26 Ottobre 2026, lunedì
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Q8 mette un tetto ai carburanti per 30 giorni: il price cap scatta dal primo ottobre

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Il fronte contro il caro carburanti si allarga. Dopo Eni e Ip, anche Q8 decide di introdurre un tetto al prezzo di benzina e gasolio, raccogliendo l’invito arrivato dal governo. La misura, annunciata dalla società in una nota, scatterà il primo ottobre e resterà in vigore per 30 giorni, con l’obiettivo dichiarato di alleggerire il conto alla pompa per gli automobilisti.

«Q8 Italia, accogliendo l’invito del governo italiano, applicherà un price cap sulla benzina e sul gasolio, confermando il proprio impegno a sostegno dei consumatori», fa sapere l’azienda. Una scelta che si inserisce nel quadro delle iniziative sollecitate dall’esecutivo per contenere l’impatto dei prezzi dei carburanti sui cittadini.

Il meccanismo non sarà però identico per tutta la rete. Q8 spiega infatti che il tetto massimo verrà applicato con un «approccio modulare», tenendo conto delle differenti caratteristiche che compongono il sistema distributivo della società. Un elemento che riflette la complessità della filiera, nella quale convivono strutture e modalità di gestione diverse.

La società assicura inoltre che saranno supportati gestori e partner, con l’obiettivo di preservare la sostenibilità economica dell’intera rete. Il price cap, dunque, non viene presentato soltanto come uno strumento di contenimento dei prezzi per il consumatore, ma anche come un intervento da accompagnare con misure a tutela degli operatori della distribuzione.

La durata è circoscritta: trenta giorni a partire dal primo ottobre. Un periodo limitato, ma che secondo Q8 dovrebbe consentire di produrre «benefici tangibili per gli automobilisti».

L’annuncio è stato accolto con favore dalla presidente del Consiglio Giorgia Meloni, mentre il governo punta a consolidare un fronte più ampio tra i principali operatori del settore. Con Q8 salgono così a tre i grandi marchi che hanno annunciato l’adozione di un meccanismo di contenimento dei prezzi.

Resta ora da vedere quale sarà l’effetto concreto sulle cifre esposte dai distributori e quanto il provvedimento riuscirà a incidere sulla spesa quotidiana di chi utilizza l’auto. Il passaggio decisivo sarà infatti alla pompa: è lì che l’annunciato price cap dovrà tradursi, nelle prossime settimane, in un risparmio effettivamente percepibile dagli automobilisti.

ENI, il prezzo e le nomine

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A cura di Gilberto Borzini

Se in ballo ci fosse solamente il prezzo dei carburanti la questione sarebbe leggera, ma così non è. Con il prezzo calmierato praticato da una partecipata statale, l’ENI, si mandano messaggi chiari e forti. Alla politica europea si dice che la “politica” può riconquistare la primazia sull’economia e all’economia si comunica che la politica dell’acquiescenza è terminata e con quella anche quella dei cartelli dell’energia.

I conti in tasca

Stabilita la sordità congenita delle imprese dell’energia a sopportare una tassa di scopo basata su difficilmente calcolabili extra profitti, il governo italiano è passato alla cosiddetta moral suasion nei confronti della controllata statale ENI, affermando il vecchio adagio per cui il servo attacca il cavallo dove vuole il padrone, che stando all’articolo quinto “chi ha in mano i soldi ha vinto”, e che l’ENI fa i prezzi ma il Governo fa le nomine, quindi chi vuole mantenere le chiappe al caldo del fiato focoso del cane a sei zampe farà bene ad adeguarsi.

Pare che funzioni, assai meglio che imporre obtorto collo una tassa poco trasparente.

All’ENI si saranno fatti i conti in tasca: ridurre la marginalità unitaria a fronte di un incremento vertiginoso delle vendite, incremento plausibile fino a quando le compagnie concorrenti non si adatteranno o vareranno strategie oppositive facendo impazzire i rispettivi uffici marketing.

La questione assume valenza politica nel momento in cui si comprende che esistono spazi di manovra nell’aera della “marginalità di vendita”, ovvero dei guadagni in capo alle società petrolifere per ogni litro di carburante venduto, e che pertanto i valori elevati fin qui da tutti praticati potrebbero essere stati concordati da una sorta di cartello energetico assai più che dalle rivalutazioni del Brent alla Borsa di Londra, ipotesi questa di cui molto si chiacchiera ma a cui non vogliamo credere.

Se cade il velo lobbistico, o di cartello, responsabile della speculazione intercontinentale dei prezzi del carburante, si aprono interessanti scenari di protesta pubblica, di indagini sulle alterazione dei valori di mercato, di trattori e camionisti e pescatori in sciopero selvaggio, di procurata inflazione sulle economie occidentali, insomma un quarantotto niente male capace di travolgere i governi che hanno chiuso un occhio  e lasciato fare quando non, addirittura, governato la speculazione dietro alle quinte come avrebbe fatto, stando ai maligni, l’amministrazione Trump.

A un mese dalle elezioni di Mid Term sarebbe, per il biondone, un’altra rogna niente male, ma che dire dei politicanti al vertice UE che da mesi sbandierano l’emergenza dei costi dei carburanti per vendere l’elettrico agli europei riottosi?

Vuoi vedere che ci potrebbe essere relazione? Ma no, dai su, non scherziamo!

Il ritorno della Politica

La “botta” è fortissima perché è evidente che gli europei, e gli americani, si domanderanno: “se lo fa il governo Meloni perchè non lo fa anche il nostro governo?”.

E qui cominciano i casini seri perché se le compagnie petrolifere partecipate dai rispettivi Stati abbasseranno i prezzi allora sarà confermato che i prezzi elevati erano frutto prevalentemente della speculazione, mentre se saranno mantenuti elevati allora la classe politica si dimostrerà incapace, incompetente e inadatta a ricoprire la posizione. Tertium non datur.

Con un solo gesto, e senza applicare tasse o “mettere le mani nelle tasche dei cittadini”, il governo Meloni può affermare quanto meno agli occhi del continente il valore del proprio modello politico ponendosi la Presidenta, come da sempre aspira, al centro degli interessi e delle manovre politiche continentali in vista di un anno, il 2027, dalla pesante valenza politica e mettendo una consistente prelazione elettorale nello scenario nazionale.

L’affermazione implicita è semplice: solo noi siamo in grado di affermare il ritorno della primazia politica nei confronti dell’economia, affermando quindi un principio molto caro ai conservatori, ai sovranisti, ai putiniani e ai filo cinesi che nell’indirizzo politico dell’economia individuano la necessità strategica fondamentale e che nella capacità di autoregolamentazione del mercato credono come i tre porcellini credono alle parole di Lupo Ezechiele.

Certo, può darsi che Zio Donald si arrabbi, ma ormai per lui è tardi per tentare un riavvicinamento: a Hormuz rischia un bagno di sangue e uno immenso shit-storm, mentre sul fronte interno anche le mance elettorali promesse sembrano non aiutare a raggiungere il pareggio tra Camera e Senato.

Tu chiamale se vuoi elezioni

C’è dell’altro. Tra sospensione del bollo auto per le piccole cilindrate e prezzo calmierato dei carburanti il governo Meloni ha tirato un uno-due pugilistico nel fegato dell’opposizione, producendo un effetto potenzialmente di consenso nella base elettorale, effetto che però dovrà sbrigarsi a capitalizzare pena la dimenticanza, sport in cui l’elettore italico è piuttosto competente.

Così, anche per non dare all’opposizione il tempo di ricomporsi, di ragionare e di impostare una propria strategia economica e fiscale (materia di cui non vi è traccia alcuna in campo progressista), il Governo più lungo e stabile della storia repubblicana potrebbe decidere di tornare alle urne in primavera, forte di provvedimenti popolari, di un’occupazione stabile e cresciuta (anche se dai salari esigui), e da un controllo della spesa pubblica che ha rassicurato ampiamente i mercati planetari anche se non ha migliorato le condizioni della scuola, della sanità o dell’edilizia pubblica.

Insomma, sul controllo e il calmieramento dei prezzi del carburante si è avviata una campagna elettorale che non può prolungarsi all’infinito, soprattutto a fronte di una legge finanziaria che non potrà essere ricca di mance e sovvenzioni come si sperava.

Petrolio, nuovo scatto al rialzo: i mercati guardano a Hormuz

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Il petrolio torna a correre e lo fa nel momento più delicato del confronto tra Stati Uniti e Iran. Sui mercati prevale il timore che le trattative sullo Stretto di Hormuz possano subire un nuovo rallentamento, alimentando l’incertezza sulle prospettive dell’approvvigionamento energetico internazionale.

Il Wti, il riferimento americano, sale dell’1,88% a 94,3 dollari al barile, mentre il Brent, benchmark europeo, guadagna il 2% e raggiunge quota 107 dollari. Numeri che fotografano la crescente sensibilità degli operatori a ogni segnale proveniente dal tavolo diplomatico tra Washington e Teheran.

Al centro della partita c’è ancora una volta Hormuz, uno dei passaggi marittimi più strategici per il commercio globale di petrolio. Qualsiasi incertezza sulla sua apertura o sulla piena sicurezza dei transiti si riflette rapidamente sulle quotazioni, perché i mercati tendono ad anticipare il rischio prima ancora che questo si traduca in una concreta interruzione delle forniture.

A riaccendere le preoccupazioni è stato anche l’intervento del ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi, che ha fatto sapere di essere in attesa di una risposta ufficiale da parte degli Stati Uniti alla proposta avanzata da Teheran proprio sull’apertura dello Stretto.

Secondo quanto riferito dai media iraniani, i mediatori qatarioti hanno presentato alcune idee che sono state esaminate dalla parte iraniana. Ora, ha spiegato Araghchi, toccherà nuovamente ai mediatori trasmettere le proposte a Washington e riportare successivamente a Teheran la posizione americana.

«I qatarioti sperano che ciò avvenga entro domani», ha dichiarato il ministro, indicando quindi una possibile scadenza per un nuovo passaggio diplomatico. Araghchi si trova a New York, dove prosegue il confronto sul dossier iraniano.

È proprio l’attesa della risposta americana a tenere i mercati con il fiato sospeso. Per gli operatori, infatti, il nodo non riguarda soltanto l’esito politico del negoziato, ma soprattutto le sue ricadute immediate sulla sicurezza delle rotte energetiche. Hormuz rappresenta un punto nevralgico del sistema petrolifero internazionale e ogni ipotesi di limitazione dei transiti tende a tradursi in un premio di rischio incorporato nelle quotazioni.

Il movimento del greggio segnala dunque quanto sia sottile l’equilibrio raggiunto sui mercati. Da una parte c’è la possibilità che la diplomazia riesca a evitare una nuova escalation e a garantire la continuità dei traffici. Dall’altra, l’assenza di una risposta definitiva da Washington lascia aperta una fase di incertezza che gli investitori stanno già prezzando.

Per il momento, la direzione è quella del rialzo. E a dettare il ritmo, più ancora dei fondamentali della domanda e dell’offerta, è la diplomazia internazionale.

Notte di esplosioni a Kiev, missili balistici sulla capitale

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Una notte scandita dalle esplosioni e dall’allarme per nuovi attacchi missilistici. Kiev è tornata sotto pressione, con le difese antiaeree attivate dopo la segnalazione dell’aeronautica militare ucraina sulla presenza di missili balistici diretti verso la capitale.

Le detonazioni sono state avvertite in diversi punti della città. A fornire un primo bilancio degli effetti dell’attacco è stato il sindaco Vitaly Klitschko, che attraverso Telegram ha riferito di diversi episodi registrati nei distretti della capitale.

Nel distretto di Solomyanskyi, alcuni frammenti di un razzo sono precipitati nel cortile di un’abitazione. Secondo quanto riferito dal sindaco, non si è sviluppato alcun incendio. Nella stessa area, tuttavia, un’infrastruttura situata all’interno di un edificio amministrativo è stata colpita, senza che anche in questo caso si registrassero fiamme.

Situazione diversa nel distretto di Pechersk, dove è scoppiato un incendio all’interno di un edificio non residenziale di tre piani. Le autorità locali hanno quindi dovuto fare i conti con le conseguenze materiali dell’attacco mentre nella notte proseguiva l’allerta.

L’attivazione delle difese antiaeree e la segnalazione della minaccia balistica hanno riportato ancora una volta la guerra fin dentro il cielo della capitale ucraina. Le informazioni diffuse nelle ore notturne descrivono al momento danni circoscritti, con episodi distinti in più quartieri della città.

Il bilancio resta legato agli accertamenti delle autorità ucraine, mentre Kiev affronta una nuova notte di allarmi e esplosioni.

Attacco hacker all’Fbi, rubati i dati personali di migliaia di dipendenti

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È una falla che rischia di trasformarsi in un caso di enorme portata per la sicurezza del governo americano. Un gruppo di hacker criminali avrebbe sottratto una vasta quantità di dati personali sensibili riconducibili a dipendenti, ex dipendenti e candidati dell’Fbi. A riferirlo è il New York Times, secondo cui le informazioni compromesse potrebbero riguardare decine di migliaia di persone.

Tra i dati finiti nelle mani degli aggressori ci sarebbero indirizzi di abitazione, numeri di Social Security, informazioni personali e dettagli relativi agli incarichi ricoperti all’interno dell’agenzia federale. Un insieme di informazioni particolarmente delicato, soprattutto perché riguarda un apparato investigativo che opera in prima linea nella sicurezza nazionale degli Stati Uniti.

La violazione sarebbe avvenuta attraverso il portale utilizzato dall’Fbi per raccogliere le candidature di chi aspira a entrare nell’agenzia. Il gruppo ShinyHunters, che ha rivendicato l’attacco, sostiene di essere riuscito ad accedere ai dati delle persone che hanno presentato domanda per lavorare all’Fbi. Gli hacker hanno inoltre minacciato di diffondere il materiale sottratto sul web.

A quasi una settimana dalla rivendicazione, tuttavia, l’Fbi non ha ancora concluso la ricostruzione dell’attacco. Gli investigatori stanno cercando di stabilire con precisione come sia avvenuta l’intrusione, quali sistemi siano stati effettivamente compromessi e soprattutto quale sia il numero reale delle persone coinvolte. Anche la consistenza del materiale nelle mani degli hacker resta quindi da verificare.

In un memorandum interno diffuso venerdì, i vertici dell’agenzia hanno definito l’accaduto un incidente di cybersicurezza e hanno riconosciuto il furto di informazioni personali relative al proprio personale. Una formulazione che fotografa la gravità della situazione senza ancora fornire un quadro definitivo dell’operazione.

La preoccupazione non riguarda soltanto la possibile pubblicazione dei dati. Informazioni come un indirizzo di casa, un numero di Social Security o dettagli sull’attività professionale possono infatti essere utilizzati per campagne di phishing, furti d’identità, truffe mirate o forme più sofisticate di ingegneria sociale. Nel caso di dipendenti di un’agenzia come l’Fbi, il rischio assume una dimensione ulteriore: dati apparentemente ordinari possono diventare strumenti per individuare, avvicinare o intimidire persone che lavorano per l’apparato federale.

Per questo l’Fbi ha invitato il proprio personale a mantenere la massima attenzione, sia sul luogo di lavoro sia nella vita privata. Ai dipendenti è stato chiesto di segnalare eventuali contatti o minacce inattese, di evitare di rispondere a chiamate provenienti da numeri sconosciuti e di adottare ulteriori precauzioni per proteggere le proprie comunicazioni.

Tra le indicazioni figura anche quella di utilizzare caselle vocali con messaggi generati dall’intelligenza artificiale. Una misura che riflette un problema sempre più attuale nella sicurezza informatica: la disponibilità di dati personali può rendere più credibili i tentativi di impersonificazione e facilitare attacchi costruiti su misura per la vittima.

L’agenzia ha annunciato inoltre una serie di briefing virtuali nelle prossime settimane per fornire al personale ulteriori informazioni sulla violazione e sulle misure di sicurezza da adottare.

L’episodio riporta così al centro una delle questioni più delicate della sicurezza digitale americana: la protezione dei dati non rappresenta più soltanto un problema tecnico, ma una componente essenziale della sicurezza delle istituzioni. E quando nel mirino finisce un’agenzia come l’Fbi, anche un portale apparentemente periferico, come quello dedicato alle candidature, può diventare una porta d’ingresso verso una quantità di informazioni estremamente preziose.

Cocaina tra Firenze e l’Europa, 106 indagati: 14 misure cautelari

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Sono 106 le persone indagate nell’inchiesta della Procura distrettuale antimafia di Firenze su un presunto traffico di cocaina destinato al capoluogo toscano e al suo hinterland. L’indagine, condotta dalla Guardia di finanza, ha portato all’esecuzione di 14 misure cautelari nei confronti di persone, secondo quanto ricostruito dagli investigatori, coinvolte a vario titolo in un’organizzazione dedita al traffico di stupefacenti, oltre che alla produzione e alla detenzione illecita di droga.

Gli indagati sono in larga parte di origine nordafricana. Fa eccezione una donna italiana, destinataria della misura degli arresti domiciliari, che secondo l’accusa avrebbe fornito un supporto logistico all’organizzazione.

Al centro dell’inchiesta c’è una struttura criminale che avrebbe costruito la propria attività lungo una rotta internazionale della cocaina. Lo stupefacente, secondo gli elementi raccolti dalla Procura, veniva acquistato nei Paesi Bassi, in Spagna e nel Nord Italia per essere poi trasferito a Firenze, dove sarebbe stato immesso sul mercato attraverso una rete di spacciatori.

A guidare il gruppo, secondo l’ipotesi investigativa, sarebbe stato un cittadino marocchino di 41 anni, finito in carcere. Gli inquirenti gli attribuiscono un ruolo di vertice nella gestione dell’attività: avrebbe mantenuto i rapporti diretti con i fornitori, negoziato l’acquisto delle partite di droga, fissato i prezzi di vendita e organizzato il trasporto dello stupefacente.

Un sistema che, stando alla ricostruzione della Procura, poteva contare anche su una precisa organizzazione logistica. Le automobili utilizzate per trasferire la cocaina sarebbero state dotate di doppi fondi, così da consentire di occultare la droga durante i viaggi. Il presunto capo dell’organizzazione avrebbe inoltre messo a disposizione dei propri sodali gli alloggi necessari alla permanenza sul territorio, facendosi carico del vitto e, in alcuni casi, anche delle spese legali sostenute dagli appartenenti al gruppo quando finivano arrestati e sottoposti a procedimento penale.

È un dettaglio che, nell’impianto accusatorio, restituisce l’immagine di un’organizzazione strutturata non soltanto sul piano dello spaccio, ma anche su quello dell’assistenza e della gestione quotidiana dei suoi componenti. Una sorta di sistema interno di sostegno che avrebbe consentito alla rete di continuare a operare anche dopo gli arresti di alcuni dei suoi membri.

Secondo gli investigatori, inoltre, i proventi dell’attività di spaccio sarebbero stati in parte reinvestiti nello stesso circuito criminale. Il denaro ricavato dalla vendita della cocaina sarebbe stato utilizzato per finanziare l’acquisto di nuove partite di stupefacente, alimentando così un meccanismo destinato a riprodursi nel tempo.

Nell’inchiesta compare anche una donna italiana, posta ai domiciliari. La sua posizione, secondo la Procura, sarebbe legata soprattutto alle attività di supporto logistico. Avrebbe ospitato quattro componenti della presunta organizzazione con l’obiettivo di favorire le pratiche necessarie all’ottenimento del permesso di soggiorno. Gli investigatori le contestano inoltre la custodia di denaro ritenuto provento dello spaccio e il noleggio di automobili che sarebbero state utilizzate per il trasporto della droga.

L’indagine della Guardia di finanza punta dunque a ricostruire una rete che, secondo l’ipotesi accusatoria, avrebbe unito approvvigionamento internazionale, trasporto, distribuzione sul territorio e gestione dei profitti. Un sistema nel quale i diversi ruoli sarebbero stati funzionali a garantire continuità al traffico di stupefacenti tra i grandi mercati europei e la piazza fiorentina.

Le contestazioni dovranno ora essere sottoposte al vaglio della magistratura nelle diverse fasi del procedimento. Per gli indagati vale, come previsto dalla legge, la presunzione di innocenza fino a un’eventuale sentenza definitiva.

Il monito del Pontefice

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Quattro giorni tra Parigi, Lourdes e l’Alsazia, poi il ritorno a Roma. Ma è sul volo che riporta il Papa in Vaticano che il viaggio apostolico in Francia trova una delle sue sintesi politiche e culturali più nette. Leone XIV affronta i temi che attraversano l’Europa, dalla crescita dei movimenti di estrema destra alla corsa al riarmo, dalla guerra tra Russia e Ucraina alle incognite legate all’intelligenza artificiale. E indica un criterio che torna nelle sue parole con insistenza: la centralità della persona, della sua dignità e della vita umana.

«L’estrema destra non è espressione del cristianesimo»

Il passaggio più diretto riguarda l’avanzata dell’estrema destra in Europa. Il Pontefice prende come riferimento anche la Germania e la crescita di formazioni come Alternative für Deutschland, sottolineando il rischio che determinate posizioni politiche vengano associate a una forma di religiosità.

«La crescita dei gruppi di estrema destra» in Germania e in altre parti dell’Europa e del mondo, osserva Leone XIV, ha portato alla comparsa di «espressioni che combinano tali posizioni politiche con una certa forma di religiosità». Una sovrapposizione che, aggiunge, «a giudizio non solo mio ma anche dei vertici delle Chiese cattolica e protestante in Germania, non rappresenta un’autentica espressione del cristianesimo».

Il richiamo del Papa è dunque al Vangelo come criterio di riferimento, al di là delle strumentalizzazioni politiche della fede. «Dobbiamo tornare ai valori del Vangelo», afferma, collocando il tema nel più ampio dibattito europeo sull’identità, sull’inclusione e sul rapporto tra religione e politica.

È un passaggio che si inserisce nella più ampia insistenza di Leone XIV sulla sacralità della vita e sulla dignità della persona, principi che, nel suo intervento, non vengono confinati alla dimensione religiosa ma diventano il punto di partenza per affrontare le grandi questioni del presente.

Intelligenza artificiale, «le preoccupazioni vanno prese sul serio»

Tra i temi affrontati durante il viaggio c’è anche quello dell’intelligenza artificiale, una delle trasformazioni tecnologiche destinate a incidere più profondamente sul lavoro, sull’economia e sulle relazioni sociali.

Il Papa invita a non liquidare le preoccupazioni espresse dagli esperti. «Ritengo che le preoccupazioni sollevate da molti esperti e specialisti di IA debbano essere prese sul serio», afferma. E aggiunge di non ritenere che si tratti di «fake news», come qualcuno avrebbe sostenuto «nel tentativo di ottenere vantaggi finanziari o di altro tipo».

Ancora una volta il punto non è il rifiuto della tecnologia, ma la necessità di governarne gli effetti. Per Leone XIV, l’innovazione non può essere separata dalle responsabilità che comporta e dalla tutela della persona.

Il riarmo e la guerra: «Sedersi e dialogare»

Il Pontefice torna poi su uno dei temi più insistenti del suo viaggio: la guerra e il crescente ricorso agli armamenti.

Dall’Alsazia aveva già rivolto un appello all’Europa a non affidare la propria sicurezza esclusivamente alla logica del riarmo. Nel volo verso Roma ribadisce quella posizione e individua nel dialogo l’alternativa alla spirale della tensione.

«Tutti stanno cercando una voce che possa offrire un altro cammino», spiega, indicando una strada diversa da quella di «investire più sulle armi», perché questa scelta «promuove più e più la tensione» e può condurre «all’esplosione di un’altra guerra, di un altro conflitto».

Il riferimento alla guerra in Ucraina è esplicito. La Chiesa, sostiene Leone XIV, ha la responsabilità di promuovere «i valori della dignità umana, dell’importanza della vita», sostenendo investimenti nella salute e nell’educazione invece che negli armamenti.

E soprattutto deve continuare a invitare al confronto. «Invitando continuamente i leader, come in Russia e in Ucraina e in altri Paesi, a venire, a sedersi, a dialogare, a cercare come risolvere i problemi senza continuare queste guerre che non hanno più senso», dice il Papa.

Non una formula diplomatica, dunque, ma una linea che Leone XIV presenta come coerente con la missione della Chiesa: creare spazi di dialogo anche quando il confronto politico appare bloccato.

Il saluto di Mattarella: «Rispetto, inclusione, solidarietà»

A chiudere idealmente il viaggio francese arriva anche il messaggio del presidente della Repubblica Sergio Mattarella.

Nel salutare il rientro del Pontefice, il Capo dello Stato sottolinea come, «dal cuore dell’Europa», Leone XIV abbia saputo «ravvivare nell’animo di donne e uomini di buona volontà da tutto il mondo» i propositi di «rispetto reciproco, inclusione, solidarietà e pacifica convivenza».

Mattarella richiama quindi la necessità di trasformare questi principi in un impegno concreto per il bene comune, con particolare attenzione alla dignità della persona e ai più fragili. Un messaggio che si intreccia con il filo conduttore delle parole pronunciate dal Papa durante il viaggio: in un’Europa attraversata da guerre, tensioni politiche e profonde trasformazioni tecnologiche, la difesa della dignità umana resta, per Leone XIV, il punto dal quale ripartire.

Omicidio Regeni, tre 007 egiziani condannati a dieci anni

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Dieci anni dopo, arriva una sentenza che riporta il caso di Giulio Regeni al centro dell’aula di giustizia. La Corte d’Assise di Roma ha condannato a dieci anni di carcere tre agenti dei servizi segreti egiziani ritenuti responsabili del sequestro del ricercatore italiano, rapito al Cairo nel gennaio 2016 e ritrovato morto giorni dopo, con sul corpo i segni delle torture.

La stessa pena è stata inflitta ai colonnelli Uhsam Helmi e Athar Kamel Mohamed Ibrahim e al maggiore Magdi Ibrahim Abdelal Sharif. Per quest’ultimo la Procura aveva sollecitato la condanna all’ergastolo. È stato invece assolto il generale Tariq Sabir, anch’egli appartenente ai servizi segreti egiziani e imputato nel processo celebrato in Italia.

La decisione arriva a dieci anni da quei giorni drammatici che hanno segnato non soltanto la storia personale di una famiglia, ma anche i rapporti tra Italia ed Egitto. Regeni, giovane ricercatore friulano impegnato in un dottorato all’Università di Cambridge e interessato al movimento sindacale egiziano, scomparve al Cairo il 25 gennaio 2016. Il suo corpo fu ritrovato il 3 febbraio lungo una strada alla periferia della capitale.

Le indagini condotte negli anni hanno

Starship prova a conquistare l’orbita: per SpaceX è il test della svolta

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È il momento della prova più ambiziosa. Starship, il gigantesco sistema di lancio sviluppato da SpaceX per aprire la strada alle future missioni verso la Luna e, in prospettiva, Marte, affronta per la prima volta un test orbitale. Il lancio è previsto per lunedì 28 settembre e segna un passaggio importante nel programma della società di Elon Musk: fino a oggi, infatti, tutti i tredici test precedenti erano rimasti nell’ambito dei voli suborbitali.

La missione porta così Starship a un livello diverso di complessità. Il sistema è composto dal booster Super Heavy e dalla navetta Ship, destinata a diventare il vero protagonista delle future missioni nello spazio profondo. Per la prima volta, l’obiettivo non sarà soltanto raggiungere una quota elevata e verificare il comportamento del veicolo durante il volo, ma entrare effettivamente in orbita.

La quota prevista è di circa 275 chilometri. Una volta completata la fase di lancio e raggiunta la traiettoria orbitale, Ship dovrà proseguire la propria missione per diverse ore. Il programma prevede sei orbite intorno alla Terra, per una durata complessiva di circa dieci ore, prima della conclusione del volo con un possibile ammaraggio nell’Oceano Pacifico.

C’è poi un altro elemento che rende questa missione particolarmente significativa. A bordo non ci saranno soltanto strumenti destinati a raccogliere dati sul comportamento del veicolo. Starship trasporterà anche satelliti Starlink autentici, che dovranno essere rilasciati durante il volo. È un ulteriore passo verso l’utilizzo del sistema come piattaforma spaziale capace non soltanto di raggiungere l’orbita, ma anche di trasportare e mettere in servizio carichi reali.

Il test rappresenta quindi un banco di prova cruciale per SpaceX. Le missioni precedenti hanno permesso di accumulare esperienza sul funzionamento di un sistema estremamente complesso, affrontando progressivamente problemi e difficoltà. Il passaggio al volo orbitale introduce però nuove variabili e soprattutto richiede che le diverse componenti della missione funzionino in sequenza, dal lancio all’inserimento in orbita, fino al rilascio dei satelliti e al rientro.

È proprio questa concatenazione di operazioni a trasformare il nuovo volo in qualcosa di più di un semplice test. Se le diverse fasi procederanno secondo programma, SpaceX avrà compiuto un ulteriore passo verso l’obiettivo di fare di Starship un sistema di trasporto spaziale riutilizzabile e ad alta capacità.

Il traguardo finale resta molto più lontano. Starship è stata concepita per missioni che vanno ben oltre l’orbita terrestre, con un ruolo centrale nei futuri programmi lunari e nelle ambizioni di esplorazione di Marte. Prima di arrivare fin lì, però, il veicolo dovrà dimostrare di saper operare nello spazio in modo affidabile.

Le circa dieci ore previste per questo primo volo orbitale racchiudono dunque una sfida decisiva. Non si tratta soltanto di arrivare nello spazio, ma di rimanerci abbastanza a lungo da verificare il comportamento della navetta, completare le operazioni previste e tornare sulla Terra. Per Starship, la vera partita comincia adesso.

Carburanti, Appendino attacca il governo: «Sconti tardivi, servono price cap ed extraprofitti»

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La riduzione dei prezzi dei carburanti annunciata da Eni e IP non basta a chiudere la partita sul caro benzina. È questa, in sintesi, la posizione di Chiara Appendino, deputata del Movimento 5 Stelle, che contesta l’entusiasmo con cui il governo ha accolto i ribassi e chiede invece interventi strutturali per contenere il costo dei rifornimenti.

«Il governo esulta per i ribassi decisi da Eni e IP, ma c’è poco da ringraziare», sostiene Appendino in una nota. Il punto, secondo la parlamentare, è soprattutto temporale: se per ottenere una riduzione dei prezzi è stato sufficiente fare leva su una grande partecipata statale, perché, si chiede, sono trascorsi mesi prima di arrivare a questo risultato?

Un’attesa che, nella ricostruzione della deputata M5S, ha avuto un costo concreto per famiglie e imprese, costrette a fare i conti con prezzi elevati alla pompa mentre le misure annunciate dal governo procedevano tra rinvii e interventi giudicati insufficienti.

Per Appendino, dunque, la riduzione attuale non rappresenta una soluzione strutturale. Al contrario, sarebbe il segnale di una difficoltà del governo a intervenire direttamente sul mercato. «Una delega in bianco alle compagnie», la definisce la parlamentare, secondo cui sono ora i grandi marchi a determinare non soltanto l’entità degli sconti, ma anche dove applicarli e per quanto tempo.

Una situazione che, sempre secondo la deputata, rischia di produrre una nuova frammentazione dei prezzi sul territorio. Le differenze tra distributori potrebbero aumentare la pressione sui gestori indipendenti, mentre le categorie maggiormente esposte al costo dei carburanti, dai tassisti all’autotrasporto, continuano a chiedere risposte.

Il tema, per Appendino, non è quindi soltanto quello di ottenere qualche centesimo in meno al litro, ma di costruire un meccanismo capace di intervenire sul prezzo in maniera stabile. «Ogni centesimo risparmiato alla pompa è ossigeno per i cittadini», osserva, ma l’intervento attuale viene liquidato come una sorta di «saldi di fine stagione», destinati a non incidere sulle cause profonde del problema.

La proposta del Movimento 5 Stelle si muove lungo due direttrici. La prima è l’introduzione di un price cap, cioè un tetto al prezzo, sulla scia di quanto già sperimentato o annunciato in altri Paesi europei. La seconda riguarda la tassazione degli extraprofitti realizzati dalle aziende del settore energetico durante la crisi, con l’obiettivo di destinare quelle risorse alla riduzione del costo dei carburanti.

È soprattutto su questo secondo punto che Appendino invita il governo a non arretrare. La deputata rivendica una posizione sostenuta dal M5S da mesi e mette in guardia dall’eventualità che gli sconti annunciati possano diventare il pretesto per accantonare definitivamente il tema degli extraprofitti.

«Non devono neanche azzardarsi a trasformare questo sconto in un alibi per archiviare la tassa sugli extraprofitti», conclude la deputata pentastellata.

Lo scontro, dunque, resta aperto. Da una parte il governo rivendica l’effetto immediato dei ribassi annunciati dalle compagnie. Dall’altra, il Movimento 5 Stelle considera quelle riduzioni soltanto un intervento temporaneo e chiede regole più stringenti per incidere in modo permanente sul prezzo dei carburanti.