A cura di Salvatore Guerriero Presidente Nazionale ed Internazionale della Confederazione PMI INTERNATIONAL
I dati emersi dall’ultimo report Eurispes sull’Indice dell’Esclusione non sono solo statistiche, ma rappresentano la radiografia di un corpo sociale profondamente lacerato. Se la Costituzione italiana promette la rimozione degli ostacoli che impediscono il pieno sviluppo della persona umana, questa ricerca ci dice, senza mezzi termini, che quegli ostacoli oggi sono più alti che mai.
L’immagine che ne scaturisce è quella di un Paese “a macchia di leopardo”, dove la cittadinanza non è un diritto universale, ma una variabile legata al codice postale.
Una cittadinanza “per residenza”
Il dato più drammatico non riguarda solo il reddito, ma la qualità della vita biologica. Sapere che un neonato calabrese ha tredici anni di vita in salute in meno rispetto a un coetaneo trentino dovrebbe essere considerato un’emergenza nazionale. Non stiamo parlando di ritardi economici, ma di un’erosione dei diritti fondamentali che colpisce la carne e il sangue delle persone su salute, istruzione e mobilità.
Questa è la fotografia di un’Italia dove il divario digitale e la fuga dei laureati dal Mezzogiorno agiscono come un moderno feudalesimo, condannando interi territori a un declino demografico e intellettuale che sembra irreversibile.
Il mito del Nord “perfetto”
La ricerca di Eurispes ha però il merito di scoperchiare una verità scomoda cioè che l’esclusione non abita solo a Sud. Il Lazio e la Liguria nella fascia medio-alta di esclusione, o il Trentino che primeggia nei servizi ma fallisce sulla parità di genere, dimostrano che il modello di sviluppo del Centro-Nord non è immune da tossine.
Esiste un’esclusione “silenziosa” che riguarda la sicurezza, l’ambiente e il soffitto di cristallo per le donne, che rende la vita nelle aree più produttive del Paese una corsa a ostacoli, dove la ricchezza prodotta non si traduce automaticamente in benessere sociale.
Dove e come intervenire?
Intervenire su questa realtà non significa fare “assistenzialismo”, ma compiere un atto di sopravvivenza nazionale.
I pilastri su cui la politica dovrebbe agire immediatamente
Infrastrutture della conoscenza: Non basta costruire ponti fisici se non si costruiscono ponti digitali e formativi. Combattere il fenomeno dei NEET e l’abbandono scolastico al Sud è l’unica vera politica industriale possibile.
Sanità territoriale e mobilità: Occorre porre fine al “turismo della salute”. Il diritto a curarsi non può dipendere dalla capacità di pagarsi un biglietto ferroviario per Milano o Bologna.
Un nuovo patto di genere: È inaccettabile che il Nord sia il motore d’Europa ma resti al palo sulla partecipazione delle donne al mercato del lavoro e alle posizioni apicali. Un Paese che non valorizza il talento femminile è un Paese che corre con una gamba sola.
Servizi minimi garantiti: Bisogna superare la logica della “spesa storica” e definire Livelli Essenziali di Prestazione (LEP) che siano realmente uniformi. Un cittadino di Reggio Calabria deve avere gli stessi asili nido e la stessa gestione idrica di un cittadino di Reggio Emilia.
L’Indice dell’Esclusione è lo specchio di un’Italia che sta perdendo la sua coesione. Se non si interviene con una visione che sia finalmente sistemica e non emergenziale, il rischio è che il Paese non si limiti a restare diviso, ma scivoli lentamente fuori dai parametri di eccellenza europei.
La politica non può più limitarsi a “fotografare” il disastro, ma deve scegliere se continuare a gestire il declino o iniziare a ricostruire l’unità del Paese partendo dai diritti di chi oggi è invisibile.
