6 Ottobre 2026, martedì
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Sánchez non arretra: sull’immigrazione l’Europa preferisce ancora la paura al coraggio

La regolarizzazione spagnola divide l’Europa e scatena le critiche di Svezia, Danimarca e Italia. Kristersson evoca il fantasma del 2015 e paventa rischi per Schengen. Ma Madrid tira dritto: dietro la scelta di Sánchez c’è una strategia politica precisa, mentre molti governi sembrano più preoccupati di non perdere consenso che di governare un fenomeno complesso.

La nuova frontiera del dibattito europeo sull’immigrazione passa, ancora una volta, dalla Spagna. E passa soprattutto dalla scelta di Pedro Sánchez di non affrontare il fenomeno soltanto con la grammatica dell’emergenza, della chiusura e dell’allarme.

Una scelta che ha immediatamente provocato reazioni. Dopo la Danimarca, anche la Svezia ha puntato il dito contro Madrid. Il primo ministro Ulf Kristersson, intervistato dal Financial Times, ha definito la regolarizzazione di massa dei migranti irregolari promossa dal governo spagnolo una «pessima idea», arrivando a evocare il rischio di una nuova crisi migratoria sul modello del 2015 e possibili conseguenze per l’area Schengen.

È il riflesso di una parte dell’Europa che, davanti alla questione migratoria, sembra conoscere soprattutto una parola: paura.

Paura degli arrivi, paura delle conseguenze elettorali, paura di apparire troppo permissivi, paura che ogni apertura venga interpretata come un invito. Una paura politicamente comprensibile, ma che rischia di diventare una pessima consigliera quando prende il posto della politica.

Perché Sánchez, piaccia o non piaccia, sa perfettamente che cosa sta facendo.

La regolarizzazione non è necessariamente sinonimo di porte aperte e non può essere liquidata semplicemente come una resa davanti all’immigrazione irregolare. Può essere, al contrario, uno strumento per riportare dentro un quadro legale persone che già si trovano sul territorio, sottraendole all’economia sommersa, all’irregolarità permanente e all’impossibilità di essere pienamente governate dalle istituzioni.

È una scommessa. E come tutte le scommesse politiche può essere giudicata, contestata e persino rivelarsi sbagliata. Ma chiamarla automaticamente follia significa rinunciare a discutere nel merito.

Nel frattempo, a Ceuta il quadro resta delicatissimo. La città autonoma spagnola continua a rappresentare uno dei punti più sensibili della frontiera europea. Le autorità locali descrivono una situazione estremamente difficile anche sul piano sanitario e restano alte le preoccupazioni per possibili nuovi arrivi. Circolano inoltre stime molto elevate su una eventuale nuova ondata migratoria entro Ferragosto, accompagnate da timori per possibili infiltrazioni terroristiche.

Su questo punto, però, è indispensabile distinguere tra allarme, stime investigative e fatti accertati. Il governo di Madrid, attraverso Pedro Sánchez, ha smentito gli scenari più allarmistici. Ed è proprio qui che il dibattito europeo rischia di scivolare dalla politica alla profezia: ogni numero diventa una minaccia, ogni movimento una possibile invasione, ogni scelta diversa dalla chiusura un pericolo per la sicurezza.

La questione è molto più complessa.

Anche perché la Spagna non sembra intenzionata a farsi dettare l’agenda dagli umori delle altre capitali. Il ministro degli Esteri José Manuel Albares, parlando della posizione italiana sulla situazione di Ceuta, ha accusato Roma di non aver mostrato la solidarietà e il sostegno manifestati, a suo dire, dalla maggioranza dei Paesi dell’Unione europea. Secondo Albares, l’atteggiamento italiano sarebbe riconducibile a interessi di parte e a esigenze elettorali interne. Il ministro ha inoltre ricordato come l’Italia registri un numero maggiore di ingressi irregolari rispetto alla Spagna e ha definito marginali, inferiori all’1%, i movimenti secondari dalla Spagna verso l’Italia.

Sono parole pesanti, soprattutto perché toccano il nervo scoperto della politica europea: l’immigrazione è diventata anche una gigantesca questione di consenso.

E qui Sánchez mostra una differenza non secondaria rispetto a chi, in Europa, preferisce alzare la voce prima ancora di aver individuato una soluzione. Il premier spagnolo può essere criticato per la sua scelta, ma almeno sta tentando di governare il problema attraverso una decisione concreta, assumendosene il costo politico.

Gli altri, invece, spesso sembrano limitarsi a guardare il termometro dei sondaggi.

È molto più facile dire no. È molto più facile agitare il fantasma del 2015. È molto più facile promettere frontiere impenetrabili, evocare Schengen come una fortezza assediata e parlare all’elettorato attraverso slogan rassicuranti. La linea della paura paga, almeno nel breve periodo. Consente di trasformare un fenomeno complicato in una contrapposizione elementare: noi contro loro, sicurezza contro accoglienza, confini contro migranti.

Ma governare non significa necessariamente scegliere ciò che tranquillizza di più.

Significa scegliere ciò che si ritiene possa funzionare.

La Spagna sembra aver scelto di correre questo rischio. Sánchez sa che una regolarizzazione di massa può provocare una reazione durissima in Europa e può diventare terreno fertile per le opposizioni. Sa anche che la gestione dell’immigrazione irregolare non può essere risolta semplicemente lasciando migliaia di persone in una zona grigia giuridica e sociale.

Ed è forse questo il punto più interessante della vicenda.

Mentre alcuni leader europei si affannano a spiegare perché la Spagna starebbe sbagliando, Sánchez sembra voler dimostrare che l’immigrazione non si governa soltanto costruendo paure, ma anche prendendo decisioni.

Naturalmente, la sua strategia dovrà essere misurata sui risultati: integrazione, occupazione, sicurezza, capacità amministrativa, controllo delle frontiere e soprattutto prevenzione di nuovi flussi irregolari. Una regolarizzazione, da sola, non può essere la politica migratoria di un Paese.

Ma nemmeno l’allarme permanente può esserlo.

Il vero banco di prova per l’Europa sarà allora un altro: riuscire a discutere delle scelte spagnole senza ridurre tutto alla caricatura della «sanatoria» e, contemporaneamente, riuscire a parlare di sicurezza senza trasformare ogni migrante in una minaccia.

Perché tra il buonismo ingenuo e il sovranismo urlato esiste una terza strada: la politica.

E quella strada, per il momento, Sánchez ha almeno avuto il coraggio di imboccarla.

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