17 Febbraio 2026, martedì
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Larry Fink a Davos: «Così il capitalismo rischia di perdere la sua legittimità»

Dal palco del World Economic Forum l’amministratore delegato di BlackRock lancia un monito alle élite globali: senza un nuovo patto con la società, il sistema rischia di incrinarsi irreversibilmente.

Il capitalismo è sempre più distante dalla vita reale, e la finanza corre il rischio di parlare solo a se stessa. È un atto d’accusa lucido e diretto quello pronunciato da Larry Fink, numero uno di BlackRock, nel suo intervento al World Economic Forum di Davos. Al centro del discorso, una parola pesante: legittimità. Politica, prima ancora che morale.

Secondo Fink, il sistema economico globale appare oggi profondamente sbilanciato. Le disuguaglianze sono destinate ad aumentare e la fiducia verso le élite si sta sgretolando. Il capitalismo, almeno nella forma che abbiamo conosciuto negli ultimi decenni, rischia di non essere più percepito come uno strumento al servizio del progresso collettivo, ma come un meccanismo autoreferenziale, lontano dai bisogni della società civile.

Fink e la distanza tra finanza e mondo reale

Le parole del ceo di BlackRock suonano come una presa di coscienza interna al sistema. A Davos si sono riuniti circa mille amministratori delegati e presidenti di grandi gruppi, insieme a 65 capi di Stato e di governo, rappresentanti di oltre il 40% della popolazione mondiale. Eppure, ha provocatoriamente chiesto Fink, «qualcuno, fuori da questa stanza, se ne importerà davvero?».

Una domanda che fotografa il rischio di un’élite globale sempre più isolata, incapace di intercettare le preoccupazioni quotidiane di cittadini e lavoratori. La frattura tra chi decide e chi subisce le conseguenze delle decisioni, ha lasciato intendere Fink, non è più sostenibile.

Cambiare approccio: meno lezioni, più ascolto

Da qui l’invito a un cambio di metodo. Meno prediche dall’alto, più dialogo. Per tornare a contare davvero, il Forum dovrebbe aprirsi alle voci che finora sono rimaste ai margini, ascoltando prospettive diverse e spesso ignorate. Non solo Davos, dunque, ma anche città simbolo delle trasformazioni sociali ed economiche: «Davos, sì. Ma anche Detroit e Dublino», ha detto Fink, evocando l’immagine di «una montagna che scende sulla terra».

Nel suo intervento trova spazio anche il tema dell’intelligenza artificiale. Una tecnologia che promette enormi guadagni di produttività, ma che rischia di accentuare ulteriormente le disuguaglianze: oggi i profitti si concentrano soprattutto nelle mani dei proprietari dei modelli, mentre l’impatto occupazionale potrebbe colpire ampie fasce di lavoratori.

Il futuro del capitalismo passa dall’inclusione

Il messaggio finale è chiaro: se Davos vuole evitare di trasformarsi in una vetrina autoreferenziale, deve accettare la sfida del confronto con chi resta fuori da quelle sale. Il capitalismo, per conservare la propria legittimità, deve tornare a misurarsi con i problemi reali del mondo — quelli che la finanza, almeno in teoria, dovrebbe non solo individuare, ma contribuire concretamente a risolvere.

In caso contrario, l’allarme lanciato da uno dei suoi più autorevoli protagonisti potrebbe trasformarsi in una profezia che si autoavvera.

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