Ratko Mladic è morto in un luogo che, più di ogni altro, ha accompagnato gli ultimi anni della sua parabola: l’ospedale penitenziario dell’Aja. Aveva 84 anni ed era detenuto dopo la condanna all’ergastolo per genocidio, crimini di guerra e crimini contro l’umanità. Secondo quanto riferito dall’emittente serba RTS e confermato dal suo avvocato, negli ultimi tempi le sue condizioni di salute erano peggiorate, anche a causa di diversi ictus.
Per la Bosnia Erzegovina, però, quella di Mladic non è soltanto la morte di un uomo. È la fine biologica di uno dei protagonisti più feroci della guerra che, tra il 1992 e il 1995, insanguinò il cuore dell’Europa. Per i familiari delle vittime, il generale resterà legato soprattutto a due luoghi: Sarajevo e Srebrenica.
Dall’esercito all’assedio di Sarajevo
Nato nel 1942 in un villaggio a sud di Sarajevo, Mladic crebbe in una famiglia segnata dalla violenza della guerra. Il padre, comandante partigiano, venne ucciso quando Ratko aveva appena due anni. A quindici anni il giovane lasciò il paese natale per entrare nell’esercito, iniziando una carriera che lo avrebbe portato ai vertici delle forze armate jugoslave.
Nel 1991 era al comando del Corpo di Pristina, incaricato di sorvegliare la frontiera con l’Albania, quando la dissoluzione della Jugoslavia precipitò nella guerra. Il passaggio alla Bosnia fu rapido. Con la dichiarazione d’indipendenza della Bosnia Erzegovina, nella primavera del 1992, Mladic divenne uno degli uomini chiave delle forze serbo-bosniache.
Il 2 maggio ordinò il blocco di Sarajevo. Cominciò così un assedio destinato a durare quasi quattro anni, durante i quali la capitale bosniaca sarebbe stata sottoposta a bombardamenti, privazioni e al fuoco dei cecchini. Acqua, elettricità e rifornimenti furono trasformati in strumenti di pressione contro una popolazione civile intrappolata nella città.
Sarajevo divenne il simbolo della guerra bosniaca: una capitale europea trasformata in campo di battaglia, con i civili costretti a cercare riparo dai colpi d’artiglieria e dai tiratori appostati sulle alture circostanti.
Srebrenica, il punto di non ritorno
Ma fu Srebrenica a consegnare definitivamente il nome di Mladic alla storia dei crimini internazionali.
Nel luglio 1995 le forze serbo-bosniache conquistarono l’enclave musulmana, formalmente protetta dalle Nazioni Unite. Uomini e ragazzi bosgnacchi vennero separati dalle donne, dai bambini e dagli anziani. Migliaia di persone furono quindi uccise e sepolte in fosse comuni, mentre i corpi venivano successivamente trasferiti nel tentativo di occultare le dimensioni del massacro.
Circa 8.000 bosgnacchi furono uccisi. La strage di Srebrenica è stata riconosciuta come genocidio dalla giustizia internazionale ed è considerata il più grave crimine di questo tipo commesso in Europa dopo la Seconda guerra mondiale.
Mladic fu accusato dal Tribunale penale internazionale per l’ex Jugoslavia già nel 1995. Sul suo capo pendevano accuse di genocidio, persecuzione, sterminio, omicidio e altri crimini contro la popolazione civile.
Sedici anni da latitante
Dopo la guerra, Mladic riuscì per anni a sottrarsi alla giustizia. Il mandato di cattura internazionale non bastò a interrompere una latitanza durata sedici anni. Le autorità serbe e statunitensi arrivarono a offrire una ricompensa milionaria per informazioni utili alla sua cattura; nel 2010 la taglia fu portata a 10 milioni di dollari.
Mladic rimase però protetto da una rete di sostenitori e da settori delle strutture di sicurezza serbe e serbo-bosniache, fino a quando una segnalazione anonima permise di individuarlo.
Nel maggio 2011 venne arrestato a Lazarevo, in Serbia. Viveva sotto il falso nome di Milorad Komadić. La sua cattura rappresentò un passaggio decisivo anche sul piano politico: la consegna alla giustizia internazionale era infatti una delle condizioni cruciali nel percorso di avvicinamento della Serbia all’Unione europea.
Trasferito all’Aja, Mladic affrontò un lungo processo. Nel 2017 arrivò la sentenza: ergastolo. La condanna fu successivamente confermata in appello.
Una morte che non chiude la ferita
La notizia della morte ha prodotto reazioni diametralmente opposte nei territori della ex Jugoslavia.
In Bosnia Erzegovina, il ministro della Difesa Zukan Helez ha reagito con parole durissime, sottolineando che la morte del generale non può cancellare le conseguenze dei suoi crimini. Le fosse comuni restano, così come restano le vittime e le famiglie private per sempre dei propri cari.
Di segno opposto la reazione di Milorad Dodik, figura di primo piano della Republika Srpska, che ha definito la morte di Mladic un presunto “omicidio” e ha rilanciato la narrazione secondo cui il generale sarebbe stato un comandante impegnato nella difesa del popolo serbo.
È proprio questa contrapposizione a spiegare perché, a più di trent’anni dall’inizio della guerra, la vicenda di Mladic continui a essere politicamente esplosiva. La sua condanna giudiziaria è definitiva, ma la memoria del conflitto rimane divisa lungo le stesse linee etniche che attraversarono la Bosnia negli anni Novanta.
Mladic muore dunque in carcere, dopo aver trascorso gli ultimi anni della sua vita da condannato. Ma la sua morte non coincide con la fine della storia che lo ha visto protagonista. A Srebrenica restano le tombe e i nomi delle vittime; a Sarajevo restano le cicatrici dell’assedio. E nei Balcani resta aperta, ancora una volta, la questione più difficile: come trasformare una memoria contesa in una memoria condivisa.
La giustizia ha pronunciato la sua sentenza. Il tempo, invece, non ha ancora pronunciato la sua.
