A cura di Gilberto Borzini
Il delitto passionale non è certamente una novità, e credo esista dai primordi dell’umanità. Il concetto di “peccato” unito all’idea di adulterio è storicamente e biblicamente affermato, attribuendo la maggior gravità al tradimento femminile in quanto reo di poter adulterare la linea del sangue che definisce la “famiglia”, struttura cellulare alla base della struttura sociale.
La donna adultera compromette non solo l’onore maschile ma la discendenza ereditaria, e in un’economia chiusa in cui il matrimonio è contrattuale e definisce il consolidamento o l’ampliamento di un patrimonio domestico, la digressione femminile rischia di compromettere ogni progetto.
Così, storicamente, a maggior chiusura dell’economia e della società corrisponde una maggiore oppressione femminile, più severi divieti, punizioni raccapriccianti come la lapidazione pubblica molto spesso partecipata e operata proprio dalle donne della tribù chiamate a esercitare l’azione per mantenere l’istituzione domestica che si basa sulla procreazione.
Il possesso come meme culturale
Dalla struttura di necessità sociale che riguarda la famiglia, molto genericamente indicata nel paragrafo precedente, deriva il concetto di “proprietà” maschile sul corpo femminile assegnato, proprietà che è anche vigilanza e repressione. Alla donna, ceduta dal padre al marito durante la cerimonia matrioniale, veniva attribuita una “dote”, ovvero un sostegno patrimoniale alla famiglia dello sposo che si sarebbe sobbarcata da lì in avanti l’alimentazione, il vestiario e le cure della donna e dei figli che avrebbe dovuto generare.
Il matrimonio era, ed è ancora sotto il profilo del diritto, un contratto che nel tempo non ha subito eccessive trasformazioni ma ha soprattutto consolidato nella cultura popolare e diffusa il concetto di “proprietà” patriarcale del maschio sulla femmina, e con quello il ruolo subalterno sociale femminile.
Il possesso come elemento psicologico
Come più volte ho indicato nel corso degli interventi pubblicati la parte dominante della psicologia individuale spetta all’Es, all’inconscio, che per sua natura è egocentrico, dispotico e aggressivo, avido di potere e di manifestazioni di potenza, più o meno ammaestrato dalle norme sociali introiettate attraverso il Super Io in un processo costante e permanente di mediazione il cui risultato è l’Ego manifesto.
Nel momento in cui la società attraverso lo schema politico e economico del contratto matrimoniale attribuisce al maschio il potere pieno ed esclusivo nei confonti della sposa e della famiglia, l’Es maschile è libero di affermare i propri interessi e orientamenti.
Contestualmente il Super Io femminile, di una donna educata all’obbedienza e alla sudditanza, impedisce all’Es di manifestarsi obbligando al donna a “farsi piacere la propria condizione” al punto che in certe culture non distanti dalla nostra la donna si preoccupava se il marito non la bastonava qualche volta ritenendo la mancata punizione una disattenzione alla propria persona.
La Differenza
L’uomo geloso e tradito punisce l’adultera e a volte, ma più raramente, il suo compagno di avventura.
La donna tradita e gelosa assale in primo luogo l’avversaria che cerca di sottrarle il marito o il partner comunque inteso.
In questa doppia e diversa struttura reattiva si definisce una radicalmente differente affermazione di responsabilità, entrambe orientate a penalizzare e a colpevolizzare la parte femminile: per l’uomo tradito la peccatrice è la donna che tradisce, mentre per la donna tradita la peccatrice è l’altra donna.
In entrambi i casi il problema della “proprietà” è manifesta.
Nella logica del diritto matrimoniale originario il marito dispone della moglie e le nega il consenso alla relazione extraconiugale cancellandola dalla sua proprietà e disponibilità privandola della vita.
Nella stessa logica la donna tradita lotta con l’avversaria per trattenere il marito da cui dipende, non raramente anche economicamente, affermando il suo diritto ad essere proprietà esclusiva e unica del marito.
Gli atteggiamenti, noti a tutti, sono divenuti nel corso dei secoli veri e propri “meme” sociali, comportamenti diffusi e confermati verso i quali solo recentemente, con l’avvento del femminismo più duro, si inizia a porre qualche obiezione anche di tipo logico e consequenziale.
Le normative hanno tentato un adeguamento ai tempi mutati e a una nuova logica relazionale, ma molta parte della società e del modello relazionale affettivo tramandato all’interno delle famiglie e delle culture locali è rimasto alle logiche precedenti, ai termini proprietari della relazione, al diritto della passione-proprietaria rispetto alla libertà femminile.
L’odierno femminicida non sopprime la persona ma il suo diritto all’autodeterminazione, affettiva o economica che sia e se agisce in questo modo è perché qualcuno, la famiglia, l’ambiente sociale, la tradizione, ne ha orientato il pensiero nella forma proprietaria e possessiva.
Per fermare questo dramma non basta l’idea, positiva, di educare all’affettività nei cicli scolastici ma bisogna riconsiderare i termini in cui si afferma “l’amore” nella cultura popolare, nelle canzoni, nei film, nelle rappresentazioni, persino nel lessico domestico: fino a quando all’amore sarà connesso il criterio semantico del possesso, del mia e mio, sarà difficile impostare una nuova e libera modalità affettiva e relazionale.

