29 Ottobre 2026, giovedì
Home Blog Page 109

La Sindone, il miracolo e l’inganno: il romanzo di Daniele Cappa riapre il grande mistero

0

A cura di Cinzia Cattaneo

Ci sono misteri che appartengono alla storia e altri che, in qualche modo, continuano a vivere oltre la storia. La Sindone appartiene a entrambe le categorie.

Da secoli quel telo è capace di dividere opinioni, alimentare studi, interrogare la scienza e parlare alla fede. Per alcuni è una delle reliquie più importanti della cristianità, per altri un oggetto dalla storia controversa, per tutti un simbolo di enorme potenza. Ma che cosa accadrebbe se, invece di domandarsi soltanto se quel telo sia autentico, si provasse a immaginare il momento esatto in cui qualcuno decise di crearlo? È questa la domanda da cui prende le mosse Il Sudario – L’inganno che divenne fede, il nuovo romanzo di Daniele Cappa, scrittore, giornalista e promotore culturale originario della provincia di Biella e oggi residente a Vercelli.

La risposta che Cappa affida alla narrativa è una storia di potere, fede, ambizione, segreti e manipolazione. Una storia che comincia nel 1277, nella Francia medievale, e che immagina la nascita di un progetto destinato a produrre qualcosa di molto più grande delle intenzioni dei suoi stessi artefici. Un miracolo. O, almeno, qualcosa che abbia tutte le caratteristiche per essere considerato tale.

La promessa

Siamo nella Francia del 1277, in un’Europa nella quale la religione non è soltanto una dimensione spirituale, ma anche una delle grandi forze che regolano la politica, gli equilibri sociali e i rapporti di potere. La Chiesa è un’autorità immensa. I rapporti con l’Impero sono delicati. Il consenso religioso ha un peso politico e i simboli della fede possono diventare strumenti di straordinaria efficacia. È in questo scenario che viene formulata una promessa tanto semplice quanto rischiosa: portare al Papa un miracolo. Una promessa che, una volta pronunciata, non può più essere ritirata.

Per trasformarla in realtà nasce un progetto segreto. Nel romanzo vengono coinvolti religiosi, artisti, artigiani e studiosi, ciascuno chiamato a mettere a disposizione una parte delle proprie competenze. Ma nessuno deve conoscere tutto.

La compartimentazione del segreto diventa una delle regole fondamentali dell’impresa. Ognuno sa soltanto ciò che deve sapere. Il silenzio è parte integrante del progetto. Perché l’obiettivo non è semplicemente realizzare un oggetto. L’obiettivo è creare qualcosa che abbia la forza di convincere. E qui il romanzo introduce la sua intuizione più inquietante: un miracolo non deve necessariamente essere vero per produrre effetti reali. Deve essere creduto. Da quel momento il lettore entra in una storia nella quale il confine tra artificio e fede diventa sempre più difficile da individuare.

Il vero mistero non è il telo

È probabilmente questo il punto nel quale Il Sudario si distingue dalle numerose opere che negli anni hanno affrontato il tema della Sindone. Cappa non scrive un saggio e non pretende di risolvere una controversia storica e scientifica che da secoli continua a suscitare discussioni. Non chiede al lettore di scegliere tra fede e scienza. Sceglie invece la strada della fiction e costruisce un’ipotesi narrativa. La domanda diventa molto più scomoda: se un oggetto nato da un inganno fosse capace di generare una fede autentica, quell’inganno cesserebbe di essere tale? È una domanda che non riguarda soltanto la Sindone. Riguarda il modo nel quale gli uomini costruiscono i simboli, attribuiscono significati agli oggetti, trasformano la memoria in tradizione e la tradizione in verità condivisa.

Un oggetto può essere costruito. Il suo significato, invece, può sfuggire completamente a chi lo ha costruito. È questo il paradosso che attraversa il romanzo.

Gli uomini possono fabbricare un’immagine, ma non possono necessariamente controllare ciò che quell’immagine diventerà.

Quando l’inganno diventa fede

Il titolo del romanzo è già una dichiarazione di intenti. Il Sudario. L’inganno che divenne fede. Non l’inganno contro la fede. Non l’inganno che distrugge la fede. L’inganno che diventa fede. È una differenza sottile, ma decisiva. Cappa porta il lettore nel momento in cui alcuni uomini possono ancora pensare di controllare ciò che stanno facendo. Sanno che stanno costruendo qualcosa. Sanno perché lo stanno facendo. Conoscono il rischio. Ma la storia che nascerà da quel progetto potrebbe essere molto più grande del progetto stesso. È qui che il romanzo smette di essere soltanto una storia sulla possibile origine di una reliquia e diventa una riflessione sul rapporto tra verità e percezione. Perché una convinzione può essere falsa nella sua origine e autentica nelle conseguenze? E se milioni di persone attribuiscono a un oggetto un significato spirituale, quel significato può essere considerato falso soltanto perché l’oggetto, all’origine, era stato concepito diversamente? Sono interrogativi che Cappa non risolve con una formula. Li lascia lavorare dentro il lettore.

Il vantaggio di conoscere il finale

C’è un apparente paradosso nella costruzione di Il Sudario. Il lettore sa già come dovrebbe finire. Sa che il misterioso telo immaginato dal romanzo è destinato a diventare, nei secoli, la Sindone. Eppure, questa consapevolezza non riduce il mistero. Lo sposta. Non interessa più soltanto sapere che cosa accadrà, ma come ci si arriverà. Chi ha concepito il progetto? Chi lo ha finanziato? Chi ne conosce la vera natura? Chi esegue gli ordini senza comprendere fino in fondo ciò a cui sta partecipando? E soprattutto, che cosa succede quando il risultato supera le intenzioni dei suoi creatori? È qui che il thriller storico assume una dimensione quasi psicologica. Il lettore conosce il futuro, ma non conosce la strada che conduce a quel futuro. E ogni pagina aggiunge un tassello a una costruzione nella quale il vero protagonista potrebbe essere proprio il segreto.

Una storia italiana che guarda a un pubblico internazionale

Il percorso del romanzo è interessante anche sul piano editoriale. Il Sudario è distribuito a livello globale da Amazon. Il libro è inoltre disponibile e prenotabile, oltre che su Amazon, presso librerie fisiche e online in diversi Paesi.

In Italia è presente attraverso Feltrinelli e IBS.

In Germania attraverso Hugendubel.

In Svizzera attraverso Orell Füssli.

Nel Regno Unito attraverso Foyles.

In Danimarca attraverso Saxo.

Nella Repubblica Ceca attraverso Libristo.

Negli Stati Uniti attraverso ThriftBooks, anche con riferimento al mercato di Washington, e Books-A-Million.

In Sudafrica attraverso Exclusive Book.

È una geografia editoriale che va ben oltre la dimensione nazionale.

Il romanzo nasce nel vercellese, passa attraverso l’esperienza di un autore che ha lavorato in diverse città italiane e arriva oggi a confrontarsi con lettori appartenenti a mercati culturali differenti. La materia narrativa, del resto, possiede già una vocazione internazionale. La Sindone non è un simbolo confinato a una sola città, a una sola nazione o persino a una sola tradizione culturale. È uno dei grandi oggetti simbolici della storia europea e della cristianità. Raccontarne una possibile origine significa quindi confrontarsi con un immaginario che non ha confini.

Il passaparola e l’ipotesi del cinema

Il crescente interesse intorno al romanzo sta alimentando anche una suggestione che, per il momento, deve essere trattata con prudenza. Attorno a Il Sudario circolano infatti indiscrezioni relative a un possibile interesse per un adattamento cinematografico. Non ci sono, al momento, annunci ufficiali né accordi da considerare conclusi. Ma la possibilità appare comprensibile osservando la materia narrativa del libro. La Francia medievale, i conventi, gli ambienti ecclesiastici, il laboratorio clandestino, gli uomini che lavorano nel segreto, le tensioni, i rituali e la costruzione progressiva del mistero hanno una forza visiva immediata.

È una storia che potrebbe facilmente trasformarsi in immagini. Un corridoio medievale. Una stanza illuminata dalle candele. Un gruppo di uomini che lavora su un oggetto del quale soltanto pochi conoscono il vero scopo. E, fuori, un mondo completamente ignaro di ciò che sta accadendo. Il cinema, però, è eventualmente una storia futura. Quella attuale è ancora una storia di carta. Ed è nelle pagine del romanzo che bisogna cercare la risposta.

La prospettiva di un autore ateo

C’è un altro aspetto che rende particolare il rapporto tra Cappa e la materia narrata. L’autore si definisce ateo, ma allo stesso tempo profondamente interessato alla spiritualità e alle grandi domande che accompagnano l’esistenza. Una posizione che nel romanzo non diventa una provocazione. Al contrario, gli consente di osservare il fenomeno religioso da una prospettiva narrativa non schierata. La Chiesa raccontata da Cappa è composta da uomini. Uomini devoti e uomini ambiziosi. Uomini che credono e uomini che dubitano. Uomini capaci di grandi intuizioni e di grandi errori.

La fede non viene ridotta a una caricatura e la Chiesa non viene trasformata nel semplice antagonista della storia.

Il vero oggetto dell’indagine è più profondo: è il comportamento umano davanti al bisogno di credere. Perché gli uomini cercano segni? Perché hanno bisogno di materializzare ciò che non possono vedere? E perché, una volta trovato un simbolo, sono disposti a difenderlo anche quando la sua origine diventa incerta?

Dal mistero medievale alle domande del presente

È probabilmente questo il motivo per cui una storia ambientata nel 1277 riesce a parlare anche al lettore contemporaneo. Il Sudario non riguarda soltanto un telo. Riguarda la costruzione delle convinzioni. Riguarda la forza delle immagini.

Riguarda il potere dei simboli. Riguarda il modo in cui un racconto, quando viene ripetuto abbastanza a lungo e inserito dentro una tradizione, può assumere una consistenza propria. In questo senso il Medioevo diventa quasi uno specchio del presente. Anche oggi gli uomini costruiscono narrazioni, attribuiscono significati, scelgono ciò a cui credere e trasformano immagini e racconti in convinzioni collettive.

Cambiano gli strumenti. Non cambia necessariamente il meccanismo umano. È questa la dimensione più contemporanea del romanzo di Cappa.

La vera domanda arriva alla fine

Quando si arriva alla conclusione, il lettore potrebbe accorgersi che il mistero iniziale è cambiato. All’inizio vuole sapere se la Sindone sia autentica. Poi vuole sapere come sia stata realizzata. Infine, si ritrova davanti a una domanda completamente diversa.

Che cosa rende vera una verità?

È l’origine? È la prova? È la fede? È il numero delle persone che la condividono? Oppure è la capacità di quella verità di attraversare il tempo e trasformare il modo nel quale gli uomini guardano il mondo? Il Sudario non pretende di fornire una risposta definitiva. E forse è proprio questa la sua scelta più intelligente. Perché un thriller che risolve ogni mistero finisce con l’ultima pagina. Un thriller che lascia una domanda aperta continua invece a vivere nella mente del lettore. La Sindone, in fondo, ha fatto esattamente questo per secoli. Ha continuato a interrogare. Ha continuato a dividere. Ha continuato a suscitare fede, dubbi, studi e interpretazioni. Il romanzo di Daniele Cappa prende quel mistero e lo riporta al suo possibile punto di partenza. A un gruppo di uomini. A una promessa. A un progetto clandestino. A un oggetto che non doveva soltanto essere visto. Doveva essere creduto. E forse è proprio qui che si trova la domanda più inquietante di tutto il romanzo:

quanto siamo disposti a credere a ciò che desideriamo sia vero?

Una domanda medievale solo in apparenza. Perché, a ben vedere, è una domanda che riguarda ancora noi.

Morte del bodyguard dopo il pestaggio: due fermi. Sospesa per 15 giorni la licenza della discoteca

0

Due fermi e una discoteca con la licenza sospesa per quindici giorni. È il primo, pesante bilancio dell’inchiesta sulla morte di Antonio Perrotta, 34enne di Fuscaldo, deceduto dopo essere stato aggredito e picchiato all’esterno di una discoteca di Sangineto, dove lavorava come addetto alla sicurezza.

Sul fronte giudiziario, la Procura della Repubblica di Paola ha disposto il fermo di due persone ritenute coinvolte nella vicenda. Si tratta di due fratelli originari di Belvedere Marittimo, individuati dagli investigatori anche attraverso l’esame delle immagini degli impianti di videosorveglianza. I due, pur vivendo e lavorando all’estero, tornerebbero periodicamente nel paese d’origine e sono stati rintracciati proprio a Belvedere Marittimo.

Nelle prossime ore saranno ascoltati dal procuratore della Repubblica di Paola, Domenico Fiordalisi, nell’ambito degli accertamenti destinati a definire con maggiore precisione il loro ruolo nella drammatica sequenza culminata con la morte del giovane.

L’indagine è stata aperta per omicidio, con l’ipotesi, secondo quanto emerso finora, dell’aggravante dei futili motivi.

La lite, poi l’aggressione all’esterno

La ricostruzione investigativa prende le mosse da una discussione nata all’interno della discoteca. Un episodio che, stando agli elementi raccolti dagli inquirenti, sarebbe scaturito da motivi di scarsa rilevanza e che successivamente sarebbe degenerato una volta all’esterno del locale.

È lì che si sarebbe consumato il pestaggio ai danni di Perrotta.

A ricostruire ogni passaggio della serata sono gli investigatori della Squadra Mobile di Cosenza, del Commissariato di Diamante e i carabinieri delle Compagnie di Paola e Scalea. Un lavoro che ha messo insieme immagini di videosorveglianza e testimonianze raccolte nelle ore successive ai fatti.

Proprio le dichiarazioni di numerose persone ascoltate dagli investigatori, insieme agli elementi acquisiti attraverso le telecamere, avrebbero contribuito a delineare il quadro investigativo che ha portato la Procura di Paola a emettere i due provvedimenti di fermo.

Restano ora da chiarire tutti gli aspetti della dinamica, compreso il momento esatto in cui la discussione si sarebbe trasformata in violenza e il ruolo avuto da ciascuna delle persone coinvolte.

Il questore sospende la licenza del locale

Parallelamente all’inchiesta penale è arrivato anche il provvedimento dell’autorità di pubblica sicurezza. Il questore ha infatti disposto la sospensione per 15 giorni della licenza della discoteca di Sangineto nella quale Perrotta lavorava come addetto alla sicurezza.

La decisione, spiegano dagli uffici della Questura, è stata adottata sulla base degli atti predisposti e acquisiti dal Commissariato di Diamante, dalla Squadra Mobile della Questura di Cosenza e dal Comando Compagnia dei carabinieri di Paola.

Nel provvedimento viene evidenziato come, durante la serata danzante tra l’8 e il 9 agosto, all’interno del locale o nelle immediate vicinanze dell’uscita si siano verificati violenti scontri tra alcuni avventori e personale della sicurezza, dai quali sarebbe poi derivata la morte del giovane coinvolto nella vicenda.

La sospensione della licenza assume dunque anche un valore di prevenzione e di tutela dell’ordine e della sicurezza pubblica, mentre sul piano giudiziario saranno gli ulteriori accertamenti a stabilire responsabilità e dinamica dell’aggressione.

L’inchiesta, intanto, prosegue. Gli investigatori stanno ricostruendo minuto per minuto quella notte, cercando di dare un volto preciso alla violenza che ha trasformato una serata in discoteca in una tragedia e che è costata la vita, a soli 34 anni, ad Antonio Perrotta.

Sánchez non arretra: sull’immigrazione l’Europa preferisce ancora la paura al coraggio

0

La nuova frontiera del dibattito europeo sull’immigrazione passa, ancora una volta, dalla Spagna. E passa soprattutto dalla scelta di Pedro Sánchez di non affrontare il fenomeno soltanto con la grammatica dell’emergenza, della chiusura e dell’allarme.

Una scelta che ha immediatamente provocato reazioni. Dopo la Danimarca, anche la Svezia ha puntato il dito contro Madrid. Il primo ministro Ulf Kristersson, intervistato dal Financial Times, ha definito la regolarizzazione di massa dei migranti irregolari promossa dal governo spagnolo una «pessima idea», arrivando a evocare il rischio di una nuova crisi migratoria sul modello del 2015 e possibili conseguenze per l’area Schengen.

È il riflesso di una parte dell’Europa che, davanti alla questione migratoria, sembra conoscere soprattutto una parola: paura.

Paura degli arrivi, paura delle conseguenze elettorali, paura di apparire troppo permissivi, paura che ogni apertura venga interpretata come un invito. Una paura politicamente comprensibile, ma che rischia di diventare una pessima consigliera quando prende il posto della politica.

Perché Sánchez, piaccia o non piaccia, sa perfettamente che cosa sta facendo.

La regolarizzazione non è necessariamente sinonimo di porte aperte e non può essere liquidata semplicemente come una resa davanti all’immigrazione irregolare. Può essere, al contrario, uno strumento per riportare dentro un quadro legale persone che già si trovano sul territorio, sottraendole all’economia sommersa, all’irregolarità permanente e all’impossibilità di essere pienamente governate dalle istituzioni.

È una scommessa. E come tutte le scommesse politiche può essere giudicata, contestata e persino rivelarsi sbagliata. Ma chiamarla automaticamente follia significa rinunciare a discutere nel merito.

Nel frattempo, a Ceuta il quadro resta delicatissimo. La città autonoma spagnola continua a rappresentare uno dei punti più sensibili della frontiera europea. Le autorità locali descrivono una situazione estremamente difficile anche sul piano sanitario e restano alte le preoccupazioni per possibili nuovi arrivi. Circolano inoltre stime molto elevate su una eventuale nuova ondata migratoria entro Ferragosto, accompagnate da timori per possibili infiltrazioni terroristiche.

Su questo punto, però, è indispensabile distinguere tra allarme, stime investigative e fatti accertati. Il governo di Madrid, attraverso Pedro Sánchez, ha smentito gli scenari più allarmistici. Ed è proprio qui che il dibattito europeo rischia di scivolare dalla politica alla profezia: ogni numero diventa una minaccia, ogni movimento una possibile invasione, ogni scelta diversa dalla chiusura un pericolo per la sicurezza.

La questione è molto più complessa.

Anche perché la Spagna non sembra intenzionata a farsi dettare l’agenda dagli umori delle altre capitali. Il ministro degli Esteri José Manuel Albares, parlando della posizione italiana sulla situazione di Ceuta, ha accusato Roma di non aver mostrato la solidarietà e il sostegno manifestati, a suo dire, dalla maggioranza dei Paesi dell’Unione europea. Secondo Albares, l’atteggiamento italiano sarebbe riconducibile a interessi di parte e a esigenze elettorali interne. Il ministro ha inoltre ricordato come l’Italia registri un numero maggiore di ingressi irregolari rispetto alla Spagna e ha definito marginali, inferiori all’1%, i movimenti secondari dalla Spagna verso l’Italia.

Sono parole pesanti, soprattutto perché toccano il nervo scoperto della politica europea: l’immigrazione è diventata anche una gigantesca questione di consenso.

E qui Sánchez mostra una differenza non secondaria rispetto a chi, in Europa, preferisce alzare la voce prima ancora di aver individuato una soluzione. Il premier spagnolo può essere criticato per la sua scelta, ma almeno sta tentando di governare il problema attraverso una decisione concreta, assumendosene il costo politico.

Gli altri, invece, spesso sembrano limitarsi a guardare il termometro dei sondaggi.

È molto più facile dire no. È molto più facile agitare il fantasma del 2015. È molto più facile promettere frontiere impenetrabili, evocare Schengen come una fortezza assediata e parlare all’elettorato attraverso slogan rassicuranti. La linea della paura paga, almeno nel breve periodo. Consente di trasformare un fenomeno complicato in una contrapposizione elementare: noi contro loro, sicurezza contro accoglienza, confini contro migranti.

Ma governare non significa necessariamente scegliere ciò che tranquillizza di più.

Significa scegliere ciò che si ritiene possa funzionare.

La Spagna sembra aver scelto di correre questo rischio. Sánchez sa che una regolarizzazione di massa può provocare una reazione durissima in Europa e può diventare terreno fertile per le opposizioni. Sa anche che la gestione dell’immigrazione irregolare non può essere risolta semplicemente lasciando migliaia di persone in una zona grigia giuridica e sociale.

Ed è forse questo il punto più interessante della vicenda.

Mentre alcuni leader europei si affannano a spiegare perché la Spagna starebbe sbagliando, Sánchez sembra voler dimostrare che l’immigrazione non si governa soltanto costruendo paure, ma anche prendendo decisioni.

Naturalmente, la sua strategia dovrà essere misurata sui risultati: integrazione, occupazione, sicurezza, capacità amministrativa, controllo delle frontiere e soprattutto prevenzione di nuovi flussi irregolari. Una regolarizzazione, da sola, non può essere la politica migratoria di un Paese.

Ma nemmeno l’allarme permanente può esserlo.

Il vero banco di prova per l’Europa sarà allora un altro: riuscire a discutere delle scelte spagnole senza ridurre tutto alla caricatura della «sanatoria» e, contemporaneamente, riuscire a parlare di sicurezza senza trasformare ogni migrante in una minaccia.

Perché tra il buonismo ingenuo e il sovranismo urlato esiste una terza strada: la politica.

E quella strada, per il momento, Sánchez ha almeno avuto il coraggio di imboccarla.

Gran Bretagna senz’acqua, l’estate che mette in ginocchio l’Europa: 27 milioni di persone con i rubinetti razionati

0

Non è più soltanto un’estate eccezionalmente calda. È una stagione che sta mettendo alla prova la capacità dell’Europa di resistere alla combinazione più insidiosa del cambiamento climatico: temperature estreme, siccità prolungata e incendi sempre più difficili da contenere.

Negli ultimi anni le fiamme hanno divorato oltre un milione di ettari di territorio europeo, una superficie equivalente a circa due volte la Liguria o a un terzo del Belgio. Un bilancio già impressionante che assume contorni ancora più preoccupanti se inserito in una tendenza di lungo periodo: l’Europa si sta riscaldando a una velocità più che doppia rispetto alla media globale.

E proprio i Paesi che storicamente erano meno abituati al caldo estremo sono oggi tra quelli che stanno pagando il prezzo più alto.

Londra e l’Inghilterra alle prese con la grande sete

Il caso più emblematico è quello della Gran Bretagna. In Inghilterra circa tre quarti del territorio si trova ormai alle prese con condizioni di siccità, mentre il Paese si prepara a una nuova ondata di calore, la quinta di questo 2026.

L’emergenza non riguarda soltanto campagne e riserve naturali. Riguarda direttamente la vita quotidiana.

Sono 27 milioni le persone interessate dal razionamento dell’acqua corrente, mentre complessivamente circa 45 milioni di britannici vivono in aree colpite dalla siccità. Per una parte consistente della popolazione sono state introdotte restrizioni severe sull’utilizzo dell’acqua.

È un segnale che racconta meglio di qualsiasi termometro la profondità della crisi: quando l’acqua potabile diventa una risorsa da amministrare con il contagocce, l’emergenza climatica smette di essere una previsione e diventa una questione concreta di sicurezza nazionale.

Anche l’agricoltura sta pagando un prezzo pesantissimo. Gli agricoltori britannici hanno raccolto le granaglie con un anticipo mai registrato negli ultimi vent’anni, mentre i bacini idrici si stanno svuotando rapidamente. In alcune aree i livelli dell’acqua sono diminuiti tra l’11% e il 70% rispetto allo scorso anno.

Ancora più allarmante il quadro dei corsi d’acqua: il 22% è classificato come “eccezionalmente basso”, con portate che si avvicinano o hanno già superato i record negativi che risalivano al 1976.

E il caldo non sembra intenzionato a concedere tregua. Dopo una sequenza di primati termici, il Regno Unito si prepara a un nuovo possibile picco, con temperature attese intorno ai 36 gradi in gran parte del Paese.

Il fuoco completa il disastro

Alla siccità si aggiunge l’altra faccia dell’estate estrema: gli incendi.

Nel solo 2026 sono già 245 gli incendi registrati nelle aree naturali più protette della Gran Bretagna. Il terreno secco, la vegetazione privata dell’umidità e le temperature elevate creano una combinazione ideale per la propagazione delle fiamme.

Ma il fenomeno non è britannico. L’intera Europa occidentale è alle prese con una stagione anomala, caratterizzata da una marcata contrapposizione tra le temperature dell’area occidentale e quelle di altre zone del continente.

Secondo le rilevazioni di Copernicus, nei mesi di giugno e luglio la temperatura media dell’Europa occidentale è arrivata a 21,62 gradi, ben 2,79 gradi sopra la media del periodo 1991-2020.

È il valore più alto mai registrato e supera di quasi 0,9 gradi il precedente record, stabilito nel 2022.

Il dato più significativo, però, non è soltanto la temperatura raggiunta. È la durata del caldo.

Le ondate di calore stanno diventando più persistenti e ravvicinate, lasciando ai territori sempre meno tempo per recuperare. Tra una fase estrema e l’altra il suolo non riesce a ripristinare le proprie riserve d’acqua, i bacini non recuperano e la vegetazione rimane esposta a uno stress crescente.

Si innesca così un meccanismo perverso: più caldo significa maggiore evaporazione e maggiore perdita di acqua dal terreno; un terreno più secco, a sua volta, perde parte della capacità di raffreddare l’ambiente attraverso l’evaporazione, favorendo temperature ancora più alte.

È un circolo vizioso nel quale caldo e siccità finiscono per alimentarsi a vicenda.

El Niño può cambiare ancora gli equilibri

A complicare ulteriormente il quadro c’è El Niño, il fenomeno climatico legato al riscaldamento anomalo delle acque superficiali del Pacifico e capace di alterare la circolazione atmosferica su scala planetaria.

La sua influenza non significa automaticamente che ogni regione del mondo diventerà più calda o più secca. Il punto è un altro: un El Niño particolarmente intenso può modificare la distribuzione delle precipitazioni e aumentare la probabilità di eventi meteorologici estremi in diverse aree del pianeta.

Ed è proprio l’evoluzione del fenomeno a preoccupare gli esperti.

L’autunno non promette una tregua

Secondo le indicazioni dell’Organizzazione meteorologica mondiale, El Niño dovrebbe continuare a rafforzarsi tra agosto e ottobre, con la possibilità di raggiungere una configurazione assimilabile a un “super Niño”.

Anche le previsioni della Noaa, l’agenzia statunitense per gli oceani e l’atmosfera, indicano una probabilità elevata che entro la fine dell’anno il fenomeno raggiunga una categoria di intensità molto forte.

Le conseguenze potrebbero protrarsi oltre la stagione autunnale.

Le proiezioni per agosto-ottobre indicano infatti una probabilità elevata di temperature superiori alla norma in vaste aree del pianeta. Allo stesso tempo, El Niño potrebbe ridisegnare la distribuzione delle precipitazioni, rendendo alcune regioni più umide e altre più vulnerabili alla scarsità d’acqua.

Tra le aree per le quali sono previste condizioni più umide della norma figurano alcune zone dell’Asia centrale, dell’Europa meridionale, dell’America settentrionale occidentale e del Sud America sudorientale.

Questo non significa, automaticamente, che il prossimo inverno sarà più caldo ovunque. Il clima non segue una traiettoria lineare e gli effetti di El Niño variano fortemente da regione a regione.

Ma c’è una certezza più generale: il sistema climatico sta entrando in una fase nella quale gli eventi estremi tendono a sommarsi, anziché presentarsi come episodi isolati.

Il vero allarme è già oltre l’estate

La Gran Bretagna senz’acqua, i fiumi europei ai minimi, gli incendi e i raccolti anticipati sono dunque tasselli della stessa storia.

Il problema non è soltanto quanto sarà caldo il prossimo agosto, né se arriverà una nuova ondata di calore a settembre. Il problema è la capacità di territori, infrastrutture e agricoltura di assorbire shock climatici che diventano sempre più frequenti e ravvicinati.

Per questo l’allarme guarda già al 2027.

Se le condizioni oceaniche e atmosferiche continueranno a sostenere temperature elevate, l’effetto combinato di El Niño e del riscaldamento climatico di fondo potrebbe contribuire a spingere nuovamente verso l’alto le temperature medie globali.

Non significa che sia già scritto un nuovo record. Significa che la probabilità di un’altra stagione eccezionale rimane concreta.

E mentre il dibattito sul clima continua a concentrarsi sui gradi in più registrati dai termometri, in Gran Bretagna la domanda è diventata molto più semplice e molto più urgente: quanta acqua resterà nei bacini quando arriverà la prossima estate?

La risposta dipenderà non soltanto dalla pioggia dei prossimi mesi, ma dalla capacità dell’Europa di prepararsi a un clima nel quale ciò che un tempo veniva considerato eccezionale rischia di diventare la nuova normalità.

Punizioni, cibo e acqua somministrati in modo inadeguato: due arresti in un asilo nido brianzolo

0

Un asilo nido che avrebbe dovuto essere un luogo di cura, protezione e crescita trasformato, secondo l’ipotesi investigativa, in un ambiente segnato da condotte punitive, carenze nell’accudimento e modalità inadeguate nella somministrazione di cibo e acqua. È il quadro emerso dall’inchiesta della Squadra Mobile della Questura di Monza, che ha portato all’arresto domiciliare della titolare della struttura, una donna di 42 anni, e di un’educatrice di 24 anni.

Ma l’indagine non si ferma alle due misure cautelari. Gli investigatori avrebbero infatti raccolto gravi elementi indiziari anche nei confronti di altre due educatrici, di 32 e 49 anni, che al momento risultano indagate a piede libero e non sono destinatarie di provvedimenti cautelari.

Le segnalazioni e l’avvio dell’inchiesta

L’inchiesta è partita lo scorso aprile, dopo una segnalazione legata alle reazioni manifestate da alcuni bambini. Proprio quei segnali di disagio avrebbero spinto gli investigatori ad approfondire quanto accadeva all’interno della struttura, fino a delineare un quadro ritenuto particolarmente preoccupante.

Secondo quanto ricostruito dagli investigatori, nell’asilo si sarebbero verificati episodi riconducibili a «abituali condotte denigratorie e coercitive», accompagnate da presunte carenze nell’assistenza quotidiana ai piccoli. I bambini coinvolti hanno un’età compresa tra pochi mesi e tre anni, una fascia particolarmente delicata per la quale le modalità di accudimento assumono un peso decisivo.

Tra gli elementi contestati figurano anche una gestione ritenuta inadeguata della somministrazione di cibo e acqua e presunte punizioni degradanti. Alla più giovane delle due arrestate vengono inoltre contestati approcci fisici considerati eccessivamente vigorosi e inopportuni nei confronti di alcuni bambini, che avrebbero manifestato evidenti segnali di disagio.

L’educatrice senza qualifica

Nell’inchiesta c’è poi un ulteriore profilo, legato alla posizione professionale della 24enne. Secondo gli accertamenti, la donna avrebbe lavorato come educatrice nella struttura a partire da gennaio senza essere in possesso della necessaria qualifica.

L’ipotesi di esercizio abusivo della professione riguarda anche la titolare, alla quale viene contestato di aver impiegato la giovane per circa sette mesi pur in assenza dei requisiti richiesti.

L’ordinanza cautelare, emessa dal gip di Monza su richiesta della Procura, ipotizza dunque i reati di maltrattamenti e di esercizio abusivo della professione.

Perquisizioni anche nell’asilo

Le misure cautelari sono state eseguite alle prime ore dell’alba di lunedì 10 agosto. Parallelamente, gli investigatori hanno dato esecuzione a una serie di perquisizioni delegate dalla Procura della Repubblica di Monza nei confronti delle altre due educatrici indagate.

Le attività hanno interessato più province: Monza e Brianza, Bergamo e Parma. La stessa struttura per l’infanzia è stata sottoposta a perquisizione, con l’obiettivo di acquisire ulteriori elementi utili a ricostruire i fatti e verificare le responsabilità individuali.

L’inchiesta, dunque, resta aperta e dovrà ora consentire di chiarire nel dettaglio la natura, la frequenza e le responsabilità delle condotte contestate. Per le persone coinvolte, come previsto dalla legge, vale il principio di presunzione di innocenza fino a eventuale sentenza definitiva.

Petrolio, la tensione su Hormuz riaccende la corsa dei prezzi: il Brent torna a 90 dollari

0

Il petrolio torna a scaldarsi e, ancora una volta, il barometro dei mercati guarda verso lo Stretto di Hormuz. L’assenza di segnali concreti di distensione nell’area strategica per il commercio mondiale dell’energia riporta in primo piano i timori sulla continuità degli approvvigionamenti e spinge con decisione verso l’alto le quotazioni internazionali del greggio.

Il Brent, riferimento per i mercati europei, accelera del 2,6%, tornando a quota 90 dollari al barile. Una soglia psicologica di particolare rilievo, che testimonia quanto rapidamente il quadro geopolitico possa tradursi in nuova pressione sui prezzi energetici.

Ancora più marcato il movimento del Wti americano, che avanza del 2,8% fino a 84,4 dollari al barile. Il doppio rialzo fotografa un mercato nel quale il rischio geopolitico torna a pesare sulle aspettative degli operatori, soprattutto sul fronte della disponibilità futura di greggio.

A tenere alta la tensione è soprattutto l’incertezza legata allo Stretto di Hormuz, uno dei principali snodi mondiali per il trasporto marittimo di petrolio. In assenza di schiarite, gli investitori incorporano nelle quotazioni un premio per il rischio più elevato: quanto più a lungo permane l’incertezza, tanto maggiore è la possibilità che il mercato anticipi eventuali difficoltà nelle esportazioni.

Il movimento dei prezzi non è quindi soltanto una reazione alle dinamiche immediate della domanda e dell’offerta. È anche il riflesso di una variabile geopolitica che può modificare rapidamente gli equilibri del mercato energetico globale. Ed è proprio questa combinazione tra rischio di approvvigionamento, tensioni internazionali e aspettative degli operatori a spiegare la nuova accelerazione del greggio.

Il ritorno del Brent a 90 dollari rappresenta così un segnale da monitorare con attenzione. Se la situazione nello Stretto dovesse rimanere irrisolta, il mercato potrebbe continuare a incorporare una componente di rischio significativa, mantenendo elevata la volatilità delle quotazioni.

Per economie fortemente dipendenti dalle importazioni energetiche, il rialzo del greggio rappresenta inoltre un elemento potenzialmente critico: un petrolio più caro può tradursi in maggiori costi lungo la filiera, con effetti che, a seconda della durata e dell’intensità del movimento, possono propagarsi dai trasporti all’industria fino ai prezzi finali.

Il messaggio arrivato oggi dai mercati è dunque chiaro: finché su Hormuz non arriveranno segnali di stabilizzazione, il petrolio resterà ostaggio della geopolitica. E quota 90 dollari, riconquistata dal Brent, torna a essere il livello da osservare con particolare attenzione.

La morale nell’età dei superflui

0

A cura di Gilberto Borzini

Negli scorsi recenti anni ho ripreso a trattare di argomenti a me cari di filosofia morale rispolverando gli antichi studi e cercando di individuare la rimanente coerenza delle filosofie apprese rispetto all’evolvere contemporaneo, il più delle volte disarmando se non addirittura disperando.

In altri volumetti ho descritto come la nuova economia ridisegni le forme e si debba necessariamente superare le filosofie di Weber e di Marx, di Kant e di Nietzsche essendo nel frattempo evaporate le classi sociali e con quelle quel diritto assoluto e morale di impianto kantiano  che si basava sullo Stato assolutista e sui privilegi di casta.

Non essendo quel mondo, quell’economia e quel modello di gestione dell’economia paragonabili all’oggi, così come non lo può essere la strategia bellica di Clausewitz al nostro tempo, resta immutata la domanda relativa alla cosa sia l’Etica, cosa sia Morale e cosa sia Giustizia al nostro tempo.

L’economia corrente ha reso superfluo il proletariato caro a Marx, l’esercito dei lavoratori di riserva costituito in classe e categoria, sostituendo a quello ondate migratorie in cui al concetto di classe si sostituisce la disperata esigenza di sopravvivenza individuale.

Peraltro il capitale decentra e delocalizza, si sposta secondo convenienza produttiva mentre i continenti un tempo produttivi operano la gestione dei flussi finanziari ben più che la produzione rendendo così superflui i molti e inutili ai processi del lavoro i più.

Le antiche classi si sono ridotte a due, quella dei soddisfatti da una parte e quella dei marginali dall’altra, intendendosi marginali tutti coloro che per reddito non consumano coerentemente con le attese di un mercato iperproduttivo che sul feticismo della merce e dell’acquisto genera se stesso.

I Soddisfatti, pertanto, non rilevano più l’interesse di un tempo a quella equità redistributiva un tempo necessaria, come solidarietà sociale, a mantenere attivo l’esercito produttivo di riserva, esercito che si rigenera alla bisogna con ininterrotti e difficilmente governabili flussi, e quel disinteresse diviene distacco e indifferenza ed economica preoccupazione per cui ogni spesa sociale altro non rappresenta che una sottrazione al proprio personale agio.

E il disagio incrementa realizzando i costi necessari alla difesa del proprio status, ai costi di vigilanza e di pubblica sicurezza, all’edilizia carceraria, alla manutenzione e gestione delle carceri sempre più affollate da marginali, inutili e superflui di cui i soddisfatti non vedono l’ora di sbarazzarsi riducendo i costi di gestione e migliorando, di rimbalzo, il proprio status.

Ne deriva allora che l’economia che tutto governa incide sulle scelte che si dicono di Giustizia, manifestando ulteriormente l’obiettivo di cautelare e difendere possessi e proprietà, affermando così implicitamente la non universalità della Giustizia e dell’Etica in essa inclusa, etica di parte e di supporto alla soddisfazione dei soddisfatti.

Nel marasma globale e glocale della produzione Marx si perde come un naufrago ideale.

Nella Giustizia economicamente partigiana Kant affonda come passeggiando nelle sabbie mobili della Morale assoluta.

Nella Soddisfazione del Consumatore narcisista Nietzsche si inabissa nella palude dell’omogeneità. Nella trasformazione dell’etica protestante in tribalismo wasp anche Weber viene dimenticato.

L’intera filosofia e il suo armamento secolare tende ad implodere definendosi come puro teorema impercorribile e impraticabile, pericolosa struttura amica dei superflui e quindi economicamente ostile.

E non occorre troppa fantasia, come scrive Bauman, per immaginare una situazione in cui una maggioranza elettorale fornisca il suo democratico appoggio all’idea di eliminare dalla lista degli oneri pubblici tutte quelle persone la cui esistenza dipende dall’assistenza statale.

L’esplosione di indifferenza dovrebbe richiamare la filosofia alla ricerca di nuove parole d’ordine, di una diversa e innovativa sintassi di una filosofia economica che sia di per sé filosofia morale come quella Filosofia della Sobrietà che vado (inutilmente) promuovendo da un decennio, che contesti l’iperconsumo e il debito crescente, che influenzi la produzione sostenendo il sostenibile, che persegua l’umanità dell’uomo e non la sua produttività.

Ma in luogo di quella Morale troviamo la reazione impaurita di chi teme di dover rinunciare a qualcosa, di chi seduto al tavolo imbandito allontana infastidito chi ne domanda le briciole, di chi immerso nell’agio e nella comodità finge di non sapere che il suo benessere poggia saldamente sulle spalle curve dei miserabili e dei superflui.

Sudafrica, crolla una miniera illegale di platino: 14 morti e decine di feriti

0

È bastato un cedimento improvviso perché una miniera abbandonata si trasformasse in una trappola mortale. Almeno 14 minatori hanno perso la vita e decine di altri sono rimasti feriti, alcuni in modo grave, dopo il crollo di una cava sotterranea utilizzata illegalmente per l’estrazione del platino in Sudafrica.

L’incidente è avvenuto nella zona di Nkaneng, vicino a Rustenburg, a circa cento chilometri da Johannesburg. Secondo le prime informazioni, all’interno della miniera si trovava un gruppo di lavoratori informali quando la struttura ha improvvisamente ceduto. Il bilancio, già drammatico, potrebbe tuttavia aggravarsi: diversi minatori risulterebbero ancora intrappolati nelle gallerie.

Il crollo e quei minatori “inghiottiti” dalla terra

La dinamica dell’incidente è ancora al vaglio delle autorità. Le prime ricostruzioni riportate dai media locali parlano del cedimento delle pareti della cava, una miniera dismessa da anni dalle compagnie minerarie ma tornata a essere utilizzata clandestinamente.

Il collasso avrebbe investito direttamente le persone che si trovavano nel sottosuolo, “inghiottendole” sotto tonnellate di terra e materiale roccioso. Le operazioni di soccorso sono quindi rese particolarmente complesse dalla natura stessa del sito: una rete di gallerie sotterranee non più gestita né mantenuta secondo gli standard di sicurezza previsti per le attività minerarie regolari.

La polizia ha avviato gli accertamenti per ricostruire con precisione quanto accaduto e chiarire le eventuali responsabilità. Al momento, le informazioni sulla dinamica restano frammentarie.

La miniera illegale, un’emergenza che il Sudafrica non riesce a spegnere

La tragedia di Rustenburg riporta sotto i riflettori una delle emergenze più difficili da affrontare per il Sudafrica: quella delle miniere illegali, spesso scavate o riutilizzate in siti abbandonati dalle grandi compagnie estrattive.

Sono decine di migliaia le persone che, secondo le stime riportate nel Paese, lavorano informalmente in miniere d’oro e di platino ormai dismesse. Per molti di loro si tratta di un’attività legata alla necessità di procurarsi un reddito, ma le condizioni in cui avviene l’estrazione sono spesso estremamente rischiose.

Gallerie instabili, assenza di adeguati sistemi di ventilazione, attrezzature improvvisate e scarsi dispositivi di protezione trasformano il lavoro quotidiano in una sfida alla sopravvivenza. Quando si verifica un incidente, inoltre, raggiungere chi si trova nel sottosuolo può diventare un’impresa estremamente complessa.

Rustenburg, la capitale del platino

Il luogo della tragedia non è casuale. Rustenburg è uno dei principali distretti minerari del Sudafrica e uno dei più importanti centri mondiali per l’estrazione del platino. Il Paese dispone infatti di alcune delle maggiori riserve mondiali di questo metallo, fondamentale per numerosi comparti industriali.

Proprio la ricchezza del sottosuolo alimenta anche il fenomeno dell’estrazione clandestina. Dove una miniera ufficiale viene chiusa, le gallerie possono continuare a rappresentare una fonte di metallo e, di conseguenza, di reddito per i minatori informali.

Ma il prezzo può essere altissimo.

Il crollo di Nkaneng è l’ennesimo drammatico promemoria di quanto sia fragile l’equilibrio nelle miniere abbandonate: un’attività condotta fuori da ogni controllo può trasformare in pochi secondi una ricerca di sopravvivenza in una strage.

E mentre le autorità cercano di stabilire l’esatta dinamica del cedimento, resta l’urgenza più immediata: raggiungere chi potrebbe essere ancora vivo sotto le macerie e verificare se il bilancio delle vittime sia destinato, purtroppo, a salire.

Ucraina, notte di fuoco: missili e droni su Kiev e Zaporizhzhia, nove morti

0

È stata un’altra notte di guerra e distruzione in Ucraina. Le esplosioni hanno squarciato il buio a Kiev e Zaporizhzhia, mentre gli attacchi russi hanno colpito anche diverse aree del sud-est del Paese. Il bilancio provvisorio è pesante: almeno nove persone sono morte e 24 sono rimaste ferite nelle ultime ore, secondo le autorità ucraine.

A pagare il prezzo più alto è stata Zaporizhzhia. Nella città, capoluogo dell’omonima regione, sei persone hanno perso la vita e altre 19 sono rimaste ferite. Il capo dell’amministrazione militare regionale, Ivan Fedorov, ha parlato di un attacco “massiccio”, condotto con missili e bombe aeree guidate. Le esplosioni hanno danneggiato edifici residenziali e strutture non residenziali, lasciando dietro di sé una nuova scia di devastazione.

Zaporizhzhia nel mirino

Il presidente ucraino Volodymyr Zelensky ha fornito ulteriori dettagli sull’arsenale utilizzato nell’attacco, sostenendo che sulla città siano stati lanciati anche missili balistici di fabbricazione nordcoreana, oltre a missili Zircon e bombe aeree guidate.

Zelensky ha definito l’operazione un attacco “brutale”, accusando Mosca di averlo pianificato con l’obiettivo di provocare il maggior numero possibile di danni, in particolare contro le infrastrutture civili. Il presidente ucraino ha quindi ribadito le accuse sull’impiego da parte russa di armamenti forniti dalla Corea del Nord, una questione già denunciata in precedenza da Kiev.

Il bilancio nella sola Zaporizhzhia, ha confermato Zelensky, è di sei morti e 19 feriti.

Tre morti nella regione di Dnipropetrovsk

La notte di attacchi non si è però concentrata soltanto su Zaporizhzhia. Le forze russe hanno colpito con droni e artiglieria anche cinque distretti della regione di Dnipropetrovsk.

Secondo il capo dell’amministrazione militare regionale, Oleksandr Ganja, tre persone sono state uccise. Tra loro c’è anche un ragazzo di appena 15 anni. Altre cinque persone sono rimaste ferite.

Un bilancio che conferma quanto il conflitto continui a colpire non soltanto le infrastrutture strategiche, ma anche i centri abitati e la popolazione civile, mantenendo altissima la pressione sulle regioni ucraine più esposte agli attacchi.

Esplosioni anche a Kiev

Anche la capitale è stata svegliata dalle esplosioni. Poco dopo la mezzanotte, secondo quanto riferito dai giornalisti dell’Agence France-Presse presenti sul posto, diverse detonazioni sono state udite a Kiev dopo l’attivazione dell’allarme missilistico.

Un incendio è divampato all’interno di un magazzino e una persona è rimasta ferita. Sul posto sono intervenuti i servizi di emergenza, impegnati nelle operazioni di spegnimento e nella messa in sicurezza dell’area.

Da Mosca è arrivata una ricostruzione diversa rispetto a quella fornita dalle autorità ucraine. Il ministero della Difesa russo ha rivendicato gli attacchi, sostenendo che siano stati utilizzati missili contro obiettivi legati al complesso militare-industriale e ai centri di trasporto e logistica di Kiev e Zaporizhzhia.

La risposta di Mosca: quasi 400 droni ucraini intercettati

Mentre l’Ucraina faceva i conti con le conseguenze dei bombardamenti, Mosca denunciava a sua volta una massiccia offensiva con droni.

Il ministero della Difesa russo ha comunicato che i sistemi di difesa aerea avrebbero intercettato e distrutto 396 droni ucraini durante la notte, sul territorio della Federazione Russa e in Crimea.

Secondo il comunicato, i velivoli senza pilota sarebbero stati neutralizzati in numerose regioni russe, tra cui Belgorod, Brjansk, Vladimir, Voronezh, Kaluga, Kursk, Lipetsk, Orenburg, Orel, Rostov, Rjazan, Tambov e Tula, oltre che nell’area di Mosca e in Crimea.

Il ministero russo non ha fornito ulteriori dettagli sulla distribuzione dei droni nelle diverse aree né ha indicato, nel comunicato citato, l’eventuale entità dei danni provocati dagli attacchi.

La notte appena trascorsa restituisce così l’immagine di un conflitto ancora lontano dall’allentare la propria morsa: da una parte i raid russi contro le città ucraine, dall’altra le incursioni con droni sul territorio russo. Un’escalation che continua a trasformare la distanza tra fronte e retrovia in una linea sempre più sottile.

Colombia, la corsa contro il tempo sotto le macerie: oltre 2.700 dispersi dopo il terremoto

0

La Colombia conta i morti, cerca i dispersi e scava ancora. A oltre un giorno dal violento terremoto di magnitudo 7,4 che ha colpito il Paese lunedì 10 agosto, la macchina dei soccorsi continua a lavorare tra edifici crollati, detriti e macerie, mentre il bilancio della tragedia si aggrava di ora in ora.

Sono almeno 132 le vittime accertate e quasi 600 i feriti, secondo gli ultimi dati diffusi nella notte dall’emittente Cnn. Ma è soprattutto il numero dei dispersi a raccontare la dimensione dell’emergenza: oltre 2.700 persone risultano ancora irreperibili.

Scavare, cercare, sperare

È una corsa contro il tempo quella che vede impegnati soccorritori e volontari nelle aree maggiormente colpite. Ogni cumulo di macerie può nascondere una storia, una persona ancora viva, una famiglia che aspetta di riabbracciare un proprio caro.

Nel frattempo, la popolazione si organizza anche dal basso. Famiglie e cittadini colombiani stanno utilizzando siti web locali gestiti dalla comunità per diffondere fotografie, nomi e informazioni sulle persone scomparse. Una rete spontanea che si affianca alle attività ufficiali di ricerca e che, nelle ore più drammatiche, diventa uno strumento prezioso per tentare di ricostruire i contatti e ritrovare chi manca all’appello.

Tra disperazione e speranza, non sono mancati i salvataggi che hanno regalato un momento di sollievo. Una madre e il suo neonato sono stati estratti vivi dalle macerie, una scena che ha restituito per qualche istante un volto diverso a una tragedia ancora lontana dall’essere contenuta.

Ospedali al limite

La pressione maggiore si riversa anche sul sistema sanitario. A Cali, una delle città più duramente colpite dal sisma, gli ospedali hanno dichiarato l’allerta rossa dopo aver raggiunto il 100% della capacità. L’afflusso continuo di feriti mette a dura prova strutture, personale medico e risorse, mentre l’emergenza impone di mantenere alta la capacità di risposta anche nelle prossime ore.

Il terremoto ha così trasformato intere aree del Paese in una gigantesca operazione di soccorso, con la priorità assoluta di individuare eventuali superstiti e assistere le persone rimaste senza casa o ferite.

La politica si mobilita

Di fronte alla portata del disastro, anche le istituzioni colombiane hanno annunciato iniziative di sostegno. Il presidente del Senato Honorio Henríquez ha chiesto ai membri del Congresso di destinare lo stipendio di un mese alle famiglie colpite dal terremoto.

L’appello, rilanciato attraverso i suoi profili social e riportato dal quotidiano El Tiempo, punta a coinvolgere direttamente i parlamentari in un’iniziativa di solidarietà a favore delle persone colpite dalla catastrofe.

Henríquez ha inoltre annunciato la costituzione immediata di una commissione bicamerale incaricata di seguire da vicino la risposta all’emergenza, sostenere le popolazioni colpite e monitorare l’azione delle istituzioni. Un organismo chiamato anche a valutare la gestione della crisi e le conseguenze provocate dal sisma.

«La Colombia ha bisogno che siamo uniti», ha sottolineato il presidente del Senato.

Mentre la politica prepara la fase successiva dell’emergenza, nelle strade e tra le macerie la priorità resta una sola: continuare a cercare. Perché, finché qualcuno manca all’appello, ogni ora può ancora fare la differenza.