo carico nell’ambito della vicenda che coinvolge la giovane marocchina, Karima El Mahroug, meglio nota come Ruby Rubacuori.

Oltre al leader del Pdl, però, a finire questa volta nel registro degli indagati sarebbero anche alcuni testimoni sentiti nei precedenti processi, tra cui molte “olgettine”, e i suoi legali, Piero Longo e Niccolò Ghedini.

Ruby e Ruby-bis– La Procura di Milano aprirà la nuova inchiesta dopo il deposito delle motivazioni delle sentenze “Ruby” e “Ruby-bis”. Mentre nel primo processo l’ex premier era stato condannato a sette anni di reclusione per prostituzione minorile e concussione per costrizione, nel secondo processo, il cosiddetto “Ruby-bis”, Lele Mora ed Emilio Fede sono stati condannati a sette anni di reclusione e Nicole Minetti a cinque, per induzione e favoreggiamento della prostituzione anche minorile.

Le iscrizioni saranno un “atto dovuto“, dal momento che in sede di lettura del dispositivo i collegi della quarta e della quinta sezione penale avevano già deciso la trasmissione degli atti ai pm in relazione a diverse false testimonianze.

Gli indagati– Sarebbero state le “olgettine” a rilasciare false testimonianze riguardo a quanto avveniva nelle serate di Arcore e sui proventi percepiti, 2500 euro al mese provenienti dai conti del Cavaliere. Nella nuova inchiesta, inoltre, dovrebbe rientrare, tra gli altri, il cantautore napoletano Mariano Apicella, animatore delle “cene eleganti”, e anche la funzionaria di polizia Giorgia Iafrate, in riferimento alla famosa telefonata del 27 e del 28 maggio, durante la quale Berlusconi fece pressione per evitare che Ruby finisse in comunità.

 

Le motivazioni del processo Ruby arriveranno entro il 22 novembre, mentre quelle del Ruby-bis entro il 3 dicembre. Per il leader del Pdl potrebbe scattare il sequestro dei conti correnti dai quali partivano e partono i pagamenti alle ragazze.

Cassaforte dei vigili urbani svuotata senza scasso

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I carabinieri della stazione di Macerata stanno indagando sul furto, per molti versi misterioso, denunciato dal comandante della polizia municipale di Recale, Vincenzo Piccolo, in servizio in città dal 15 novembre scorso.

L’ufficiale, ieri mattina, verso 10.30, aprendo la cassaforte sistemata negli uffici dei vigili urbani, si è accorto che da un’ulteriore cassettina era sparita una busta bianca con mille e 34 euro. La somma è stata accumulata, nel corso delle settimane, dalla raccolta della tassa per l’occupazione del suolo pubblico pagata dagli ambulanti della fiera settimanale. Il comando della polizia municipale è situato al primo piano della nuova casa comunale, nell’area parcheggio di via Roma: zona centrale, molto frequentata e posta, peraltro, sotto l’occhio attento delle telecamere del sistema di videosorveglianza, le cui immagini confluiscono proprio in un terminale in dotazione ai caschi bianchi. A rendere l’episodio, di per sé già grave, inquietante è il fatto che non sono stati ravvisati segni di effrazione alla porta d’ingresso e il blindato è stato aperto con la chiave. Due particolari riferiti da Piccolo agli inquirenti e, pare, confermati anche dai successivi sopralluoghi eseguito dai militari dell’Arma, giunti sul posto coordinati dal maresciallo Baldassarre Nero.

È evidente che tutte le ipotesi saranno vagliate con attenzione; è altrettanto evidente, però, questa serie di elementi sta dando corpo alle tesi del furto interno. «Le chiavi della cassaforte le ho io – rivela Piccolo – e i due agenti. Ma, poiché il blindato, in passato, è stato utilizzato da dipendenti di altri settori dell’ente, non posso escludere che esistano altre copie delle chiavi in giro per gli uffici. Considero il caso preoccupante, soprattutto se sarà confermata la pista del coinvolgimento di qualcuno interno al Municipio. Non appena mi sono accorto della sparizione – aggiunge Piccolo -, ho applicato la procedura, recandomi immediatamente dai carabinieri per sporgere denuncia e dichiarandomi a loro totale disposizione».

Riciclaggio, 18 condanne a Roma

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Diciotto condanne per 115 anni di reclusione. Assoluzioni, sette, anche eccellenti come quella del fondatore di Fastweb, Silvio Scaglia e dell’ex amministratore delegato di Telecom Italia Sparkle, Stefano Mazzitelli. Così si è concluso il processo di primo grado per quella che l’accusa aveva definito come la più grande truffa messa in piedi in Italia e per un maxiriciclaggio da due miliardi di euro.

I giudici della I sezione penale, dopo oltre 9 ore di camera di consiglio, hanno condannato a 15 anni di reclusione l’imprenditore Gennaro Mokbel, a 8 anni sua moglie Giorgia Ricci e a 11 anni il consulente Carlo Focarelli, a 7 anni l’ufficiale della Guardia di Finanza Luca Berriola e 5 anni e 4 mesi per l’avvocato Paolo Colosimo.

I sette assolti sono usciti dal processo, a seconda delle singole contestazioni, o con la formula «per non aver commesso il fatto» o «perché il fatto non costituisce reato».

«Per me è finito un incubo. È stata una battaglia durissima – ha dichiarato Scaglia uscendo dal tribunale visibilmente commosso – che non doveva neanche iniziare. Un pensiero va alle tante persone che soffrono in carcere ingiustizie simili. Sono contento di aver avuto fiducia nella giustizia fino in fondo». Per questa vicenda, iniziata due anni e mezzo fa, il fondatore di Fastweb ha dovuto affrontare un anno di carcerazione preventiva.

L’inchiesta, condotta dal procuratore aggiunto Giancarlo Capaldo e dai sostituti Giovanni Bombardieri e Francesca Passaniti, faceva riferimento ad una «Frode Carosello» che ha visto coinvolti gli ex vertici dirigenziali di Fastweb e Telecom Italia Sparkle. La Procura contestava agli imputati a seconda delle posizioni, i reati di associazione per delinquere transnazionale pluriaggravata finalizzata al riciclaggio, l’intestazione
fittizia di beni, l’evasione fiscale, il reinvestimento di proventi illeciti e delitti contro la pubblica amministrazione.

Il nuovo impeto diplomatico dell’Onu

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Non c’è modo migliore per tastare il polso del mondo che attraverso la capacità unica di aggregazione delle Nazioni Unite. Durante le ultime due settimane, nel turbinio di incontri e discorsi che caratterizza l’apertura della sessione annuale dell’Assemblea generale, mi sono confrontanto con leader e rappresentanti di gruppi e paesi che rappresentano il 99 percento della popolazione mondiale.

Che cosa batte nel cuore della famiglia umana? Inanzitutto, la voglia di liberarsi di conflitti, pregiudizi e disuguaglianze, di un clima sempre più caldo e del fardello della disoccupazione. In secondo luogo, l’euforia di vivere in un momento storico di infinite opportunità e di essere la prima generazione in grado di mettere fine alla povertà estrema.

Pienamente consapevole delle sfide che ci aspettano, ma al tempo stesso incoraggiato dagli sforzi diplomatici di cui sono appena stato testimone alle Nazioni Unite, ho fiducia nelle nostre prospettive.

La settimana scorsa ha visto l’approvazione, da parte del Consiglio di sicurezza, di una risoluzione che rappresenta una svolta per la Siria – la prima notizia incoraggiante dopo anni di stallo e inerzia.

Le Nazioni Unite e l’Organizzazione per la proibizione delle armi chimiche intraprenderanno una missione urgente per la messa in sicurezza e lo smaltimento dell’arsenale e dei programmi chimichi siriani. Si tratta di una grande conquista per la pace e la sicurezza internazionale, che darà anche impulso agli sforzi per porre fine al conflitto.

Il Consiglio ha inoltre adottato una posizione decisa sulla situazione umanitaria in Siria: continuiamo a insistere per ottenere accesso alle zone colpite, interrompere il flusso di armi e le violazioni dei diritti umani e, soprattutto, arrivare a una conferenza internazionale che ponga fine a questo tremendo conflitto.

La guerra sta distruggendo il paese – limitarsi a distruggere le armi chimiche non basta. La vittoria militare è un’illusione. L’unica risposta possibile è negoziare una transizione verso la nuova Siria che il paese e la popolazione meritano: per questo siamo decisi a riunire tutte le parti intorno al tavolo dei negoziati a metà novembre.

Il progresso, tuttavia, non è stato circoscritto alla Siria. Iran e Stati Uniti hanno approfittato dell’Assemblea Generale per aperture di dialogo che potrebbero mettere fine a decenni di tensioni.

Durante gli incontri di alto livello abbiamo assistito all’avanzamento del processo di transizione democratica in Myanmar e Yemen, nonché a sviluppi sul versante del Sahel e per quanto riguarda l’attuazione dell’accordo quadro di pace in Congo e nella regione dei Grandi Laghi.

Gli stati membri si sono impegnati a fornire sostegno ai paesi che confinano con la Siria, che al momento accolgono due milioni di rifugati, e il Quartetto per il Medio Oriente si è riunito per la prima volta in oltre un anno per mostrare il proprio supporto alla recente riapertura dei negoziati israelo-palestinesi.

I successi delle prime settimane di lavori dell’Assemblea non sono stati limitati alle sfide più pressanti di pace e sicurezza. Le Nazioni Unite hanno anche proseguito sul cammino dello sviluppo sostenibile, il nostro principale obiettivo a lungo termine.

Il 2015 sarà un anno storico: la scadenza prefissata per il raggiungimento degli Obiettivi di sviluppo del millennio (Mdg), per l’adozione di un’agenda di sviluppo per il post-2015 e per la sottoscrizione di un nuovo accordo sul cambiamento climatico.
Le Nazioni unite sono rapide nel fornire una risposta nelle situazioni di emergenza e rappresentano spesso l’ultima spiaggia per risolvere quelle questioni che altri trovano troppo problematiche. A volte l’Onu è in prima linea, altre volte si confonde tra una miriade di altri attori; a volte raggiungiamo i nostri obiettivi, altre volte falliamo. Ma lavoriamo ogni singolo giorno, senza orari, in tutto il mondo, per sostenere gli interessi dell’interna popolazione mondiale anche nelle situazioni più impegnative. La diplomazia e l’azione multilaterale continuano a dimostrarsi mezzi privilegiati per affrontare tanto le crisi attuali quando le complesse sfide del nostro futuro comune. La centralità delle Nazioni Unite nel panorama odierno riflette la logica globale dei nostri tempi: mentre i nostri destini si intrecciano sempre di più, il nostro futuro non può che essere uno di profonda e ampia collaborazione. – See more at: http://www.affarinternazionali.it/articolo.asp?ID=2438#sthash.BDnvhr3g.dpuf

Seae, il meglio deve ancora venire

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Paralizzato da problemi interni di organizzazione e in perenne lotta con la Commissione europea per la definizione delle rispettive competenze, il Servizio europeo per l’azione esterna, Seae, non ha goduto di buona fama nei suoi primi due anni e mezzo di vita.

Non ha saputo rispondere alle aspettative sul suo ruolo di proiezione dell’Unione europea (Ue), trovandosi impreparato davanti alle trasformazioni della sponda sud del Mediterraneo, ai conflitti in Libia, Mali e Siria e alla crisi iraniana.

È anche per rivitalizzare la sua funzione che a fine luglio Catherine Ashton, Alto rappresentante dell’Ue per gli affari esteri e la politica di sicurezza, ha reso pubblico un documento che delinea i principali interventi di revisione del Seae, previsti per il 2014.

Coordinamento complesso
Le proposte dell’Alto Rappresentante sembrano invece poco convincenti quando si tratta la spinosa questione del coordinamento interno, soprattutto tra gli organi deputati alla gestione delle crisi e le altre strutture, in particolare i dipartimenti geografici e tematici e il Foreign Policy Instrument, che gestisce le risorse finanziare destinate alle principali azioni di politica estera dell’Ue.

In questo ambito il documento si limita a indicare la necessità di assicurare un maggiore coordinamento interno, attraverso un mandato rafforzato del Segretario generale e un migliore utilizzo del personale militare e delle risorse di intelligence.

Altro obiettivo è migliorare la tempistica e l’efficacia del processo decisionale in materia di gestione delle crisi, con nuove procedure che riducono i passaggi consultivi e decisionali.

Essenziale poi la revisione dei meccanismi di finanziamento delle azioni di politica estera e la creazione di un centro servizi unico per il supporto alle missioni civili e militari.

Si auspica inoltre che una presidenza permanente designata dall’Alto Rappresentante sia estesa a tutti i gruppi di lavoro del Consiglio dell’Ue, alcuni dei quali seguono ancora il vecchio regime della rotazione semestrale della presidenza.

Un punto cruciale è quello del coordinamento tra Seae e Commissione europea. Si prevedono incontri più frequenti tra l’Alto Rappresentante/vice presidente della Commissione europea e gli altri commissari responsabili delle politiche esterne dell’Unione – oltre al presidente, i Commissari per allargamento, cooperazione allo sviluppo, commercio, assistenza umanitaria, affari economici e monetari.

Una questione fondamentale riguarda le rispettive competenze, non chiarite fino in fondo dal Trattato di Lisbona, per le relazioni con i paesi del vicinato e con i paesi di Africa, Carabi e Pacifico, nonché sugli aspetti esterni delle politiche interne, come sicurezza energetica, ambiente, migrazioni, lotta al terrorismo, regolamentazione finanziaria e governance economica.

Tuttavia, il contenuto si limita a una serie di considerazioni su questioni relative alla gestione delle risorse umane, dal bilanciamento della composizione istituzionale a favore dei nuovi stati membri e di genere alla politica del personale. La proposta di riforma di Ashton conclude precisando che i temi del cambiamento istituzionale interno, delle necessarie modifiche dei testi giuridici e le questioni più generali, insomma le novità più significative ed interessanti, saranno affrontate solo nel 2014. Forse il meglio deve ancora venire.

Da Srebrenica lezione di diritto internazionale

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La vicenda sulla responsabilità civile dello stato olandese per i tragici eventi svoltisi intorno alla città bosniaca di Srebrenica nel luglio del ‘95 è arrivata al suo epilogo. La Corte suprema dei Paesi Bassi ha infatti affermato alcuni importanti principi di diritto in materia di responsabilità degli stati per la condotta dei propri contingenti militari impegnati in missioni di peacekeeping sotto l’egida delle Nazioni Unite.

Dutchbat 
La Bosnia-Erzegovina era allora teatro di una sanguinosa guerra civile che vedeva contrapposti i tre principali gruppi etnici che l’abitavano: musulmano, serbo e croato. La caduta di Srebrenica segnò l’inizio di una serie di esecuzioni di massa per mano delle milizie serbo-bosniache che costarono la vita a più di 8000 civili musulmani.

Nell’aprile del ‘93 il Consiglio di sicurezza Onu aveva dichiarato Srebrenica e il territorio circostante zona protetta. Nel marzo del ’94 il compito di salvaguardare l’incolumità della popolazione civile venne affidato al Dutchbat, un contingente di caschi blu olandesi che operava nell’ambito della missione di peacekeeping denominata Unprofor.

Quando nell’estate del ‘95 la città fu attaccata, i militari olandesi non soltanto non fermarono il massacro, ma espulsero dalla propria base migliaia di civili musulmani che vi si erano rifugiati, condannando di fatto molti di loro a morte certa. I parenti di quattro delle vittime decisero di intentare una causa contro lo stato olandese.

Nodo giuridico
I ricorrenti chiesero ai tribunali olandesi di affermare la responsabilità dei Paesi Bassi per la condotta del Dutchbat che non aveva fatto quanto in suo potere per salvare le vite dei loro congiunti. Dinnanzi alla Corte distrettuale dell’Aia lo stato negò ogni responsabilità, sostenendo che i propri militari non avevano agito per conto dei Paesi Bassi, ma erano parte integrante di Unprofor e operavano sotto la catena di comando Onu. La loro condotta non era dunque imputabile allo stato, ma andava attribuita alle Nazioni Unite.

Se, invece, si considerano i contingenti “prestati” come organi dello stato inviante, diventa decisivo determinare quale entità abbia effettivamente esercitato il proprio controllo sulla condotta supposta illecita. La Commissione del diritto internazionale ha ritenuto più convincente la seconda soluzione, che sia la Corte d’appello che la Corte suprema hanno poi adottato.

La questione dirimente era dunque chi esercitasse il controllo effettivo sul Dutchbat nelle ore in cui si svolgevano i fatti. Pur non escludendo che anche le Nazioni Unite potessero influenzare l’azione dei militari, con le due decisioni prese il 6 settembre scorso, i giudici hanno infine ritenuto che lo stato olandese esercitasse un controllo effettivo sul proprio contingente. Tale convinzione si basa prevalentemente su due circostanze.

Da un lato, lo stato d’invio mantiene comunque alcuni poteri sulle proprie truppe (ad esempio in materia disciplinare), che non sono dunque mai completamente sottratte a qualche forma di controllo statale. Dall’altro, l’incapacità di Unprofor di assolvere al proprio mandato e la decisione di evacuare i caschi blu avevano determinato, nella fase decisiva, un intervento diretto del governo dell’Aia, i cui ordini affiancavano (e a volte contraddicevano) quelli provenienti dalla catena di comando Onu.

La condotta del Dutchbat andava dunque imputata ai Paesi Bassi, cui corre pertanto l’obbligo di risarcire i parenti delle vittime.