A cura di Gilberto Borzini
Se in ballo ci fosse solamente il prezzo dei carburanti la questione sarebbe leggera, ma così non è. Con il prezzo calmierato praticato da una partecipata statale, l’ENI, si mandano messaggi chiari e forti. Alla politica europea si dice che la “politica” può riconquistare la primazia sull’economia e all’economia si comunica che la politica dell’acquiescenza è terminata e con quella anche quella dei cartelli dell’energia.
I conti in tasca
Stabilita la sordità congenita delle imprese dell’energia a sopportare una tassa di scopo basata su difficilmente calcolabili extra profitti, il governo italiano è passato alla cosiddetta moral suasion nei confronti della controllata statale ENI, affermando il vecchio adagio per cui il servo attacca il cavallo dove vuole il padrone, che stando all’articolo quinto “chi ha in mano i soldi ha vinto”, e che l’ENI fa i prezzi ma il Governo fa le nomine, quindi chi vuole mantenere le chiappe al caldo del fiato focoso del cane a sei zampe farà bene ad adeguarsi.
Pare che funzioni, assai meglio che imporre obtorto collo una tassa poco trasparente.
All’ENI si saranno fatti i conti in tasca: ridurre la marginalità unitaria a fronte di un incremento vertiginoso delle vendite, incremento plausibile fino a quando le compagnie concorrenti non si adatteranno o vareranno strategie oppositive facendo impazzire i rispettivi uffici marketing.
La questione assume valenza politica nel momento in cui si comprende che esistono spazi di manovra nell’aera della “marginalità di vendita”, ovvero dei guadagni in capo alle società petrolifere per ogni litro di carburante venduto, e che pertanto i valori elevati fin qui da tutti praticati potrebbero essere stati concordati da una sorta di cartello energetico assai più che dalle rivalutazioni del Brent alla Borsa di Londra, ipotesi questa di cui molto si chiacchiera ma a cui non vogliamo credere.
Se cade il velo lobbistico, o di cartello, responsabile della speculazione intercontinentale dei prezzi del carburante, si aprono interessanti scenari di protesta pubblica, di indagini sulle alterazione dei valori di mercato, di trattori e camionisti e pescatori in sciopero selvaggio, di procurata inflazione sulle economie occidentali, insomma un quarantotto niente male capace di travolgere i governi che hanno chiuso un occhio e lasciato fare quando non, addirittura, governato la speculazione dietro alle quinte come avrebbe fatto, stando ai maligni, l’amministrazione Trump.
A un mese dalle elezioni di Mid Term sarebbe, per il biondone, un’altra rogna niente male, ma che dire dei politicanti al vertice UE che da mesi sbandierano l’emergenza dei costi dei carburanti per vendere l’elettrico agli europei riottosi?
Vuoi vedere che ci potrebbe essere relazione? Ma no, dai su, non scherziamo!
Il ritorno della Politica
La “botta” è fortissima perché è evidente che gli europei, e gli americani, si domanderanno: “se lo fa il governo Meloni perchè non lo fa anche il nostro governo?”.
E qui cominciano i casini seri perché se le compagnie petrolifere partecipate dai rispettivi Stati abbasseranno i prezzi allora sarà confermato che i prezzi elevati erano frutto prevalentemente della speculazione, mentre se saranno mantenuti elevati allora la classe politica si dimostrerà incapace, incompetente e inadatta a ricoprire la posizione. Tertium non datur.
Con un solo gesto, e senza applicare tasse o “mettere le mani nelle tasche dei cittadini”, il governo Meloni può affermare quanto meno agli occhi del continente il valore del proprio modello politico ponendosi la Presidenta, come da sempre aspira, al centro degli interessi e delle manovre politiche continentali in vista di un anno, il 2027, dalla pesante valenza politica e mettendo una consistente prelazione elettorale nello scenario nazionale.
L’affermazione implicita è semplice: solo noi siamo in grado di affermare il ritorno della primazia politica nei confronti dell’economia, affermando quindi un principio molto caro ai conservatori, ai sovranisti, ai putiniani e ai filo cinesi che nell’indirizzo politico dell’economia individuano la necessità strategica fondamentale e che nella capacità di autoregolamentazione del mercato credono come i tre porcellini credono alle parole di Lupo Ezechiele.
Certo, può darsi che Zio Donald si arrabbi, ma ormai per lui è tardi per tentare un riavvicinamento: a Hormuz rischia un bagno di sangue e uno immenso shit-storm, mentre sul fronte interno anche le mance elettorali promesse sembrano non aiutare a raggiungere il pareggio tra Camera e Senato.
Tu chiamale se vuoi elezioni
C’è dell’altro. Tra sospensione del bollo auto per le piccole cilindrate e prezzo calmierato dei carburanti il governo Meloni ha tirato un uno-due pugilistico nel fegato dell’opposizione, producendo un effetto potenzialmente di consenso nella base elettorale, effetto che però dovrà sbrigarsi a capitalizzare pena la dimenticanza, sport in cui l’elettore italico è piuttosto competente.
Così, anche per non dare all’opposizione il tempo di ricomporsi, di ragionare e di impostare una propria strategia economica e fiscale (materia di cui non vi è traccia alcuna in campo progressista), il Governo più lungo e stabile della storia repubblicana potrebbe decidere di tornare alle urne in primavera, forte di provvedimenti popolari, di un’occupazione stabile e cresciuta (anche se dai salari esigui), e da un controllo della spesa pubblica che ha rassicurato ampiamente i mercati planetari anche se non ha migliorato le condizioni della scuola, della sanità o dell’edilizia pubblica.
Insomma, sul controllo e il calmieramento dei prezzi del carburante si è avviata una campagna elettorale che non può prolungarsi all’infinito, soprattutto a fronte di una legge finanziaria che non potrà essere ricca di mance e sovvenzioni come si sperava.
