12 Agosto 2026, mercoledì
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Olio extravergine, stretta sulle miscelazioni: Coldiretti alza il muro contro le frodi

Dallo stop al blending alle nuove tecnologie investigative: risonanza magnetica, tracciabilità genetica e analisi isotopiche per smascherare i “trafficanti di olio” e difendere qualità, consumatori e reddito agricolo.

Una filiera sotto pressione, tra prezzi in caduta e concorrenza opaca, prova a rialzare la testa puntando su trasparenza e controlli. È questo il cuore dell’intervento di Coldiretti e Unaprol, che accolgono con favore l’annunciato stop alla miscelazione tra olio vergine ed extravergine, chiedendo al contempo un salto di qualità nei sistemi di verifica per contrastare in modo definitivo le frodi.

A fare da detonatore è il recente sequestro al porto di Palermo di oltre 60 tonnellate di olio tunisino destinate alla provincia di Reggio Calabria: un’operazione che, se portata a termine, avrebbe generato un illecito stimato in circa 325mila euro. «Parlare di trafficanti di olio non è un’esagerazione», sottolinea il presidente di Coldiretti Calabria, Franco Aceto, lodando l’azione delle forze dell’ordine e dell’Ispettorato centrale per la tutela della qualità e la repressione frodi.

Per Aceto, tuttavia, la repressione non basta: serve innovazione. «Il prossimo passo è rafforzare i controlli con metodologie analitiche avanzate: risonanza magnetica, mappatura genetica e isotopica devono diventare strumenti probatori», spiega. Tecnologie in grado di certificare con precisione l’origine di un prodotto e di impedire manipolazioni che penalizzano i produttori italiani, spesso costretti a vendere sotto i costi di produzione.

Al centro del dibattito c’è la pratica del blending, storicamente tollerata da circolari nazionali ed europee. Un meccanismo che consente di “correggere” oli vergini difettosi miscelandoli con percentuali di extravergine, in modo da rientrare nei parametri chimici di legge. Una scorciatoia che, però, svuota di significato le analisi sensoriali e finisce per ingannare il consumatore sulla reale qualità del prodotto. La revisione normativa annunciata dal ministro dell’Agricoltura Francesco Lollobrigida va proprio nella direzione invocata dalle organizzazioni agricole: impedire che un olio di qualità inferiore possa cambiare classificazione attraverso operazioni di miscelazione.

La posta in gioco è alta, anche sul piano economico. Nell’ultimo anno il prezzo dell’extravergine è crollato del 50%, mentre i costi per gli olivicoltori sono aumentati di oltre 200 euro per ettaro. Un paradosso che emerge con forza dai numeri della filiera: a fronte di una produzione nazionale di circa 234 milioni di litri, i consumi interni raggiungono i 461 milioni, le esportazioni 318 milioni e le importazioni ben 545 milioni di litri annui. Uno squilibrio che, secondo Coldiretti e Unaprol, favorisce l’ingresso di olio straniero spesso commercializzato sfruttando impropriamente il richiamo all’italianità.

Da qui la richiesta di un cambio di passo strutturale. Dopo la mobilitazione di giugno, che ha portato migliaia di agricoltori in piazza, il settore chiede misure concrete: controlli più stringenti, maggiore tracciabilità e strumenti finanziari per sostenere le imprese colpite dal crollo dei prezzi. Tra le proposte sul tavolo figurano incentivi allo stoccaggio, la sospensione dell’olio tunisino a dazio zero e il blocco del meccanismo del traffico di perfezionamento attivo (Tpa), oltre a verifiche più incisive sul portale Sian e un monitoraggio settimanale dei prezzi.

Intanto, i dati delle ultime attività ispettive mostrano un’intensificazione significativa dei controlli: oltre 5 milioni di chilogrammi di olio verificati e sequestri per un valore complessivo di 10,3 milioni di euro. Segnali di una vigilanza in crescita, che però, secondo le organizzazioni agricole, deve evolvere in un sistema capace non solo di reprimere, ma di prevenire.

La sfida è chiara: restituire credibilità a uno dei simboli del Made in Italy, tutelando al tempo stesso consumatori e produttori. E, soprattutto, impedire che dietro un’etichetta “extravergine” si nascondano pratiche che nulla hanno a che vedere con l’eccellenza italiana.

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