29 Agosto 2026, sabato
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Yayoi Kusama, addio alla regina dei pois: l’arte che moltiplicò l’infinito

Dalle visioni dell’infanzia alle avanguardie newyorkesi, dai corpi dipinti ai pois fino alle celebri Infinity Mirror Rooms: a 97 anni si spegne l’artista giapponese che ha trasformato ossessione, colore e specchi in un linguaggio universale.

Yayoi Kusama ha fatto dell’infinito una forma, dell’ossessione un linguaggio e dei pois una firma riconoscibile in ogni angolo del mondo. L’artista giapponese è morta il 14 agosto a Tokyo, all’età di 97 anni. A darne notizia è stata la fondazione che porta il suo nome, chiudendo il capitolo di una delle personalità più singolari, radicali e longeve dell’arte contemporanea.

La sua immagine — la parrucca rosso fuoco, gli abiti disseminati di pois, le zucche gialle e nere — è diventata quasi inseparabile dalla sua opera. Ma dietro quella cifra estetica apparentemente giocosa c’è una vicenda artistica e personale molto più inquieta: una ricerca nata dalla necessità di dare una forma alle proprie paure e diventata, nel tempo, una delle esperienze più originali dell’avanguardia internazionale.

Nata nel 1929 a Nagano, in una famiglia benestante ma attraversata da conflitti, Kusama cominciò a disegnare fin da bambina. Aveva appena dieci anni quando comparvero nei suoi lavori quei puntini e quei reticoli destinati a diventare il suo alfabeto visivo. Nella sua autobiografia li avrebbe descritti come una risposta alle proprie paure, una maniera per trasformare l’angoscia in immagini e, attraverso la ripetizione, cercare di dominarla.

Dopo gli studi di pittura a Kyoto, nel 1957 Kusama lasciò il Giappone e raggiunse gli Stati Uniti. Passò prima da Seattle e poi approdò a New York, dove rimase per sedici anni. Non furono anni facili: le difficoltà economiche si sommarono alla necessità di imporsi in un ambiente artistico competitivo e prevalentemente maschile. Eppure proprio lì Kusama costruì la sua reputazione, entrando nel cuore della sperimentazione d’avanguardia.

Negli anni Sessanta la sua arte uscì dalle tele e conquistò lo spazio pubblico. Kusama organizzò happening nei quali corpi nudi venivano ricoperti di pois, utilizzando la provocazione come strumento politico contro la guerra e a favore dei diritti civili. Fu anche una pioniera della contaminazione tra arte, moda e spettacolo, arrivando a creare una propria linea di abbigliamento.

La sua ricerca non conosceva confini netti: pittura, performance, scultura, moda e ambiente diventavano parti di un unico universo. Il punto, ripetuto fino a cancellare la percezione della singola forma, poteva diventare una superficie infinita; il reticolo poteva suggerire una dissoluzione dell’io; lo specchio poteva moltiplicare lo spazio fino a far perdere ogni riferimento.

Nel 1973 Kusama tornò in Giappone. Pochi anni dopo scelse volontariamente di vivere in un ospedale psichiatrico di Tokyo, continuando tuttavia a lavorare con una disciplina quasi incessante. La condizione di artista e quella di persona alle prese con la propria fragilità non furono mai, nel suo caso, dimensioni completamente separate. Al contrario, la sua produzione trasformò quella esperienza in una materia creativa.

La consacrazione internazionale arrivò soprattutto a partire dagli anni Novanta. Le sue zucche, che Kusama definiva veri e propri “compagni di vita”, divennero icone; le installazioni immersive conquistarono musei e pubblico; le Infinity Mirror Rooms, con le loro superfici riflettenti, luci e ripetizioni, trasformarono la visita a una mostra in un’esperienza quasi vertiginosa.

Era l’inizio di un fenomeno destinato a superare i confini del sistema dell’arte. Le sale degli specchi, perfette per essere fotografate e condivise, trovarono una seconda vita sui social network, facendo di Kusama una delle artiste più riconoscibili anche per un pubblico lontano dai musei. Il suo linguaggio, nato decenni prima come ricerca radicale e personale, diventava così una delle immagini più popolari dell’arte contemporanea.

Nel 2016 il Time la inserì tra le cento persone più influenti al mondo. Il mercato contribuì a consacrarne ulteriormente il nome: nel 2019 un suo Infinity Net fu venduto per quasi otto milioni di dollari, confermando il peso raggiunto dalla sua opera anche sul piano collezionistico.

Kusama, però, non smise mai di essere una voce critica. In particolare nei confronti del Giappone, Paese che accusò di essere ancora segnato da un forte disprezzo nei confronti delle donne. La fama globale non cancellò dunque la componente ribelle della sua carriera: dietro l’estetica pop dei pois rimase l’artista che aveva sfidato convenzioni, generi e gerarchie.

Nel 2017, a Tokyo, fu inaugurato il museo dedicato interamente alla sua opera. Un luogo che sembrava suggellare una parabola straordinaria: da bambina che riempiva fogli di puntini per allontanare le proprie paure ad artista capace di trasformare quei medesimi puntini in un marchio universale.

“Amate le mie opere, anche dopo la mia morte”, aveva detto allora. Una richiesta che oggi assume il peso di un testamento artistico. Perché l’universo di Yayoi Kusama non si esaurisce nella riconoscibilità di una zucca o nella spettacolarità di una stanza di specchi. Sta nell’idea, più radicale, che la ripetizione possa diventare infinito, che il colore possa dissolvere i confini e che persino un’ossessione possa trasformarsi in bellezza.

Kusama se ne va a 97 anni. I suoi pois, invece, continuano a moltiplicarsi.

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