La tensione attorno allo Stretto di Hormuz resta alta, nonostante le rassicurazioni di Donald Trump. Il presidente degli Stati Uniti continua infatti a sostenere che Washington abbia il pieno controllo del cruciale passaggio marittimo, una delle principali arterie energetiche del pianeta.
«Abbiamo noi il controllo totale», ha ribadito Trump, descrivendo gli Stati Uniti come «in ottima posizione». Parole che puntano a trasmettere un messaggio di forza e deterrenza in una fase nella quale la sicurezza della navigazione attraverso Hormuz continua a rappresentare un elemento decisivo per gli equilibri geopolitici e per i mercati dell’energia.
Il petrolio torna a scorrere
Sul fronte dei traffici, intanto, emergono segnali di parziale ripresa. La circolazione delle petroliere è tornata ad aumentare e, secondo il segretario all’Energia statunitense Chris Wright, attraverso lo Stretto transitano attualmente quasi 9 milioni di barili di petrolio al giorno.
Un dato che testimonia quanto Hormuz rimanga centrale per l’approvvigionamento energetico internazionale. Qualunque ostacolo alla navigazione nello Stretto può infatti ripercuotersi rapidamente sui flussi di greggio e, di conseguenza, sulle quotazioni e sulle prospettive dei mercati globali.
La situazione, dunque, resta tutt’altro che risolta: da una parte Washington insiste sulla propria capacità di garantire il controllo dell’area; dall’altra, la ripresa dei traffici segnala la necessità di mantenere alta l’attenzione sulla sicurezza delle rotte.
Trump: «Ho seguito le indicazioni dei servizi»
A complicare ulteriormente il quadro è il racconto dello stesso Trump sulle modalità con cui ha lasciato la Turchia dopo un recente vertice.
Il presidente americano ha confermato di non aver utilizzato l’Air Force One e di essere partito a bordo di un altro velivolo. La decisione, ha spiegato, sarebbe stata determinata da una minaccia valutata dai servizi di sicurezza e dalle autorità militari.
«Io seguo le indicazioni dei servizi segreti e dei militari», ha raccontato Trump, spiegando che gli era stato chiesto di utilizzare «un volo diverso, un aereo diverso».
Il trasferimento, avvenuto lontano dai riflettori abituali che accompagnano gli spostamenti presidenziali, assume così un significato preciso: la sicurezza del presidente americano è stata considerata prioritaria al punto da modificare anche il dispositivo logistico normalmente previsto per i suoi viaggi.
Tra le tensioni su Hormuz e le precauzioni adottate per gli spostamenti presidenziali, il messaggio che arriva da Washington è dunque duplice: gli Stati Uniti vogliono mostrare di avere il controllo della situazione, ma allo stesso tempo riconoscono implicitamente che il livello di rischio resta elevato.
Ci sono miti e leggende sparsi in ogni angolo del mondo, storie che affrontano il tempo e sfidano la ragione. Ma se esiste una capitale mondiale della narrazione invisibile, un luogo dove la dimensione esoterica e la realtà sociale si fondono senza soluzione di continuità, quella capitale è Napoli. Qui il passato non passa mai davvero, resta in agguato nell’ombra, scritto con un inchiostro invisibile sui muri dei palazzi storici, pronto a sfiorare chiunque sia ancora capace di ascoltare. Via Santa Lucia, al civico 15, è uno di questi corridoi sospesi tra ciò che è stato e ciò che ancora ci osserva. L’imponente palazzo sorge nel cuore di un antico borgo marinaro dove l’eco delle onde e le storie dei pescatori si intrecciano da secoli con la pietra, proprio nel luogo in cui la leggenda vuole sia approdato il corpo della sirena Partenope, guscio e matrice generatrice dell’intera città. Progettato intorno al 1910 dal celebre architetto Giovanni Battista Comencini per volontà di Achille Visocchi, deputato e in seguito Senatore del Regno d’Italia, l’edificio rappresenta con il suo stile neorinascimentale e i fregi Art Nouveau l’orgoglio di una borghesia del Primo Novecento che volle lasciare un segno incancellabile. Di giorno, la strada scorre tra il vocio dei passanti, i profumi del mare e la frenesia moderna. Ma è quando cala la notte e le luci si spengono che il gigante di pietra svela la sua natura profonda. È qui che la dimensione del mito, dal richiamo antico di Partenope fino ai custodi della casa, incontra la condizione umana più attuale, quella del lavoro notturno, della vigilanza e della solitudine d’impiego a tutela della collettività e della memoria. Nel grande cortile interno, dove l’eco del traffico sfuma in un silenzio solenne, la lapide marmorea dedicata a Visocchi e i dettagli in ferro battuto raccontano una storia di prestigio. Nelle ore più silenziose, poco prima dell’alba, intricate figure geometriche e delicati rilievi sembrano animarsi, mentre la tradizione vuole che tra le rampe della maestosa Scala A e nei sotterranei in tufo vegli la Bella ‘Mbriana. Nella cultura popolare napoletana, questo spirito benefico, il cui nome deriva dal latino meridiana quale simbolo di luce e calore domestico, rappresenta la protezione della casa e della comunità, costituendo l’antitesi positiva del dispettoso Munaciello.
Ma oggi, qual è il valore sociale di queste figure e di chi le vive dall’interno?
Fare la vigilanza notturna al civico 15 non significa soltanto compiere un servizio di controllo edilizio. In un’epoca segnata dall’individualismo, dalla precarietà e dallo sfilacciamento dei legami sociali a livello nazionale, la figura del vigilante notturno diventa metafora di una presenza costante e invisibile. Nelle ore più profonde, tra il fruscio del vento e il crepitio del marmo, il lavoratore entra in un dialogo silenzioso con la città che dorme. Passo dopo passo, il custode finisce quasi per mescolarsi alla pietra e al mito, diventando egli stesso un’ombra discreta, una sentinella del bene comune. Il messaggio che da Napoli si proietta sull’intero Paese è chiaro: dietro il fascino delle leggende, la fascinazione per Partenope e la maestosità dell’architettura, c’è sempre la vita vera delle persone. La Bella ‘Mbriana non è soltanto un folklore esoterico, ma il simbolo di un bisogno universale di protezione, di dignità del lavoro e di cura degli spazi che abitiamo. In un’Italia che troppo spesso dimentica i propri lavoratori invisibili e il valore della memoria storica, riscoprire i luoghi dell’anima significa restituire centralità all’uomo. Perché se è vero che le leggende popolano il mondo intero, è solo attraverso la tutela della nostra identità e della dignità sociale che possiamo continuare a definirci comunità.
La sua Marta, in Ricomincio da tre, aveva il volto di una donna lontana dai cliché dell’epoca. Indipendente, concreta, capace di confrontarsi alla pari con Gaetano, il personaggio interpretato da Massimo Troisi. Un ruolo che, pur inserito in un film destinato a diventare un classico della commedia italiana, raccontava già una sensibilità diversa, più moderna e meno incline alle convenzioni. È anche attraverso quella figura che il pubblico ricorderà Fiorenza Marchegiani, morta l’11 agosto ad Albano Laziale all’età di 73 anni.
Nata a Osimo, nelle Marche, nel 1953, Marchegiani aveva costruito la propria carriera senza mai affidarsi a un solo linguaggio. Teatro, cinema e televisione sono stati i tre territori di un percorso professionale solido, sviluppato nell’arco di decenni e caratterizzato da una presenza costante, anche quando lontana dai riflettori della notorietà più rumorosa.
La formazione era quella rigorosa dell’Accademia d’Arte Drammatica di Roma, il luogo nel quale si forma una generazione di interpreti destinata a portare sul palcoscenico e davanti alle telecamere una solida preparazione teatrale. Proprio il teatro fu il suo primo approdo professionale. Con lo Stabile di Genova lavorò in La foresta di Aleksandr Ostrovskij e ne I due gemelli veneziani di Carlo Goldoni, diretta da Luigi Squarzina, uno dei protagonisti della regia teatrale italiana del Novecento.
Poi arrivò la televisione, con le prime esperienze nelle produzioni Rai, e infine il cinema. Il passaggio decisivo avvenne nel 1981, quando Massimo Troisi la volle nel cast di Ricomincio da tre, la sua prima regia cinematografica. Per Marchegiani fu l’incontro con un’opera destinata a lasciare un segno profondo nella cultura popolare italiana.
Nel film interpreta Marta, la fidanzata di Gaetano. Al fianco di Troisi, Marchegiani contribuisce a costruire una relazione sentimentale che si allontana dalla rappresentazione tradizionale della coppia tipica della commedia di quegli anni. Il successo del film trasformò Troisi in una delle figure centrali del nuovo cinema italiano, mentre per Marchegiani quel ruolo rimase il più immediatamente associato al suo nome.
Il cinema, tuttavia, non sarebbe diventato il centro della sua carriera. Dopo una decina di film, l’attrice trovò soprattutto nella televisione un terreno professionale duraturo. A partire dal 1999 entrò nel cast di Vivere, interpretando Letizia Visconti Gherardi e conquistando così un pubblico ancora più ampio attraverso uno dei titoli più seguiti della serialità italiana.
Nel 2002 fu Giancarla Morante in Incantesimo. Tre anni più tardi arrivò Elisa di Rivombrosa, altra produzione di grande popolarità. Negli anni successivi Marchegiani continuò a lavorare in fiction e serie televisive, comparendo in Distretto di polizia, Un amore e una vendetta, con Anna Valle e Alessandro Preziosi, e, dal 2012, ne Le tre rose di Eva. Tra le sue esperienze sul grande schermo figura anche Natale a New York, accanto a Christian De Sica.
Una carriera, dunque, costruita soprattutto sulla continuità. Marchegiani non è stata l’attrice di un unico personaggio, anche se un ruolo come quello di Marta ha finito inevitabilmente per diventare il suo biglietto da visita più riconoscibile. Il suo percorso racconta piuttosto il lavoro quotidiano di un’interprete capace di attraversare epoche, linguaggi e generi, passando dal teatro d’autore alle fiction popolari senza perdere la propria impronta professionale.
Negli ultimi anni aveva progressivamente ridotto la propria presenza sulla scena pubblica, mantenendo un profilo riservato. A ricordarla, dopo la notizia della scomparsa, è stata anche la sua Osimo, la città nella quale era nata e alla quale era rimasta profondamente legata.
La sindaca Michela Glorio ha ricordato Marchegiani come una «brillante attrice», sottolineando il rapporto mai interrotto con la città. Nel suo messaggio ha evocato anche immagini quotidiane, le passeggiate dell’attrice nel centro storico, tra corso Mazzini e piazza del Comune: un modo per restituire alla figura pubblica la dimensione privata di una donna rimasta affezionata alle proprie radici.
Nel 2005 Osimo le aveva conferito la civica benemerenza, riconoscendo proprio quel legame con il territorio. Un riconoscimento che oggi assume il valore di una testimonianza di appartenenza, al di là della carriera e della notorietà.
Anche Offagna ha voluto ricordarla. Il sindaco Ezio Capitani ha raccontato un’amicizia nata ai tempi del liceo e il rapporto dell’attrice con il paese, dove aveva trascorso parte dell’infanzia e dove vivevano nonni e zii. Un ricordo personale che si aggiunge a quello istituzionale e restituisce il ritratto di una donna che, nonostante una carriera sviluppata lontano dalle Marche, non aveva smesso di considerare quelle origini una parte essenziale della propria identità.
Fiorenza Marchegiani lascia così un percorso che attraversa oltre quarant’anni di spettacolo italiano. E se il pubblico continuerà a riconoscerla soprattutto negli occhi e nelle parole di Marta, accanto a un giovane Massimo Troisi, quella non sarà l’unica fotografia della sua carriera. Sarà piuttosto la porta d’ingresso a una storia professionale più ampia: quella di un’attrice partita dal teatro, arrivata al cinema nel momento giusto e capace poi di costruire nella televisione una presenza lunga, riconoscibile e discreta.
L’Etna continua a dettare i tempi della mobilità siciliana. La nuova emissione di cenere vulcanica in atmosfera ha costretto la Sac, società che gestisce gli aeroporti di Catania e Comiso, a prolungare le limitazioni al traffico aereo, trasformando l’emergenza vulcanica in una vera e propria crisi logistica per migliaia di passeggeri.
All’aeroporto internazionale Vincenzo Bellini di Catania, le operazioni di arrivo e partenza restano sospese fino alle 18 di oggi, mentre allo scalo Pio La Torre di Comiso lo stop è previsto, al momento, fino alle 10. Una situazione in continua evoluzione, legata all’attività eruttiva del vulcano e alla presenza di particelle di cenere che possono compromettere le condizioni di sicurezza necessarie per il traffico aereo.
Catania, lo scalo resta fermo
La Sac ha comunicato la chiusura degli spazi aerei corrispondenti al settore B3, in conseguenza della presenza di cenere vulcanica in atmosfera. Il provvedimento riguarda sia i voli in arrivo sia quelli in partenza dall’aeroporto catanese.
A Comiso, invece, la sospensione delle operazioni è stata disposta a causa della contaminazione da cenere vulcanica. Per i passeggeri il consiglio della società di gestione è quindi quello di evitare spostamenti inutili verso gli aeroporti e di controllare preventivamente lo stato del proprio volo direttamente con la compagnia aerea.
Un’indicazione particolarmente importante in una giornata nella quale gli aggiornamenti possono cambiare rapidamente, in funzione dell’evoluzione dell’attività dell’Etna e della dispersione della nube di cenere.
Quattro giorni di caos e oltre 100 mila viaggiatori coinvolti
L’emergenza arriva nel cuore dell’esodo estivo e i numeri restituiscono la dimensione del problema. Secondo le stime riportate dal Corriere della Sera, tra l’8 e l’11 agosto all’aeroporto di Catania sarebbero stati cancellati almeno 388 voli in partenza, pari a circa il 55% di quelli programmati. A questi si aggiungono 212 voli in arrivo cancellati, circa il 30% del totale previsto.
Il bilancio non si esaurisce nelle cancellazioni. Diversi aeromobili sono stati dirottati verso altri aeroporti siciliani, con effetti a cascata sull’organizzazione dei viaggi. Per molti passeggeri, raggiungere la destinazione originaria ha significato affrontare ulteriori trasferimenti in auto, taxi o autobus, con tempi di percorrenza dilatati e costi aggiuntivi.
A pagare il prezzo più alto sono soprattutto i turisti che avevano programmato vacanze con coincidenze strette, trasferimenti già prenotati o rientri fissati in date precise. Nel complesso, secondo le stime citate, sono oltre 100 mila i viaggiatori che hanno dovuto fare i conti con cancellazioni, ritardi o variazioni del proprio itinerario.
Tra le compagnie maggiormente interessate dalle modifiche operative figurano Ryanair, easyJet, Ita Airways e Wizz Air, che stanno gestendo riprogrammazioni e variazioni dei collegamenti sulla base delle condizioni operative degli scali.
Perché la cenere è un pericolo per gli aerei
Dietro quella che, agli occhi di un passeggero, può sembrare una semplice nuvola di polvere si nasconde un rischio concreto per la sicurezza del trasporto aereo. La cenere vulcanica è composta da particelle estremamente abrasive che, se presenti lungo le rotte degli aeromobili o in prossimità degli aeroporti, possono interferire con diverse componenti del volo.
La nube può innanzitutto ridurre la visibilità e rendere più complesse le operazioni di decollo e atterraggio. Ma il problema riguarda soprattutto gli effetti che le particelle possono avere sugli aeromobili: la cenere può depositarsi sulle superfici esterne, interferire con alcuni sistemi e, soprattutto, rappresentare un serio rischio per i motori, nei quali le particelle possono fondersi a causa delle temperature estremamente elevate.
Per questo motivo la presenza della nube viene monitorata con particolare attenzione e le autorità aeronautiche possono imporre limitazioni o chiusure degli spazi aerei anche quando le condizioni al suolo sembrano apparentemente gestibili.
Il vento può cambiare rapidamente lo scenario
A rendere ancora più imprevedibile l’emergenza è il ruolo del vento. Direzione e intensità delle correnti atmosferiche determinano infatti il percorso della nube e possono spostare la cenere verso le aree aeroportuali, modificando in tempi relativamente brevi le condizioni operative.
È anche per questo che le finestre temporali indicate per la sospensione dei voli non devono essere interpretate come una garanzia di ripresa automatica delle attività. La riapertura degli scali dipenderà dall’evoluzione dell’attività dell’Etna, dalla presenza di cenere negli spazi aerei interessati e dalle verifiche necessarie per garantire condizioni di sicurezza.
Nel frattempo, per chi deve partire o rientrare dalla Sicilia, la parola d’ordine resta una sola: verificare il volo prima di raggiungere l’aeroporto. In una giornata condizionata dall’ennesima fase di attività del vulcano, infatti, il tabellone delle partenze può cambiare più velocemente dei programmi di viaggio.
Sono trascorsi 82 anni da quella mattina del 12 agosto 1944, ma Sant’Anna di Stazzema continua a interrogare il presente. Non soltanto come luogo della memoria di una delle più feroci stragi nazifasciste compiute in Italia, ma come monito davanti al ritorno di guerre, violenze e nuove forme di sopraffazione.
Nel giorno dell’anniversario dell’eccidio, il presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha affidato a un messaggio il ricordo delle 560 vittime, in gran parte donne, anziani e bambini. Una memoria che, nelle parole del capo dello Stato, non può ridursi a una celebrazione del passato: deve diventare coscienza civile e responsabilità per il presente.
La mattina del 12 agosto 1944, i reparti delle SS, con la complicità dei fascisti, entrarono in azione a Sant’Anna di Stazzema dando vita a una strage che avrebbe lasciato un segno indelebile nella storia italiana. Case e luoghi della comunità si trasformarono in scenari di morte. Furono colpiti soprattutto i più vulnerabili, persone che non rappresentavano un obiettivo militare, ma che vennero travolte dalla logica dell’annientamento.
Per Mattarella, Sant’Anna rappresenta proprio «un simbolo dell’abisso in cui le guerre possono precipitare», quando la violenza cancella la dignità dell’essere umano e l’orrore prende il posto di ogni principio di umanità.
Ma il messaggio del presidente guarda con nettezza anche all’oggi. «Le guerre sono tornate a gettare la loro ombra sui nostri giorni», osserva Mattarella, rilevando come «le volontà di potenza» e «i propositi di dominio» siano tornati ad affacciarsi, «manifestandosi in forme anche inedite».
È questo il passaggio che lega più direttamente la memoria di Sant’Anna alla contemporaneità. Ricordare non significa soltanto ricostruire ciò che è accaduto, ma riconoscere i segnali che possono condurre nuovamente alla negazione dell’altro, alla disumanizzazione e alla sopraffazione. Per questo, sottolinea il capo dello Stato, diventano essenziali le testimonianze e quelle coscienze capaci di trasmettere alle nuove generazioni esperienze e valori.
Il riferimento è chiaro: la democrazia non vive soltanto nelle istituzioni, ma anche nella capacità quotidiana di respingere violenza e odio, insieme al disprezzo per il pluralismo e per l’identità delle persone.
Sant’Anna di Stazzema, oggi luogo della memoria e sede del Parco Nazionale della Pace, assume così un significato che supera i confini della tragedia del 1944. È uno spazio nel quale il ricordo diventa educazione alla responsabilità e nel quale la memoria della vittime si intreccia con la difesa dei valori democratici nati dalla Resistenza e dalla Liberazione.
«Fare memoria», ricorda Mattarella, «oltre che atto di responsabilità» è anche «atto di liberazione che si rinnova». La vittoria sul nazifascismo aprì la strada alla rinascita democratica, ma quella conquista, avverte il presidente, non può essere considerata definitiva. Ogni generazione è chiamata a rafforzare e difendere le conquiste civili, perché i loro presupposti etici e le ragioni dell’impegno democratico devono essere continuamente rinnovati.
È forse questo il significato più profondo dell’anniversario di Sant’Anna: la memoria non è rivolta soltanto all’indietro. È uno strumento per leggere il presente e orientare il futuro.
Nel finale del suo messaggio, Mattarella ribadisce il dovere della Repubblica di ricordare gli innocenti — donne, anziani e bambini — uccisi senza pietà a Sant’Anna e nelle frazioni di Stazzema, vittime di una violenza che arrivò a oltraggiare e bruciare i corpi, calpestando ogni sentimento di umanità.
Ed è proprio davanti a quella disumanità che, secondo il presidente, si trovano le radici della Repubblica. Radici dolorose, ma essenziali. Perché ricordare Sant’Anna significa anche riaffermare, nel presente, che nessuna volontà di potenza, nessun progetto di dominio e nessuna ideologia possono cancellare la dignità della persona e il valore della libertà.
Ci sono misteri che appartengono alla storia e altri che, in qualche modo, continuano a vivere oltre la storia. La Sindone appartiene a entrambe le categorie.
Da secoli quel telo è capace di dividere opinioni, alimentare studi, interrogare la scienza e parlare alla fede. Per alcuni è una delle reliquie più importanti della cristianità, per altri un oggetto dalla storia controversa, per tutti un simbolo di enorme potenza. Ma che cosa accadrebbe se, invece di domandarsi soltanto se quel telo sia autentico, si provasse a immaginare il momento esatto in cui qualcuno decise di crearlo? È questa la domanda da cui prende le mosse Il Sudario – L’inganno che divenne fede, il nuovo romanzo di Daniele Cappa, scrittore, giornalista e promotore culturale originario della provincia di Biella e oggi residente a Vercelli.
La risposta che Cappa affida alla narrativa è una storia di potere, fede, ambizione, segreti e manipolazione. Una storia che comincia nel 1277, nella Francia medievale, e che immagina la nascita di un progetto destinato a produrre qualcosa di molto più grande delle intenzioni dei suoi stessi artefici. Un miracolo. O, almeno, qualcosa che abbia tutte le caratteristiche per essere considerato tale.
La promessa
Siamo nella Francia del 1277, in un’Europa nella quale la religione non è soltanto una dimensione spirituale, ma anche una delle grandi forze che regolano la politica, gli equilibri sociali e i rapporti di potere. La Chiesa è un’autorità immensa. I rapporti con l’Impero sono delicati. Il consenso religioso ha un peso politico e i simboli della fede possono diventare strumenti di straordinaria efficacia. È in questo scenario che viene formulata una promessa tanto semplice quanto rischiosa: portare al Papa un miracolo. Una promessa che, una volta pronunciata, non può più essere ritirata.
Per trasformarla in realtà nasce un progetto segreto. Nel romanzo vengono coinvolti religiosi, artisti, artigiani e studiosi, ciascuno chiamato a mettere a disposizione una parte delle proprie competenze. Ma nessuno deve conoscere tutto.
La compartimentazione del segreto diventa una delle regole fondamentali dell’impresa. Ognuno sa soltanto ciò che deve sapere. Il silenzio è parte integrante del progetto. Perché l’obiettivo non è semplicemente realizzare un oggetto. L’obiettivo è creare qualcosa che abbia la forza di convincere. E qui il romanzo introduce la sua intuizione più inquietante: un miracolo non deve necessariamente essere vero per produrre effetti reali. Deve essere creduto. Da quel momento il lettore entra in una storia nella quale il confine tra artificio e fede diventa sempre più difficile da individuare.
Il vero mistero non è il telo
È probabilmente questo il punto nel quale Il Sudario si distingue dalle numerose opere che negli anni hanno affrontato il tema della Sindone. Cappa non scrive un saggio e non pretende di risolvere una controversia storica e scientifica che da secoli continua a suscitare discussioni. Non chiede al lettore di scegliere tra fede e scienza. Sceglie invece la strada della fiction e costruisce un’ipotesi narrativa. La domanda diventa molto più scomoda: se un oggetto nato da un inganno fosse capace di generare una fede autentica, quell’inganno cesserebbe di essere tale? È una domanda che non riguarda soltanto la Sindone. Riguarda il modo nel quale gli uomini costruiscono i simboli, attribuiscono significati agli oggetti, trasformano la memoria in tradizione e la tradizione in verità condivisa.
Un oggetto può essere costruito. Il suo significato, invece, può sfuggire completamente a chi lo ha costruito. È questo il paradosso che attraversa il romanzo.
Gli uomini possono fabbricare un’immagine, ma non possono necessariamente controllare ciò che quell’immagine diventerà.
Quando l’inganno diventa fede
Il titolo del romanzo è già una dichiarazione di intenti. Il Sudario. L’inganno che divenne fede. Non l’inganno contro la fede. Non l’inganno che distrugge la fede. L’inganno che diventa fede. È una differenza sottile, ma decisiva. Cappa porta il lettore nel momento in cui alcuni uomini possono ancora pensare di controllare ciò che stanno facendo. Sanno che stanno costruendo qualcosa. Sanno perché lo stanno facendo. Conoscono il rischio. Ma la storia che nascerà da quel progetto potrebbe essere molto più grande del progetto stesso. È qui che il romanzo smette di essere soltanto una storia sulla possibile origine di una reliquia e diventa una riflessione sul rapporto tra verità e percezione. Perché una convinzione può essere falsa nella sua origine e autentica nelle conseguenze? E se milioni di persone attribuiscono a un oggetto un significato spirituale, quel significato può essere considerato falso soltanto perché l’oggetto, all’origine, era stato concepito diversamente? Sono interrogativi che Cappa non risolve con una formula. Li lascia lavorare dentro il lettore.
Il vantaggio di conoscere il finale
C’è un apparente paradosso nella costruzione di Il Sudario. Il lettore sa già come dovrebbe finire. Sa che il misterioso telo immaginato dal romanzo è destinato a diventare, nei secoli, la Sindone. Eppure, questa consapevolezza non riduce il mistero. Lo sposta. Non interessa più soltanto sapere che cosa accadrà, ma come ci si arriverà. Chi ha concepito il progetto? Chi lo ha finanziato? Chi ne conosce la vera natura? Chi esegue gli ordini senza comprendere fino in fondo ciò a cui sta partecipando? E soprattutto, che cosa succede quando il risultato supera le intenzioni dei suoi creatori? È qui che il thriller storico assume una dimensione quasi psicologica. Il lettore conosce il futuro, ma non conosce la strada che conduce a quel futuro. E ogni pagina aggiunge un tassello a una costruzione nella quale il vero protagonista potrebbe essere proprio il segreto.
Una storia italiana che guarda a un pubblico internazionale
Il percorso del romanzo è interessante anche sul piano editoriale. Il Sudario è distribuito a livello globale da Amazon. Il libro è inoltre disponibile e prenotabile, oltre che su Amazon, presso librerie fisiche e online in diversi Paesi.
In Italia è presente attraverso Feltrinelli e IBS.
In Germania attraverso Hugendubel.
In Svizzera attraverso Orell Füssli.
Nel Regno Unito attraverso Foyles.
In Danimarca attraverso Saxo.
Nella Repubblica Ceca attraverso Libristo.
Negli Stati Uniti attraverso ThriftBooks, anche con riferimento al mercato di Washington, e Books-A-Million.
In Sudafrica attraverso Exclusive Book.
È una geografia editoriale che va ben oltre la dimensione nazionale.
Il romanzo nasce nel vercellese, passa attraverso l’esperienza di un autore che ha lavorato in diverse città italiane e arriva oggi a confrontarsi con lettori appartenenti a mercati culturali differenti. La materia narrativa, del resto, possiede già una vocazione internazionale. La Sindone non è un simbolo confinato a una sola città, a una sola nazione o persino a una sola tradizione culturale. È uno dei grandi oggetti simbolici della storia europea e della cristianità. Raccontarne una possibile origine significa quindi confrontarsi con un immaginario che non ha confini.
Il passaparola e l’ipotesi del cinema
Il crescente interesse intorno al romanzo sta alimentando anche una suggestione che, per il momento, deve essere trattata con prudenza. Attorno a Il Sudario circolano infatti indiscrezioni relative a un possibile interesse per un adattamento cinematografico. Non ci sono, al momento, annunci ufficiali né accordi da considerare conclusi. Ma la possibilità appare comprensibile osservando la materia narrativa del libro. La Francia medievale, i conventi, gli ambienti ecclesiastici, il laboratorio clandestino, gli uomini che lavorano nel segreto, le tensioni, i rituali e la costruzione progressiva del mistero hanno una forza visiva immediata.
È una storia che potrebbe facilmente trasformarsi in immagini. Un corridoio medievale. Una stanza illuminata dalle candele. Un gruppo di uomini che lavora su un oggetto del quale soltanto pochi conoscono il vero scopo. E, fuori, un mondo completamente ignaro di ciò che sta accadendo. Il cinema, però, è eventualmente una storia futura. Quella attuale è ancora una storia di carta. Ed è nelle pagine del romanzo che bisogna cercare la risposta.
La prospettiva di un autore ateo
C’è un altro aspetto che rende particolare il rapporto tra Cappa e la materia narrata. L’autore si definisce ateo, ma allo stesso tempo profondamente interessato alla spiritualità e alle grandi domande che accompagnano l’esistenza. Una posizione che nel romanzo non diventa una provocazione. Al contrario, gli consente di osservare il fenomeno religioso da una prospettiva narrativa non schierata. La Chiesa raccontata da Cappa è composta da uomini. Uomini devoti e uomini ambiziosi. Uomini che credono e uomini che dubitano. Uomini capaci di grandi intuizioni e di grandi errori.
La fede non viene ridotta a una caricatura e la Chiesa non viene trasformata nel semplice antagonista della storia.
Il vero oggetto dell’indagine è più profondo: è il comportamento umano davanti al bisogno di credere. Perché gli uomini cercano segni? Perché hanno bisogno di materializzare ciò che non possono vedere? E perché, una volta trovato un simbolo, sono disposti a difenderlo anche quando la sua origine diventa incerta?
Dal mistero medievale alle domande del presente
È probabilmente questo il motivo per cui una storia ambientata nel 1277 riesce a parlare anche al lettore contemporaneo. Il Sudario non riguarda soltanto un telo. Riguarda la costruzione delle convinzioni. Riguarda la forza delle immagini.
Riguarda il potere dei simboli. Riguarda il modo in cui un racconto, quando viene ripetuto abbastanza a lungo e inserito dentro una tradizione, può assumere una consistenza propria. In questo senso il Medioevo diventa quasi uno specchio del presente. Anche oggi gli uomini costruiscono narrazioni, attribuiscono significati, scelgono ciò a cui credere e trasformano immagini e racconti in convinzioni collettive.
Cambiano gli strumenti. Non cambia necessariamente il meccanismo umano. È questa la dimensione più contemporanea del romanzo di Cappa.
La vera domanda arriva alla fine
Quando si arriva alla conclusione, il lettore potrebbe accorgersi che il mistero iniziale è cambiato. All’inizio vuole sapere se la Sindone sia autentica. Poi vuole sapere come sia stata realizzata. Infine, si ritrova davanti a una domanda completamente diversa.
Che cosa rende vera una verità?
È l’origine? È la prova? È la fede? È il numero delle persone che la condividono? Oppure è la capacità di quella verità di attraversare il tempo e trasformare il modo nel quale gli uomini guardano il mondo? Il Sudario non pretende di fornire una risposta definitiva. E forse è proprio questa la sua scelta più intelligente. Perché un thriller che risolve ogni mistero finisce con l’ultima pagina. Un thriller che lascia una domanda aperta continua invece a vivere nella mente del lettore. La Sindone, in fondo, ha fatto esattamente questo per secoli. Ha continuato a interrogare. Ha continuato a dividere. Ha continuato a suscitare fede, dubbi, studi e interpretazioni. Il romanzo di Daniele Cappa prende quel mistero e lo riporta al suo possibile punto di partenza. A un gruppo di uomini. A una promessa. A un progetto clandestino. A un oggetto che non doveva soltanto essere visto. Doveva essere creduto. E forse è proprio qui che si trova la domanda più inquietante di tutto il romanzo:
quanto siamo disposti a credere a ciò che desideriamo sia vero?
Una domanda medievale solo in apparenza. Perché, a ben vedere, è una domanda che riguarda ancora noi.
Due fermi e una discoteca con la licenza sospesa per quindici giorni. È il primo, pesante bilancio dell’inchiesta sulla morte di Antonio Perrotta, 34enne di Fuscaldo, deceduto dopo essere stato aggredito e picchiato all’esterno di una discoteca di Sangineto, dove lavorava come addetto alla sicurezza.
Sul fronte giudiziario, la Procura della Repubblica di Paola ha disposto il fermo di due persone ritenute coinvolte nella vicenda. Si tratta di due fratelli originari di Belvedere Marittimo, individuati dagli investigatori anche attraverso l’esame delle immagini degli impianti di videosorveglianza. I due, pur vivendo e lavorando all’estero, tornerebbero periodicamente nel paese d’origine e sono stati rintracciati proprio a Belvedere Marittimo.
Nelle prossime ore saranno ascoltati dal procuratore della Repubblica di Paola, Domenico Fiordalisi, nell’ambito degli accertamenti destinati a definire con maggiore precisione il loro ruolo nella drammatica sequenza culminata con la morte del giovane.
L’indagine è stata aperta per omicidio, con l’ipotesi, secondo quanto emerso finora, dell’aggravante dei futili motivi.
La lite, poi l’aggressione all’esterno
La ricostruzione investigativa prende le mosse da una discussione nata all’interno della discoteca. Un episodio che, stando agli elementi raccolti dagli inquirenti, sarebbe scaturito da motivi di scarsa rilevanza e che successivamente sarebbe degenerato una volta all’esterno del locale.
È lì che si sarebbe consumato il pestaggio ai danni di Perrotta.
A ricostruire ogni passaggio della serata sono gli investigatori della Squadra Mobile di Cosenza, del Commissariato di Diamante e i carabinieri delle Compagnie di Paola e Scalea. Un lavoro che ha messo insieme immagini di videosorveglianza e testimonianze raccolte nelle ore successive ai fatti.
Proprio le dichiarazioni di numerose persone ascoltate dagli investigatori, insieme agli elementi acquisiti attraverso le telecamere, avrebbero contribuito a delineare il quadro investigativo che ha portato la Procura di Paola a emettere i due provvedimenti di fermo.
Restano ora da chiarire tutti gli aspetti della dinamica, compreso il momento esatto in cui la discussione si sarebbe trasformata in violenza e il ruolo avuto da ciascuna delle persone coinvolte.
Il questore sospende la licenza del locale
Parallelamente all’inchiesta penale è arrivato anche il provvedimento dell’autorità di pubblica sicurezza. Il questore ha infatti disposto la sospensione per 15 giorni della licenza della discoteca di Sangineto nella quale Perrotta lavorava come addetto alla sicurezza.
La decisione, spiegano dagli uffici della Questura, è stata adottata sulla base degli atti predisposti e acquisiti dal Commissariato di Diamante, dalla Squadra Mobile della Questura di Cosenza e dal Comando Compagnia dei carabinieri di Paola.
Nel provvedimento viene evidenziato come, durante la serata danzante tra l’8 e il 9 agosto, all’interno del locale o nelle immediate vicinanze dell’uscita si siano verificati violenti scontri tra alcuni avventori e personale della sicurezza, dai quali sarebbe poi derivata la morte del giovane coinvolto nella vicenda.
La sospensione della licenza assume dunque anche un valore di prevenzione e di tutela dell’ordine e della sicurezza pubblica, mentre sul piano giudiziario saranno gli ulteriori accertamenti a stabilire responsabilità e dinamica dell’aggressione.
L’inchiesta, intanto, prosegue. Gli investigatori stanno ricostruendo minuto per minuto quella notte, cercando di dare un volto preciso alla violenza che ha trasformato una serata in discoteca in una tragedia e che è costata la vita, a soli 34 anni, ad Antonio Perrotta.
La nuova frontiera del dibattito europeo sull’immigrazione passa, ancora una volta, dalla Spagna. E passa soprattutto dalla scelta di Pedro Sánchez di non affrontare il fenomeno soltanto con la grammatica dell’emergenza, della chiusura e dell’allarme.
Una scelta che ha immediatamente provocato reazioni. Dopo la Danimarca, anche la Svezia ha puntato il dito contro Madrid. Il primo ministro Ulf Kristersson, intervistato dal Financial Times, ha definito la regolarizzazione di massa dei migranti irregolari promossa dal governo spagnolo una «pessima idea», arrivando a evocare il rischio di una nuova crisi migratoria sul modello del 2015 e possibili conseguenze per l’area Schengen.
È il riflesso di una parte dell’Europa che, davanti alla questione migratoria, sembra conoscere soprattutto una parola: paura.
Paura degli arrivi, paura delle conseguenze elettorali, paura di apparire troppo permissivi, paura che ogni apertura venga interpretata come un invito. Una paura politicamente comprensibile, ma che rischia di diventare una pessima consigliera quando prende il posto della politica.
Perché Sánchez, piaccia o non piaccia, sa perfettamente che cosa sta facendo.
La regolarizzazione non è necessariamente sinonimo di porte aperte e non può essere liquidata semplicemente come una resa davanti all’immigrazione irregolare. Può essere, al contrario, uno strumento per riportare dentro un quadro legale persone che già si trovano sul territorio, sottraendole all’economia sommersa, all’irregolarità permanente e all’impossibilità di essere pienamente governate dalle istituzioni.
È una scommessa. E come tutte le scommesse politiche può essere giudicata, contestata e persino rivelarsi sbagliata. Ma chiamarla automaticamente follia significa rinunciare a discutere nel merito.
Nel frattempo, a Ceuta il quadro resta delicatissimo. La città autonoma spagnola continua a rappresentare uno dei punti più sensibili della frontiera europea. Le autorità locali descrivono una situazione estremamente difficile anche sul piano sanitario e restano alte le preoccupazioni per possibili nuovi arrivi. Circolano inoltre stime molto elevate su una eventuale nuova ondata migratoria entro Ferragosto, accompagnate da timori per possibili infiltrazioni terroristiche.
Su questo punto, però, è indispensabile distinguere tra allarme, stime investigative e fatti accertati. Il governo di Madrid, attraverso Pedro Sánchez, ha smentito gli scenari più allarmistici. Ed è proprio qui che il dibattito europeo rischia di scivolare dalla politica alla profezia: ogni numero diventa una minaccia, ogni movimento una possibile invasione, ogni scelta diversa dalla chiusura un pericolo per la sicurezza.
La questione è molto più complessa.
Anche perché la Spagna non sembra intenzionata a farsi dettare l’agenda dagli umori delle altre capitali. Il ministro degli Esteri José Manuel Albares, parlando della posizione italiana sulla situazione di Ceuta, ha accusato Roma di non aver mostrato la solidarietà e il sostegno manifestati, a suo dire, dalla maggioranza dei Paesi dell’Unione europea. Secondo Albares, l’atteggiamento italiano sarebbe riconducibile a interessi di parte e a esigenze elettorali interne. Il ministro ha inoltre ricordato come l’Italia registri un numero maggiore di ingressi irregolari rispetto alla Spagna e ha definito marginali, inferiori all’1%, i movimenti secondari dalla Spagna verso l’Italia.
Sono parole pesanti, soprattutto perché toccano il nervo scoperto della politica europea: l’immigrazione è diventata anche una gigantesca questione di consenso.
E qui Sánchez mostra una differenza non secondaria rispetto a chi, in Europa, preferisce alzare la voce prima ancora di aver individuato una soluzione. Il premier spagnolo può essere criticato per la sua scelta, ma almeno sta tentando di governare il problema attraverso una decisione concreta, assumendosene il costo politico.
Gli altri, invece, spesso sembrano limitarsi a guardare il termometro dei sondaggi.
È molto più facile dire no. È molto più facile agitare il fantasma del 2015. È molto più facile promettere frontiere impenetrabili, evocare Schengen come una fortezza assediata e parlare all’elettorato attraverso slogan rassicuranti. La linea della paura paga, almeno nel breve periodo. Consente di trasformare un fenomeno complicato in una contrapposizione elementare: noi contro loro, sicurezza contro accoglienza, confini contro migranti.
Ma governare non significa necessariamente scegliere ciò che tranquillizza di più.
Significa scegliere ciò che si ritiene possa funzionare.
La Spagna sembra aver scelto di correre questo rischio. Sánchez sa che una regolarizzazione di massa può provocare una reazione durissima in Europa e può diventare terreno fertile per le opposizioni. Sa anche che la gestione dell’immigrazione irregolare non può essere risolta semplicemente lasciando migliaia di persone in una zona grigia giuridica e sociale.
Ed è forse questo il punto più interessante della vicenda.
Mentre alcuni leader europei si affannano a spiegare perché la Spagna starebbe sbagliando, Sánchez sembra voler dimostrare che l’immigrazione non si governa soltanto costruendo paure, ma anche prendendo decisioni.
Naturalmente, la sua strategia dovrà essere misurata sui risultati: integrazione, occupazione, sicurezza, capacità amministrativa, controllo delle frontiere e soprattutto prevenzione di nuovi flussi irregolari. Una regolarizzazione, da sola, non può essere la politica migratoria di un Paese.
Ma nemmeno l’allarme permanente può esserlo.
Il vero banco di prova per l’Europa sarà allora un altro: riuscire a discutere delle scelte spagnole senza ridurre tutto alla caricatura della «sanatoria» e, contemporaneamente, riuscire a parlare di sicurezza senza trasformare ogni migrante in una minaccia.
Perché tra il buonismo ingenuo e il sovranismo urlato esiste una terza strada: la politica.
E quella strada, per il momento, Sánchez ha almeno avuto il coraggio di imboccarla.
Non è più soltanto un’estate eccezionalmente calda. È una stagione che sta mettendo alla prova la capacità dell’Europa di resistere alla combinazione più insidiosa del cambiamento climatico: temperature estreme, siccità prolungata e incendi sempre più difficili da contenere.
Negli ultimi anni le fiamme hanno divorato oltre un milione di ettari di territorio europeo, una superficie equivalente a circa due volte la Liguria o a un terzo del Belgio. Un bilancio già impressionante che assume contorni ancora più preoccupanti se inserito in una tendenza di lungo periodo: l’Europa si sta riscaldando a una velocità più che doppia rispetto alla media globale.
E proprio i Paesi che storicamente erano meno abituati al caldo estremo sono oggi tra quelli che stanno pagando il prezzo più alto.
Londra e l’Inghilterra alle prese con la grande sete
Il caso più emblematico è quello della Gran Bretagna. In Inghilterra circa tre quarti del territorio si trova ormai alle prese con condizioni di siccità, mentre il Paese si prepara a una nuova ondata di calore, la quinta di questo 2026.
L’emergenza non riguarda soltanto campagne e riserve naturali. Riguarda direttamente la vita quotidiana.
Sono 27 milioni le persone interessate dal razionamento dell’acqua corrente, mentre complessivamente circa 45 milioni di britannici vivono in aree colpite dalla siccità. Per una parte consistente della popolazione sono state introdotte restrizioni severe sull’utilizzo dell’acqua.
È un segnale che racconta meglio di qualsiasi termometro la profondità della crisi: quando l’acqua potabile diventa una risorsa da amministrare con il contagocce, l’emergenza climatica smette di essere una previsione e diventa una questione concreta di sicurezza nazionale.
Anche l’agricoltura sta pagando un prezzo pesantissimo. Gli agricoltori britannici hanno raccolto le granaglie con un anticipo mai registrato negli ultimi vent’anni, mentre i bacini idrici si stanno svuotando rapidamente. In alcune aree i livelli dell’acqua sono diminuiti tra l’11% e il 70% rispetto allo scorso anno.
Ancora più allarmante il quadro dei corsi d’acqua: il 22% è classificato come “eccezionalmente basso”, con portate che si avvicinano o hanno già superato i record negativi che risalivano al 1976.
E il caldo non sembra intenzionato a concedere tregua. Dopo una sequenza di primati termici, il Regno Unito si prepara a un nuovo possibile picco, con temperature attese intorno ai 36 gradi in gran parte del Paese.
Il fuoco completa il disastro
Alla siccità si aggiunge l’altra faccia dell’estate estrema: gli incendi.
Nel solo 2026 sono già 245 gli incendi registrati nelle aree naturali più protette della Gran Bretagna. Il terreno secco, la vegetazione privata dell’umidità e le temperature elevate creano una combinazione ideale per la propagazione delle fiamme.
Ma il fenomeno non è britannico. L’intera Europa occidentale è alle prese con una stagione anomala, caratterizzata da una marcata contrapposizione tra le temperature dell’area occidentale e quelle di altre zone del continente.
Secondo le rilevazioni di Copernicus, nei mesi di giugno e luglio la temperatura media dell’Europa occidentale è arrivata a 21,62 gradi, ben 2,79 gradi sopra la media del periodo 1991-2020.
È il valore più alto mai registrato e supera di quasi 0,9 gradi il precedente record, stabilito nel 2022.
Il dato più significativo, però, non è soltanto la temperatura raggiunta. È la durata del caldo.
Le ondate di calore stanno diventando più persistenti e ravvicinate, lasciando ai territori sempre meno tempo per recuperare. Tra una fase estrema e l’altra il suolo non riesce a ripristinare le proprie riserve d’acqua, i bacini non recuperano e la vegetazione rimane esposta a uno stress crescente.
Si innesca così un meccanismo perverso: più caldo significa maggiore evaporazione e maggiore perdita di acqua dal terreno; un terreno più secco, a sua volta, perde parte della capacità di raffreddare l’ambiente attraverso l’evaporazione, favorendo temperature ancora più alte.
È un circolo vizioso nel quale caldo e siccità finiscono per alimentarsi a vicenda.
El Niño può cambiare ancora gli equilibri
A complicare ulteriormente il quadro c’è El Niño, il fenomeno climatico legato al riscaldamento anomalo delle acque superficiali del Pacifico e capace di alterare la circolazione atmosferica su scala planetaria.
La sua influenza non significa automaticamente che ogni regione del mondo diventerà più calda o più secca. Il punto è un altro: un El Niño particolarmente intenso può modificare la distribuzione delle precipitazioni e aumentare la probabilità di eventi meteorologici estremi in diverse aree del pianeta.
Ed è proprio l’evoluzione del fenomeno a preoccupare gli esperti.
L’autunno non promette una tregua
Secondo le indicazioni dell’Organizzazione meteorologica mondiale, El Niño dovrebbe continuare a rafforzarsi tra agosto e ottobre, con la possibilità di raggiungere una configurazione assimilabile a un “super Niño”.
Anche le previsioni della Noaa, l’agenzia statunitense per gli oceani e l’atmosfera, indicano una probabilità elevata che entro la fine dell’anno il fenomeno raggiunga una categoria di intensità molto forte.
Le conseguenze potrebbero protrarsi oltre la stagione autunnale.
Le proiezioni per agosto-ottobre indicano infatti una probabilità elevata di temperature superiori alla norma in vaste aree del pianeta. Allo stesso tempo, El Niño potrebbe ridisegnare la distribuzione delle precipitazioni, rendendo alcune regioni più umide e altre più vulnerabili alla scarsità d’acqua.
Tra le aree per le quali sono previste condizioni più umide della norma figurano alcune zone dell’Asia centrale, dell’Europa meridionale, dell’America settentrionale occidentale e del Sud America sudorientale.
Questo non significa, automaticamente, che il prossimo inverno sarà più caldo ovunque. Il clima non segue una traiettoria lineare e gli effetti di El Niño variano fortemente da regione a regione.
Ma c’è una certezza più generale: il sistema climatico sta entrando in una fase nella quale gli eventi estremi tendono a sommarsi, anziché presentarsi come episodi isolati.
Il vero allarme è già oltre l’estate
La Gran Bretagna senz’acqua, i fiumi europei ai minimi, gli incendi e i raccolti anticipati sono dunque tasselli della stessa storia.
Il problema non è soltanto quanto sarà caldo il prossimo agosto, né se arriverà una nuova ondata di calore a settembre. Il problema è la capacità di territori, infrastrutture e agricoltura di assorbire shock climatici che diventano sempre più frequenti e ravvicinati.
Per questo l’allarme guarda già al 2027.
Se le condizioni oceaniche e atmosferiche continueranno a sostenere temperature elevate, l’effetto combinato di El Niño e del riscaldamento climatico di fondo potrebbe contribuire a spingere nuovamente verso l’alto le temperature medie globali.
Non significa che sia già scritto un nuovo record. Significa che la probabilità di un’altra stagione eccezionale rimane concreta.
E mentre il dibattito sul clima continua a concentrarsi sui gradi in più registrati dai termometri, in Gran Bretagna la domanda è diventata molto più semplice e molto più urgente: quanta acqua resterà nei bacini quando arriverà la prossima estate?
La risposta dipenderà non soltanto dalla pioggia dei prossimi mesi, ma dalla capacità dell’Europa di prepararsi a un clima nel quale ciò che un tempo veniva considerato eccezionale rischia di diventare la nuova normalità.
Un asilo nido che avrebbe dovuto essere un luogo di cura, protezione e crescita trasformato, secondo l’ipotesi investigativa, in un ambiente segnato da condotte punitive, carenze nell’accudimento e modalità inadeguate nella somministrazione di cibo e acqua. È il quadro emerso dall’inchiesta della Squadra Mobile della Questura di Monza, che ha portato all’arresto domiciliare della titolare della struttura, una donna di 42 anni, e di un’educatrice di 24 anni.
Ma l’indagine non si ferma alle due misure cautelari. Gli investigatori avrebbero infatti raccolto gravi elementi indiziari anche nei confronti di altre due educatrici, di 32 e 49 anni, che al momento risultano indagate a piede libero e non sono destinatarie di provvedimenti cautelari.
Le segnalazioni e l’avvio dell’inchiesta
L’inchiesta è partita lo scorso aprile, dopo una segnalazione legata alle reazioni manifestate da alcuni bambini. Proprio quei segnali di disagio avrebbero spinto gli investigatori ad approfondire quanto accadeva all’interno della struttura, fino a delineare un quadro ritenuto particolarmente preoccupante.
Secondo quanto ricostruito dagli investigatori, nell’asilo si sarebbero verificati episodi riconducibili a «abituali condotte denigratorie e coercitive», accompagnate da presunte carenze nell’assistenza quotidiana ai piccoli. I bambini coinvolti hanno un’età compresa tra pochi mesi e tre anni, una fascia particolarmente delicata per la quale le modalità di accudimento assumono un peso decisivo.
Tra gli elementi contestati figurano anche una gestione ritenuta inadeguata della somministrazione di cibo e acqua e presunte punizioni degradanti. Alla più giovane delle due arrestate vengono inoltre contestati approcci fisici considerati eccessivamente vigorosi e inopportuni nei confronti di alcuni bambini, che avrebbero manifestato evidenti segnali di disagio.
L’educatrice senza qualifica
Nell’inchiesta c’è poi un ulteriore profilo, legato alla posizione professionale della 24enne. Secondo gli accertamenti, la donna avrebbe lavorato come educatrice nella struttura a partire da gennaio senza essere in possesso della necessaria qualifica.
L’ipotesi di esercizio abusivo della professione riguarda anche la titolare, alla quale viene contestato di aver impiegato la giovane per circa sette mesi pur in assenza dei requisiti richiesti.
L’ordinanza cautelare, emessa dal gip di Monza su richiesta della Procura, ipotizza dunque i reati di maltrattamenti e di esercizio abusivo della professione.
Perquisizioni anche nell’asilo
Le misure cautelari sono state eseguite alle prime ore dell’alba di lunedì 10 agosto. Parallelamente, gli investigatori hanno dato esecuzione a una serie di perquisizioni delegate dalla Procura della Repubblica di Monza nei confronti delle altre due educatrici indagate.
Le attività hanno interessato più province: Monza e Brianza, Bergamo e Parma. La stessa struttura per l’infanzia è stata sottoposta a perquisizione, con l’obiettivo di acquisire ulteriori elementi utili a ricostruire i fatti e verificare le responsabilità individuali.
L’inchiesta, dunque, resta aperta e dovrà ora consentire di chiarire nel dettaglio la natura, la frequenza e le responsabilità delle condotte contestate. Per le persone coinvolte, come previsto dalla legge, vale il principio di presunzione di innocenza fino a eventuale sentenza definitiva.
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