8 Settembre 2026, martedì
HomeMondoGran Bretagna senz’acqua, l’estate che mette in ginocchio l’Europa: 27 milioni di...

Gran Bretagna senz’acqua, l’estate che mette in ginocchio l’Europa: 27 milioni di persone con i rubinetti razionati

Il caldo estremo e la siccità trasformano il Vecchio Continente in una gigantesca emergenza ambientale: oltre un milione di ettari bruciati dagli incendi, fiumi ai minimi storici e 45 milioni di britannici alle prese con la siccità. E il rischio è che il conto del 2026 arrivi fino al 2027.

Non è più soltanto un’estate eccezionalmente calda. È una stagione che sta mettendo alla prova la capacità dell’Europa di resistere alla combinazione più insidiosa del cambiamento climatico: temperature estreme, siccità prolungata e incendi sempre più difficili da contenere.

Negli ultimi anni le fiamme hanno divorato oltre un milione di ettari di territorio europeo, una superficie equivalente a circa due volte la Liguria o a un terzo del Belgio. Un bilancio già impressionante che assume contorni ancora più preoccupanti se inserito in una tendenza di lungo periodo: l’Europa si sta riscaldando a una velocità più che doppia rispetto alla media globale.

E proprio i Paesi che storicamente erano meno abituati al caldo estremo sono oggi tra quelli che stanno pagando il prezzo più alto.

Londra e l’Inghilterra alle prese con la grande sete

Il caso più emblematico è quello della Gran Bretagna. In Inghilterra circa tre quarti del territorio si trova ormai alle prese con condizioni di siccità, mentre il Paese si prepara a una nuova ondata di calore, la quinta di questo 2026.

L’emergenza non riguarda soltanto campagne e riserve naturali. Riguarda direttamente la vita quotidiana.

Sono 27 milioni le persone interessate dal razionamento dell’acqua corrente, mentre complessivamente circa 45 milioni di britannici vivono in aree colpite dalla siccità. Per una parte consistente della popolazione sono state introdotte restrizioni severe sull’utilizzo dell’acqua.

È un segnale che racconta meglio di qualsiasi termometro la profondità della crisi: quando l’acqua potabile diventa una risorsa da amministrare con il contagocce, l’emergenza climatica smette di essere una previsione e diventa una questione concreta di sicurezza nazionale.

Anche l’agricoltura sta pagando un prezzo pesantissimo. Gli agricoltori britannici hanno raccolto le granaglie con un anticipo mai registrato negli ultimi vent’anni, mentre i bacini idrici si stanno svuotando rapidamente. In alcune aree i livelli dell’acqua sono diminuiti tra l’11% e il 70% rispetto allo scorso anno.

Ancora più allarmante il quadro dei corsi d’acqua: il 22% è classificato come “eccezionalmente basso”, con portate che si avvicinano o hanno già superato i record negativi che risalivano al 1976.

E il caldo non sembra intenzionato a concedere tregua. Dopo una sequenza di primati termici, il Regno Unito si prepara a un nuovo possibile picco, con temperature attese intorno ai 36 gradi in gran parte del Paese.

Il fuoco completa il disastro

Alla siccità si aggiunge l’altra faccia dell’estate estrema: gli incendi.

Nel solo 2026 sono già 245 gli incendi registrati nelle aree naturali più protette della Gran Bretagna. Il terreno secco, la vegetazione privata dell’umidità e le temperature elevate creano una combinazione ideale per la propagazione delle fiamme.

Ma il fenomeno non è britannico. L’intera Europa occidentale è alle prese con una stagione anomala, caratterizzata da una marcata contrapposizione tra le temperature dell’area occidentale e quelle di altre zone del continente.

Secondo le rilevazioni di Copernicus, nei mesi di giugno e luglio la temperatura media dell’Europa occidentale è arrivata a 21,62 gradi, ben 2,79 gradi sopra la media del periodo 1991-2020.

È il valore più alto mai registrato e supera di quasi 0,9 gradi il precedente record, stabilito nel 2022.

Il dato più significativo, però, non è soltanto la temperatura raggiunta. È la durata del caldo.

Le ondate di calore stanno diventando più persistenti e ravvicinate, lasciando ai territori sempre meno tempo per recuperare. Tra una fase estrema e l’altra il suolo non riesce a ripristinare le proprie riserve d’acqua, i bacini non recuperano e la vegetazione rimane esposta a uno stress crescente.

Si innesca così un meccanismo perverso: più caldo significa maggiore evaporazione e maggiore perdita di acqua dal terreno; un terreno più secco, a sua volta, perde parte della capacità di raffreddare l’ambiente attraverso l’evaporazione, favorendo temperature ancora più alte.

È un circolo vizioso nel quale caldo e siccità finiscono per alimentarsi a vicenda.

El Niño può cambiare ancora gli equilibri

A complicare ulteriormente il quadro c’è El Niño, il fenomeno climatico legato al riscaldamento anomalo delle acque superficiali del Pacifico e capace di alterare la circolazione atmosferica su scala planetaria.

La sua influenza non significa automaticamente che ogni regione del mondo diventerà più calda o più secca. Il punto è un altro: un El Niño particolarmente intenso può modificare la distribuzione delle precipitazioni e aumentare la probabilità di eventi meteorologici estremi in diverse aree del pianeta.

Ed è proprio l’evoluzione del fenomeno a preoccupare gli esperti.

L’autunno non promette una tregua

Secondo le indicazioni dell’Organizzazione meteorologica mondiale, El Niño dovrebbe continuare a rafforzarsi tra agosto e ottobre, con la possibilità di raggiungere una configurazione assimilabile a un “super Niño”.

Anche le previsioni della Noaa, l’agenzia statunitense per gli oceani e l’atmosfera, indicano una probabilità elevata che entro la fine dell’anno il fenomeno raggiunga una categoria di intensità molto forte.

Le conseguenze potrebbero protrarsi oltre la stagione autunnale.

Le proiezioni per agosto-ottobre indicano infatti una probabilità elevata di temperature superiori alla norma in vaste aree del pianeta. Allo stesso tempo, El Niño potrebbe ridisegnare la distribuzione delle precipitazioni, rendendo alcune regioni più umide e altre più vulnerabili alla scarsità d’acqua.

Tra le aree per le quali sono previste condizioni più umide della norma figurano alcune zone dell’Asia centrale, dell’Europa meridionale, dell’America settentrionale occidentale e del Sud America sudorientale.

Questo non significa, automaticamente, che il prossimo inverno sarà più caldo ovunque. Il clima non segue una traiettoria lineare e gli effetti di El Niño variano fortemente da regione a regione.

Ma c’è una certezza più generale: il sistema climatico sta entrando in una fase nella quale gli eventi estremi tendono a sommarsi, anziché presentarsi come episodi isolati.

Il vero allarme è già oltre l’estate

La Gran Bretagna senz’acqua, i fiumi europei ai minimi, gli incendi e i raccolti anticipati sono dunque tasselli della stessa storia.

Il problema non è soltanto quanto sarà caldo il prossimo agosto, né se arriverà una nuova ondata di calore a settembre. Il problema è la capacità di territori, infrastrutture e agricoltura di assorbire shock climatici che diventano sempre più frequenti e ravvicinati.

Per questo l’allarme guarda già al 2027.

Se le condizioni oceaniche e atmosferiche continueranno a sostenere temperature elevate, l’effetto combinato di El Niño e del riscaldamento climatico di fondo potrebbe contribuire a spingere nuovamente verso l’alto le temperature medie globali.

Non significa che sia già scritto un nuovo record. Significa che la probabilità di un’altra stagione eccezionale rimane concreta.

E mentre il dibattito sul clima continua a concentrarsi sui gradi in più registrati dai termometri, in Gran Bretagna la domanda è diventata molto più semplice e molto più urgente: quanta acqua resterà nei bacini quando arriverà la prossima estate?

La risposta dipenderà non soltanto dalla pioggia dei prossimi mesi, ma dalla capacità dell’Europa di prepararsi a un clima nel quale ciò che un tempo veniva considerato eccezionale rischia di diventare la nuova normalità.

Sponsorizzato

Ultime Notizie

Commenti recenti