A cura di Salvatore Guerriero, Presidente Nazionale e Internazionale della Confederazione delle Imprese nel Mondo – PMI International
Da tempo osserviamo la straordinaria accelerazione dell’intelligenza artificiale e le trasformazioni che sta producendo nell’economia, nelle imprese e nel mondo del lavoro. Come presidente della Confederazione delle Imprese nel Mondo, attraverso il confronto quotidiano con il tessuto produttivo, avverto quanto questa rivoluzione rappresenti contemporaneamente una grande opportunità e una crescente fonte di preoccupazione. Le imprese sanno di dover innovare, investire, acquisire nuove competenze e utilizzare strumenti capaci di renderle più efficienti e competitive sui mercati internazionali. Nessuna realtà produttiva può permettersi di rimanere estranea a questo cambiamento. Sarebbe però riduttivo considerare l’intelligenza artificiale soltanto come una nuova sfida tecnologica alla quale adeguarsi per non perdere terreno rispetto ai concorrenti. La prospettiva è ormai molto più ampia. Per gli imprenditori esiste certamente la necessità di capire come utilizzare queste tecnologie per migliorare i processi, contenere i costi, conquistare nuovi mercati e rafforzare la propria competitività. Ma accanto a questa esigenza ne emerge un’altra, a mio giudizio ancora più importante. Dobbiamo comprendere quali conseguenze possa avere uno strumento tanto potente sul nostro modo di vivere, lavorare e rapportarci con la realtà. È in questo passaggio che il tema assume una dimensione diversa. Non siamo più soltanto di fronte a una questione economica o industriale, ma a una responsabilità etica e civile che riguarda tutti. L’intelligenza artificiale non è il nemico dello sviluppo. Al contrario, può rappresentare una delle più grandi opportunità del nostro tempo. Può sostenere la ricerca, migliorare i servizi, rendere più efficiente la pubblica amministrazione, aiutare la medicina, favorire la formazione e offrire anche alle piccole e medie imprese strumenti che fino a pochi anni fa erano accessibili soprattutto ai grandi gruppi. Proprio per questo dobbiamo evitare un errore fondamentale. Non tutto ciò che è tecnicamente possibile deve necessariamente essere realizzato e utilizzato. La vera sfida non consiste soltanto nel capire quanto possiamo ottenere dalle macchine, ma nel decidere come e entro quali limiti impiegarle. La proposta, rilanciata in questi giorni, di realizzare a Milano una struttura internazionale dedicata alla governance dell’intelligenza artificiale e collegata alle Nazioni Unite rappresenta, a mio giudizio, un segnale significativo. Dimostra che sta crescendo la consapevolezza di fronte a una rivoluzione di portata globale, che non può essere affrontata soltanto attraverso iniziative nazionali né lasciata alla discrezionalità dei soggetti che sviluppano queste tecnologie. Personalmente ritengo necessario fare un passo ulteriore. Servono regole condivise, strumenti di controllo e organismi internazionali capaci di mettere in relazione istituzioni, mondo scientifico, università e imprese tecnologiche. Ma le norme, da sole, non saranno sufficienti. Occorre costruire una vera cultura della consapevolezza, perché nessuna legge potrà sostituire completamente il giudizio di chi utilizza strumenti di questa portata. Da qui nasce una domanda che non possiamo più rinviare. Siamo realmente preparati a utilizzare l’intelligenza artificiale? Non mi riferisco soltanto alla preparazione tecnica. Penso agli imprenditori, ai lavoratori, agli insegnanti, ai professionisti, ai dirigenti, agli amministratori pubblici e soprattutto alle nuove generazioni. Conoscere questa tecnologia non significa semplicemente imparare a utilizzare un programma o formulare una richiesta a una macchina. Significa comprenderne potenzialità, limiti e rischi. Significa sapere quando affidarsi a uno strumento e quando, invece, deve prevalere il giudizio umano. Significa anche stabilire chi debba assumersi la responsabilità delle decisioni e delle conseguenze. Questo passaggio è essenziale anche per il sistema produttivo. Non possiamo chiedere alle imprese di innovare, internazionalizzarsi e competere sui mercati globali senza accompagnarle nella costruzione delle competenze necessarie. Soprattutto le piccole e medie imprese rischiano di trovarsi davanti a un nuovo divario tecnologico, che potrebbe aumentare le distanze anziché ridurle. La competizione non può trasformarsi in una corsa senza regole verso la tecnologia più potente. Se accadesse, rischieremmo di confondere il progresso con la semplice accelerazione. Il progresso, invece, ha senso quando una conquista dell’uomo migliora la vita dell’uomo. Per questo agli investimenti tecnologici devono affiancarsi formazione, sicurezza, consapevolezza e principi etici. Dobbiamo formare persone capaci di governare gli strumenti che utilizzeranno, evitando che siano gli strumenti a determinare progressivamente il modo in cui lavoriamo, decidiamo e viviamo. C’è poi un confine che non possiamo ignorare. Quando una macchina è in grado di elaborare quantità enormi di informazioni, produrre contenuti, suggerire decisioni, orientare comportamenti e svolgere attività che fino a ieri richiedevano esclusivamente capacità umane, il tema assume una dimensione profondamente civile. Quando diventa sempre più difficile distinguere ciò che nasce da una decisione umana da ciò che viene prodotto autonomamente da un sistema, la questione diventa inevitabilmente anche etica. Non possiamo aspettare che sia la tecnologia a stabilire i propri limiti. I limiti dobbiamo definirli noi. Dobbiamo decidere quali utilizzi siano accettabili, quali debbano essere sottoposti a controllo e quali non possano essere consentiti. Dobbiamo sapere chi controlla, chi certifica, chi vigila e, soprattutto, chi risponde quando una decisione prodotta o condizionata dall’intelligenza artificiale provoca un danno. Questo non significa frenare l’innovazione. Significa darle una direzione. Come rappresentante del mondo delle imprese, non posso pensare di chiedere alle aziende di fermarsi davanti al cambiamento. Sarebbe contrario alla natura stessa dell’impresa. Posso però sostenere con forza che l’innovazione debba procedere insieme alla capacità di valutarne gli effetti e di governarne l’utilizzo. Dietro ogni algoritmo, ogni sistema e ogni applicazione continuano a esserci persone, diritti, interessi e conseguenze concrete. Per questo credo che l’Italia e l’Europa debbano assumere un ruolo più ambizioso. Non possiamo limitarci a inseguire chi sviluppa le tecnologie più rapidamente. Dobbiamo partecipare alla costruzione delle regole attraverso le quali queste tecnologie saranno utilizzate nel mondo. Milano può diventare uno dei luoghi nei quali sviluppare questo confronto. Ma la sfida non appartiene a una singola città o a un singolo continente. È una responsabilità della comunità internazionale. Governi, Nazioni Unite, università, ricercatori, imprese e società civile dovrebbero confrontarsi per costruire una nuova architettura della responsabilità tecnologica, capace di accompagnare l’innovazione senza subirla. Perché il rischio più grande, forse, non è che l’intelligenza artificiale diventi troppo intelligente. È che l’uomo diventi troppo irresponsabile nell’utilizzarla. E allora la domanda con cui dovremmo affrontare questa nuova stagione non è soltanto «quanto può fare l’intelligenza artificiale?». Dovremmo chiederci soprattutto «quanto siamo preparati noi a governare ciò che essa può fare?». Dalla risposta dipenderà una parte importante del nostro futuro. L’intelligenza artificiale può diventare uno straordinario strumento di progresso, ma soltanto se saremo capaci di mantenere fermo un principio fondamentale. La tecnologia deve rimanere al servizio dell’uomo, della sua dignità e del bene della collettività. Il futuro non è già scritto dagli algoritmi. Il futuro lo dobbiamo ancora decidere noi.
