29 Ottobre 2026, giovedì
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Terremoto all’alba tra Toscana e Liguria: scossa di magnitudo 3.7 vicino a Fosdinovo

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Una scossa di terremoto ha interrotto il silenzio delle prime ore del mattino tra Toscana e Liguria. Alle 5.49, una scossa di magnitudo 3.7 è stata registrata dall’Ingv in provincia di Massa Carrara, con epicentro a circa 2 chilometri da Fosdinovo e ipocentro a una profondità di 10 chilometri.

Il movimento tellurico, pur non essendo di particolare intensità, è stato sufficientemente superficiale e vicino ai centri abitati da essere distintamente percepito in un’area piuttosto ampia. Segnalazioni sono arrivate dalla Lunigiana, da Berceto, dallo Spezzino e dalla Versilia, interessando dunque un territorio a cavallo tra Toscana ed Emilia-Romagna e con propagazione dei tremori anche verso la Liguria.

Protezione civile subito al lavoro

La scossa ha fatto scattare immediatamente le verifiche delle strutture di Protezione civile. In Liguria, la sala operativa regionale si è attivata per raccogliere informazioni dal territorio, contattando i Comuni di Ortonovo, Castelnuovo Magra e Sarzana.

Al momento, il quadro è rassicurante: non risultano danni a persone o cose né particolari situazioni di criticità. Le amministrazioni e le strutture competenti hanno comunque mantenuto alta l’attenzione, predisponendo ulteriori controlli sul territorio nel corso della mattinata.

Anche dalla Regione Toscana è arrivata una prima valutazione positiva. Le verifiche condotte attraverso il sistema regionale di Protezione civile, viene riferito, non hanno evidenziato segnalazioni di danni o criticità.

Una scossa avvertita in un’area vasta

La magnitudo 3.7 non è associata, in condizioni ordinarie, a conseguenze strutturali significative, ma la percezione di un terremoto dipende anche dalla profondità dell’evento, dalla distanza dall’epicentro e dalle caratteristiche geologiche del territorio. In questo caso, l’ipocentro collocato a 10 chilometri ha favorito la propagazione delle onde sismiche, rendendo il movimento avvertibile in diversi comuni.

L’area interessata dalla scossa è quella dell’Appennino tosco-emiliano, un territorio caratterizzato da una significativa attività sismica. Per questo, dopo l’evento, il monitoraggio prosegue con attenzione, anche per verificare l’eventuale comparsa di scosse successive.

Per ora, tuttavia, il dato più importante resta quello delle verifiche effettuate sul campo: nessun danno e nessuna criticità segnalata. La Protezione civile regionale continuerà a monitorare l’evoluzione della situazione e a raccogliere eventuali segnalazioni provenienti dai territori interessati.

Furto al MuMe di Messina, trafugati capolavori di Antonello: il colpo che ferisce l’identità della città

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Messina si è svegliata con una ferita che va ben oltre le mura di un museo. Nella serata del 15 agosto, mentre la città era immersa nelle celebrazioni della Vara, ignoti sono riusciti a entrare nelle sale del Museo Regionale Interdisciplinare Maria Accascina, il MuMe, e a sottrarre alcune delle opere più preziose legate alla figura di Antonello da Messina.

Un colpo studiato e portato a termine riuscendo, secondo le prime ricostruzioni, a eludere i sistemi di allarme e le protezioni predisposte per custodire il patrimonio. Il bottino comprende tre delle cinque tavole superstiti del celebre Polittico di San Gregorio e una tavoletta bifronte attribuita ad Antonello, che i ladri hanno estratto direttamente da una teca blindata.

La dimensione del furto è dunque duplice: materiale, per il valore incalcolabile delle opere sottratte, e simbolica, perché a essere colpito è uno dei nuclei più identitari della storia artistica messinese.

Il colpo e le indagini

L’azione si sarebbe consumata intorno alle 21.50. I responsabili hanno raggiunto le sale espositive e sono riusciti a superare i dispositivi di sicurezza senza essere immediatamente bloccati. Una volta individuate le opere, le hanno rimosse e portate via.

Particolarmente significativo è il caso della tavoletta bifronte, prelevata direttamente dall’interno di una teca blindata. Gli investigatori stanno ora lavorando per ricostruire ogni passaggio dell’incursione e capire se i ladri abbiano agito da soli o con l’appoggio di complici all’esterno.

Sul posto sono intervenute le forze dell’ordine insieme agli specialisti della polizia scientifica. Sono stati effettuati i rilievi tecnici e acquisite le immagini degli impianti di videosorveglianza, che potrebbero fornire elementi decisivi per individuare gli autori del furto e ricostruire i loro movimenti.

Per consentire lo svolgimento degli accertamenti, la Direzione del MuMe ha disposto la chiusura del museo al pubblico nella giornata di domenica 16 agosto.

Il Polittico di San Gregorio, un’opera mutilata due volte

Tra le opere scomparse ci sono tre tavole del Polittico di San Gregorio, una delle testimonianze più importanti della produzione di Antonello da Messina.

L’opera fu commissionata all’artista da Fabria Cirino, badessa del monastero di Santa Maria extra moenia, ed era originariamente composta da sei tavole. Al centro si trovava la Madonna in trono col Bambino e angeli reggicorona, identificata anche come Madonna del Rosario per la presenza del simbolo iconografico sul gradino. Ai lati erano raffigurati i santi Gregorio e Benedetto, mentre nel registro superiore comparivano l’Angelo Annunciante e la Vergine Annunciata.

La tavola centrale della cimasa, probabilmente raffigurante il Cristo morto sorretto dagli angeli, è andata perduta nel corso del tempo. Ora il furto sottrae al museo altre tre parti del complesso, aggravando ulteriormente la frammentazione di un’opera già segnata dalla dispersione.

La tavoletta bifronte e il valore della devozione privata

Ancora più singolare è la storia della piccola tavola bifronte trafugata dalla teca blindata.

Su un lato è raffigurata la Madonna col Bambino benedicente e un francescano in adorazione; sul retro compare il Cristo in Pietà. L’opera fu attribuita ad Antonello nel 2003 e nello stesso anno venne acquistata dalla Regione Siciliana attraverso la casa d’aste Christie’s, proveniente dalla collezione di Wilhelm Soldan, dove risultava conservata dal 1930.

Le sue dimensioni ridotte suggeriscono una destinazione originaria al culto privato: non un’immagine concepita per una grande chiesa o per uno spazio pubblico, ma un’opera destinata alla preghiera personale e alla contemplazione.

Gli studi l’hanno collocata cronologicamente tra il 1465 e il 1474, sulla base dei confronti stilistici con la produzione certa del maestro messinese. Una piccola tavola, dunque, ma di straordinaria importanza per la conoscenza dell’arte di Antonello.

«Siamo sconvolti»

A raccontare lo sgomento per quanto accaduto è la direttrice del MuMe, Marisa Mercurio.

«Siamo sconvolti per quello che è accaduto, erano due delle opere più importanti e note di Antonello da Messina», ha dichiarato. «Una grande perdita per il museo, per la città, la comunità e il mondo dell’arte».

Mercurio ha confermato che il furto è avvenuto intorno alle 21.50 e che i responsabili sono riusciti a eludere i sistemi d’allarme e le misure di sicurezza. Ora l’auspicio della direzione è che le indagini possano portare rapidamente all’identificazione e all’arresto dei responsabili e, soprattutto, al recupero delle opere.

Il sindaco: «Antonello è Messina e Messina è anche Antonello»

Il furto assume un peso ancora maggiore per il momento nel quale è stato compiuto. Proprio quella sera Messina era attraversata dalla tradizionale Processione della Vara, uno degli appuntamenti più profondamente radicati nella storia e nell’identità cittadina.

Il sindaco Federico Basile ha definito l’accaduto «un fatto gravissimo e profondamente riprovevole», sottolineando come l’incursione sia avvenuta mentre la città viveva uno dei suoi momenti più simbolici.

«Sottrarre alla città opere di questo valore significa colpire non soltanto il patrimonio artistico, ma la memoria, la cultura e l’identità stessa della comunità messinese», ha affermato Basile.

E nella sua dichiarazione c’è una frase destinata a sintetizzare il sentimento di una città privata di una parte della propria memoria: «Antonello è Messina e Messina è anche Antonello».

Il sindaco ha espresso l’auspicio che il lavoro degli investigatori consenta di riportare presto le opere al loro posto e di fare piena luce sulla dinamica del furto.

Il MuMe, la memoria di una città

Il Museo Regionale Interdisciplinare Maria Accascina non è soltanto uno scrigno di opere d’arte. È il risultato di oltre un secolo di storia museale e della complessa vicenda di una città più volte costretta a ricostruire se stessa.

Il museo, intitolato a Maria Accascina, storica direttrice e figura di primo piano della storiografia artistica siciliana, è stato inaugurato nel suo nuovo complesso nel giugno 2017. Sorge nell’area che ospitava il cinquecentesco monastero basiliano di San Salvatore dei Greci, distrutto dal terremoto del 1908. Di quella struttura restano ancora tracce dell’antica chiesa e della cripta, oggi inglobate nel percorso museale.

Il complesso si sviluppa su tre livelli e occupa oltre 17 mila metri quadrati. Le sue collezioni raccontano la storia artistica di Messina dalla preistoria al XIX secolo e testimoniano il ruolo strategico della città e del suo porto nei rapporti culturali e commerciali del Mediterraneo.

A rendere il MuMe celebre nel mondo sono soprattutto i capolavori di Antonello da Messina e Caravaggio, ma il patrimonio custodito nel museo è assai più ampio e comprende opere e testimonianze provenienti in larga parte dalla Messina precedente al terremoto.

La storia stessa del museo è una storia di resistenza. Dopo il sisma del 1908, le opere trovarono una prima sistemazione nella Filanda Mellinghoff. Nel 1914 il museo venne istituito come museo nazionale e nel 1922 fu inaugurato il primo ordinamento delle collezioni sotto la direzione di Enrico Mauceri.

Durante la Seconda guerra mondiale le opere furono trasferite nel monastero di San Placido Calonerò per proteggerle dai bombardamenti. Nel dopoguerra fu Maria Accascina a occuparsi del complesso lavoro di riordino e conservazione. Nel 1954 il museo riaprì con un nuovo progetto museografico, mentre continuava a maturare l’idea di una sede finalmente adeguata alla ricchezza delle collezioni.

Oggi quella memoria è custodita nel MuMe. E proprio lì, nel cuore di uno dei più importanti musei siciliani, una parte di quella memoria è stata sottratta.

Adesso la priorità è una sola: recuperare le opere e ricostruire la dinamica del colpo. Perché nel caso di Antonello non si tratta semplicemente di quadri da ritrovare. Si tratta di frammenti di una storia che appartiene a Messina, alla Sicilia e al patrimonio culturale universale.

Iran sfida Trump su Hormuz: «Uno Stretto non si conquista con un tweet»

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Lo Stretto di Hormuz torna a essere il punto di massima tensione nello scontro tra Iran e Stati Uniti. Alle minacce di Donald Trump di trasformare l’area in territorio americano dopo la sconfitta di Teheran, l’Iran risponde con un messaggio netto: Hormuz non è una casella sulla mappa da occupare con un annuncio sui social, né una conquista da ottenere con una portaerei.

A dare voce alla replica iraniana è Kazem Gharibabadi, vice ministro degli Esteri per gli Affari legali e internazionali. Il suo giudizio è tagliente: «Lo Stretto non si conquista con un tweet, una portaerei o un ordine. Né con un discorso elettorale». Una frase che va oltre la polemica politica e richiama la natura strategica di un tratto di mare dal quale passa una quota decisiva dei traffici energetici mondiali.

L’attacco alla petroliera riaccende l’allarme

A rendere ancora più incandescente il quadro è l’annuncio della compagnia petrolifera statale degli Emirati Arabi Uniti, Adnoc, secondo cui una delle sue navi è stata attaccata nello Stretto di Hormuz. L’episodio aggiunge un elemento concreto alle tensioni diplomatiche e militari che si stanno concentrando attorno a uno dei corridoi marittimi più delicati del pianeta.

Hormuz, infatti, non è soltanto un passaggio geografico. È un’infrastruttura strategica dell’economia globale: ogni escalation nella zona può avere ripercussioni immediate sulla sicurezza della navigazione, sui mercati energetici e sulle catene di approvvigionamento internazionali.

La minaccia di un controllo americano dello Stretto assume dunque un significato che va ben oltre la retorica. Qualunque tentativo di trasformare l’area in una zona sottoposta direttamente alla sovranità statunitense si scontrerebbe con una realtà militare, diplomatica e giuridica estremamente complessa, oltre che con la ferma opposizione di Teheran.

Il fronte interno americano

Mentre lo scontro verbale con l’Iran si intensifica, negli Stati Uniti prende forma un’altra questione, questa volta legata alle condizioni del personale impegnato nella missione.

Al centro delle preoccupazioni c’è la Uss Abraham Lincoln, portaerei del Comando centrale militare statunitense, il Centcom. Alcuni media hanno descritto condizioni operative particolarmente difficili a bordo, alimentando le richieste dei democratici al Congresso per un’indagine sullo stato della nave e sull’impatto della missione sull’equipaggio.

Il segretario ad interim della Marina, Hung Cao, ha riconosciuto l’esistenza di difficoltà, comprese quelle legate ai rifornimenti e alla salute mentale del personale. Ha però respinto l’idea di un equipaggio al collasso, sottolineando la capacità di resistenza dimostrata dai militari e il risultato della missione.

Cao ha parlato di un numero «esiguo» di casi di salute mentale trattati, precisando che non ci sono state perdite di vite umane.

Una guerra che si combatte anche sulla tenuta

Il dato più significativo, al di là delle dichiarazioni contrapposte, è forse proprio questo: mentre sul terreno si misura la capacità militare, dietro le quinte si misura la tenuta delle forze impegnate nel conflitto.

Per Washington la sfida non consiste soltanto nel mantenere la pressione sull’Iran, ma anche nel sostenere nel tempo il dispositivo militare senza compromettere uomini, mezzi e capacità operativa. Per Teheran, invece, Hormuz rappresenta uno degli strumenti di pressione più potenti a disposizione: il suo semplice controllo strategico può condizionare la percezione del rischio ben oltre i confini regionali.

La partita, quindi, non si gioca soltanto sulla possibilità di «conquistare» uno Stretto. Si gioca sulla capacità di controllarlo, proteggerlo e soprattutto di impedire che la sua instabilità si trasformi in una crisi internazionale di dimensioni molto più ampie.

Ed è proprio su questo terreno che la battuta di Gharibabadi acquista un peso politico preciso: un tweet può lanciare una minaccia, ma non basta a trasformarla in realtà. A Hormuz, dove interessi energetici, diritto internazionale e potenza militare si incrociano in pochi chilometri di mare, ogni parola rischia di avere conseguenze molto più concrete di quelle che può contenere uno schermo.

Cervia, aggredito il padre di Nicola Musiani: «Io non scappo, qui voglio vivere e morire»

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Nella fotografia: Nicola Musiani - da web

C’è un filo inquietante che torna a legare il parcheggio di Pinarella, a Cervia, alla famiglia Musiani. A poche settimane dalla morte di Nicola, 53 anni, picchiato a morte nella notte tra il 18 e il 19 luglio mentre viveva nel suo camper, nello stesso spiazzo è stato aggredito anche il padre Giorgio, 84 anni.

L’anziano, secondo quanto riferito da QN-Il Resto del Carlino e dal Corriere di Romagna, è stato sorpreso nel cuore della notte da un giovane che avrebbe tentato di rubargli la bicicletta. Una scena apparentemente legata a un furto, degenerata però in pochi istanti nella violenza.

«Giovedì notte ero come sempre dentro al mio camper e ho sentito strani rumori provenire da fuori», ha raccontato Giorgio Musiani ai quotidiani. L’84enne è uscito per capire cosa stesse accadendo e ha trovato un ragazzo seduto sulla sua bicicletta, intento ad armeggiare.

Il pensionato si è avvicinato per allontanarlo. La reazione, però, sarebbe stata immediata e brutale: il giovane gli avrebbe sferrato un violento pugno sul naso, prima di fuggire.

Un’aggressione che, proprio per il luogo e per il precedente che coinvolge la famiglia, assume inevitabilmente un significato particolare. È lo stesso parcheggio nel quale Nicola Musiani ha trovato la morte, in un pestaggio descritto dal Gip come caratterizzato da una «animalesca violenza».

Giorgio, tuttavia, non sa — e al momento non può sapere — se tra i due episodi esista un collegamento. E non nasconde i suoi dubbi: «Non so se questa aggressione è stata un avvertimento o altro di simile, oppure se è un caso isolato e senza alcuna relazione con la morte di mio figlio Nicola».

La domanda resta dunque aperta e sarà il lavoro degli investigatori a stabilire se dietro il pugno sferrato all’84enne ci sia soltanto un tentativo di furto finito male oppure qualcosa di più. Al momento, non risultano elementi che consentano di affermare un legame con l’omicidio di Nicola.

Quello che colpisce, però, è la scelta di Giorgio Musiani: nonostante la paura e quanto accaduto, non ha intenzione di abbandonare il camper diventato la sua casa.

«Io non ho paura di stare da solo. Io non scappo. Niente e nessuno mi manderà via dal mio camper ed è lì che voglio vivere e morire», ha dichiarato.

Parole che restituiscono la determinazione di un uomo rimasto solo dopo la perdita del figlio e che, proprio nel luogo segnato da quella tragedia, rivendica il diritto di continuare la propria vita senza farsi spaventare.

Intanto, sul fronte dell’inchiesta sulla morte di Nicola Musiani, sono quattro i giovani arrestati. Un sedicenne è stato invece segnalato alla Procura per i minorenni di Bologna. Le indagini dovranno ora fare luce anche sull’ultima aggressione, ricostruendone dinamica, responsabilità e soprattutto l’eventuale presenza di elementi che possano collegarla alla drammatica vicenda di Nicola.

Ferragosto sotto assedio a Ceuta e Melilla: frontiere blindate, mentre l’Europa frena sugli arrivi

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L’allarme nelle exclave arriva mentre Frontex certifica un calo del 37% degli ingressi irregolari nell’Ue nei primi sette mesi dell’anno. Sullo sfondo resta lo scontro tra Roma e Berlino sui cosiddetti “dublinanti”.

Ferragosto ad alta tensione alle porte dell’Europa. A Ceuta e Melilla, le due exclave spagnole in territorio nordafricano, l’attenzione è concentrata sugli appelli che nelle ultime ore hanno rilanciato sui social l’ipotesi di un nuovo assalto alle frontiere proprio il 15 agosto. Dopo gli eventi di fine luglio, quando migliaia di persone tentarono di raggiungere le enclave spagnole, Madrid e Rabat hanno scelto la linea della massima prevenzione: valichi presidiati, controlli rafforzati e un imponente dispositivo di sicurezza.

Il timore è che il tam tam online possa trasformarsi in un nuovo tentativo di attraversamento di massa. Per questo il Marocco ha blindato l’area di Fnideq, la Castillejos spagnola, schierando centinaia di poliziotti, gendarmi e militari. Secondo le informazioni riportate dall’agenzia Efe, i controlli sono stati intensificati già lungo le strade provenienti da Tangeri, mentre reparti antisommossa sono stati posizionati a pochi chilometri dalla frontiera. Alcuni tratti della spiaggia sono stati chiusi e due grandi unità della Marina reale sono state dislocate al largo.

Secondo El Mundo, il dispositivo marocchino avrebbe superato i mille uomini. Rabat sostiene di avere adottato «tutte le misure necessarie» per impedire nuovi ingressi illegali e ha annunciato anche provvedimenti nei confronti di chi diffonde online appelli a partecipare agli attraversamenti.

Sul versante spagnolo, il dispositivo di sicurezza è stato ulteriormente potenziato: polizia e Guardia Civil sono passate da poco più di 1.100 uomini a circa 1.600, con altri 2.000 militari pronti a fornire supporto. Madrid punta contemporaneamente ad accelerare le procedure di espulsione dei circa 5mila migranti irregolari ancora presenti a Ceuta.

Il ministro dell’Interno spagnolo, Fernando Grande-Marlaska, ha scelto parole nette per scoraggiare nuovi tentativi: chi pensa di raggiungere l’exclave, ha avvertito, non resterà a Ceuta, non sarà trasferito nella penisola e non verrà regolarizzato.

L’allarme locale in un quadro europeo diverso

La pressione su Ceuta e Melilla si inserisce, tuttavia, in uno scenario europeo che racconta una storia in parte diversa. Gli ultimi dati di Frontex indicano infatti una sensibile contrazione degli attraversamenti irregolari verso l’Unione europea.

Nei primi sette mesi del 2026 sono stati registrati circa 61mila ingressi irregolari, il 37% in meno rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. Una riduzione significativa che riguarda quasi tutte le principali rotte migratorie.

Il Mediterraneo centrale, storicamente uno dei principali corridoi verso l’Italia, registra un calo del 55%, con 16.454 attraversamenti. Sulla rotta del Mediterraneo orientale gli arrivi sono diminuiti del 28%, a quota 20.232. Ancora più marcata la flessione sulla rotta dell’Africa occidentale, scesa del 60% a 4.682 attraversamenti.

In diminuzione anche la rotta dei Balcani occidentali, che segna un -26% con 4.910 attraversamenti, e la frontiera terrestre orientale, in calo del 44% a 3.209.

C’è però un’eccezione significativa: la rotta del Mediterraneo occidentale verso la Spagna. Nei primi sette mesi dell’anno gli attraversamenti sono stati 11.217, il 37% in più rispetto ai 8.648 dello stesso periodo del 2025. Di questi, 8.648 sono avvenuti via mare e 2.569 via terra.

È l’unica tra le principali rotte migratorie verso l’Ue a registrare una crescita. E i numeri, precisa Frontex, non comprendono gli eventi più recenti verificatisi a Ceuta e Melilla. La fotografia dell’agenzia europea, dunque, potrebbe non riflettere ancora l’impatto delle tensioni esplose alla fine di luglio.

Secondo Frontex, la diminuzione complessiva degli arrivi è legata soprattutto al rafforzamento della cooperazione con i Paesi partner e alle misure preventive adottate nei principali Stati di partenza. Una dinamica che conferma quanto il controllo delle partenze e la collaborazione con i Paesi di transito siano diventati elementi decisivi nella gestione dei flussi.

Roma-Berlino, il dossier dei “dublinanti” resta aperto

Sul tavolo europeo resta intanto un altro fronte, questa volta politico e diplomatico, che coinvolge direttamente l’Italia e la Germania.

Roma ha comunicato ufficialmente a Berlino che non accetterà il rientro di alcuni migranti transitati dall’Italia, in relazione a casi precedenti al 12 giugno, data di entrata in vigore del nuovo Patto europeo sulla migrazione e l’asilo.

Per il governo italiano, queste situazioni rientrano nell’intesa sui cosiddetti “dublinanti” raggiunta con la Germania nel dicembre 2025. Nella comunicazione inviata alle autorità tedesche viene richiamato anche il meccanismo di compensazione collegato agli sbarchi in Italia effettuati da navi di Ong tedesche.

Per ora, però, da Berlino non è arrivata una risposta formale. Il dossier resta quindi sospeso, in attesa di capire se il governo di Friedrich Merz intenda replicare alle contestazioni italiane e con quale linea.

Anche Schengen resta nel mirino

A completare il quadro c’è infine la decisione italiana di mantenere temporaneamente sospesa la libera circolazione prevista da Schengen nei confronti della Spagna. Il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi ha ribadito che il provvedimento verrà revocato soltanto quando saranno completamente esclusi i rischi per la sicurezza nazionale.

Così, mentre a Ceuta e Melilla il Ferragosto viene vissuto con le frontiere praticamente militarizzate, i numeri europei raccontano una tendenza opposta: gli ingressi irregolari nel complesso diminuiscono, ma alcune direttrici restano sotto pressione.

La rotta spagnola è oggi il principale punto di attenzione. E proprio la combinazione tra un calo generale degli arrivi e la crescita concentrata su un singolo corridoio rende Ceuta e Melilla un osservatorio particolarmente sensibile: poche decine di chilometri di frontiera possono diventare, in poche ore, il punto di massima tensione di un fenomeno che su scala europea appare invece in arretramento.

Pil, l’Europa accelera ma l’Italia resta al passo lento: nel secondo trimestre +0,2%

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L’economia europea torna a mettere a segno una crescita più convincente nel secondo trimestre del 2026, ma il quadro resta tutt’altro che omogeneo. Secondo la stima preliminare diffusa da Eurostat, il Pil destagionalizzato è aumentato dello 0,4% nell’area euro rispetto ai primi tre mesi dell’anno e dello 0,5% nell’intera Unione europea. Un’accelerazione significativa dopo un primo trimestre praticamente fermo: tra gennaio e marzo, infatti, il prodotto interno lordo era rimasto invariato nell’Eurozona ed era cresciuto appena dello 0,1% nell’Ue.

Nel mosaico europeo, tuttavia, l’Italia non riesce a cambiare marcia. Il Pil italiano è cresciuto dello 0,2% su base congiunturale, rallentando rispetto al +0,3% del primo trimestre. Un risultato che colloca il nostro Paese nella parte bassa della classifica dei 14 Stati membri per i quali sono già disponibili i dati, al pari di Germania, Francia e Slovacchia. Solo Austria e Romania risultano ferme.

Il confronto con gli altri grandi Paesi europei restituisce un quadro particolarmente indicativo. La Spagna continua a correre più delle altre principali economie, con una crescita dello 0,7%, mentre Francia e Germania si fermano entrambe al +0,2%. In cima alla graduatoria complessiva spicca invece l’Irlanda, che registra un robusto +3,9%, un dato che conferma ancora una volta la particolare volatilità della sua economia rispetto alla media europea.

La ripresa c’è, ma procede a velocità diverse

La fotografia di Eurostat racconta dunque un’Europa che nel secondo trimestre ha recuperato slancio, ma con differenze marcate tra Paesi. Il dato aggregato dell’Eurozona è positivo e indica una capacità di tenuta superiore a quella evidenziata all’inizio dell’anno. Il problema, soprattutto per l’Italia, è che la ripartenza appare ancora debole rispetto a quella di alcune economie partner.

Su base annua, infatti, il Pil del secondo trimestre risulta in crescita dell’1% nell’area euro e dell’1,2% nell’Ue. Anche in questo caso si tratta di un miglioramento rispetto al trimestre precedente, quando l’incremento annuo era stato rispettivamente dello 0,5% e dello 0,8%.

L’Europa, insomma, sembra aver ritrovato un po’ di ossigeno, ma non una velocità uniforme. E per l’Italia il +0,2% rappresenta un segnale di continuità più che di vera accelerazione.

Occupazione ancora in crescita

Sul fronte del lavoro arriva comunque un’indicazione positiva. Nel secondo trimestre il numero degli occupati è aumentato dello 0,1% sia nell’area euro sia nell’Ue, replicando nell’Eurozona il ritmo già registrato nei primi tre mesi dell’anno. Nell’Ue, invece, si passa dalla precedente stabilità a una moderata crescita.

Il confronto con lo stesso periodo del 2025 conferma la tenuta del mercato del lavoro: l’occupazione è salita dello 0,5% su base annua sia nell’Eurozona sia nell’Unione, dopo il +0,5% nell’area euro e il +0,6% nell’Ue registrati nel primo trimestre.

È un dato che introduce un elemento di maggiore solidità nel quadro economico: la crescita del Pil, pur modesta in diversi Paesi, continua ad accompagnarsi a un mercato del lavoro sostanzialmente resiliente.

Le cifre diffuse oggi da Eurostat sono preliminari e si basano sui dati trasmessi dagli Stati membri relativi all’andamento del Pil e dell’occupazione nel secondo trimestre. Saranno quindi le prossime revisioni e, soprattutto, la composizione della crescita a chiarire quanto sia robusta la ripresa europea.

Per l’Italia, intanto, il messaggio è netto: la crescita non si è fermata, ma resta troppo lenta per parlare di vera accelerazione. Con un +0,2% trimestrale, il Paese rimane agganciato alla ripresa europea, ma senza ancora riuscire a sfruttarne pienamente il maggiore slancio.

Etna, la cenere ferma anche Comiso: aeroporti siciliani ancora sotto pressione

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L’emergenza Etna non accenna a mollare la presa e, con il passare delle ore, allarga il proprio raggio d’azione. Dopo giorni segnati da chiusure, riaperture intermittenti e voli dirottati, anche l’aeroporto di Comiso finisce nel vortice dei disagi provocati dalla cenere vulcanica.

La Sac, società che gestisce gli aeroporti di Catania e Comiso, ha comunicato la sospensione delle attività di volo, sia in arrivo sia in partenza, nello scalo del Ragusano. La presenza di cenere sulla pista rende infatti impossibile garantire la normale operatività dell’aeroporto.

L’invito rivolto ai viaggiatori è dunque quello di non mettersi in viaggio senza aver prima verificato la situazione. «I passeggeri sono pregati, prima di recarsi in aeroporto, di verificare lo stato del proprio volo con le compagnie aeree», fa sapere Sac, annunciando ulteriori aggiornamenti nelle prossime ore.

Una settimana di disagi, tra scali chiusi e voli dirottati

Il nuovo stop arriva dopo giorni particolarmente complicati per il sistema aeroportuale siciliano. L’attività dell’Etna ha costretto più volte a modificare la gestione dei voli dello scalo di Catania-Fontanarossa, con conseguenti trasferimenti e dirottamenti verso altri aeroporti dell’Isola, da Palermo a Trapani, fino allo stesso Comiso.

Una rete alternativa che, nelle ultime ore, mostra però tutti i suoi limiti: se anche Comiso deve fermarsi, le possibilità di redistribuire il traffico si riducono ulteriormente e aumenta la pressione sugli altri scali e sui servizi di trasporto.

Per migliaia di passeggeri significa una situazione difficile da prevedere: partenze rinviate, arrivi spostati, coincidenze saltate e il rischio di dover modificare all’ultimo momento trasferimenti, pernottamenti e programmi di viaggio.

Il conto dell’emergenza: turismo a rischio

A preoccupare non sono soltanto i disagi immediati. L’emergenza sta infatti iniziando a produrre anche un conto economico sempre più pesante.

Assoesercenti ha provato a tracciare una prima stima dell’impatto sul comparto turistico, ipotizzando una perdita compresa indicativamente tra 12,8 e 24 milioni di euro. L’associazione precisa che si tratta del volume di spesa potenzialmente esposto e non di una quantificazione definitiva del danno subito dalle imprese.

Per arrivare a una cifra reale sarà necessario verificare sul campo l’effetto di cancellazioni e mancati arrivi, soggiorni accorciati, rimborsi, costi di riprotezione, servizi non utilizzati e fatturato effettivamente perso. Una fotografia, quindi, che potrebbe diventare ancora più pesante quando l’emergenza sarà terminata e sarà possibile fare un bilancio completo.

I numeri del traffico aeroportuale aiutano a comprendere la portata del problema. Secondo i dati riportati nel bilancio di sostenibilità Sac, nel 2025 l’aeroporto di Catania ha movimentato oltre 12,3 milioni di passeggeri. Nel solo luglio dell’anno precedente erano stati registrati più di 1,25 milioni di passeggeri, oltre 570mila dei quali stranieri: una media di circa 40.500 viaggiatori al giorno.

Numeri che spiegano perché anche pochi giorni di operatività ridotta possano trasformarsi rapidamente in un problema economico per un territorio fortemente legato ai flussi turistici.

Auto e taxi non sono una soluzione a buon mercato

E chi pensa di aggirare il problema scegliendo l’auto rischia di trovarsi davanti a un’altra sorpresa.

Il Codacons ha infatti segnalato all’Antitrust presunti rincari nel settore dell’autonoleggio legati alla situazione di emergenza. Secondo l’associazione dei consumatori, ipotizzando un noleggio dalle 13 alle 17, la tariffa più bassa partirebbe da 141 euro, salirebbe a 181 euro riconsegnando l’auto a Trapani e arriverebbe fino a 337 euro scegliendo Comiso.

Il confronto con una situazione ordinaria renderebbe ancora più evidente l’aumento: a parità di durata e distanze, ma in assenza dell’emergenza, la spesa partirebbe da circa 91 euro. In alcuni casi, secondo il Codacons, i rincari arriverebbero dunque fino al 287%.

E non sarebbe soltanto il mercato dell’autonoleggio a risentire dell’impennata della domanda. Anche i taxi, secondo le segnalazioni raccolte in questi giorni, stanno diventando una voce di spesa tutt’altro che trascurabile per chi cerca di raggiungere uno scalo alternativo.

Trantino: «Le compagnie devono risarcire chi ha subito disagi»

Sul fronte istituzionale cresce intanto la pressione sulle compagnie aeree.

Il sindaco di Catania, Enrico Trantino, intervenendo a TgCom24, ha riconosciuto gli sforzi compiuti dalla Regione Siciliana e dalla società di gestione aeroportuale nell’assistenza ai passeggeri, ma ha chiesto un intervento dell’Enac nei confronti dei vettori.

Il nodo, secondo Trantino, riguarda soprattutto i trasferimenti dei passeggeri costretti a partire o arrivare da aeroporti diversi da Catania: «Mi auguro che intervenga l’Enac per le compagnie aeree che avrebbero dovuto predisporre i trasferimenti dall’aeroporto di Catania. Le compagnie devono risarcire chi ha subito disagi».

Nel frattempo, per i passeggeri, resta una sola certezza: la situazione è in continua evoluzione. E con la cenere dell’Etna che continua a condizionare gli scali siciliani, controllare lo stato del proprio volo prima di raggiungere l’aeroporto è ormai una precauzione indispensabile, non più una semplice raccomandazione.

Andrea Sempio, dopo le indagini arrivano anche i contraccolpi della vita quotidiana

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Per Andrea Sempio gli ultimi mesi non sono stati segnati soltanto dagli interrogatori, dalle nuove indagini sul delitto di Chiara Poggi e da un’attenzione mediatica ormai costante. Anche la sua vita quotidiana ha subito una brusca battuta d’arresto.

Nel giro di poco tempo, infatti, il 38enne si è ritrovato senza la casa in cui viveva e, a fine agosto, perderà anche il lavoro. Due vicende formalmente distinte dall’inchiesta sul delitto di Garlasco, ma che, secondo quanto riportato da diverse fonti di stampa, sarebbero state condizionate anche dal clima di pressione e notorietà che si è creato intorno alla sua figura.

Il lavoro che finisce con il cambio di gestione

Il prossimo 31 agosto Sempio dovrebbe essere licenziato insieme ad altri tre dipendenti del negozio di telefonia nel quale lavora. La ragione indicata è un cambio di gestione dell’attività, che comporterà una riorganizzazione del personale.

La situazione, tuttavia, potrebbe non essere definitiva. Sempio, secondo le indiscrezioni riportate dalla stampa, spererebbe infatti di poter essere riassunto dal nuovo proprietario. A pesare sulla decisione potrebbero essere anche le conseguenze dell’enorme esposizione mediatica legata al suo coinvolgimento nella seconda inchiesta sulla morte di Chiara Poggi.

Non si tratta, dunque, di un licenziamento formalmente motivato dall’indagine, ma il nuovo contesto potrebbe rendere meno semplice la sua permanenza nel negozio. La presenza di giornalisti e curiosi e l’attenzione concentrata sulla sua persona potrebbero spingere la nuova gestione a scegliere un organico diverso.

Prima il mancato rinnovo dell’affitto

Il lavoro non è l’unico punto fermo venuto meno. Qualche mese fa Sempio ha infatti dovuto lasciare anche l’appartamento che aveva preso in affitto a Voghera, in provincia di Pavia.

Il proprietario avrebbe deciso di non rinnovare il contratto. Anche in questo caso, secondo quanto riferito dalla stampa, il problema sarebbe stato soprattutto il clamore che si era creato intorno all’inquilino: giornalisti appostati nei pressi dell’abitazione e una presenza crescente di persone interessate alla vicenda avrebbero finito per creare disagi agli altri residenti.

Una situazione che avrebbe reso complicata la normale convivenza condominiale e portato alla scelta di non proseguire il rapporto di locazione.

Sempio è così tornato a vivere con i genitori. Una soluzione che, in questo momento, gli consente anche di restare vicino alla madre Daniela Ferrari, dimessa dall’ospedale circa due settimane fa dopo il ricovero avvenuto a metà giugno.

Il conto umano dell’inchiesta

Sul piano giudiziario, intanto, il calendario continua a scorrere. Il 28 settembre è fissato il termine ultimo per la chiusura delle indagini relative al nuovo filone investigativo sull’omicidio di Chiara Poggi, uccisa a Garlasco il 13 agosto 2007.

La scadenza potrebbe rappresentare un passaggio decisivo: qualora la Procura ritenga conclusi gli accertamenti e confermi l’impianto accusatorio, potrebbe chiedere il rinvio a giudizio di Sempio. A quel punto sarebbe il giudice dell’udienza preliminare a dover valutare gli sviluppi successivi del procedimento.

Nel frattempo, però, c’è una dimensione meno visibile dell’inchiesta: quella della vita di tutti i giorni. La casa persa, un lavoro che sta per finire, il ritorno nella famiglia d’origine e una quotidianità inevitabilmente condizionata dall’interesse pubblico.

A quasi vent’anni dal delitto di Garlasco, mentre la vicenda giudiziaria torna al centro dell’attenzione, per Sempio il peso dell’indagine sembra dunque riflettersi anche ben oltre le aule giudiziarie. Con una domanda, per ora senza risposta, che riguarda il prossimo futuro: se riuscirà a ritrovare almeno un po’ di quella normalità che, nell’ultimo anno, è diventata sempre più difficile da conservare.

Ryanair, il finestrino esploso in volo: i frammenti del motore avrebbero innescato il cedimento

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Il finestrino non si sarebbe frantumato per un cedimento isolato della fusoliera. A provocare il danno, secondo la prima ricostruzione degli investigatori statunitensi, sarebbero stati i frammenti di una pala del motore destro, staccatasi durante il volo. È questo uno degli elementi centrali del rapporto preliminare del National Transportation Safety Board (NTSB) sull’incidente che il 10 luglio 2026 ha coinvolto un Boeing 737-800 operato da Malta Air, compagnia controllata da Ryanair.

L’episodio si è verificato a circa 15mila piedi di quota, poco meno di 4.600 metri, mentre l’aereo era in volo da Salonicco, in Grecia, a Memmingen, in Germania. A bordo c’erano 155 persone. L’aereo è stato costretto a rientrare nello scalo di partenza pochi minuti dopo l’evento.

Il momento più drammatico ha riguardato un passeggero di 61 anni. Con la rottura del finestrino e la conseguente depressurizzazione della cabina, la sua testa è stata parzialmente risucchiata verso l’esterno attraverso l’apertura. Gli altri passeggeri sono riusciti a trascinarlo nuovamente all’interno dell’aereo. L’uomo ha riportato lesioni al collo e alle spalle, oltre a ustioni da attrito.

La pista della pala spezzata

Secondo quanto emerge dal rapporto preliminare, una delle pale del motore destro avrebbe subito un cedimento strutturale, con ogni probabilità riconducibile a una forma di usura del metallo. I frammenti prodotti dalla rottura avrebbero colpito la fusoliera con energia sufficiente a distruggere il finestrino e a provocare ulteriori danni in altri punti della struttura.

Si tratta, va sottolineato, di una ricostruzione ancora preliminare. L’NTSB ha infatti trasferito l’indagine alle autorità greche, mentre gli elementi raccolti serviranno a determinare con maggiore precisione la sequenza degli eventi e le cause che hanno portato alla rottura della pala.

Un dettaglio rende però l’episodio particolarmente significativo: le pale del motore erano state sottoposte a controlli nel maggio 2026 e nel novembre 2025. In quelle occasioni non erano emersi danni tali da richiedere interventi.

La domanda, dunque, non riguarda soltanto che cosa abbia provocato la rottura, ma anche quando e come si sia sviluppato il fenomeno che l’ha preceduta.

L’ombra dei bird strike

Nel rapporto compare anche un altro elemento destinato a essere approfondito: la presenza di resti di volatili all’interno del motore.

Gli investigatori ipotizzano che l’aereo possa aver incontrato degli uccelli durante le fasi iniziali del volo. Una conclusione che, tuttavia, non può essere considerata acquisita. I piloti non avevano infatti segnalato anomalie durante il decollo e la rottura della pala si sarebbe verificata diversi minuti più tardi.

C’è però un dato che rende la pista meritevole di attenzione. Nell’arco dell’ultimo anno, gli equipaggi avevano segnalato quattro possibili bird strike che avevano coinvolto lo stesso motore. In due di questi casi, secondo quanto riportato dagli investigatori, erano stati effettivamente trovati resti di volatili.

Stabilire se esista un collegamento diretto tra quegli episodi e il successivo cedimento della pala sarà quindi uno dei passaggi cruciali dell’indagine.

Vibrazioni, fumo e poi le maschere d’ossigeno

La sequenza raccontata dagli assistenti di volo aggiunge un ulteriore tassello alla ricostruzione.

Prima della rottura del finestrino, l’equipaggio avrebbe percepito una forte vibrazione continua. Sarebbero inoltre comparsi fumo o una sorta di nebbia all’interno della cabina. Poco dopo si sono attivate le procedure previste in caso di perdita di pressione: le maschere per l’ossigeno sono cadute dagli alloggiamenti, consentendo ai passeggeri di proteggersi durante la discesa e il rientro dell’aereo.

La rapidità con cui l’equipaggio ha gestito l’emergenza ha consentito al velivolo di tornare a Salonicco senza conseguenze più gravi. Ma proprio la sequenza degli avvertimenti — vibrazioni, presenza di fumo o nebbia, quindi il danneggiamento della fusoliera — potrebbe aiutare gli investigatori a ricostruire con maggiore precisione la dinamica del guasto.

I controlli erano in regola. Ma ora si guarda alle regole

L’incidente apre anche un capitolo più ampio sulla manutenzione dei propulsori e sull’efficacia delle procedure di controllo.

Ryanair, secondo gli elementi disponibili nella ricostruzione preliminare, avrebbe rispettato la programmazione prevista per le verifiche delle pale. Il fatto che i controlli effettuati pochi mesi prima non avessero evidenziato problemi non esclude però la necessità di interrogarsi sull’adeguatezza degli intervalli e dei criteri di ispezione.

Ed è qui che l’indagine potrebbe assumere una portata che va oltre il singolo volo.

Gli investigatori stanno infatti valutando anche la tempistica con cui vengono applicate le direttive della Federal Aviation Administration (FAA) e se le prescrizioni attualmente in vigore siano sufficienti a intercettare tempestivamente fenomeni di usura o danni potenzialmente legati a precedenti impatti con volatili.

In altre parole, il punto non è soltanto capire se i controlli siano stati eseguiti correttamente. Occorre stabilire se il sistema di controllo sia progettato per individuare il tipo di deterioramento che ha preceduto questo specifico cedimento.

Un finestrino diventato il punto più visibile di un problema più complesso

La scena del passeggero con la testa fuori dalla fusoliera ha inevitabilmente trasformato l’incidente in una notizia di portata internazionale. Ma, al di là dell’immagine drammatica, il rapporto preliminare suggerisce una dinamica più articolata.

Il finestrino sarebbe stato infatti soltanto il punto della fusoliera in cui si è manifestato l’effetto più evidente di un evento originato altrove: nel motore. La rottura della pala avrebbe generato frammenti capaci di colpire la struttura dell’aereo, compromettendo la tenuta della cabina e innescando la sequenza di emergenza.

Per ora, dunque, non c’è una conclusione definitiva sulle responsabilità né una causa unica ufficialmente accertata. Restano sul tavolo l’ipotesi dell’usura del metallo, quella di un possibile contributo dei bird strike e le questioni relative ai protocolli di ispezione.

L’indagine dovrà chiarire se si sia trattato di una combinazione imprevedibile di circostanze o se, a posteriori, alcuni segnali avrebbero potuto essere intercettati prima.

Ed è proprio questa la domanda più importante per la sicurezza aerea: non soltanto perché una pala si è spezzata, ma perché i controlli non sono riusciti — se effettivamente non ci sono riusciti — a vedere ciò che stava per accadere.

Ferragosto, strade sotto pressione: Anas schiera 2.500 operatori e ferma l’83% dei cantieri

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Il Ferragosto italiano si prepara a vivere il suo tradizionale esodo sulle strade. Tra partenze dell’ultimo minuto, brevi fughe verso il mare e la montagna e i primi rientri verso le grandi città, la rete viaria nazionale si appresta ad affrontare uno dei passaggi più delicati dell’estate.

Per governare l’aumento dei flussi, Anas ha rafforzato il dispositivo di sicurezza e assistenza lungo la propria rete, mettendo in campo circa 2.500 tecnici e operatori di esercizio, affiancati dal personale delle Sale Operative Territoriali e della Sala Situazioni Nazionale. L’obiettivo è garantire un monitoraggio continuo, interventi tempestivi e la massima fluidità possibile della circolazione.

Una delle misure più significative riguarda i cantieri: fino al 7 settembre saranno chiusi o sospesi 1.175 interventi su 1.414, pari all’83% dei cantieri attualmente attivi. Una scelta destinata a liberare le principali direttrici proprio nei giorni in cui la pressione del traffico raggiungerà i livelli più elevati.

Oltre 24 milioni di spostamenti in tre giorni

Secondo le stime dell’Osservatorio della Mobilità Stradale di Anas, da oggi, venerdì 14 agosto, a domenica 16 agosto sono previsti oltre 24 milioni di spostamenti di autoveicoli. Numeri che fotografano una mobilità intensa e frammentata, con i grandi esodi verso le località turistiche che si intrecceranno con gli spostamenti locali nei pressi dei centri abitati.

«In vista delle ultime partenze e dei primi rientri cresce il nostro impegno per garantire la massima scorrevolezza e sicurezza della circolazione lungo la rete stradale e autostradale Anas», ha sottolineato l’amministratore delegato di Anas, Claudio Andrea Gemme, evidenziando il rafforzamento dei servizi di pronto intervento e del monitoraggio h24.

Il dispositivo viene coordinato in sinergia con il Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti e con le Forze dell’ordine, con l’intento di contenere i disagi legati all’incremento dei flussi e intervenire rapidamente in caso di criticità.

Il vero rischio? La distrazione al volante

Ma la gestione dell’esodo non passa soltanto dalla capacità della rete di assorbire il traffico. Anas richiama ancora una volta gli automobilisti alla responsabilità individuale, a partire da uno dei comportamenti più pericolosi: l’utilizzo dello smartphone durante la guida.

Lo slogan della campagna di sensibilizzazione, “Quando sei alla guida tutto può aspettare”, riassume un principio semplice ma tutt’altro che scontato. I dati citati da Anas fotografano infatti un problema ancora rilevante: soltanto il 41,9% degli italiani utilizza correttamente il cellulare alla guida, mentre appena il 75% ritiene pericoloso farlo durante la conduzione del veicolo.

Nel pieno dell’esodo, quando concentrazione e tempi di reazione diventano ancora più importanti, una distrazione di pochi secondi può trasformarsi in un rischio concreto. Anche la fretta di raggiungere la destinazione, l’euforia della vacanza o la stanchezza dopo molte ore di viaggio possono incidere negativamente sulla sicurezza.

Da qui l’invito di Anas a rispettare i limiti di velocità, mantenere alta l’attenzione e programmare gli spostamenti senza trasformare la partenza o il rientro in una corsa contro il tempo.

Bollino rosso: quando aspettarsi il traffico più intenso

Il quadro delineato da Viabilità Italia indica un fine settimana caratterizzato da una progressiva crescita della circolazione.

Il bollino rosso è previsto:

  • venerdì 14 agosto nel pomeriggio, per l’aumento delle partenze dai grandi centri urbani;
  • sabato 15 agosto in mattinata, quando proseguiranno gli spostamenti verso le località di villeggiatura e di mare;
  • domenica 16 agosto per l’intera giornata, quando alle ultime partenze si sommeranno i primi rientri verso le grandi città.

A rendere particolarmente delicata la situazione sarà anche il traffico locale. Le strade statali che attraversano o collegano i centri abitati potranno infatti registrare incrementi significativi, anche al di fuori dei grandi itinerari autostradali.

Le principali direttrici sotto osservazione

L’aumento dei flussi interesserà soprattutto i grandi itinerari turistici nazionali.

Nel Mezzogiorno particolare attenzione sarà rivolta alla A2 Autostrada del Mediterraneo, attraverso Campania, Basilicata e Calabria, alla SS106 Jonica e alla SS18 Tirrena Inferiore in Calabria. In Sicilia saranno interessate soprattutto la A19 Palermo-Catania e la A29 Palermo-Mazara del Vallo, mentre in Sardegna i riflettori saranno puntati sulla SS131 Carlo Felice.

Nel Lazio resta strategica la SS148 Pontina, una delle arterie più sollecitate nei collegamenti tra Roma e il basso Lazio, insieme alla SS7 Appia.

Sul versante centro-settentrionale, particolare attenzione riguarderà l’itinerario E45, formato dalla SS675 e dalla SS3 bis, che attraversa Umbria, Toscana ed Emilia-Romagna e costituisce un collegamento fondamentale tra il Nord-Est e il Centro Italia.

Tra le direttrici costiere figurano la SS1 Aurelia, tra Lazio, Toscana e Liguria, e la SS16 Adriatica, che attraversa Puglia, Molise, Abruzzo, Emilia-Romagna e Veneto.

Al Nord, invece, saranno monitorati i raccordi autostradali RA13 e RA14 in Friuli-Venezia Giulia, utilizzati anche per i collegamenti verso i valichi di confine, la SS36 del Lago di Como e dello Spluga, la SS45 di Val Trebbia in Liguria, la SS26 della Valle d’Aosta, la SS309 Romea tra Emilia-Romagna e Veneto e la SS51 di Alemagna in Veneto.

Stop ai mezzi pesanti nel weekend

A contribuire alla gestione dei flussi ci sarà anche il calendario dei divieti di circolazione per i veicoli pesanti.

Il transito sarà vietato venerdì 14 agosto dalle 16 alle 22, mentre sabato 15 e domenica 16 agosto il divieto sarà in vigore dalle 7 alle 22.

Una misura pensata per alleggerire la componente di traffico più ingombrante proprio nelle fasce orarie considerate maggiormente critiche per l’esodo e i rientri.

Il messaggio che arriva da Anas, dunque, è duplice: da una parte una rete preparata ad affrontare la pressione del Ferragosto attraverso la riduzione dei cantieri e il rafforzamento del personale; dall’altra la necessità che anche gli automobilisti facciano la propria parte.

Perché sulla strada, soprattutto nei giorni di grande esodo, la sicurezza non dipende soltanto dalla capacità dell’infrastruttura di assorbire milioni di spostamenti. Dipende anche dalle scelte di chi è al volante: niente telefono, velocità adeguata, pause quando servono e soprattutto nessuna fretta di arrivare.

Il calendario dei bollini per l’esodo estivo è consultabile sui siti ufficiali di Anas e Viabilità Italia.