Il petrolio torna a correre e lo fa nel momento più delicato del confronto tra Stati Uniti e Iran. Sui mercati prevale il timore che le trattative sullo Stretto di Hormuz possano subire un nuovo rallentamento, alimentando l’incertezza sulle prospettive dell’approvvigionamento energetico internazionale.
Il Wti, il riferimento americano, sale dell’1,88% a 94,3 dollari al barile, mentre il Brent, benchmark europeo, guadagna il 2% e raggiunge quota 107 dollari. Numeri che fotografano la crescente sensibilità degli operatori a ogni segnale proveniente dal tavolo diplomatico tra Washington e Teheran.
Al centro della partita c’è ancora una volta Hormuz, uno dei passaggi marittimi più strategici per il commercio globale di petrolio. Qualsiasi incertezza sulla sua apertura o sulla piena sicurezza dei transiti si riflette rapidamente sulle quotazioni, perché i mercati tendono ad anticipare il rischio prima ancora che questo si traduca in una concreta interruzione delle forniture.
A riaccendere le preoccupazioni è stato anche l’intervento del ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi, che ha fatto sapere di essere in attesa di una risposta ufficiale da parte degli Stati Uniti alla proposta avanzata da Teheran proprio sull’apertura dello Stretto.
Secondo quanto riferito dai media iraniani, i mediatori qatarioti hanno presentato alcune idee che sono state esaminate dalla parte iraniana. Ora, ha spiegato Araghchi, toccherà nuovamente ai mediatori trasmettere le proposte a Washington e riportare successivamente a Teheran la posizione americana.
«I qatarioti sperano che ciò avvenga entro domani», ha dichiarato il ministro, indicando quindi una possibile scadenza per un nuovo passaggio diplomatico. Araghchi si trova a New York, dove prosegue il confronto sul dossier iraniano.
È proprio l’attesa della risposta americana a tenere i mercati con il fiato sospeso. Per gli operatori, infatti, il nodo non riguarda soltanto l’esito politico del negoziato, ma soprattutto le sue ricadute immediate sulla sicurezza delle rotte energetiche. Hormuz rappresenta un punto nevralgico del sistema petrolifero internazionale e ogni ipotesi di limitazione dei transiti tende a tradursi in un premio di rischio incorporato nelle quotazioni.
Il movimento del greggio segnala dunque quanto sia sottile l’equilibrio raggiunto sui mercati. Da una parte c’è la possibilità che la diplomazia riesca a evitare una nuova escalation e a garantire la continuità dei traffici. Dall’altra, l’assenza di una risposta definitiva da Washington lascia aperta una fase di incertezza che gli investitori stanno già prezzando.
Per il momento, la direzione è quella del rialzo. E a dettare il ritmo, più ancora dei fondamentali della domanda e dell’offerta, è la diplomazia internazionale.
