A cura di Salvatore Guerriero, Presidente nazionale e internazionale della Confederazione delle Imprese nel Mondo – PMI INTERNATIONAL
C’è una nuova economia che sta entrando nella nostra vita quasi senza che ce ne accorgiamo. Non è soltanto quella dell’intelligenza artificiale, della robotica, della digitalizzazione e delle nuove tecnologie. È un’economia che nasce dalla necessità di adattarsi a un clima che sta modificando condizioni e precondizioni sulle quali, per generazioni, abbiamo costruito produzioni, abitazioni, città, attività agricole e modelli di lavoro. Il cambiamento climatico non è più soltanto una questione ambientale. È diventato un parametro economico, produttivo e sociale con il quale dovremo necessariamente confrontarci.
Le temperature aumentano, i periodi di siccità diventano più frequenti, le precipitazioni assumono caratteristiche sempre più irregolari e gli eventi estremi possono compromettere produzioni e infrastrutture. Cambiano le condizioni dei terreni, cambiano i fabbisogni idrici, cambiano i cicli delle colture e, di conseguenza, cambiano anche le scelte degli imprenditori. È un processo che interessa il Nord come il Sud, le aree interne come le grandi città, le isole come i territori agricoli e industriali. Nessun territorio può considerarsi completamente estraneo a questa trasformazione.
L’agricoltura rappresenta forse il primo grande laboratorio di questa nuova economia. In alcune aree del Nord stanno comparendo o tornando colture tradizionalmente legate al Mezzogiorno, mentre in molte zone agricole italiane si stanno sperimentando varietà più resistenti alla siccità e alle temperature elevate. Si studiano colture come il sorgo, il miglio, la quinoa e il teff, ma anche produzioni mediterranee come il carrubo e il fico d’India. Non si tratta semplicemente di sostituire una coltura con un’altra. Dietro queste trasformazioni può nascere un’intera filiera economica fatta di ricerca, sementi, tecniche agronomiche, macchinari, trasformazione industriale, distribuzione e nuovi mercati. È proprio questo il passaggio che ritengo meriti maggiore attenzione. Una nuova coltura non significa soltanto cambiare ciò che viene seminato in un campo. Può significare creare nuovi prodotti alimentari, nuove attività di trasformazione, nuove competenze professionali, nuovi impianti e nuove opportunità per le piccole e medie imprese. Persino gli scarti di una produzione possono diventare materia prima per altre attività, alimentando quella logica di economia circolare che nei prossimi anni sarà sempre più importante.
Ma dobbiamo essere molto prudenti nel definire tutto questo un’opportunità. Il cambiamento climatico non è un’occasione da celebrare. È innanzitutto una condizione alla quale siamo costretti ad adattarci, anche per conseguenze che derivano da decenni di pressione sull’ambiente. Dietro ogni trasformazione ci sono investimenti, costi, rischi e spesso la perdita di produzioni storiche che rappresentano identità, reddito e occupazione. Un territorio può scoprire nuove possibilità produttive e contemporaneamente vedere indebolirsi una parte della propria economia tradizionale.
Per questo l’adattamento non può essere lasciato soltanto alla capacità individuale dell’imprenditore. Servono ricerca, sperimentazione, formazione e strumenti finanziari adeguati. Serve un rapporto più stretto tra imprese agricole, università, centri di ricerca, industria della trasformazione e distribuzione. Serve soprattutto una politica economica capace di comprendere che la transizione climatica non è uguale in ogni parte d’Italia. Ogni territorio possiede condizioni, produzioni, risorse e fragilità differenti e deve poter costruire risposte coerenti con la propria realtà.
La questione, inoltre, non riguarda soltanto i campi. Un’estate caratterizzata da temperature eccezionalmente elevate modifica anche il modo in cui viviamo le nostre abitazioni, lavoriamo negli stabilimenti, progettiamo gli edifici e utilizziamo gli spazi pubblici. La temperatura diventa un parametro progettuale ed economico. Le nostre città dovranno essere ripensate, così come dovranno cambiare alcuni criteri nella progettazione degli edifici, nella scelta dei materiali, nell’efficienza energetica, nella gestione dell’acqua e nella presenza del verde.
Anche il mondo del lavoro dovrà confrontarsi con condizioni differenti. Nei luoghi maggiormente esposti al calore sarà necessario ripensare tempi, organizzazione e modalità operative, soprattutto nelle attività all’aperto e nei settori nei quali il lavoro fisico viene svolto durante le ore più calde. Questo comporterà nuovi servizi, nuove soluzioni tecniche e nuove professionalità. Anche qui, dunque, il cambiamento climatico non produce soltanto un problema, ma genera una domanda economica alla quale le imprese dovranno imparare a rispondere.
È possibile che nei prossimi anni assisteremo alla nascita di imprese specializzate proprio nell’adattamento climatico. Aziende capaci di progettare sistemi per il risparmio idrico, tecnologie per la protezione delle colture, materiali per ridurre il surriscaldamento degli edifici, sistemi di raffrescamento più efficienti, soluzioni per la gestione delle acque e servizi destinati a rendere più sicuri e vivibili gli ambienti di lavoro e gli spazi urbani. Sarà una parte crescente dell’economia reale e coinvolgerà soprattutto quelle piccole e medie imprese che hanno la capacità di trasformare rapidamente un bisogno in un prodotto o in un servizio.
Anche il turismo dovrà fare i conti con questa trasformazione. Le temperature estive, la disponibilità di acqua, la vivibilità delle città d’arte e delle località costiere, la qualità delle aree rurali e montane possono modificare nel tempo le preferenze dei visitatori. Questo potrebbe aprire nuove stagioni turistiche, valorizzare territori oggi meno frequentati e favorire una distribuzione diversa dei flussi, ma richiederà anche infrastrutture adeguate e una maggiore capacità di programmare. In questo scenario l’Italia possiede una caratteristica che può diventare una risorsa. La sua straordinaria varietà territoriale consente di sperimentare contemporaneamente modelli diversi. Dalle colture mediterranee alle produzioni delle aree alpine, dalle zone costiere alle aree interne, esistono condizioni molto differenti che possono diventare veri laboratori di adattamento. Ma per trasformare questa diversità in valore economico occorre conoscere meglio ciò che sta accadendo e soprattutto avere la capacità di anticipare i cambiamenti.
La domanda, quindi, non è più se il clima cambierà ancora. Il cambiamento è già davanti a noi e coinvolge direttamente la nostra economia. La domanda è se saremo capaci di governare almeno una parte di questa trasformazione oppure se continueremo ad arrivare dopo, quando il danno è già avvenuto. La nuova economia climatica non nasce da una scelta teorica e nemmeno da una moda. Nasce dalla necessità. È un’economia che dovrà cercare un equilibrio tra adattamento, competitività, sostenibilità e qualità della vita. Per le imprese significherà investire in conoscenza e capacità di previsione. Per i territori significherà comprendere quali produzioni difendere, quali trasformare e quali nuove attività possono essere sviluppate. Per le istituzioni significherà creare condizioni affinché l’adattamento non diventi un costo insostenibile soprattutto per le imprese più piccole.
Dovremo imparare a guardare il cambiamento climatico anche con gli occhi dell’economia reale. Non soltanto attraverso i danni provocati dalle emergenze, ma attraverso le trasformazioni che stanno avvenendo lentamente sotto i nostri occhi. Un campo che cambia coltura, un’azienda che modifica i propri processi produttivi, un edificio progettato diversamente, un nuovo servizio per affrontare il caldo, una filiera che nasce intorno a una produzione fino a ieri marginale sono tutti segnali di una trasformazione molto più ampia.
Questa è la nuova economia con cui dovremo confrontarci. Non quella che abbiamo scelto di costruire, ma quella che siamo chiamati a costruire perché le condizioni del mondo stanno cambiando. La sfida sarà trasformare una parte di questa necessità in capacità produttiva, innovazione e nuove opportunità, senza perdere il patrimonio agricolo, industriale, ambientale e culturale dei nostri territori. Continuare a produrre, creare lavoro e garantire qualità della vita in un ambiente che cambia rapidamente sarà una delle grandi questioni economiche dell’Italia dei prossimi anni. E sarà una sfida che riguarderà tutti, ma soprattutto la capacità delle nostre imprese di non subire il cambiamento e di diventare protagoniste della nuova realtà che sta prendendo forma.
