La tensione attorno allo Stretto di Hormuz resta alta, nonostante le rassicurazioni di Donald Trump. Il presidente degli Stati Uniti continua infatti a sostenere che Washington abbia il pieno controllo del cruciale passaggio marittimo, una delle principali arterie energetiche del pianeta.
«Abbiamo noi il controllo totale», ha ribadito Trump, descrivendo gli Stati Uniti come «in ottima posizione». Parole che puntano a trasmettere un messaggio di forza e deterrenza in una fase nella quale la sicurezza della navigazione attraverso Hormuz continua a rappresentare un elemento decisivo per gli equilibri geopolitici e per i mercati dell’energia.
Il petrolio torna a scorrere
Sul fronte dei traffici, intanto, emergono segnali di parziale ripresa. La circolazione delle petroliere è tornata ad aumentare e, secondo il segretario all’Energia statunitense Chris Wright, attraverso lo Stretto transitano attualmente quasi 9 milioni di barili di petrolio al giorno.
Un dato che testimonia quanto Hormuz rimanga centrale per l’approvvigionamento energetico internazionale. Qualunque ostacolo alla navigazione nello Stretto può infatti ripercuotersi rapidamente sui flussi di greggio e, di conseguenza, sulle quotazioni e sulle prospettive dei mercati globali.
La situazione, dunque, resta tutt’altro che risolta: da una parte Washington insiste sulla propria capacità di garantire il controllo dell’area; dall’altra, la ripresa dei traffici segnala la necessità di mantenere alta l’attenzione sulla sicurezza delle rotte.
Trump: «Ho seguito le indicazioni dei servizi»
A complicare ulteriormente il quadro è il racconto dello stesso Trump sulle modalità con cui ha lasciato la Turchia dopo un recente vertice.
Il presidente americano ha confermato di non aver utilizzato l’Air Force One e di essere partito a bordo di un altro velivolo. La decisione, ha spiegato, sarebbe stata determinata da una minaccia valutata dai servizi di sicurezza e dalle autorità militari.
«Io seguo le indicazioni dei servizi segreti e dei militari», ha raccontato Trump, spiegando che gli era stato chiesto di utilizzare «un volo diverso, un aereo diverso».
Il trasferimento, avvenuto lontano dai riflettori abituali che accompagnano gli spostamenti presidenziali, assume così un significato preciso: la sicurezza del presidente americano è stata considerata prioritaria al punto da modificare anche il dispositivo logistico normalmente previsto per i suoi viaggi.
Tra le tensioni su Hormuz e le precauzioni adottate per gli spostamenti presidenziali, il messaggio che arriva da Washington è dunque duplice: gli Stati Uniti vogliono mostrare di avere il controllo della situazione, ma allo stesso tempo riconoscono implicitamente che il livello di rischio resta elevato.
