26 Ottobre 2026, lunedì
Home Blog Page 36

Morte avvelenate, si cercano nel computer di Gianni Di Vita le tracce sulla ricina

0

È dentro la memoria di un computer e di dieci pen drive che gli investigatori cercano una parte delle risposte ancora mancanti sulla morte di Sara Di Vita e di sua madre Antonella Di Ielsi, le due donne decedute lo scorso dicembre a Pietracatella dopo un avvelenamento da ricina.

Gli accertamenti sui dispositivi sequestrati il 31 luglio a Gianni Di Vita, marito di Antonella e padre di Sara, sono cominciati nella tarda mattinata di lunedì negli uffici della questura di Campobasso. Un passaggio tecnico, ma di particolare rilievo nell’inchiesta della Procura di Larino, che ha affidato l’attività a personale specializzato dello Sco, il Servizio centrale operativo della Polizia di Stato.

L’obiettivo è quello di recuperare e mettere in ordine una quantità potenzialmente enorme di informazioni digitali. Non soltanto i contenuti immediatamente visibili, ma anche le tracce lasciate nel tempo dai dispositivi: ricerche sul web, conversazioni, file, immagini, registrazioni, account e collegamenti tra persone e attività online.

Alle operazioni avrebbero potuto assistere anche le parti interessate. Per la difesa di Gianni Di Vita, rappresentato dall’avvocato Vittorino Facciolla, era presente il consulente informatico Gianni Alfonso.

Il perimetro fissato dalla Procura è particolarmente ampio. Gli investigatori dovranno verificare innanzitutto l’eventuale presenza di dati riconducibili a ricerche, contatti o altre attività online finalizzate a procurarsi la ricina da parte delle due vittime. Un aspetto che potrebbe contribuire a chiarire perché e in quale contesto la sostanza sia entrata nella vicenda.

Ma l’esame non si fermerà a questo. La ricerca comprenderà anche i rapporti delle due donne con familiari, parenti e amici, con l’obiettivo di ricostruirne abitudini, frequentazioni e relazioni. Saranno inoltre cercate eventuali annotazioni riguardanti gli alimenti consumati nei giorni precedenti ai malori, così come documenti personali, note, pagine di diario o lettere che possano contenere riferimenti a malattie eventualmente sofferte e non conosciute.

Particolare attenzione sarà riservata anche alle comunicazioni digitali. Nel materiale da analizzare rientrano chat, fotografie, registrazioni vocali, note, cronologia delle navigazioni internet, dati relativi alla posizione dei dispositivi, indirizzi email e account riconducibili ai profili sui social network.

Una sorta di mappa digitale della vita delle due donne, dunque, che potrebbe consentire agli investigatori di incrociare informazioni apparentemente separate e ricostruire sequenze temporali, contatti e attività precedenti alla tragedia.

L’arco temporale indicato dalla Procura è infatti molto esteso: parte dalla prima accensione dei dispositivi e arriva fino all’ultimo loro utilizzo. Non si tratta quindi soltanto di fotografare ciò che era presente nei computer e nelle chiavette al momento del sequestro, ma di ricostruire, per quanto tecnicamente possibile, la storia digitale contenuta al loro interno.

Per completare l’attività sono stati indicati 60 giorni, salvo eventuale proroga. Un termine che dà la misura della mole di dati da esaminare e della complessità degli accertamenti.

Sarà ora il lavoro degli specialisti dello Sco a stabilire quali elementi emergeranno da quel materiale. In un’inchiesta nella quale la ricostruzione dei fatti passa anche attraverso ciò che le vittime hanno cercato, scritto, conservato o condiviso, i dispositivi elettronici possono trasformarsi in una fonte decisiva di informazioni. Ma saranno gli accertamenti tecnici e il successivo vaglio investigativo a stabilire quale peso potranno avere quei dati nella ricostruzione della vicenda.

Assegnati i riconoscimenti della 66a edizione del Premiolino all’eccellenza dell’informazione italiana

0

La giuria del Premiolino si è riunita a Milano, nella cornice della Bicocca degli Arcimboldi, per decretare i vincitori della 66a edizione del riconoscimento. Sostenuto storicamente da Pirelli, il premio si conferma il più antico e autorevole punto di riferimento per il giornalismo italiano. Nato nel 1960 per iniziativa di un gruppo di prestigiosi inviati milanesi guidati da Enzo Biagi (che ne fu il primo presidente), Indro Montanelli, Luigi Barzini Jr., Orio Vergani, Paolo Monelli ed Enrico Emanuelli, il Premiolino celebra ogni anno i professionisti dei media che si distinguono per indipendenza, rigore professionale e impegno civile, offrendo una bussola per interpretare la complessità del nostro presente.

Per questa edizione, i prestigiosi riconoscimenti sono stati assegnati a un gruppo di professionisti d’eccellenza: Anna Foa de La Stampa, Viviana Mazza del Corriere della Sera, Gabriella Colarusso de la Repubblica, Stefano Feltri per il programma Revolution su Rai Radio 3, la giornalista d’inchiesta freelance Floriana Bulfon e Sacha Biazzo di Report (Rai 3). Accanto ai premi principali, la giuria ha attribuito il Premio Pirelli per la Scuola 2026 a Rai Scuola, rappresentata da Fabrizio Zappi (Direttore della Direzione Cultura ed Educational Rai) e da Lorenzo Ottolenghi (responsabile dell’unità Educational), per l’importante contributo alla diffusione della conoscenza e della coscienza civile tra i giovani.

In merito a questo specifico riconoscimento è intervenuto Marco Tronchetti Provera, Presidente Esecutivo di Pirelli: “Il Premiolino è da sempre un riconoscimento dedicato all’informazione e al giornalismo di qualità, ma anche a tutte quelle esperienze che contribuiscono a diffondere conoscenza, consapevolezza e senso civico. È con questo spirito che quest’anno il Premio Pirelli per la Scuola viene assegnato a Rai Scuola. Dalle lezioni del maestro Alberto Manzi fino ai programmi di oggi, il servizio pubblico svolge un ruolo fondamentale nella crescita culturale del Paese, accompagnando generazioni di italiani nell’accesso al sapere e contribuendo a costruire una cittadinanza più informata e consapevole. In questo percorso, informazione, divulgazione e formazione hanno spesso camminato insieme, condividendo la stessa responsabilità: fornire strumenti per comprendere la realtà e partecipare alla vita civile e allo sviluppo sociale e culturale del Paese. Per questo il Premio Pirelli vuole riconoscere il lavoro di una realtà che continua a investire nella cultura, nell’educazione e nella qualità dell’informazione per le nuove generazioni”.

A commentare la visione d’insieme delle scelte di quest’anno è la Presidente della giuria, Chiara Beria di Argentine: “Il Premiolino nasce nel 1960. Per l’edizione 1960 tutti i 12 vincitori furono maschi. Ciò detto, già alla seconda edizione, per il mese di gennaio 1961, il premio venne assegnato a una promettente redattrice del settimanale L’Europeo. Si chiamava Oriana Fallaci. Da quella sera sono stati insigniti centinaia di giornalisti. Anno dopo anno senza più distinzioni di sesso. In un mondo frantumato in mille pezzi, abbiamo votato quest’anno, non è un caso, soprattutto giornaliste chiamate a raccontare o analizzare le gesta e le guerre di leader imbecilli, fanatici, disonesti, nemici della libertà di pensiero”.

L’edizione di quest’anno segna anche importanti novità nella governance del premio. La giuria, guidata dalla Presidente Chiara Beria di Argentine, ha nominato Benedetta Tobagi (già premiata nel 2024) nel ruolo di Vicepresidente. Si registra inoltre l’ingresso di una nuova giurata: la giornalista Silvia Sciorilli Borrelli, vincitrice del riconoscimento nel 2022. L’organo decisionale si conferma così un sodalizio d’eccellenza composto esclusivamente da firme già insignite del Premio e nominate a vita: oltre alle già citate Beria di Argentine, Tobagi e Sciorilli Borrelli, ne fanno parte Giulio Anselmi, Piero Colaprico, Francesco Costa, Ferruccio de Bortoli, Mattia Feltri, Milena Gabanelli, Enrico Mentana, Donata Righetti, Gian Antonio Stella e Carlo Verdelli. A completare la squadra è Antonio Calabrò, che rappresenta Pirelli e cura in modo specifico il Premio Pirelli per la Scuola.

L’appuntamento con la cerimonia di premiazione è fissato per lunedì 5 ottobre 2026 presso il Piccolo Teatro Grassi di Milano. Come da tradizione, i vincitori riceveranno, oltre al riconoscimento in denaro, la storica pergamena miniata da Riccardo Manzi|, celebre illustratore che ne firmò lo stile inconfondibile fin dalle prime edizioni, trasformando l’attestato in uno dei simboli più preziosi e distintivi del premio. Per ripercorrere l’illustre storia del Premiolino e consultare l’albo d’oro completo — che vanta nomi del calibro di Oriana Fallaci, Eugenio Scalfari e Piero Angela — sul sito ufficiale.

Ustica, la Francia apre gli archivi. La Procura pronta a riaprire il caso

0

Quarantasei anni dopo la notte più oscura della storia dell’aviazione civile italiana, il dossier Ustica potrebbe tornare al centro di una nuova fase giudiziaria. La Francia, secondo quanto si apprende, ha comunicato all’Italia la propria disponibilità a trasferire tutta la documentazione in suo possesso relativa alla strage del 27 giugno 1980, quando il Dc-9 Itavia precipitò nel tratto di mare tra Ustica e Ponza causando la morte di 81 persone.

La novità è contenuta in una nota che l’ambasciata francese avrebbe trasmesso nei giorni scorsi alla Farnesina. Una comunicazione che, per il contenuto e per il momento in cui arriva, potrebbe avere un peso rilevante sul procedimento ancora aperto davanti alla Procura di Roma.

Tra i materiali che Parigi si dichiara disponibile a consegnare ci sarebbero anche documenti del ministero della Difesa francese, alcuni dei quali potrebbero essere collegati alle precedenti rogatorie effettuate dalla Procura romana. La disponibilità, però, non si fermerebbe alla documentazione già individuata: le autorità francesi avrebbero manifestato anche l’intenzione di rispondere a eventuali nuove richieste investigative provenienti dall’Italia.

Un’apertura che riguarda un arco temporale particolarmente ampio. Le carte, infatti, arriverebbero fino agli anni Novanta e potrebbero quindi comprendere materiali prodotti o acquisiti negli anni successivi alla tragedia, quando le indagini italiane e internazionali cercavano ancora di ricostruire cosa fosse realmente accaduto nei cieli del Mediterraneo.

La comunicazione francese è stata trasmessa dalla Farnesina, attraverso la Presidenza del Consiglio, al ministero della Giustizia. Da qui la documentazione è arrivata alla Procura di Roma, che dovrà ora valutarne contenuto, rilevanza e possibile utilizzabilità nell’inchiesta.

È proprio questo passaggio ad aprire uno scenario nuovo. Alla luce della disponibilità manifestata dalla Francia e della possibilità di acquisire ulteriore materiale, i pubblici ministeri sarebbero orientati a ritirare la richiesta di archiviazione del procedimento. La decisione potrebbe essere formalizzata nell’udienza fissata per il 30 settembre davanti al gip.

Non si tratterebbe, naturalmente, della soluzione del caso, né della certezza che i nuovi documenti contengano la risposta definitiva sulla sorte del Dc-9. Ma l’eventuale acquisizione di documentazione finora non disponibile potrebbe consentire alla Procura di proseguire gli accertamenti su una vicenda che, a distanza di decenni, continua a essere segnata da interrogativi, omissioni e verità giudiziarie non coincidenti.

La strage di Ustica resta infatti uno dei più complessi misteri della storia repubblicana. Quella sera il Dc-9 decollò da Bologna con destinazione Palermo. Alle 20.59, mentre sorvolava il Tirreno, scomparve dai radar. Nessuno degli 81 occupanti sopravvisse.

Da allora, l’inchiesta ha attraversato perizie, processi, depistaggi accertati in sede giudiziaria e una lunga sequenza di richieste di collaborazione internazionale. Il nodo centrale è sempre rimasto quello delle cause della tragedia e della possibile presenza, in quella notte, di altri velivoli nello spazio aereo interessato.

Ora la nuova disponibilità di Parigi potrebbe riportare quelle domande sul tavolo degli investigatori. La prospettiva non è quella di riscrivere automaticamente la storia processuale di Ustica, ma di verificare se negli archivi di un Paese che ebbe un ruolo strategico nel Mediterraneo esistano elementi ancora in grado di aggiungere tasselli a una ricostruzione rimasta incompleta.

Per una vicenda nella quale il tempo ha spesso fatto da barriera all’accertamento della verità, l’apertura degli archivi francesi rappresenterebbe dunque un passaggio tutt’altro che formale. Sarà il contenuto delle carte, e non la loro semplice disponibilità, a stabilire se questa nuova fase investigativa potrà davvero cambiare il quadro del caso Ustica.

Caso Bergamini, chiuse le indagini: un 65enne accusato di concorso nell’omicidio

0

A oltre trent’anni dalla morte di Donato Bergamini, la Procura di Castrovillari chiude un nuovo capitolo dell’inchiesta sul calciatore del Cosenza, morto il 18 novembre 1989 a Roseto Capo Spulico. Nella mattina del 28 settembre i Carabinieri del Comando provinciale di Cosenza hanno notificato a un uomo di 65 anni l’avviso di conclusione delle indagini preliminari. L’indagato è accusato di concorso nell’omicidio del giovane professionista, conosciuto da tutti come Denis.

L’atto segna un passaggio formale rilevante nel procedimento, ma non rappresenta una sentenza né una dichiarazione di responsabilità. Nel rispetto della presunzione di innocenza, il 65enne dovrà essere considerato non colpevole fino a un eventuale giudicato definitivo. Sarà ora lo sviluppo del procedimento a stabilire se gli elementi raccolti dalla Procura siano sufficienti a sostenere l’accusa nelle successive fasi processuali oppure se, al contrario, emergeranno circostanze tali da escludere ogni responsabilità.

Una morte rimasta per decenni sotto esame

La vicenda di Bergamini è una delle storie più controverse della cronaca giudiziaria italiana. Il calciatore, allora giovane promessa e protagonista della formazione del Cosenza, morì il 18 novembre 1989 lungo la statale 106, nel territorio di Roseto Capo Spulico.

Per anni la sua morte è stata accompagnata da interrogativi e ricostruzioni differenti. L’attività investigativa più recente ha riportato il caso al centro dell’attenzione della magistratura, con una nuova analisi dei fatti e delle circostanze che precedettero e accompagnarono il decesso.

L’avviso notificato oggi rappresenta l’esito dell’attuale fase delle indagini preliminari coordinate dalla Procura della Repubblica di Castrovillari e condotte dai Carabinieri del Nucleo investigativo di Cosenza.

L’ipotesi di un concorso nell’omicidio

Il punto centrale dell’inchiesta riguarda dunque l’ipotesi che il 65enne abbia avuto un ruolo, insieme ad altre eventuali persone, nella morte di Bergamini.

La contestazione di concorso nell’omicidio presuppone, sul piano accusatorio, l’ipotesi di una partecipazione alla realizzazione del delitto. Saranno tuttavia gli atti dell’indagine e, se si arriverà al processo, il confronto davanti al giudice a definire la consistenza delle accuse e il valore degli elementi raccolti.

La notifica dell’avviso di conclusione delle indagini consente alla difesa di conoscere formalmente gli esiti dell’attività investigativa e di esercitare le proprie prerogative prima delle eventuali determinazioni successive della Procura.

È un passaggio che, dopo decenni, riporta ancora una volta la vicenda Bergamini sul terreno giudiziario.

La lunga ombra sulla morte di Denis

Donato Bergamini aveva scelto il calcio come professione ed era diventato uno dei volti più conosciuti del Cosenza. La sua morte, avvenuta quando era ancora giovane, interruppe bruscamente una carriera che sembrava destinata a proseguire ad alti livelli.

Da quel 18 novembre 1989 sono trascorsi quasi 37 anni. Un tempo lunghissimo nel quale il caso è rimasto segnato da domande, ricostruzioni e successive verifiche investigative.

Ora la Procura di Castrovillari, al termine dell’attuale fase investigativa, ha ritenuto di contestare formalmente a un 65enne il concorso nell’omicidio.

È importante, però, distinguere il significato dell’atto giudiziario dal suo esito finale. La conclusione delle indagini non equivale a una richiesta di condanna e, soprattutto, non equivale a una condanna. L’accusa dovrà essere sottoposta al vaglio delle successive fasi del procedimento e ogni responsabilità dovrà essere accertata nel rispetto delle garanzie previste dalla legge.

Per il momento, dunque, il dato certo è uno: dopo decenni di interrogativi, l’inchiesta sulla morte di Denis Bergamini compie un nuovo passo formale. Sul resto, saranno gli atti e i giudici a stabilire se la nuova ricostruzione investigativa potrà trasformarsi in una responsabilità penalmente accertata.

Garlasco, la Procura passa al setaccio le consulenze della difesa: nuove analisi su sangue, impronte, scarpe e sopravvivenza di Chiara Poggi

0

La nuova fase dell’inchiesta sull’omicidio di Chiara Poggi passa attraverso una rilettura sistematica delle consulenze tecniche della difesa e una serie di ulteriori verifiche scientifiche. Sangue, impronte digitali, tracce di scarpe, genetica forense, medicina legale e anatomopatologia sono i diversi tasselli sui quali la Procura di Pavia ha chiesto ai propri consulenti di tornare a lavorare.

Il quadro che emerge dalle relazioni depositate è articolato. In diversi casi gli esperti dell’accusa ritengono che le osservazioni della difesa non siano tali da modificare le conclusioni precedentemente raggiunte. In altri, invece, gli accertamenti hanno portato alla luce elementi che hanno richiesto ulteriori approfondimenti, come nel caso dei dati genetici relativi alla bicicletta di Alberto Stasi.

Le tracce di sangue e la ricostruzione dell’aggressione

Il colonnello dottor Andrea Berti è stato incaricato di esaminare la relazione predisposta dal consulente tecnico della difesa, Armando Palmegiani, sulle tracce di sangue repertate sulla scena del delitto.

La consulenza difensiva aveva proposto una ricostruzione autonoma della dinamica dell’aggressione, sollevando questioni metodologiche e avanzando ipotesi alternative su alcuni momenti ritenuti cruciali: l’area nella quale si trovava il telefono, il momento e il luogo del lavaggio e il percorso compiuto successivamente all’omicidio.

Berti ha sottoposto queste ricostruzioni a un esame critico, distinguendo tra gli elementi sostenuti da riscontri materiali, già individuati nelle precedenti consulenze e successivamente confermati, e le ipotesi ricostruttive che non possono invece trovare una verifica diretta.

È una distinzione centrale nell’impostazione della Procura: da una parte i dati oggettivamente riscontrabili, dall’altra le ricostruzioni possibili ma non direttamente dimostrabili attraverso gli elementi materiali disponibili.

L’impronta 33 e la traccia della scarpa

Sul fronte dattiloscopico e calzaturiero sono stati chiamati a intervenire il tenente colonnello Gianpaolo Iuliano e il dottor Nicola Caprioli.

Ai due consulenti è stato chiesto di esaminare la memoria difensiva corredata da una consulenza dattiloscopica integrativa sull’ormai nota “impronta 33” e da uno studio tecnico-calzaturiero sulla traccia di scarpa rinvenuta nell’abitazione di Garlasco.

Secondo gli esperti della Procura, le osservazioni della difesa non introducono elementi nuovi tali da modificare le conclusioni già formulate sull’impronta.

Diverso, ma altrettanto significativo, il capitolo relativo alla scarpa. Gli accertamenti eseguiti sulle calzature non consentono, secondo Iuliano e Caprioli, di sostenere che esista un’incompatibilità fisica tra la conformazione del piede di Andrea Sempio e la traccia di scarpa esaminata.

Gli stessi consulenti sono poi tornati sul tema dopo aver ricevuto, il 24 settembre 2026, un’ulteriore consulenza trasmessa dalla difesa Poggi. La nota depositata riguarda le dimensioni di una scarpa Frau modello 42, risultata compatibile con le misure del piede di Sempio.

La medicina legale: la lesione all’occipite resta la causa della morte

Uno dei capitoli più delicati riguarda la ricostruzione medico-legale dell’aggressione.

La professoressa Cristina Cattaneo, che aveva già individuato nella lesione all’occipite la causa mortale, ha ricevuto dalla Procura l’incarico di esaminare la consulenza medico-legale della difesa e di procedere a nuove analisi istopatologiche sui blocchetti in paraffina e sui vetrini relativi all’omicidio di Chiara Poggi.

Gli ulteriori accertamenti hanno confermato, secondo la consulente, l’intervallo cronologico della morte già indicato nella precedente consulenza. Un elemento aggiuntivo è arrivato dall’analisi del digesto, esame che non era stato effettuato prima dell’attuale procedimento.

Cattaneo ha inoltre concordato con le conclusioni dei consulenti Iuliano e Caprioli sugli aspetti calzaturieri, aggiungendo un’osservazione di carattere medico: un aumento di peso nel tempo può determinare un significativo incremento della larghezza e del volume del piede.

Lesioni, colluttazione e difesa

Alla professoressa Cattaneo è stato affiancato il professor Biagio Eugenio Leone, anatomopatologo, al quale sono state affidate nuove indagini immunoistochimiche proprio per approfondire uno degli interrogativi più rilevanti: quanto tempo sarebbe potuto trascorrere tra la produzione delle lesioni e la morte.

Secondo i consulenti della Procura, il quadro complessivo non sarebbe compatibile con una dinamica nella quale tutte le lesioni siano riconducibili esclusivamente a cadute, urti, trascinamenti o movimentazioni del corpo.

Gli elementi raccolti vengono invece ritenuti maggiormente coerenti con una dinamica lesiva protrattasi nel tempo. In questo contesto, almeno una parte delle lesioni extracraniche potrebbe essere stata prodotta durante una colluttazione o, comunque, nel corso di un’azione aggressiva nella quale Chiara Poggi avrebbe posto in essere atti di difesa almeno passiva, proteggendo e interponendo il proprio corpo. Non viene esclusa, inoltre, una componente di difesa attiva.

La lesione all’occipite avrebbe infine determinato la morte.

I consulenti della Procura contestano anche l’esistenza di una contraddizione tra la dinamica ricostruita dal colonnello Berti e gli elementi medico-legali relativi agli spostamenti della vittima. A rafforzare, secondo la loro lettura, l’ipotesi di lesioni da difesa vi sarebbe inoltre il rinvenimento di particolati a composizione ferrosa in corrispondenza dell’anca, del braccio e della coscia.

Il tempo di sopravvivenza: almeno 15-30 minuti, senza escludere un’ora

È proprio sull’intervallo di sopravvivenza che la Procura ha disposto un ulteriore approfondimento.

Le nuove indagini immunoistochimiche eseguite dal professor Leone sono state finalizzate a fornire un riscontro il più possibile oggettivo alle precedenti valutazioni.

Gli esiti, secondo i consulenti, rafforzano la conclusione secondo cui le lesioni non sarebbero state prodotte immediatamente prima della morte. L’intervallo minimo ipotizzato viene indicato orientativamente fra 15 e 30 minuti, senza poter escludere una sopravvivenza complessiva più lunga, fino a circa 60 minuti.

È un elemento destinato ad avere un peso nella ricostruzione complessiva della sequenza degli eventi, perché incide direttamente sulla possibilità che tra l’aggressione e il decesso sia trascorso un intervallo temporale significativo.

Il capitolo Stasi e i Raw Data del Ris di Parma

Un’altra novità rilevante riguarda il procedimento che portò alla condanna definitiva di Alberto Stasi.

La Procura di Pavia ha acquisito una consulenza dei tecnici nominati dalla difesa di Stasi, Ugo Ricci e Pasquale Linarello, relativa ai Raw Data consegnati dal Ris di Parma il 6 novembre 2025 nell’ambito dell’attuale procedimento.

Secondo quanto evidenziato dai consulenti della difesa, nei dati grezzi sarebbero presenti due contro-analisi elettroforetiche, entrambe datate 20 settembre 2007, relative al campione denominato “bu_p”.

Si tratta dello stesso reperto che aveva restituito il profilo genetico attribuito alla vittima e che era stato utilizzato nell’inchiesta che aveva portato al fermo di Stasi.

Il punto sollevato dalla difesa è particolarmente delicato: il campione che il giorno precedente, il 19 settembre 2007, aveva consentito di ottenere un profilo genetico attribuito a Chiara Poggi sarebbe risultato completamente negativo nelle due successive corse elettroforetiche eseguite il 20 settembre.

I consulenti di Stasi sostengono che questi risultati avrebbero potuto avere un rilievo significativo già all’epoca. Secondo la loro ricostruzione, però, delle due corse elettroforetiche negative e dei relativi tracciati non sarebbe rimasta traccia negli atti del procedimento penale celebrato a carico di Stasi.

La verifica della Procura sui risultati genetici del 2007

La Procura di Pavia ha quindi avviato accertamenti per ricostruire le circostanze relative a quei risultati e ottenere chiarimenti da chi lavorava all’epoca presso il Ris di Parma.

Parallelamente, il procuratore ha affidato ai propri consulenti, il professor Carlo Previderè e la dottoressa Pierangela Grignani, una valutazione critica dei risultati apparentemente contrastanti.

I due esperti hanno confermato l’esistenza delle corse elettroforetiche negative del 20 settembre 2007. Proprio in ragione della discordanza con il risultato ottenuto il giorno precedente, hanno ritenuto che all’epoca sarebbe stato opportuno procedere a un ulteriore approfondimento.

Dalle verifiche effettuate oggi dalla Procura, tuttavia, non risulterebbe che quell’approfondimento sia stato eseguito.

Il sangue sugli intonaci e il problema del DNA

Un altro filone dell’attività scientifica ha riguardato le tracce ematiche sulle superfici murarie.

Alla Procura di Pavia sono stati trasmessi i risultati degli esperimenti condotti dal personale del Raggruppamento Carabinieri Investigazioni Scientifiche nei laboratori del Ris di Roma.

La sperimentazione ha analizzato le dinamiche di prelievo e le caratteristiche biologiche e genetiche di tracce di sangue umano depositate su tre differenti tipologie di supporto murario.

Il risultato è particolarmente importante sotto il profilo metodologico. La presenza di sangue nei campioni di intonaco è stata accertata, ma gli esiti negativi della quantificazione del materiale genetico e del test utilizzato per confermare la natura ematica del tessuto non consentirebbero, da soli, di affermare né che il sangue sia effettivamente assente dalle superfici né che non vi sia DNA.

Il problema sarebbe legato anche all’effetto inibente esercitato dal particolato minerale alcalino contenuto nell’intonaco, capace di interferire con gli accertamenti genetici.

La consulenza psichiatrica su Sempio resta sospesa

Resta invece senza una conclusione, allo stato, l’accertamento psichiatrico disposto nei confronti di Andrea Sempio.

Il professor Roberto Catanesi, incaricato della consulenza, ha comunicato di aver esaminato analiticamente gli elementi messi a disposizione dagli inquirenti e provenienti dalle diverse attività investigative.

Dall’analisi, spiega il consulente nella sua nota, sarebbero emersi dati di interesse. Per poter fornire risposte metodologicamente adeguate ai quesiti, tuttavia, sarebbe necessario confrontare tali elementi con quelli derivanti da un esame clinico diretto della persona sottoposta ad accertamento.

Sempio ha rifiutato di sottoporsi alla visita. Per questa ragione, Catanesi ritiene di non disporre di elementi sufficienti per formulare conclusioni adeguatamente motivate e metodologicamente solide.

Gli accertamenti della Procura sulla capacità di Sempio restano quindi, al momento, sospesi.

Ora la parola passa agli atti destinati ai giudici

La Procura di Pavia mantiene distinta la fase degli accertamenti tecnici da quella della valutazione complessiva degli elementi raccolti.

Il significato probatorio delle diverse consulenze, delle nuove analisi e delle eventuali contraddizioni emerse sarà quindi oggetto di una valutazione negli atti destinati ai giudici competenti del Tribunale di Pavia.

Resta infine un punto specifico relativo alla posizione di Alberto Stasi. La Procura precisa che non è mai stata rivolta al Procuratore generale alcuna richiesta finalizzata alla formulazione di una proposta di revisione della sentenza di condanna. La Procura generale viene sottolineato, è stata e sarà informata di ogni elemento ritenuto potenzialmente rilevante.

Il dato che emerge da questa nuova tornata di accertamenti è dunque quello di un’inchiesta che continua a muoversi soprattutto sul terreno della verifica scientifica. Non una sola prova, ma una serie di reperti, analisi e ricostruzioni vengono sottoposti a un nuovo controllo incrociato. E proprio il confronto tra risultati già acquisiti, nuovi esami e dati rimasti finora ai margini degli atti potrebbe contribuire a definire il quadro che la Procura presenterà ai giudici.

Caro carburanti, scatta il price cap. Ma la protesta dei trasportatori non si ferma

0

Il tentativo di mettere un freno alla corsa del carburante parte dalle pompe. Da oggi sulla rete Eni entra in vigore un tetto massimo ai prezzi di benzina e gasolio: rispettivamente 1,99 euro e 2,19 euro al litro. Una misura pensata per attenuare l’impatto dei rincari che nelle ultime settimane hanno riportato il costo del pieno al centro delle preoccupazioni di famiglie, pendolari e imprese.

L’iniziativa non resta isolata. Anche IP, Italiana Petroli, controllata dal gruppo azero Socar, ha raccolto l’invito arrivato dal governo e ha annunciato un proprio meccanismo di contenimento dei prezzi sulla sua rete. È il primo effetto concreto di quella che l’esecutivo considera una dinamica virtuosa: più compagnie adottano misure di contenimento, maggiore dovrebbe essere la pressione competitiva sull’intero mercato e più spazio dovrebbe esserci per una riduzione dei margini commerciali.

L’obiettivo dichiarato è arginare non soltanto il conto alla pompa, ma anche le ricadute del caro energia sull’inflazione. Il carburante, infatti, non è una voce isolata: quando aumenta il costo per muovere persone e merci, inevitabilmente finiscono sotto pressione anche trasporti, logistica e prezzi finali dei beni.

Le pompe prese d’assalto

Il debutto del price cap ha però mostrato anche l’altra faccia dell’emergenza. In alcune stazioni di servizio la domanda è stata così intensa da far esaurire rapidamente le scorte di benzina. Alcuni automobilisti si sono trovati davanti a un cartello tanto semplice quanto eloquente: «Super esaurito».

Le stazioni che hanno aderito alle iniziative di contenimento sono state prese d’assalto dagli automobilisti, desiderosi di approfittare dei prezzi più bassi. Una fotografia che restituisce la dimensione della pressione esercitata dal caro carburanti sulle famiglie e, allo stesso tempo, le difficoltà organizzative che possono accompagnare un intervento immediato sui prezzi.

Ma mentre gli automobilisti cercano di sfruttare il nuovo limite, chi con il carburante ci lavora continua a considerare la situazione tutt’altro che risolta.

Autotrasportatori e tassisti: «Il tetto non basta»

Per autotrasportatori e tassisti il problema non è soltanto il prezzo indicato sul display della pompa. Il carburante rappresenta uno dei principali costi quotidiani e, per chi trascorre gran parte della giornata sulla strada, anche pochi centesimi in più al litro possono trasformarsi in migliaia di euro di costi aggiuntivi nel corso dell’anno.

Le categorie professionali contestano quindi i livelli fissati dal price cap, ritenendoli ancora troppo elevati per garantire la sostenibilità economica delle attività. Il timore è che i rincari abbiano già eroso, fino ad azzerarli, i margini degli operatori, rendendo insufficiente una misura limitata al prezzo praticato alla pompa.

Da qui la richiesta di interventi più incisivi e duraturi, a partire da un taglio strutturale delle accise e dall’apertura di un confronto urgente con il governo. Sullo sfondo resta anche la minaccia di iniziative di protesta, fino al blocco dei servizi e alla proclamazione di scioperi generali.

Assopetroli: «Il price cap va esteso alle forniture»

A sollevare un ulteriore nodo è Assopetroli-Assoenergia. Il problema, secondo l’associazione, riguarda il perimetro stesso dell’intervento: limitare il tetto ai prezzi praticati sulla rete rischia di lasciare scoperta una parte consistente della filiera.

«Gran parte della rete di distribuzione, oltre il 35%, è fatta di operatori indipendenti che comprano da chi oggi applica il price cap, e se il tetto non è esteso alle forniture rischiano di chiudere. Si dia la possibilità a tutti di concorrere», osserva Sebastiano Gallitelli, segretario generale di Assopetroli-Assoenergia.

La richiesta è dunque quella di convocare rapidamente un tavolo con gli operatori della filiera e di avviare un’interlocuzione con il governo per estendere il price cap anche alle altre modalità di approvvigionamento. Il rischio indicato dall’associazione è quello di creare una distorsione della concorrenza tra operatori sottoposti a condizioni differenti.

Il punto riguarda in particolare il cosiddetto mercato extrarete, quello che rifornisce trasporti, agricoltura, industria e distributori indipendenti. «Condividiamo le misure a sostegno della collettività ma da sole non bastano se escludono il mondo professionale, cosiddetto extrarete», sottolinea Gallitelli.

La partita si sposta dalla pompa alla filiera

Il confronto sul caro carburanti entra così in una fase più complessa. Da una parte il governo punta sull’effetto traino delle compagnie e sulla concorrenza come strumento per contenere i prezzi. Dall’altra, imprese e associazioni di categoria chiedono che l’intervento non si fermi al distributore, ma coinvolga l’intera catena di approvvigionamento.

Il price cap rappresenta quindi una risposta immediata a un’emergenza che ha già prodotto effetti visibili. Ma la tensione resta. Perché il vero banco di prova non sarà soltanto quanto costerà un litro di benzina nei prossimi giorni, ma quanto a lungo sarà possibile mantenere sotto controllo i costi di chi, ogni giorno, con quel carburante deve lavorare.

E mentre sulle strade cresce la protesta delle categorie professionali, nelle stazioni di servizio la scena delle pompe rimaste senza benzina racconta un’altra verità: quando il prezzo corre, anche un tetto può trasformarsi in una calamita per la domanda.

Morte di David Rossi, la perizia riapre il caso: «Aggredito da più persone, tentava di difendersi»

0

La ricostruzione della morte di David Rossi prende una direzione che potrebbe aggiungere nuovi elementi a uno dei casi più controversi della cronaca italiana. Secondo una prima valutazione tecnica emersa dopo le simulazioni effettuate a Roma, con il supporto dei Ris, l’ex responsabile della comunicazione di Monte dei Paschi di Siena sarebbe stato aggredito nel suo ufficio da più persone, almeno due, descritte come fisicamente robuste.

Rossi, secondo questa ipotesi ricostruttiva, non sarebbe stato privo di coscienza prima della caduta. Al contrario, avrebbe avuto la possibilità di reagire e avrebbe tentato di difendersi durante l’aggressione. Sono elementi che emergono nell’ambito della perizia richiesta dalla commissione parlamentare d’inchiesta sulla morte dell’ex manager di Mps, precipitato dalla finestra del suo ufficio a Siena nel marzo del 2013.

La dinamica ricostruita attraverso le simulazioni porta poi l’attenzione sul momento immediatamente precedente alla caduta. Rossi sarebbe stato portato oltre la finestra e, una volta all’esterno, avrebbe cercato di mantenersi aggrappato al bordo. In questa fase, secondo la prima valutazione tecnica, potrebbe essere stato ancora trattenuto dagli aggressori, forse nel contesto di un’azione finalizzata a intimidirlo.

Poi la presa sarebbe venuta meno.

È a quel punto che Rossi sarebbe precipitato nel vuoto.

La sequenza, se confermata dagli accertamenti conclusivi, introduce una dinamica profondamente diversa rispetto a quella di una semplice caduta volontaria e pone interrogativi sulla presenza e sul comportamento di altre persone all’interno dell’ufficio. Ma proprio perché si tratta di una prima valutazione successiva alle simulazioni, sarà necessario attendere gli esiti completi della perizia prima di considerare definitivamente acquisita questa ricostruzione.

Il lavoro dei tecnici punta infatti a verificare, attraverso la riproduzione della scena e l’analisi delle caratteristiche fisiche della caduta, quali movimenti fossero concretamente possibili e quale dinamica potesse essersi verificata negli ultimi istanti di vita di Rossi.

La morte dell’ex capo della comunicazione di Mps, avvenuta a Siena nel 2013, resta da oltre un decennio al centro di interrogativi, indagini e ricostruzioni divergenti. Le nuove simulazioni rappresentano ora un ulteriore passaggio dell’accertamento disposto dalla commissione d’inchiesta, chiamata a esaminare nuovamente circostanze e dinamica di quella notte.

Il punto centrale, alla luce delle prime risultanze tecniche, è dunque quello degli ultimi istanti: l’aggressione nell’ufficio, il tentativo di difesa, il passaggio oltre la finestra e, infine, quella presa sul bordo che avrebbe resistito solo per pochi attimi.

La ricostruzione definitiva dovrà stabilire quanto di questa sequenza possa essere sostenuto dalle evidenze tecniche e quanto, invece, richieda ulteriori verifiche.

Aggressione all’avvocato Broccio, fermata a Catania una donna di 47 anni

0

È stata rintracciata a Catania, lungo una pubblica via, la donna di 47 anni destinataria del decreto di fermo emesso dalla Procura della Repubblica nell’ambito dell’inchiesta sull’aggressione ai danni dell’avvocato Pierfrancesco Broccio, 58 anni. Il provvedimento è stato eseguito nella serata di ieri dai carabinieri del Comando provinciale di Messina, con il supporto dei militari del Comando provinciale di Catania.

La donna è indagata per lesioni aggravate, sulla base delle ipotesi di reato contestate nel decreto. Si tratta, tuttavia, di un quadro ancora nella fase delle indagini preliminari, destinato al vaglio dell’autorità giudiziaria e suscettibile di ulteriori sviluppi.

La vicenda risale alla serata di venerdì 25 settembre. Secondo quanto ricostruito finora dagli investigatori, la 47enne, che in passato sarebbe stata assistita da Broccio in un procedimento penale, avrebbe chiesto all’avvocato di incontrarla per ottenere una consulenza legale.

L’incontro sarebbe iniziato alla stazione ferroviaria di Messina Centrale, dove il legale avrebbe prelevato la donna. I due si sarebbero quindi diretti verso lo studio dell’avvocato, a Santo Stefano Medio.

È proprio al termine di quel tragitto che, secondo la denuncia presentata dalla persona offesa e gli elementi raccolti successivamente dagli investigatori, si sarebbe consumata l’aggressione.

Al momento di scendere dall’automobile, la donna avrebbe estratto dalla borsa una bottiglietta contenente un liquido, spruzzandone il contenuto contro l’avvocato. Subito dopo sarebbe fuggita a piedi, facendo perdere le proprie tracce.

Broccio avrebbe immediatamente richiesto l’intervento attraverso il 112, sollecitando l’arrivo dei soccorsi sanitari e delle forze dell’ordine. Il legale è stato quindi trasportato al Policlinico di Messina per le cure del caso.

L’allarme ha fatto scattare le ricerche della donna. I carabinieri della Compagnia Messina Sud hanno avviato gli accertamenti nell’immediatezza dei fatti, mentre l’attività investigativa coordinata dalla Procura ha progressivamente ricostruito gli spostamenti della 47enne, che dopo l’aggressione risultava irreperibile.

A delineare il quadro indiziario, secondo quanto riferito dalla Procura, sono state innanzitutto le dichiarazioni rese dalla vittima e da altri testimoni. A queste si sono aggiunti gli esiti di attività di intercettazione disposte anche con l’obiettivo di individuare la donna.

Le ricerche si sono concluse a Catania, dove la 47enne è stata individuata e fermata dai carabinieri.

Il passaggio giudiziario successivo sarà ora determinante. Poiché il fermo è stato eseguito nel territorio di competenza della Procura della Repubblica di Catania, il provvedimento dovrà essere sottoposto alla convalida del Gip del Tribunale etneo. Gli atti saranno successivamente trasmessi alla Procura di Messina, che procederà con la richiesta della conseguente misura cautelare.

La stessa Procura sottolinea che il decreto di fermo fotografa un quadro indiziario necessariamente provvisorio e che le responsabilità della donna dovranno essere accertate nel corso del procedimento, nel pieno contraddittorio tra accusa e difesa e davanti a un giudice terzo e imparziale.

L’inchiesta, dunque, entra ora in una nuova fase. La ricostruzione dell’aggressione, le condizioni dell’avvocato e soprattutto la natura e la dinamica dell’azione contestata alla 47enne saranno oggetto degli ulteriori accertamenti dell’autorità giudiziaria. Per l’indagata resta intatta la presunzione di innocenza fino all’eventuale sentenza irrevocabile di condanna.

Dopo Eni anche IP frena la benzina. E ora il governo punta su Q8

0

Le Borse europee aprono la settimana con il freno tirato. Gli investitori guardano ancora una volta al Medio Oriente, dove l’impasse nei rapporti tra Stati Uniti e Iran mantiene elevato il premio per il rischio sui mercati energetici, e seguono con attenzione anche il dibattito sulla sicurezza nello sviluppo dell’intelligenza artificiale.

A Milano il Ftse Mib parte in territorio negativo, mentre Francoforte, Parigi e Londra mostrano variazioni contenute. Tokyo ha chiuso in ribasso, penalizzata soprattutto dalle vendite sui titoli tecnologici.

Il vero termometro della seduta resta però il petrolio. Il mercato continua a scontare l’incertezza sulle forniture e sulle prospettive di normalizzazione dei flussi energetici. Il Brent e il Wti si mantengono su livelli molto elevati, in un contesto nel quale la crisi mediorientale si somma alle difficoltà della capacità di raffinazione europea. Reuters ha sottolineato nei giorni scorsi come la scarsità dei prodotti raffinati, soprattutto diesel, stia contribuendo a mantenere elevata la pressione sui prezzi.

È una dinamica decisiva per capire ciò che sta accadendo alle pompe italiane: il prezzo del carburante non dipende soltanto dal costo del greggio, ma anche dalla disponibilità dei prodotti raffinati, dai costi logistici, dal cambio, dalle imposte e dai margini lungo la filiera.

Il petrolio resta il nodo

Le tensioni tra Washington e Teheran continuano dunque a riflettersi direttamente sull’energia. Ogni segnale relativo allo Stretto di Hormuz viene seguito dagli operatori come un indicatore della possibile evoluzione dell’offerta mondiale.

È questo il paradosso dell’attuale fase: mentre il mercato finanziario cerca di capire se la tensione geopolitica possa allentarsi, famiglie e imprese devono fare i conti con prezzi alla pompa che incorporano ancora il rischio di una nuova stretta sulle forniture.

Il problema è particolarmente evidente per il diesel, fondamentale non soltanto per gli automobilisti ma per trasporto merci, agricoltura e una parte rilevante dell’economia produttiva.

Eni apre la strada, IP la segue

In questo scenario, il fatto più rilevante per i consumatori italiani è l’effetto domino che si sta creando sul mercato dei carburanti.

Da oggi, 28 settembre, entra in vigore il price cap annunciato da Eni sulla rete Enilive: 1,99 euro al litro per la benzina e 2,19 euro per il gasolio, con una durata iniziale di 30 giorni e la possibilità di estensione fino alla fine dell’anno, in funzione dell’andamento del mercato e degli approvvigionamenti. Il limite vale anche per le aree autostradali.

La differenza rispetto ai prezzi medi registrati nei giorni precedenti è significativa. Il 27 settembre il Mimit indicava una media nazionale self di 2,159 euro al litro per la benzina e di 2,377 euro per il gasolio. Sulla rete autostradale il diesel arrivava a una media di 2,459 euro.

La novità è che Eni non rimane più sola.

Dopo il gruppo italiano, anche Socar, che controlla Italiana Petroli, ha annunciato l’intenzione di calmierare i prezzi dei carburanti commercializzati dalla rete IP. In questo caso il meccanismo sarà applicato progressivamente e non è stato indicato un unico valore nazionale paragonabile al tetto fissato da Eni. La società ha spiegato che il limite sarà definito tenendo conto delle diverse esigenze della filiera, con l’obiettivo di sostenere anche i partner e i gestori.

Il meccanismo dovrebbe inoltre poter essere esteso alle stazioni Esso e agli altri operatori che si riforniscono dalla rete IP.

È un passaggio importante perché trasforma quella che poteva sembrare una singola iniziativa aziendale in un fenomeno potenzialmente più ampio.

Il prossimo nome è Q8

Il governo, intanto, guarda alla terza pedina. Q8, con quasi 3.000 impianti in Italia, è al centro delle interlocuzioni per un possibile coinvolgimento nell’operazione. L’obiettivo di Palazzo Chigi è ampliare il più possibile la platea dei distributori interessati al calmieramento.

La cautela, tuttavia, è d’obbligo. Al momento non c’è ancora un annuncio ufficiale di Q8 analogo a quello di Eni e IP. Le interlocuzioni sono in corso e la questione non è soltanto commerciale: un coordinamento troppo esplicito tra grandi operatori sui prezzi potrebbe sollevare interrogativi sul terreno della concorrenza.

Se Q8 dovesse effettivamente aderire, la misura assumerebbe però una dimensione completamente diversa. Eni, IP e Q8 rappresentano una parte molto consistente della rete italiana e il loro contemporaneo intervento potrebbe esercitare una pressione significativa anche sugli altri operatori.

Il vantaggio immediato per gli automobilisti

Per chi deve fare il pieno, il beneficio è semplice da comprendere.

Il tetto di Eni porta la benzina sotto la soglia psicologica dei due euro e riduce sensibilmente il prezzo rispetto alla media nazionale registrata nei giorni scorsi. Il vantaggio effettivo dipende naturalmente dalla quantità acquistata e dal prezzo praticato dal singolo distributore.

Ma c’è un altro elemento da considerare: il prezzo fissato dalle grandi compagnie non coincide automaticamente con quello applicato da ogni distributore che espone il loro marchio. La rete comprende infatti impianti direttamente controllati e stazioni gestite da partner e retisti. Per questi ultimi il prezzo può assumere la forma di un prezzo consigliato, con modalità differenti rispetto agli impianti direttamente interessati dall’iniziativa.

È un dettaglio tecnico che rischia di perdersi nella comunicazione del provvedimento, ma che può fare la differenza quando l’automobilista arriva alla pompa.

Il vero punto interrogativo è la durata

Ed è qui che si trova la parte più delicata della vicenda.

Un prezzo calmierato può offrire un sollievo immediato, ma non modifica le condizioni che stanno generando il caro carburanti. Se il petrolio resta caro, se la raffinazione rimane sotto pressione e se le rotte energetiche continuano a incorporare un elevato rischio geopolitico, qualcuno deve necessariamente assorbire la differenza.

Nel caso di Eni, l’azienda ha scelto di comprimere temporaneamente il prezzo finale. È una scelta sostenibile se resta limitata nel tempo e se il contesto internazionale torna gradualmente alla normalità. Diventa invece molto più complessa se il prezzo del greggio rimane elevato per mesi.

Per questo il vero banco di prova non sarà il prezzo alla pompa di questa settimana, ma quello tra uno, tre o sei mesi.

Il rischio di spostare il problema lungo la filiera

C’è poi un secondo elemento. Se un grande operatore riduce il prezzo, il consumatore tende naturalmente a spostarsi verso quella rete. Le vendite possono aumentare, compensando almeno in parte la compressione dei margini. Ma un piccolo gestore indipendente, privo della stessa capacità finanziaria e industriale, potrebbe avere meno spazio per seguire la stessa strada.

È la preoccupazione già sollevata dalle associazioni della distribuzione indipendente, che vedono il rischio di una distorsione competitiva se il mercato viene attraversato da sconti sostenibili soltanto dai grandi gruppi.

Il problema, quindi, non riguarda soltanto quanto costa un litro di benzina oggi. Riguarda anche chi sarà ancora in grado di venderlo domani e a quali condizioni.

E dopo il price cap?

La questione strutturale resta quella fiscale ed energetica.

Il governo ha già utilizzato la leva delle accise, ma una riduzione permanente avrebbe un costo rilevante per i conti pubblici. Allo stesso tempo, affidare alle compagnie petrolifere il compito di assorbire stabilmente una parte dei rincari non può diventare una politica energetica permanente.

La strada indicata dall’esecutivo passa anche dalla raffinazione. Per l’8 ottobre è stato convocato un incontro con le società attive nel settore per discutere un possibile aumento della produzione nazionale di carburanti e ridurre gli effetti delle tensioni internazionali sull’approvvigionamento.

È probabilmente questo il punto decisivo. Se l’emergenza è causata da uno squilibrio tra domanda, offerta, raffinazione e approvvigionamenti, il rimedio duraturo non può essere soltanto un prezzo imposto o volontariamente ridotto alla pompa.

Piazza Affari guarda al petrolio

Sul mercato azionario, intanto, il rialzo del greggio sostiene i titoli energetici. Eni beneficia dell’effetto combinato dell’aumento delle quotazioni petrolifere e della percezione di un settore chiamato a giocare un ruolo centrale nell’attuale fase di tensione energetica.

Sul fronte valutario il dollaro rimane forte rispetto all’euro, mentre sul mercato obbligazionario lo spread resta sotto osservazione.

La seduta europea resta dunque sospesa tra due forze opposte: da una parte il rischio geopolitico, che mantiene alto il costo dell’energia; dall’altra la speranza che una normalizzazione dei rapporti tra Stati Uniti e Iran possa ridurre rapidamente il premio al rischio incorporato nel petrolio.

La vera partita si gioca dopo l’emergenza

La corsa di Eni e IP a calmierare i prezzi produce nell’immediato un effetto concreto: offre una valvola di sfogo a famiglie e imprese in una fase nella quale il costo del carburante sta diventando una componente sempre più pesante della spesa quotidiana e dei costi aziendali.

Ma sarebbe un errore confondere il sollievo con la soluzione.

Se anche Q8 dovesse aggiungersi, una quota molto ampia della rete italiana finirebbe interessata da qualche forma di contenimento dei prezzi. Questo potrebbe aumentare la pressione concorrenziale e spingere anche altri operatori a rivedere i listini. Allo stesso tempo, però, aumenterebbe la necessità di vigilare sul corretto funzionamento del mercato e sulla posizione dei distributori indipendenti.

Nel breve periodo il consumatore può quindi beneficiare della partita tra i grandi operatori. Nel lungo periodo, però, il prezzo della benzina continuerà a dipendere soprattutto da petrolio, raffinazione, logistica, fiscalità e geopolitica.

La domanda decisiva non è allora quanto durerà lo sconto di Eni o quando arriverà quello di Q8. È che cosa succederà il giorno in cui il price cap finirà.

Se nel frattempo il mercato internazionale sarà tornato alla normalità, la misura avrà funzionato come ponte durante una fase eccezionale. Se invece petrolio e prodotti raffinati resteranno cari, il rischio è che il conto venga semplicemente spostato più avanti, dalla pompa ai margini delle aziende, dalla filiera ai conti pubblici oppure, una volta terminata l’emergenza, nuovamente sulle tasche degli automobilisti.

Ed è su questo passaggio che si misura la differenza tra un intervento tampone e una vera politica energetica.

Donna di 85 anni trovata morta nel sonno a Pellezzano, indagini sul figlio

0

Una donna di 85 anni è stata trovata senza vita nella sua abitazione a Pellezzano, nel Salernitano. L’ipotesi investigativa al momento è quella di una morte violenta: secondo i primi elementi raccolti, l’anziana sarebbe stata soffocata nel sonno.

Sul caso sono in corso le indagini dei carabinieri della Compagnia di Mercato San Severino, coordinati dalla Procura della Repubblica di Salerno. Gli investigatori stanno cercando di ricostruire con precisione quanto accaduto nell’abitazione e, soprattutto, le circostanze che hanno preceduto la morte della donna.

Particolare attenzione è rivolta alla posizione del figlio dell’85enne, un uomo di 53 anni, sulla cui eventuale responsabilità sono in corso accertamenti. Al momento, dunque, le indagini non hanno ancora chiarito il quadro complessivo della vicenda.

Gli inquirenti stanno raccogliendo elementi utili a stabilire la dinamica dei fatti, mentre saranno gli accertamenti investigativi e medico-legali a fornire ulteriori indicazioni sulle cause e sulle modalità del decesso. Una vicenda ancora tutta da ricostruire, nella quale ogni elemento dovrà essere verificato prima di poter delineare responsabilità precise.