29 Giugno 2026, lunedì
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Università, la svolta della Cina: meno umanesimo, più algoritmi. Ma è davvero il futuro?

Pechino chiude oltre 12mila corsi e punta tutto su intelligenza artificiale e tecnologie avanzate. Una scelta radicale che riapre il dibattito globale: nell’era delle macchine, il vero vantaggio competitivo sarà ancora profondamente umano.

A cura di Salvatore Guerriero Presidente Nazionale ed Internazionale della CONFEDERAZIONE DELLE IMPRESE NEL MONDO – PMI INTERNATIONAL 

La notizia che la Cina abbia chiuso o sospeso oltre 12.000 corsi di laurea, sostituendoli con percorsi sempre più orientati all’intelligenza artificiale, alla robotica, all’automazione e alle tecnologie avanzate, merita una riflessione che va ben oltre il dato statistico. Non si tratta semplicemente di una riorganizzazione del sistema universitario. È una scelta culturale, sociale e perfino antropologica. È una visione del futuro.

Per anni ci è stato ripetuto che l’Europa fosse “vecchia”, troppo legata alla storia, alla filosofia, alle scienze umane, alla cultura e alla tradizione. Ci è stato detto che il futuro apparteneva esclusivamente alla tecnologia, agli algoritmi, alla capacità di produrre innovazione tecnica. Oggi, però, ci troviamo davanti a uno scenario nuovo.  L’intelligenza artificiale sta occupando sempre più spazi che fino a ieri erano considerati esclusivamente umani. È capace di elaborare dati, compiere analisi, scrivere testi, programmare software, gestire processi complessi e svolgere attività ripetitive con una velocità impensabile per qualsiasi persona. Ma dobbiamo porci una domanda fondamentale: che cosa non può fare l’intelligenza artificiale?

Può combinare informazioni, ma non possiede coscienza. Può elaborare dati, ma non vive emozioni. Può simulare ragionamenti, ma non conosce il significato profondo dell’esperienza umana. Può apprendere dai comportamenti, ma non comprende realmente il dolore, la speranza, la responsabilità morale, il senso della giustizia, il valore della libertà. Ecco perché ritengo che la scelta di ridurre drasticamente gli spazi dedicati alle scienze umane, alla filosofia, alla storia, alla psicologia, alla sociologia e a tutte quelle discipline che studiano l’uomo e la società, rappresenti una scommessa molto rischiosa. Si rischia di formare milioni di giovani preparati a competere proprio nel terreno dove le macchine diventeranno sempre più forti.

È una competizione impari.

L’essere umano non vincerà mai una gara di velocità di calcolo contro un’intelligenza artificiale. Non vincerà mai una sfida di elaborazione dati contro un sistema capace di processare miliardi di informazioni in pochi secondi. La vera forza dell’uomo è altrove. È nella capacità di interpretare la realtà. È nella comprensione dei contesti. È nell’empatia. È nella creatività autentica. È nella visione strategica. È nella capacità di attribuire significato alle cose. È nella costruzione di relazioni. È nella coscienza.

Per questo motivo credo che la cosiddetta “vecchia Europa” possa trasformarsi nella “nuova Europa”. Non perché debba rinunciare alla tecnologia, ma perché può integrarla con un patrimonio culturale, filosofico e umanistico che nessun altro continente possiede in misura così profonda. L’Europa non deve scegliere tra scienza e umanesimo. Deve essere il luogo in cui queste due dimensioni si incontrano. Abbiamo bisogno di ingegneri che conoscano l’etica. Di programmatori che comprendano la psicologia umana. Di economisti che studino la storia. Di imprenditori che conoscano la filosofia. Di innovatori che abbiano una visione sociale del progresso.

Se il XXI secolo sarà il secolo dell’intelligenza artificiale, allora il vero valore aggiunto sarà l’intelligenza umana. Quella che non si misura in algoritmi ma in sensibilità, esperienza, cultura, responsabilità e capacità di comprendere la complessità della vita. Per questo considero quanto sta accadendo in Cina non soltanto una notizia accademica, ma un segnale che ci invita a riflettere sul modello di società che vogliamo costruire.

La tecnologia è uno strumento straordinario e indispensabile.

Ma una società che forma tecnici senza umanità rischia di produrre efficienza senza saggezza. E una civiltà che smette di studiare l’uomo per studiare soltanto le macchine finisce inevitabilmente per perdere il senso stesso del proprio futuro. L’Europa ha oggi una grande occasione storica: non inseguire altri modelli, ma riscoprire la propria identità e trasformarla in una forza competitiva, economica, sociale e culturale.

Forse, proprio nel momento in cui molti la considerano “vecchia”, l’Europa può diventare davvero la più moderna delle civiltà.

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