26 Ottobre 2026, lunedì
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Missili e droni su Kiev, la notte dell’attacco: un bambino muore sotto le macerie

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Una nuova notte di guerra ha investito Kiev e la sua regione. Missili balistici e droni russi hanno raggiunto la capitale e le aree circostanti, mentre la contraerea ucraina entrava in azione per fronteggiare l’attacco. Per ore il cielo della città è stato attraversato dalle esplosioni, segnalate in diversi quartieri dopo l’allarme diffuso dall’Aeronautica militare ucraina.

Le conseguenze del raid sono state avvertite anche sul terreno. In alcune zone di Kiev si sono registrate interruzioni dell’energia elettrica, mentre i soccorritori sono intervenuti per domare un incendio scoppiato in un’area residenziale del distretto di Sviatoshynskyi. A riferire dell’intervento è stato il sindaco della capitale, Vitali Klitschko.

Ma è nella regione di Kiev che il bilancio dell’attacco ha assunto i contorni più drammatici. A Vyshgorod, un’abitazione è stata colpita e completamente distrutta. Quando i soccorritori hanno iniziato a scavare tra le macerie, hanno trovato il corpo senza vita di un bambino. La notizia è stata riferita dal capo dell’amministrazione regionale, Timur Tkachenko.

Tre persone sono state invece tratte in salvo. Tra loro c’è un altro bambino. Gli altri due superstiti sono un uomo e una donna, rimasti feriti durante il crollo. Le operazioni di soccorso hanno portato alla luce anche il corpo di una seconda vittima, una donna.

Il raid su Kiev si inserisce in una notte segnata da una nuova intensa escalation di attacchi aerei. Le autorità ucraine hanno segnalato l’impiego combinato di missili e droni, una modalità che negli ultimi mesi ha reso particolarmente complessa la difesa dello spazio aereo e ha accresciuto il rischio per le aree urbane.

Mosca: «Abbattuti 384 droni ucraini»

Nelle stesse ore, Mosca ha riferito di avere respinto un massiccio attacco di droni provenienti dall’Ucraina. Secondo il ministero della Difesa russo, tra le 20 di ieri e le 8 di questa mattina, corrispondenti alle 19 e alle 7 in Italia, le forze di difesa aerea hanno intercettato e distrutto 384 droni ucraini ad ala fissa.

Il ministero ha indicato un’ampia area geografica interessata dalle operazioni di intercettazione. I droni sarebbero stati abbattuti sopra le repubbliche di Bashkortostan, Crimea e Tatarstan, nel territorio di Perm, nella regione di Mosca e sul Mar Nero. Altri velivoli senza pilota sono stati segnalati nelle regioni di Belgorod, Brjansk, Volgograd, Voronezh, Kostroma, Kursk, Orel, Penza, Rostov, Rjazan, Samara, Saratov e Ul’janovsk.

Nel comunicato, il ministero della Difesa russo non ha fornito informazioni su eventuali vittime o danni provocati dall’attacco.

Il quadro che emerge dalle dichiarazioni delle due parti è quello di una nuova notte di attacchi incrociati, con Kiev colpita da missili e droni e Mosca che rivendica l’intercettazione di centinaia di velivoli senza pilota. Sul terreno, però, il bilancio più immediato e concreto resta quello delle vittime civili nella regione della capitale ucraina, dove tra le macerie di una casa distrutta è stato trovato il corpo di un bambino.

La rivoluzione dei Brueghel sbarca a Palazzo Reale: a Milano la mostra sulla dinastia che inventò la pittura moderna

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Apre a Palazzo Reale la prima grande mostra interamente dedicata alla dinastia dei Brueghel, una delle famiglie artistiche più rivoluzionarie e influenti del Rinascimento europeo. L’esposizione, intitolata “I Brueghel. Le origini dei generi pittorici in Europa”, resterà aperta al pubblico fino al 31 gennaio 2027. Attraverso un percorso storico che vanta oltre 80 opere tra dipinti, disegni e stampe, la mostra celebra il genio creativo di questi maestri fiamminghi che, tra i Paesi Bassi e l’Italia, diedero vita ai moderni generi pittorici: dai paesaggi innevati alle nature morte, dalle scene di vita contadina fino alle battaglie.

Il progetto, promosso dal Comune di Milano – Cultura e prodotto da Palazzo Reale con 24 ORE Cultura, è firmato da Bernard Aikema e curato da Carlotta Striolo. La mostra rappresenta il terzo capitolo di un ciclo che indaga il Rinascimento europeo come un fenomeno polifonico e internazionale, non solo italiano. “Dopo i successi su Bosch e Dürer — spiega l’assessore alla Cultura, Tommaso Sacchi — Palazzo Reale presenta una dinastia che ha segnato la storia dell’arte attraverso una rete di centri creativi tra Italia, Fiandre, Germania e Paesi Bassi”. Un’occasione unica per scoprire come la famiglia fiamminga abbia rivoluzionato i canoni estetici del continente.

Il percorso espositivo parte da Pieter Bruegel il Vecchio, capostipite della dinastia. Rispetto all’eredità visionaria di Hieronymus Bosch, il Vecchio scelse di abbandonare gli incubi medievali per concentrarsi sulla terra: il fango, la neve e la quotidianità delle feste di paese. Con lui il popolo, contadini e bambini, diventa per la prima volta protagonista assoluto dell’arte.

La fortuna commerciale del “brand Brueghel” si deve tuttavia al primogenito, Pieter Brueghel il Giovane. Con la sua fruttuosa bottega e l’aiuto di eccelsi copisti, il figlio seppe riprodurre e diffondere sul mercato europeo innumerevoli varianti dei modelli paterni, dai paesaggi innevati alle scene rurali.

Un ruolo di primissimo piano spetta infine al secondogenito, Jan Brueghel il Vecchio. Artista cosmopolita, Jan viaggiò a lungo in Italia ed entrò nelle grazie del cardinale Federico Borromeo, che lo invitò a Milano nel 1595. Il legame con l’arcivescovo milanese diede vita a capolavori assoluti come il celebre “Fiori in un vaso”, oggi tra i prestiti più importanti in mostra grazie alla Pinacoteca Ambrosiana, confermando Milano come centro nevralgico della diffusione della pittura fiamminga in Europa.

Nelle sale di Palazzo Reale il percorso si arricchisce inoltre di un fitto dialogo con altri grandi maestri dell’epoca. Il “fenomeno Brueghel” viene infatti messo a confronto con le opere di artisti come Lucas van Valckenborch, Roelandt Savery, Pieter Stevens e Paul Bril, le cui produzioni di paesaggi e nature morte sarebbero state impensabili senza i modelli della dinastia fiamminga. A questi si affiancano i maestri italiani della bottega dei Bassano, a testimonianza di una contaminazione culturale senza confini.

La mostra restituisce così il quadro di un’epoca di profondo fermento economico, sociale e culturale, capace di gettare le basi per la pittura moderna. A confermarlo in chiusura di percorso sono i capolavori di artisti del calibro di Jan van Goyen (con il suo Paesaggio con due querce), Jan Steen (La festa del villaggio) e Adriaen van Ostade, affiancati dalle tele di Adriaen Brouwer e Hendrick Avercamp. Un’occasione imperdibile per scoprire come il “brand Brueghel” abbia per sempre ridefinito lo sguardo dell’Europa del Seicento.

Volo Flydubai per Tel Aviv, paura in cabina: lite tra i piloti, l’aereo devia e lancia l’allarme

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Momenti di paura a bordo di un volo Flydubai diretto da Dubai a Tel Aviv. Il volo FZ 1073, con circa 180 passeggeri, ha lanciato un segnale di emergenza mentre sorvolava la regione, modificando successivamente la propria traiettoria e dirigendosi verso l’Arabia Saudita. Per alcuni minuti l’episodio ha fatto temere anche un possibile dirottamento, al punto che due caccia dell’Aeronautica militare israeliana sono stati fatti decollare in via precauzionale.

Secondo i dati di tracciamento del volo, riportati da FlightRadar e citati dal Times of Israel, il velivolo ha trasmesso il codice transponder 7700, il segnale utilizzato a livello internazionale dagli equipaggi per indicare una situazione di emergenza. L’aereo avrebbe inoltre compiuto una rapida discesa, passando da circa 34 mila a 14 mila piedi, prima di modificare la rotta.

La dinamica dell’accaduto resta tuttavia da chiarire. Le prime informazioni diffuse dai media israeliani hanno parlato di un possibile episodio di natura terroristica. Una ricostruzione che, nelle ore immediatamente successive all’allarme, ha alimentato fortemente la tensione in Israele, ma che non risulta al momento accompagnata da una conferma ufficiale definitiva.

La colluttazione nella cabina di pilotaggio

La stessa compagnia Flydubai ha fornito una prima versione dell’accaduto, spiegando che durante il volo si sarebbe verificata una colluttazione tra i piloti nella cabina di pilotaggio. Secondo quanto riferito da Channel 12, uno dei due avrebbe perso conoscenza durante lo scontro.

I due piloti sarebbero, secondo i media israeliani, rispettivamente di nazionalità omanita ed emiratina. Le informazioni sulla dinamica dell’aggressione sono però ancora frammentarie e, in parte, contraddittorie.

Una delle ricostruzioni circolate nelle ore successive sostiene che uno dei piloti avrebbe tentato di provocare lo schianto del velivolo e che l’altro sarebbe intervenuto per impedirlo, anche con l’aiuto di alcuni passeggeri. Una versione successiva riferisce invece che sarebbe stato un membro dell’equipaggio ad aggredire il pilota con un coltello, arrivando a danneggiare alcuni sistemi dell’aereo.

Elementi che dovranno essere verificati attraverso le testimonianze dell’equipaggio, dei passeggeri e soprattutto attraverso i dati tecnici del volo.

«Abbiamo pensato che fosse la fine»

A bordo, intanto, i passeggeri hanno vissuto minuti di grande apprensione. Uno di loro ha raccontato a Channel 12 di aver sentito «urla e grida» provenire dalla parte anteriore dell’aereo. «Ci sono stati momenti in cui eravamo certi che fosse la fine», ha riferito.

Secondo la testimonianza, la porta della cabina di pilotaggio sarebbe stata aperta e alcuni passeggeri avrebbero visto del sangue. L’equipaggio avrebbe quindi ordinato ai viaggiatori di restare seduti e di non lasciare il velivolo, consentendo l’uscita soltanto ai piloti coinvolti nell’episodio.

A contribuire alla gestione dell’emergenza ci sarebbero stati anche altri due piloti presenti a bordo, che avrebbero assunto il controllo del velivolo e consentito all’aereo di proseguire il volo fino all’atterraggio.

L’allarme in Israele

L’anomalia del volo ha fatto scattare immediatamente i protocolli di sicurezza israeliani. Due caccia sono stati inviati a intercettare e verificare il velivolo, mentre ai massimi livelli politici e della sicurezza veniva convocata una riunione d’emergenza.

Il primo ministro Benjamin Netanyahu e il ministro della Difesa Israel Katz sono stati informati dell’accaduto. L’ufficio del premier ha successivamente comunicato che la situazione era sotto controllo e che erano state adottate le misure necessarie per assicurare il rientro in sicurezza dei passeggeri israeliani.

«A seguito delle preoccupazioni relative a un incidente aereo, il primo ministro Netanyahu ha tenuto consultazioni sulla questione e sta monitorando attentamente gli sviluppi», ha fatto sapere il suo ufficio. «L’incidente è attualmente sotto controllo e sono state messe in atto tutte le misure necessarie per garantire il rientro in sicurezza dei passeggeri israeliani in Israele».

Nel frattempo, secondo quanto riferito dai media israeliani, l’amministratore delegato di Flydubai avrebbe informato le autorità dei trasporti israeliane sulle procedure per consentire il trasferimento dei passeggeri. Un aereo sarebbe dovuto partire da Dubai alla volta dell’Arabia Saudita, per poi proseguire verso Israele.

Un’emergenza ancora tutta da ricostruire

Il dato certo, al momento, è che il volo ha segnalato un’emergenza, ha modificato la propria traiettoria e ha subito una significativa variazione di quota. È altrettanto confermata dalla compagnia la colluttazione avvenuta nella cabina di pilotaggio.

Restano invece da accertare le circostanze che hanno provocato lo scontro, il ruolo dei singoli membri dell’equipaggio e soprattutto l’eventuale intenzionalità delle manovre compiute durante la fase più concitata del volo.

Le ipotesi più gravi, compresa quella di un tentativo deliberato di provocare lo schianto, sono al momento basate su ricostruzioni e testimonianze ancora da verificare. Saranno le indagini e l’analisi dei dati di bordo a stabilire che cosa sia realmente accaduto nella cabina di pilotaggio del volo FZ 1073.

Trump apre alla vigilanza sull’intelligenza artificiale: «Potremmo bloccare i modelli se non usati per il bene»

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Per giorni Donald Trump ha guardato alla regolamentazione dell’intelligenza artificiale con una certa diffidenza. Ora il presidente americano sembra disposto a spostare, almeno in parte, il confine. Non verso una stretta generalizzata imposta dall’alto, ma verso un sistema di vigilanza capace, nelle sue intenzioni, di intervenire quando la tecnologia dovesse prendere una direzione considerata pericolosa.

L’ipotesi è quella di un comitato composto da dieci persone incaricate di vigilare sull’intelligenza artificiale. Un organismo che, nelle parole di Trump, potrebbe arrivare fino a una misura estrema: bloccare i modelli qualora non fossero utilizzati «a fin di bene».

È un passaggio significativo per un presidente che ha fatto della leadership tecnologica americana uno degli assi della propria strategia. Trump non sembra infatti voler rinunciare alla corsa all’intelligenza artificiale, che considera decisiva per la competizione globale. Piuttosto, sembra interrogarsi su chi debba fissare i limiti di quella corsa e, soprattutto, su quanto debba essere invasivo l’intervento dello Stato.

A tavola con i giganti della tecnologia

Le parole del presidente sono arrivate durante un pranzo alla Casa Bianca con alcuni dei protagonisti assoluti della rivoluzione tecnologica americana. Attorno al tavolo c’erano, tra gli altri, Elon Musk, il numero uno di Nvidia Jensen Huang, Mark Zuckerberg di Meta e Jeff Bezos di Amazon.

Un incontro che restituisce plasticamente il peso che l’intelligenza artificiale ha assunto nell’agenda politica ed economica di Washington. Trump ha definito un «onore» lavorare con persone «molto intelligenti», sottolineando la sintonia con il mondo della tecnologia e rivendicando il vantaggio accumulato dagli Stati Uniti.

«Siamo molto allineati», ha detto il presidente. «Il lavoro che hanno svolto è incredibile. Abbiamo un vantaggio enorme e lo manterremo».

La questione più delicata, tuttavia, resta quella dei controlli. Perché se Trump ha aperto alla possibilità di una supervisione più strutturata, ha contemporaneamente ribadito di non voler trasformare l’industria tecnologica in un settore sottoposto a una rete eccessivamente rigida di vincoli pubblici.

La linea dell’autoregolamentazione

Il punto di equilibrio indicato dalla Casa Bianca resta infatti quello dell’autoregolamentazione. Trump ha parlato della necessità di una «forte autoregolamentazione», da affiancare alle norme e agli strumenti di controllo già esistenti, compresi quelli che fanno capo al Dipartimento di Giustizia e all’Fbi.

La posizione è stata sostanzialmente ripresa anche da Zuckerberg. Secondo il fondatore di Meta, le aziende tecnologiche hanno concordato sull’opportunità di introdurre controlli interni solidi e diversi livelli di verifica sui sistemi di intelligenza artificiale.

È proprio qui che si concentra una delle questioni centrali del dibattito americano. Da una parte c’è la necessità di non rallentare una tecnologia considerata strategica per la competitività economica e la sicurezza nazionale. Dall’altra cresce la consapevolezza che sistemi sempre più potenti richiedano meccanismi di verifica altrettanto sofisticati.

L’idea di un comitato di vigilanza sembra dunque inserirsi in questo spazio intermedio: non una vera e propria autorità pubblica con un potere regolatorio definito, almeno per ora, ma un possibile organismo destinato a osservare l’evoluzione dei modelli e a intervenire nei casi ritenuti più problematici.

Dall’intelligenza artificiale alla «superintelligenza»

Nel suo intervento Trump ha anche rilanciato una questione apparentemente terminologica, ma che riflette la velocità con cui sta cambiando il settore. Il presidente ha sostenuto che il termine intelligenza artificiale sarebbe stato ormai sostituito da «superintelligenza», abbreviata in «Si».

Una definizione che accompagna una previsione altrettanto ambiziosa. Secondo Trump, l’intelligenza artificiale viene descritta da molti come la nuova rivoluzione industriale. Il presidente ha ammesso di non sapere se il paragone sia corretto, ma ha osservato che, se lo fosse, la trasformazione potrebbe essere persino più grande di quelle che l’hanno preceduta.

La convinzione di fondo, però, resta netta: gli Stati Uniti sono in testa e intendono restarci.

Ed è probabilmente questo il filo che tiene insieme le due anime del messaggio di Trump. Da un lato la disponibilità, finora tutt’altro che scontata, a discutere di vigilanza e persino di un possibile blocco dei modelli considerati non sicuri. Dall’altro la volontà di proteggere il vantaggio americano nella tecnologia che Washington considera ormai una delle principali frontiere della competizione internazionale.

Il risultato è una posizione ancora in evoluzione. Trump apre alla supervisione, ma senza abbandonare l’idea che siano innanzitutto le stesse aziende a darsi le regole. E mentre la Casa Bianca comincia a interrogarsi sui limiti da imporre alla nuova tecnologia, la Silicon Valley continua a essere, allo stesso tempo, interlocutore privilegiato e soggetto da controllare.

Bollette, arriva il “tetto” delle grandi aziende: sconti fino al 50% su luce e gas

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Dopo la sfida sul prezzo dei carburanti, il confronto tra i grandi gruppi energetici si sposta sulle bollette di luce e gas. Eni ed Enel hanno annunciato nuove offerte a prezzo fisso con l’obiettivo dichiarato di alleggerire la spesa delle famiglie, mentre A2A rilancia con proposte di lungo periodo già disponibili sul mercato. Una partita che arriva in un momento tutt’altro che semplice per i consumatori: per i circa tre milioni di clienti vulnerabili ancora serviti in Maggior Tutela, Arera ha appena annunciato un aumento del 37,3% della bolletta elettrica nel quarto trimestre del 2026.

Il quadro, dunque, è quello di un mercato attraversato da due dinamiche opposte. Da una parte le aziende cercano di intercettare la domanda di stabilità offrendo prezzi bloccati e sconti sulla componente energia. Dall’altra, il costo dell’elettricità per una parte consistente dei consumatori torna a salire, spinto dalle quotazioni all’ingrosso e dalle tensioni geopolitiche.

Eni, sconto del 30% e prezzo bloccato per due anni

A muoversi per prima è stata Eni, che ha presentato attraverso Plenitude una nuova offerta valida dal primo ottobre. La proposta potrà essere sottoscritta fino al 24 ottobre e prevede uno sconto del 30% sui corrispettivi di luce e gas rispetto alla principale offerta a prezzo fisso della società.

La formula prevede il blocco del prezzo per due anni. Secondo le stime diffuse dall’azienda, il risparmio sarebbe nell’ordine dei 100 euro l’anno per la fornitura di gas e di altri 100 euro per quella elettrica, per un beneficio complessivo di circa 200 euro all’anno per una famiglia che sottoscriva entrambe le forniture.

Il meccanismo è pensato per offrire maggiore protezione dalle oscillazioni del mercato. Eni si impegna infatti a mantenere invariato il prezzo della materia prima, assumendosi il peso degli eventuali aumenti dei costi di approvvigionamento.

L’offerta non è riservata ai nuovi clienti. Anche chi è già cliente Plenitude potrà aderire attraverso un cambio di offerta effettuabile tramite i canali della società.

Enel: “La nostra tariffa è già al 50% del prezzo all’ingrosso”

Sul terreno della convenienza si inserisce anche Enel, che ricorda come sia già attiva dall’aprile 2026 la sua offerta a prezzo fisso “Digital luce”, anch’essa con durata biennale.

Il prezzo indicato dall’azienda è di 108 euro per MWh per la componente energia, un livello che Enel definisce inferiore di circa il 50% rispetto al prezzo di mercato all’ingrosso. La società sostiene inoltre che, anche alla luce delle nuove proposte annunciate dai concorrenti, la tariffa rappresenti la più bassa offerta sul mercato nazionale tra gli operatori primari.

Per una famiglia con un consumo medio di 2 MWh all’anno, secondo i calcoli di Enel, il risparmio rispetto al prezzo all’ingrosso sarebbe di circa 200 euro l’anno.

Il confronto tra le offerte, tuttavia, richiede attenzione. Il prezzo della materia prima non coincide con il costo complessivo della bolletta, che comprende anche altre componenti, tra oneri, imposte, trasporto e gestione del contatore. Il risparmio effettivo dipende quindi dai consumi e dalle condizioni contrattuali applicate a ciascun cliente.

Meloni: “Spero che gli attori scelgano di dare una mano”

La nuova offensiva commerciale arriva mentre il governo sollecita le imprese a contribuire alla riduzione dei costi sostenuti da famiglie e aziende.

Da Praga, la presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha accolto positivamente l’iniziativa, collegandola alla precedente mobilitazione sul prezzo dei carburanti e allargando il ragionamento anche all’energia.

“È un appello per dare una mano alle famiglie e alle imprese”, ha spiegato la premier, sottolineando la risposta arrivata prima da Eni e poi da Ip e Q8 sul fronte dei carburanti. Secondo Meloni, il tema ora si estende alle bollette e l’auspicio è che gli operatori possano fare la propria parte, compatibilmente con le condizioni del mercato.

A2A punta sul lungo periodo

Nel confronto entra anche A2A, che rivendica una strategia avviata già nel 2023, dopo la crisi energetica dell’anno precedente. La società ha messo a disposizione dei clienti domestici offerte costruite sulla propria produzione da fonti rinnovabili, con la possibilità di fissare il prezzo dell’energia per dieci anni.

Le offerte “Noi2” di A2A Energia e “10” di NeN, spiega il gruppo, prevedono prezzi fissi decennali inferiori di circa il 50% rispetto agli attuali livelli del prezzo medio all’ingrosso.

Secondo i dati forniti dall’azienda, sono già circa 135 mila le famiglie che hanno scelto queste formule, ottenendo risparmi rispetto alle condizioni di mercato. Dal marzo 2026 una soluzione analoga è stata proposta anche alle piccole e medie imprese.

Il modello è diverso rispetto a quello delle nuove offerte biennali di Eni ed Enel: non punta soltanto a proteggere il consumatore dalle oscillazioni nel breve periodo, ma a garantire una maggiore prevedibilità della spesa per un arco temporale molto più lungo.

Per i vulnerabili la bolletta sale del 37,3%

A rendere ancora più evidente la tensione sul mercato è intanto il dato comunicato da Arera. Nel quarto trimestre del 2026 la bolletta elettrica dei circa tre milioni di clienti vulnerabili serviti in Maggior Tutela aumenterà del 37,3% rispetto ai tre mesi precedenti.

L’autorità attribuisce l’incremento soprattutto alla crescita dei costi di acquisto dell’energia elettrica. A pesare sono le aspettative di un aumento del prezzo unico nazionale dell’elettricità, il PUN, nel prossimo trimestre, oltre ai livelli più elevati registrati nel terzo trimestre rispetto alle stime formulate a giugno.

Sul mercato energetico torna così a pesare anche l’instabilità geopolitica internazionale, che ha contribuito a modificare le prospettive sui prezzi all’ingrosso.

La distanza tra le offerte commerciali e l’andamento della tariffa regolata racconta quindi una fase particolare per il mercato dell’energia. Le aziende cercano di conquistare i consumatori puntando sulla certezza del prezzo e su risparmi dichiarati nell’ordine di centinaia di euro l’anno. Per una parte dei clienti, però, il costo dell’elettricità è destinato nel frattempo a crescere sensibilmente.

Il vero banco di prova sarà dunque la bolletta finale: non soltanto quanto viene promesso in fase di sottoscrizione, ma quanto una famiglia riuscirà effettivamente a risparmiare nell’arco dell’anno, alla luce dei propri consumi e di tutte le voci che compongono la spesa energetica.

Omicidio Custra, la pena per Ventura non è prescritta: la Corte d’Assise d’appello ordina di scontare i 14 anni

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Nella fotografia: Raffaele Ventura

La pena non è prescritta e quei 14 anni di carcere devono ancora essere scontati. È il punto decisivo della sentenza con cui la Corte d’Assise d’appello di Milano, nel giudizio di rinvio disposto dalla Cassazione, ha ribaltato il precedente verdetto sul caso di Raffaele Ventura, 76 anni, ex militante delle Formazioni comuniste combattenti, condannato per concorso morale nell’omicidio del vicebrigadiere Antonio Custra, ucciso a Milano il 14 maggio 1977.

La vicenda giudiziaria ruota attorno a una questione apparentemente tecnica, ma dalle conseguenze concrete: stabilire se la pena fosse ormai estinta per prescrizione oppure se un atto compiuto nel 2017 dalle autorità francesi avesse interrotto il decorso del termine.

La Corte, presieduta dai giudici togati Nasi e Centonze, ha accolto la linea sostenuta dalla procuratrice generale di Milano Francesca Nanni e ha revocato l’ordinanza con cui nel 2024 era stata dichiarata la prescrizione della pena, decisione poi confermata dalla stessa Corte d’Assise d’appello nel 2025.

Il passaggio decisivo risale al 17 luglio 2017. Secondo la Procura generale, quel giorno Ventura fu sottoposto in Francia a un arresto provvisorio della durata di circa sei ore, su mandato delle autorità italiane. Un atto che, nella ricostruzione dell’accusa, avrebbe interrotto la prescrizione e fatto ripartire il conteggio del termine. Da qui la conclusione: la pena non può essere considerata estinta e resta dunque eseguibile.

È una lettura che la difesa contesta radicalmente. L’avvocato Davide Steccanella ha già annunciato un nuovo ricorso in Cassazione e sottolineato come Ventura, allo stato, rimanga libero e continui a vivere in Francia.

«Andrò in Cassazione», ha spiegato il legale, contestando in particolare che possa essere considerata inizio dell’esecuzione della pena una permanenza di tre ore in una stazione di polizia francese senza la comparizione davanti a un giudice. Secondo Steccanella, inoltre, il mandato di arresto europeo richiamato nella vicenda riguarderebbe condanne per fatti commessi fino al 1976, dunque un anno prima dell’omicidio Custra, e non conterrebbe alcun riferimento né all’omicidio né allo stesso fatto del 14 maggio 1977.

La questione, dunque, è destinata a tornare davanti alla Suprema Corte. Nel frattempo, il ribaltamento deciso nell’appello bis riporta al centro una vicenda giudiziaria che affonda le radici negli anni più drammatici della storia italiana.

Ventura vive da decenni in Francia, dove ha beneficiato della cosiddetta dottrina Mitterrand, la linea politica adottata negli anni Ottanta dall’allora presidente francese François Mitterrand nei confronti di numerosi ex militanti della lotta armata italiana. Per Ventura, la conseguenza è stata una lunga permanenza oltralpe senza l’espiazione della pena inflitta in Italia.

La procuratrice generale Nanni, nell’udienza del 18 settembre, aveva insistito proprio su questo elemento. Ventura, aveva ricordato, è stato condannato in Italia per fatti di particolare gravità a pene complessivamente quantificate in circa 50 anni di carcere, senza però avere mai scontato una giornata di detenzione. Rimane ora la condanna relativa all’omicidio Custra, sulla quale si è concentrato il confronto giudiziario degli ultimi anni.

Il nodo non riguarda quindi una nuova valutazione della responsabilità per l’omicidio, già accertata con sentenza, ma l’efficacia nel tempo della pena. Da una parte la Procura generale sostiene che l’arresto provvisorio del 2017 abbia interrotto la prescrizione. Dall’altra, la difesa mette in discussione che quell’episodio possa essere qualificato come atto di esecuzione della pena relativa all’omicidio del 1977.

La sentenza depositata oggi dà ragione alla prima ricostruzione. Ma non chiude la partita. La parola passa nuovamente alla Cassazione, mentre Ventura resta in Francia e, per ora, a piede libero.

La lunga coda giudiziaria dell’omicidio Custra, a quasi mezzo secolo dai fatti, non è dunque ancora arrivata all’ultimo capitolo.

Gasolio alterato, blitz a Roma: sequestrati 26mila litri e sigillate quattro cisterne

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Oltre 26mila litri di gasolio alterato, quattro cisterne e altrettante pistole erogatrici finite sotto sequestro, nove violazioni contestate sul fronte della trasparenza dei prezzi e due persone segnalate all’autorità giudiziaria. È il bilancio dei controlli eseguiti dall’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli, insieme alla Guardia di Finanza, nel settore della distribuzione stradale dei carburanti a Roma e in provincia.

L’operazione, condotta dal personale della Direzione territoriale Lazio e Abruzzo dell’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli con i finanzieri del Comando provinciale di Roma, ha interessato complessivamente 68 impianti. Un’attività mirata su due fronti: da una parte il contrasto alle frodi fiscali legate alle accise, dall’altra la verifica della corretta esposizione e comunicazione dei prezzi praticati agli automobilisti.

A far scattare il sequestro più consistente è stata la scoperta di gasolio non conforme. Il carburante, secondo quanto riferito dall’Adm, sarebbe stato alterato attraverso l’aggiunta di sostanze chimiche più volatili ed economiche, una pratica finalizzata ad aumentare il volume del prodotto e, contestualmente, a eludere il pagamento delle accise.

Non si tratta soltanto di una questione fiscale. La manipolazione del carburante può infatti avere conseguenze anche sul piano della sicurezza. Le sostanze utilizzate per modificare il prodotto possono renderlo altamente infiammabile, con un rischio di incendio o esplosione che può manifestarsi nelle diverse fasi della filiera, dal trasporto allo stoccaggio nei serbatoi interrati fino alla distribuzione attraverso le pompe.

Per i fatti accertati, due persone sono state segnalate all’autorità giudiziaria per le ipotesi di frode nell’esercizio del commercio e sottrazione all’accertamento o al pagamento dell’accisa. Sarà ora l’autorità giudiziaria a valutare le responsabilità sulla base degli elementi raccolti durante i controlli.

Parallelamente, l’attività ispettiva ha acceso i riflettori sulla corretta comunicazione dei prezzi dei carburanti. I militari dei Gruppi della Guardia di Finanza di Roma, Civitavecchia e Guidonia Montecelio hanno effettuato 34 verifiche nei confronti degli esercenti.

In questo caso sono state accertate nove violazioni. Cinque riguardano la mancata trasparenza dei prezzi esposti alla clientela, una la gestione irregolare dei registri e tre l’omessa comunicazione preventiva dei prezzi praticati al Ministero delle Imprese e del Made in Italy attraverso l’apposita piattaforma informatica.

Numeri che restituiscono la fotografia di un settore sottoposto a controlli su più livelli. La qualità e la sicurezza del carburante si intrecciano infatti con la corretta applicazione della normativa fiscale e con il diritto degli automobilisti a conoscere in modo chiaro il prezzo del prodotto acquistato. L’operazione condotta nel territorio romano punta così a colpire tanto le condotte potenzialmente fraudolente quanto le irregolarità che possono compromettere la trasparenza del mercato.

Pisa, mesi di violenze contro la moglie incinta: 37enne in carcere

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Per mesi avrebbe trasformato la vita della moglie in una quotidianità fatta di paura, isolamento e violenze. Fino all’episodio che ha fatto scattare l’allarme: la donna, in lacrime, sarebbe stata strattonata con violenza in strada dal marito, un 37enne di origini pakistane. A notare la scena sono stati alcuni passanti, che hanno chiamato il 112.

L’intervento di una Volante della Questura di Pisa ha permesso di mettere in salvo la donna e di interrompere quella che, secondo quanto ricostruito dagli investigatori, era una situazione di maltrattamenti protratti nel tempo. La vittima è stata accompagnata al Pronto Soccorso, dove è stata presa in carico anche attraverso il protocollo rosa, il percorso di assistenza riservato alle persone vittime di violenza.

Proprio in ospedale è arrivata un’ulteriore scoperta: la donna era incinta.

Agli operatori specializzati che l’hanno ascoltata ha raccontato una convivenza diventata rapidamente insostenibile. Era rientrata in Italia dal Pakistan nel giugno scorso, dopo il matrimonio, e da quel momento, secondo la sua testimonianza, il rapporto con il marito sarebbe stato caratterizzato da un controllo sempre più stringente.

La donna avrebbe vissuto sostanzialmente chiusa in casa, con la possibilità di uscire soltanto accompagnata dal marito. A questo isolamento si sarebbero aggiunte pressioni economiche, violenze fisiche e vessazioni psicologiche. Persino attività ordinarie, come effettuare visite mediche o uscire per piccoli acquisti, sarebbero state sottoposte al controllo dell’uomo.

Nel racconto della vittima compaiono inoltre offese e minacce ripetute, anche di morte. In almeno un episodio le percosse avrebbero provocato alla donna contusioni multiple, giudicate guaribili in trenta giorni.

Il caso è passato quindi al vaglio degli investigatori e della Procura di Pisa. Le indagini, coordinate da un magistrato del Gruppo specializzato istituito presso la Procura della Repubblica di Pisa, avrebbero fatto emergere un quadro indiziario ritenuto grave.

Sulla base degli elementi raccolti, il gip ha disposto per il 37enne la misura cautelare della custodia in carcere. L’uomo è stato trasferito nel penitenziario Don Bosco di Pisa.

La vicenda è dunque approdata alla fase giudiziaria, mentre gli accertamenti proseguono per ricostruire nel dettaglio la sequenza delle presunte violenze e delle condotte contestate all’indagato.

Trento, 17enne arrestato per terrorismo: in casa armi, propaganda suprematista e manuali per fabbricare ordigni

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Un arsenale di armi bianche, materiale di propaganda neonazista e suprematista, manuali con istruzioni per la fabbricazione di ordigni e documenti dedicati alle tecniche operative per aggredire e colpire persone. È quanto la polizia avrebbe trovato nell’abitazione di un ragazzo di 17 anni residente in provincia di Trento, arrestato con l’accusa di detenzione di materiale con finalità di terrorismo.

L’indagine è partita nell’autunno del 2025, nell’ambito delle attività di monitoraggio dei canali riconducibili agli ambienti suprematisti. Secondo gli investigatori, il giovane avrebbe progressivamente manifestato una forte adesione alla propaganda dell’estrema destra radicale, arrivando a definire “eroi” i cosiddetti terroristi bianchi e a giustificarne le azioni attraverso il richiamo alla presunta difesa della razza bianca.

Un’attività che, secondo quanto emerso dagli accertamenti, non sarebbe rimasta confinata alla sfera personale. Il 17enne avrebbe infatti diffuso numerosi contenuti propagandistici e celebrativi legati all’ideologia suprematista, accelerazionista e neonazista, pubblicando anche materiali riferibili all’Atomwaffen Division, gruppo terroristico statunitense noto per la sua ideologia neonazista e suprematista.

Gli investigatori avrebbero inoltre ricostruito un suo ruolo all’interno di una community presente sui social network, il “F.F.I. Fronte Fascista Italiano”. Il ragazzo avrebbe ricoperto l’incarico di “Vice Capo”, con una funzione descritta come operativa e legata alla selezione di potenziali nuovi aderenti.

Le armi e il materiale sequestrato

Il quadro si è ulteriormente aggravato con la perquisizione domiciliare. All’interno dell’abitazione sono stati trovati diversi vessilli neonazisti e suprematisti, insieme a numerose armi bianche: katane, machete e coltelli di varie dimensioni. Gli agenti hanno inoltre sequestrato balestre, pistole e fucili da soft air.

Tra il materiale acquisito figurano anche fogli manoscritti in formato A4, sui quali erano presenti disegni, simboli ed emblemi riconducibili all’ideologia suprematista.

Ma è soprattutto il contenuto digitale ad avere fornito, secondo gli investigatori, gli elementi più rilevanti dell’indagine. L’analisi dei telefoni cellulari avrebbe consentito di individuare una consistente quantità di materiale di propaganda e documentazione operativa.

Tra i file sequestrati figurerebbero manuali dedicati alla fabbricazione di ordigni artigianali, un testo tradotto dal cirillico con indicazioni relative a sostanze chimiche aggressive, una guida sulle modalità di esecuzione di attentati terroristici mediante veicoli pesanti e un elenco di veleni mortali. Sono stati inoltre individuati manuali sul maneggio delle armi da fuoco e un documento contenente istruzioni e tecniche relative al pedinamento, all’attacco e all’uccisione di bersagli umani.

Il riferimento alla strage di Christchurch

Nel materiale acquisito dalla polizia sarebbe comparso anche il video integrale dell’attentato terroristico compiuto a Christchurch, in Nuova Zelanda, nel 2019 da Brenton Tarrant. Il filmato, secondo gli investigatori, era accompagnato da messaggi nei quali l’autore della strage veniva indicato come un modello da emulare.

Tra i documenti sequestrati anche l’Haters Handbook, manifesto attribuito al collettivo terroristico MMC, acronimo di Maniacs Murder Cult.

Particolarmente significativo, nell’ambito dell’indagine, sarebbe poi il contenuto di alcune conversazioni. Gli investigatori avrebbero trovato riferimenti a un possibile e imminente passaggio all’azione, con espliciti propositi di utilizzare armi artigianali e di ricorrere alla violenza contro specifiche categorie di persone. Tra i bersagli indicati nelle conversazioni comparirebbero ebrei, immigrati, omosessuali, magistrati e politici.

Per gli inquirenti, l’insieme degli elementi raccolti avrebbe quindi delineato un quadro che andava oltre la semplice esposizione a contenuti estremisti, mettendo in relazione propaganda, documentazione operativa, disponibilità di strumenti offensivi e conversazioni nelle quali sarebbe stato prospettato il ricorso alla violenza.

Il 17enne è stato arrestato in flagranza di reato e trasferito presso il Centro di prima accoglienza di Treviso. Nella mattinata di ieri l’arresto è stato convalidato dall’autorità giudiziaria.

Stop ai compiti fuori orario, il Ministero mette un freno alla scuola sempre connessa

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La campanella suona, ma per molti studenti la scuola non finisce. Resta accesa sullo smartphone, vibra nel pomeriggio, compare sul registro elettronico mentre si cena e può tornare a farsi sentire nel fine settimana. Una notifica dopo l’altra, la giornata scolastica si è progressivamente allungata oltre l’orario delle lezioni, trasformando il registro elettronico da strumento organizzativo in una sorta di filo diretto permanente tra scuola, studenti e famiglie.

Ora il Ministero dell’Istruzione e del Merito prova a rimettere un confine.

La stretta arriva con una nuova nota ministeriale, operativa per l’anno scolastico 2026/2027, che richiama le scuole alla necessità di assegnare i compiti in classe, entro il termine delle lezioni, evitando di trasformare il pomeriggio e il fine settimana in una coda digitale dell’orario scolastico.

“Vogliamo una scuola che insegni ai ragazzi a studiare con metodo, responsabilità e serenità, rispettando al tempo stesso i loro tempi e quelli delle famiglie”, ha dichiarato il ministro dell’Istruzione e del Merito Giuseppe Valditara, presentando l’intervento come un argine a una pratica ormai largamente diffusa.

La scuola finisce quando finisce la lezione

Il punto centrale della direttiva è semplice: la consegna dei compiti non dovrebbe arrivare a sorpresa quando la giornata scolastica è già terminata.

La nota invita infatti i docenti a comunicare le attività da svolgere durante le ore di lezione, valorizzando anche strumenti tradizionali come il diario cartaceo. L’obiettivo è evitare che studenti e genitori siano costretti a controllare continuamente il registro elettronico alla ricerca di nuove indicazioni.

Nel mirino finiscono soprattutto gli aggiornamenti caricati nel tardo pomeriggio, in serata o durante il fine settimana, quando l’attività didattica dovrebbe lasciare spazio al riposo e alla vita familiare.

Non si tratta, dunque, di mettere in discussione l’utilità della tecnologia nella scuola. Il problema è l’uso che se ne fa. Il registro elettronico può semplificare la comunicazione, ma se diventa il luogo in cui possono comparire nuove consegne a qualsiasi ora rischia di cancellare proprio quel confine temporale che dovrebbe separare il tempo della scuola da quello personale.

Tre studenti su quattro ricevono compiti fuori orario

Che il problema non sia marginale lo raccontano i dati raccolti da Skuola.net attraverso i monitoraggi condotti tra gli studenti delle scuole medie e superiori.

Soltanto il 24% degli studenti, poco meno di uno su quattro, dichiara di ricevere i compiti esclusivamente durante le ore di lezione, secondo l’ultimo monitoraggio citato.

Per la maggioranza, invece, il registro elettronico e gli altri canali digitali hanno allargato i confini della giornata scolastica. Il 62% degli studenti racconta che capita spesso di ricevere nuove consegne nel pomeriggio o nel fine settimana attraverso il registro, le email o le chat.

C’è poi una fascia ancora più esposta: il 14%, circa uno studente su sette, afferma che l’assegnazione fuori orario rappresenta una prassi abituale e non un episodio occasionale.

Mettendo insieme i dati, emerge una fotografia precisa: circa tre studenti su quattro si trovano periodicamente, se non sistematicamente, a fare i conti con compiti comunicati quando le lezioni sono già finite.

La tecnologia, insomma, ha reso più semplice comunicare. Ma proprio questa semplicità ha finito per rendere più sottile il confine tra una comunicazione necessaria e una reperibilità pressoché continua.

Il registro elettronico non va in vacanza

Il fenomeno non riguarda soltanto la normale settimana scolastica. Il confine temporale si è progressivamente spostato anche oltre l’ultimo giorno di scuola.

I dati relativi alle ultime vacanze estive fotografano un’altra anomalia: il 54% degli studenti ha ricevuto compiti attraverso strumenti digitali dopo la fine delle lezioni di giugno.

Per il 46% dei ragazzi, invece, tutto il lavoro estivo era stato comunicato prima della conclusione dell’anno scolastico. Per gli altri, le consegne sono arrivate anche successivamente.

In particolare, il 31% degli studenti ha ricevuto ulteriori attività rispetto a quelle già indicate in classe. E per il 23%, quasi uno studente su quattro, la parte più consistente dei compiti è arrivata quando le vacanze erano già iniziate.

È proprio questo il paradosso della scuola iperconnessa: gli strumenti digitali nati per rendere più ordinata e immediata la comunicazione possono produrre l’effetto opposto, dilatando indefinitamente il momento in cui la scuola può entrare nella vita privata.

La nuova regola punta alla disconnessione

La nota ministeriale non si limita alle modalità di assegnazione dei compiti. Tra le indicazioni rivolte alle scuole c’è anche quella di favorire una programmazione collegiale delle verifiche, così da evitare la concentrazione di più prove nella stessa giornata.

Il principio di fondo è quello della disconnessione: una volta terminata la lezione, studenti e famiglie non dovrebbero essere costretti a mantenere un controllo permanente sui dispositivi digitali per sapere se è comparso qualcosa di nuovo.

È un cambio di prospettiva significativo. Dopo una fase in cui la digitalizzazione ha progressivamente moltiplicato i canali di comunicazione tra scuola e famiglie, il Ministero richiama ora l’attenzione sull’altra faccia della medaglia: la necessità di stabilire tempi e limiti anche nell’uso della tecnologia scolastica.

Il registro elettronico resta uno strumento della scuola, ma non dovrebbe trasformarsi in una finestra aperta 24 ore su 24.

La sfida, per le scuole, sarà dunque trovare un equilibrio tra organizzazione digitale e rispetto dei tempi personali. Perché se la tecnologia può accorciare le distanze, nella scuola di oggi il problema sembra essere diventato anche l’opposto: capire quando è arrivato il momento di chiudere la connessione.