28 Ottobre 2026, mercoledì
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Bill Gates: “L’IA cambierà il lavoro per sempre. Il 40% dei posti va riservato agli esseri umani”

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L’intelligenza artificiale non è soltanto una nuova tecnologia. Per Bill Gates è una trasformazione destinata a riscrivere le regole del lavoro, dell’economia e, in prospettiva, degli equilibri sociali. Una rivoluzione che potrebbe produrre enormi benefici, ma anche lasciare dietro di sé una frattura difficile da ricomporre.

“L’intelligenza artificiale sarà o il più grande strumento di uguaglianza mai inventato o la peggiore fonte di ingiustizia”, sostiene il fondatore di Microsoft, che in una serie di interviste e in un saggio pubblicato sul proprio sito ha scelto di mettere l’accento soprattutto sul lato più problematico della rivoluzione in corso.

Il punto, secondo Gates, non è se l’IA sostituirà alcuni lavoratori: questo processo è già iniziato. La vera domanda riguarda la dimensione e la durata del cambiamento. E proprio qui, a suo giudizio, si trova il rischio maggiore. La transizione potrebbe infatti non assomigliare alle normali fasi di trasformazione attraversate dal mercato del lavoro, ma inaugurare uno dei “periodi più turbolenti della storia” umana.

Non sarà una crisi come le altre

Gates invita a non guardare all’intelligenza artificiale soltanto attraverso la lente delle precedenti crisi economiche. Durante la Grande Depressione, ricorda, la disoccupazione negli Stati Uniti arrivò al 25% nel 1933. L’IA, osserva, potrebbe anche non raggiungere livelli simili, ma avrebbe una caratteristica inedita: il suo impatto non sarebbe necessariamente legato a un singolo ciclo economico.

La differenza è sostanziale. Una recessione prima o poi termina; una tecnologia capace di automatizzare progressivamente compiti cognitivi e professioni potrebbe invece continuare a modificare il mercato del lavoro anche quando l’economia torna a crescere.

Per questo Gates propone una misura volutamente radicale: riservare agli esseri umani il 40% dei posti di lavoro, creando cioè ambiti nei quali l’impiego dell’intelligenza artificiale non possa diventare l’unico criterio di efficienza.

L’espressione scelta dall’ex numero uno di Microsoft è tutt’altro che casuale. Gates parla di posti “riservati agli umani” e li paragona alle riserve naturali: aree che potrebbero essere trasformate in edifici o strade, ma che la società decide consapevolmente di preservare perché la loro perdita sarebbe considerata troppo grande.

È una metafora che sposta il dibattito. Non si tratta più soltanto di chiedersi quali lavori l’IA sia in grado di svolgere meglio o più velocemente. La domanda diventa anche quali lavori una società voglia deliberatamente continuare ad affidare alle persone, indipendentemente dalla convenienza economica dell’automazione.

Il monito non arriva soltanto da Gates

L’avvertimento assume un peso ancora maggiore perché non arriva da una voce isolata. Anche le grandi aziende che stanno costruendo i sistemi di intelligenza artificiale più avanzati hanno sottolineato la necessità di affrontare con nuove politiche i rischi associati alla tecnologia.

Il confronto, dunque, non riguarda più soltanto ricercatori e aziende della Silicon Valley. È entrato direttamente nell’agenda dei governi. La rapidità con cui l’IA evolve rischia infatti di superare quella con cui le istituzioni riescono a definire regole, tutele e strumenti di controllo.

Per Gates, la risposta non può essere affidata a un singolo Paese. Serve invece un confronto internazionale, che coinvolga anche le grandi potenze tecnologiche ed economiche. Tra queste c’è inevitabilmente la Cina.

Il fondatore di Microsoft ha spiegato a Reuters di voler affrontare il tema anche con il presidente cinese Xi Jinping. Il messaggio è chiaro: se l’intelligenza artificiale rappresenta una trasformazione globale, anche le regole per governarla non possono essere soltanto nazionali.

La sfida è decidere cosa non automatizzare

La proposta del 40% non va letta soltanto come una previsione numerica sul futuro dell’occupazione. È soprattutto una provocazione politica e culturale: in un mondo nel quale quasi tutto ciò che è automatizzabile potrebbe essere automatizzato, quali attività vogliamo proteggere perché hanno un valore che va oltre la produttività?

È questo il nodo più profondo sollevato da Gates. L’IA può rendere più efficienti imprese e servizi, aumentare la produttività e democratizzare l’accesso a competenze un tempo riservate a pochi. Ma gli stessi strumenti possono concentrare ricchezza e potere, rendere obsolete intere categorie professionali e ampliare il divario tra chi controlla la tecnologia e chi ne subisce le conseguenze.

Il futuro, quindi, non dipenderà soltanto da quanto sarà intelligente l’intelligenza artificiale. Dipenderà anche da quanto saranno intelligenti le decisioni umane chiamate a governarla.

Per Gates, la partita è appena iniziata. E il vero errore sarebbe considerarla una semplice questione tecnologica.

Napoli, arrestato dopo oltre due mesi di latitanza: è ritenuto vicino al clan Amato-Pagano

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È rimasto irreperibile per oltre due mesi, tentando di sottrarsi alla misura cautelare che lo aveva raggiunto nell’ambito di un’inchiesta della Direzione distrettuale antimafia di Napoli. Ora è stato rintracciato e arrestato a Napoli un uomo ritenuto dagli investigatori affiliato al clan Amato-Pagano, organizzazione criminale attiva nell’area di Casavatore.

L’arresto è arrivato al termine di un’attività investigativa condotta dagli ufficiali e dagli agenti della Direzione investigativa antimafia, con la collaborazione dei carabinieri della Compagnia di Casoria. L’uomo era destinatario di un’ordinanza di custodia cautelare emessa dal gip del Tribunale di Napoli nei confronti di tre persone, tutte indiziate, a vario titolo, di tentata estorsione aggravata dal metodo mafioso.

Per lui la fuga era cominciata il 22 giugno, giorno in cui erano state eseguite le misure cautelari nei confronti degli altri indagati. Da allora aveva fatto perdere le proprie tracce, diventando di fatto irreperibile. La ricerca è proseguita fino al rintraccio avvenuto nel capoluogo campano, dove è scattato l’arresto.

Al centro dell’inchiesta coordinata dalla Dda di Napoli ci sono alcuni esponenti ritenuti riconducibili al clan Amato-Pagano, attivo anche nel territorio di Casavatore, nell’area metropolitana napoletana. Gli investigatori stanno ricostruendo in particolare il presunto tentativo di imporre un’estorsione a imprenditori del settore edile della zona.

L’ipotesi investigativa è dunque quella di una pressione esercitata attraverso modalità riconducibili alla criminalità organizzata, con l’aggravante contestata del metodo mafioso. Un quadro sul quale saranno ora gli sviluppi dell’iter giudiziario a stabilire responsabilità e singole posizioni.

L’arresto dell’uomo ritenuto affiliato al clan chiude, almeno sul piano operativo, una fase iniziata con l’esecuzione delle prime misure cautelari e proseguita con la sua irreperibilità. Resta sullo sfondo l’attività della Dda per fare piena luce sulla presunta rete estorsiva e sui ruoli ricoperti dai diversi indagati.

Ex Ilva, il Cdm interviene sulle garanzie: decreto per tenere in funzione gli impianti strategici

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A Taranto, dove il futuro dell’ex Ilva resta intrecciato alle esigenze produttive, ambientali e occupazionali del territorio, arriva un nuovo intervento del governo per accompagnare la fase di transizione verso la vendita degli impianti.

Il Consiglio dei ministri ha approvato un decreto legge con misure urgenti per garantire la continuità operativa degli impianti di interesse strategico nazionale sottoposti a procedure di vendita. Una norma pensata per evitare che gli adempimenti amministrativi e finanziari possano trasformarsi, nel passaggio di proprietà, in un ostacolo alla piena funzionalità del sito siderurgico.

Il punto centrale del provvedimento riguarda infatti le garanzie finanziarie a presidio delle attività di gestione dei rifiuti e delle discariche interne agli stabilimenti siderurgici strategici. Palazzo Chigi spiega che il decreto interviene sulla periodicità con cui tali garanzie devono essere prestate, con l’obiettivo di assicurare una gestione più coerente con la particolare fase attraversata dagli impianti.

La finalità dichiarata è duplice: preservare la funzionalità degli stabilimenti nelle more della vendita e, allo stesso tempo, mantenere invariato il rispetto delle norme ambientali. Un equilibrio particolarmente delicato per Taranto, dove ogni passaggio relativo all’ex Ilva assume inevitabilmente una valenza industriale, economica e ambientale.

Il governo punta dunque a garantire che il percorso verso il nuovo assetto proprietario non produca interruzioni o rallentamenti nella gestione degli impianti e delle attività connesse. Il decreto si inserisce così nella complessa fase di transizione dell’ex Ilva, cercando di rendere più agevole la continuità operativa mentre procede l’iter per la vendita.

La scelta di intervenire sulle garanzie finanziarie nasce, in sostanza, dalla necessità di tenere separati i tempi della procedura di vendita dalle esigenze quotidiane di funzionamento degli stabilimenti. Per un impianto industriale di queste dimensioni, infatti, la continuità della gestione dei rifiuti e delle discariche interne rappresenta un elemento essenziale tanto sotto il profilo operativo quanto sotto quello della tutela ambientale.

Il messaggio del governo è quindi chiaro: la fase di passaggio non deve tradursi in una fase di stallo. Il decreto mira a creare le condizioni perché gli impianti possano continuare a operare regolarmente fino al completamento della procedura di vendita, senza derogare agli obblighi previsti dalla normativa ambientale.

Russia-Ucraina, la guerra torna a inasprirsi: Mosca prepara una nuova offensiva

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La prospettiva di una tregua in Ucraina si allontana e, con essa, torna a profilarsi lo spettro di una nuova escalation militare. La Russia si starebbe preparando a intensificare gli attacchi contro il territorio ucraino dopo aver preso atto, secondo fonti vicine al Cremlino citate da Bloomberg, che il percorso negoziale per arrivare a un accordo di pace è ormai entrato in una fase di sostanziale stallo.

Mosca starebbe valutando, in particolare, un maggiore ricorso ai missili balistici convenzionali contro Kiev, compreso il centro della capitale, e contro altri importanti centri urbani ucraini. Un’ipotesi che restituisce alla guerra una prospettiva ancora più pericolosa, proprio mentre sul piano diplomatico sembrano ridursi gli spazi di manovra.

A complicare ulteriormente il quadro ci sarebbe anche il cambio di priorità dell’amministrazione americana, sempre più concentrata sul conflitto con l’Iran. Secondo le fonti citate da Bloomberg, Mosca ritiene che Washington possa tornare a esercitare pressioni su Kiev affinché accetti concessioni territoriali, in particolare sulla parte della regione di Donetsk ancora sotto controllo ucraino.

Kellogg: «Putin cercherà di conquistare altri territori»

A Washington e nelle principali capitali europee cresce intanto la convinzione che Vladimir Putin non sia realmente interessato a chiudere il conflitto nel breve periodo. È la lettura condivisa anche da Keith Kellogg, ex inviato speciale del presidente degli Stati Uniti per l’Ucraina.

In un’intervista televisiva rilasciata a Kiev, Kellogg ha sostenuto che il presidente russo non avrebbe intenzione di porre fine alla guerra nel prossimo futuro e che, qualora se ne presentasse l’occasione, tenterebbe di conquistare nuovi territori.

«Putin semplicemente non vuole fermarla», ha osservato Kellogg, ricordando di aver ritenuto, un anno fa, che il conflitto potesse arrivare a una soluzione entro dodici mesi. Secondo l’ex rappresentante americano, il leader del Cremlino avrebbe avuto più di un’occasione per congelare la guerra, senza però scegliere quella strada.

Kellogg ha evocato anche il precedente dell’occupazione sovietica dei Paesi baltici durante la Seconda guerra mondiale, sottolineando come gli Stati Uniti non abbiano mai riconosciuto formalmente quelle annessioni. Da qui la sua diffidenza nei confronti delle intenzioni russe: Putin, è il ragionamento dell’ex inviato, potrebbe non fermarsi ai territori già occupati.

Una valutazione che, tuttavia, non coincide con una previsione di vittoria russa. Al contrario, Kellogg ritiene che Mosca non riuscirà a vincere la guerra.

La guerra colpisce anche il territorio russo

Mentre la diplomazia resta impantanata, sul terreno la spirale di attacchi continua in entrambe le direzioni. Le forze ucraine hanno nuovamente colpito Wildberries, il principale rivenditore online russo, a Kotovsk, nella regione di Tambov. Un incendio ha completamente distrutto il sito. Secondo lo Stato Maggiore ucraino, l’impianto era già stato preso di mira il 16 agosto, nell’ambito di un attacco su vasta scala nella regione di Mosca. Nell’incendio è rimasto ferito un dipendente.

Ancora più drammatico il bilancio nella regione russa di Lipeck, dove, secondo il governatore Igor Artamonov, un uomo e un ragazzo di 14 anni sono morti nell’incendio di un’abitazione provocato da un attacco di droni ucraini.

Nel mirino dei raid è finita anche l’infrastruttura energetica russa. Droni ucraini hanno colpito la raffineria Lukoil-Nizhegorodnefteorgsintez di Kstovo, nella regione di Nizhnij Novgorod, provocando un vasto incendio. I residenti hanno riferito di aver udito diverse esplosioni prima che le fiamme si propagassero nell’impianto.

Si tratta di uno dei principali complessi di raffinazione della Federazione Russa, con una capacità produttiva di circa 17 milioni di tonnellate di petrolio all’anno. Colpire infrastrutture di questo tipo significa non soltanto infliggere un danno materiale, ma mettere sotto pressione uno dei settori strategici dell’economia e dello sforzo bellico russo.

Il Cremlino: «L’Ucraina si sta disgregando dall’interno»

Da Mosca, la narrazione è naturalmente opposta. Il portavoce del Cremlino Dmitry Peskov sostiene che l’Ucraina stia progressivamente perdendo la guerra e attraversando una fase di crescente instabilità politica.

«È inequivocabile che l’Ucraina stia perdendo il conflitto», ha dichiarato Peskov, indicando nella situazione sul fronte la principale conferma della propria valutazione.

Il portavoce di Putin ha inoltre parlato di divisioni interne al potere di Kiev, collegandole alle critiche rivolte alle autorità ucraine dall’ex ministro della Difesa Mikhaylo Fedorov. Secondo Peskov, le accuse provenienti dagli ex esponenti del potere sarebbero il riflesso di conflitti interni legati anche a presunti fenomeni di corruzione.

«Il regime di Kiev si sta disgregando dall’interno», ha affermato, sostenendo che la sua stabilità, già fragile, sarebbe ulteriormente diminuita. Peskov ha infine accusato gli europei di non voler riconoscere questa dinamica, definendo tale atteggiamento «un grande errore».

È una rappresentazione politica che va letta anche alla luce della propaganda di guerra russa, ma che fotografa il modo in cui il Cremlino intende presentare lo stallo diplomatico: non come un fallimento della strategia negoziale di Mosca, bensì come il segnale di una presunta crescente debolezza ucraina.

La risposta russa: colpita Chernihiv, danni alla centrale di Kherson

La risposta militare russa non si è fatta attendere. A Chernihiv, nel nord dell’Ucraina, un attacco con droni ha provocato la morte di una donna e di un bambino di quattro anni, secondo quanto riferito dalle autorità locali e riportato da Ukrinform.

Pesanti conseguenze anche a Kherson, dove un attacco russo ha danneggiato gravemente la centrale termoelettrica della città. Secondo le autorità ucraine, l’impianto è stato colpito da una bomba aerea guidata e rappresenta una struttura essenziale per il sistema di riscaldamento urbano.

Il danno a un’infrastruttura energetica di questo tipo assume un peso particolare in una guerra nella quale gli impianti elettrici e termici sono diventati da tempo obiettivi strategici. Colpire l’energia significa infatti incidere direttamente sulla vita quotidiana della popolazione e sulla capacità delle città di mantenere operativi i servizi essenziali.

La diplomazia resta sullo sfondo

Il quadro che emerge è quello di un conflitto entrato in una nuova fase di logoramento, nella quale la distanza tra dichiarazioni diplomatiche e realtà militare appare sempre più evidente.

Da una parte, Mosca sembra prepararsi a una possibile intensificazione della pressione militare, confidando anche nella possibilità che Kiev venga sottoposta a maggiori pressioni internazionali sulle questioni territoriali. Dall’altra, l’Ucraina continua a utilizzare i droni per colpire obiettivi strategici all’interno della Federazione Russa, cercando di trasferire parte della pressione bellica oltre i propri confini.

Nel mezzo resta la diplomazia, oggi apparentemente incapace di produrre una svolta. E proprio questo è l’elemento più preoccupante: se i negoziati sono realmente arrivati a un punto morto e nessuno dei due contendenti ritiene di avere ancora convenienza a fermarsi, la guerra rischia di entrare in una fase caratterizzata da attacchi più intensi, obiettivi più sensibili e costi umani ancora più elevati.

La prospettiva di una soluzione negoziata, dunque, non è necessariamente tramontata. Ma, allo stato attuale, appare sempre più lontana. E mentre le cancellerie cercano una via d’uscita, i missili e i droni continuano a dettare il ritmo del conflitto.

Tragedia nel Verbano-Cusio-Ossola, autogiro urta i cavi e precipita: due morti

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È una tragedia quella avvenuta nella tarda mattinata di mercoledì 26 agosto nel Verbano-Cusio-Ossola. Un piccolo velivolo è precipitato nella zona della diga di Campiccioli, nel territorio di Antrona Schieranco, causando la morte delle due persone che si trovavano a bordo.

L’allarme è scattato intorno alle 11.30. Sul posto sono intervenuti i soccorritori del 118, compreso l’elisoccorso, ma ogni tentativo si è rivelato inutile: per Alessandro Angelo Muscinelli, 62 anni, e Antonella Pagliarani, 63 anni, non c’era più nulla da fare.

A bordo, secondo le prime informazioni raccolte, non vi era un elicottero ma un autogiro, detto anche giroplano: un aeromobile leggero dotato di un rotore superiore che, diversamente da quello di un elicottero, non viene azionato direttamente dal motore ma ruota grazie al flusso d’aria generato dall’avanzamento del velivolo.

L’impatto con i cavi e la caduta nella zona della diga

La dinamica dell’incidente è ancora al vaglio degli investigatori. Una prima ricostruzione ipotizza che l’autogiro abbia intercettato alcuni cavi presenti nell’area, forse quelli della funivia diretta verso il lago di Camposecco. Dopo l’impatto, il velivolo avrebbe preso fuoco per poi precipitare sul versante a valle della diga, in una zona particolarmente impervia e scoscesa.

Restano da chiarire le circostanze esatte dell’incidente e, soprattutto, perché il velivolo si trovasse lungo quella traiettoria. L’area presenta infatti infrastrutture e cavi sospesi che rappresentano un elemento centrale nelle verifiche sulla dinamica dello schianto.

Le autorità dovranno inoltre accertare se il volo fosse stato autorizzato e quali fossero il piano di volo e le condizioni operative dell’autogiro al momento dell’incidente.

Il dramma dei familiari

A terra, nella zona del lago di Campiccioli, si trovava anche il fratello di Muscinelli. L’uomo, comprensibilmente sconvolto per quanto accaduto, è stato assistito dai soccorritori.

L’ipotesi al momento è che Muscinelli e Pagliarani fossero impegnati in un sorvolo a carattere turistico. Una circostanza che dovrà essere verificata nell’ambito degli accertamenti avviati dopo lo schianto.

Tra le questioni ancora senza risposta c’è proprio quella relativa alla presenza del velivolo in prossimità dei cavi. Il sindaco di Antrona Schieranco ha sottolineato che in quella zona, secondo quanto riferito nelle prime ore dell’emergenza, normalmente non si vola e che non risulterebbero richiesti i necessari permessi.

Saranno ora gli accertamenti tecnici e investigativi a stabilire cosa sia realmente accaduto negli istanti precedenti alla tragedia: dalla rotta seguita dall’autogiro alle eventuali autorizzazioni, fino alle condizioni di visibilità e alla posizione dei cavi al momento dell’impatto.

Un volo durato pochi istanti si è così trasformato in una tragedia che ha spezzato due vite e lasciato una comunità sotto choc, mentre sul luogo dell’incidente proseguono i rilievi per ricostruire con precisione la sequenza dei fatti.

Catalogna, arrestato Toma Taulant: il “mago delle evasioni” finisce in trappola

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Quattro evasioni, tre carceri italiani e un penitenziario belga. Una lunga serie di fughe rocambolesche che gli era valsa il soprannome di “mago delle evasioni” si è conclusa in Catalogna. La polizia nazionale spagnola ha arrestato Toma Taulant, 42 anni, latitante ricercato dalla giustizia italiana dallo scorso 7 dicembre, quando era riuscito a evadere dal carcere di massima sicurezza di Opera, nel Milanese.

L’arresto è avvenuto domenica 23 agosto a Tarragona, ma la notizia è stata resa pubblica soltanto mercoledì. Taulant è stato individuato dagli investigatori dopo diversi giorni di appostamenti e pedinamenti nel quartiere Camplar, una zona caratterizzata da una significativa presenza criminale. Gli agenti lo hanno riconosciuto anche grazie alle informazioni trasmesse da Europol: oltre alla descrizione fisica, si sono rivelati determinanti alcuni tatuaggi e una profonda cicatrice sul volto.

La fuga da Opera con le lenzuola

L’ultima evasione, quella che aveva fatto scattare la caccia internazionale, risale al 7 dicembre scorso. Taulant era riuscito a lasciare il penitenziario di Opera dopo aver segato le sbarre della cella e utilizzato delle lenzuola annodate per calarsi all’esterno.

Una fuga studiata nei dettagli, che gli aveva consentito di far perdere le proprie tracce e di lasciare l’Italia. Secondo la ricostruzione degli investigatori spagnoli, il 42enne sarebbe arrivato a Tarragona già nel gennaio 2026, trovando nella città catalana una rete di connazionali in grado di garantirgli appoggio e protezione.

Anche l’arresto, tuttavia, non sarebbe stato semplice. Al momento del blitz Taulant avrebbe opposto una forte resistenza. Si trovava a bordo di un’auto insieme ad altri quattro cittadini albanesi quando gli agenti sono intervenuti. Uno degli uomini presenti avrebbe tentato di impedirne l’arresto, arrivando a colpire due poliziotti.

Una storia di evasioni iniziata nel 2009

Quella di Opera non era la prima fuga per Taulant. La sua “carriera” di evaso sarebbe iniziata nel 2009, quando riuscì a scappare dal carcere di Terni.

Nel 2013 arrivò una nuova evasione, questa volta dal penitenziario di Parma. Nello stesso anno, dopo essere stato arrestato in Belgio, Taulant riuscì a fuggire anche dal carcere di Lantin, superando il muro di cinta grazie a una piramide umana realizzata insieme ad altri detenuti.

Quattro fughe da altrettanti istituti penitenziari hanno così costruito nel tempo la fama del 42enne, fino all’ultima evasione da Opera e alla successiva fuga oltreconfine.

La rete catalana e i possibili fiancheggiatori

A Tarragona, secondo gli investigatori dell’Udef, il Gruppo per la criminalità economica e fiscale della polizia, Taulant avrebbe trovato rifugio in un ambiente legato alla criminalità organizzata albanese.

Gli investigatori stanno ora cercando di ricostruire la rete di persone che lo avrebbe aiutato durante la latitanza e di individuare eventuali fiancheggiatori. In particolare, la polizia spagnola sta verificando i collegamenti con una rete sospettata di essere coinvolta nel traffico di droga.

La scelta di Tarragona non sarebbe dunque stata casuale: il latitante avrebbe trovato in città un ambiente favorevole alla propria clandestinità, riuscendo per mesi a vivere lontano dai radar delle autorità italiane e internazionali.

Una relazione all’oscuro della sua identità

Durante la permanenza in Catalogna, Taulant avrebbe inoltre intrapreso una relazione sentimentale con una donna di 35 anni, cittadina spagnola di origini arabe, che lavora come cameriera a Tarragona.

Secondo quanto emerso dalle indagini, la donna sarebbe stata all’oscuro della vera identità dell’uomo e del suo passato criminale. Un dettaglio che aggiunge un ulteriore elemento alla storia della latitanza, ora destinata a interrompersi definitivamente.

Taulant si trova attualmente nel carcere di Mas d’Enric, a Tarragona, in attesa della procedura di estradizione verso l’Italia. Dopo mesi di fuga e una nuova evasione costruita sfruttando le proprie capacità organizzative, il “mago delle evasioni” dovrà ora fare i conti con la giustizia italiana.

Bilanci sotto pressione: le spese obbligate si prendono il 41,7% dei consumi

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Il bilancio delle famiglie italiane racconta una trasformazione profonda: sempre più risorse vengono assorbite da ciò a cui è difficile rinunciare. Casa, energia, trasporti, assicurazioni e sanità occupano una porzione crescente del reddito e comprimono lo spazio destinato agli acquisti discrezionali. È la fotografia scattata dall’Ufficio Studi di Confcommercio, secondo cui nel 2026 le spese obbligate arrivano a rappresentare il 41,7% dei consumi, contro il 37% del 1995.

In termini assoluti, la spesa incomprimibile raggiunge 9.693 euro pro capite. Un dato che restituisce con immediatezza la pressione esercitata dalle necessità quotidiane sul potere d’acquisto: prima di scegliere cosa comprare, viaggiare o concedersi un servizio, una parte consistente delle risorse familiari è già impegnata.

La casa resta il principale macigno

A dominare la classifica delle spese obbligate è la casa, con 5.335 euro all’anno per persona. Da sola rappresenta più della metà dell’intero ammontare destinato alle voci incomprimibili.

Alle spalle dell’abitazione si collocano assicurazioni e carburanti, che valgono complessivamente 2.310 euro pro capite, mentre l’energia pesa per 1.829 euro.

Proprio l’energia offre, però, una delle letture più interessanti dell’analisi. Rispetto al 1995, la spesa pro capite è diminuita di circa 1.231 euro. Non significa necessariamente che il peso dell’energia sia diventato marginale: a incidere sono stati l’incremento dell’efficienza degli apparecchi, l’evoluzione tecnologica e la riduzione dei consumi indotta, almeno in parte, dalla crescita dei prezzi.

Il risultato è un paradosso solo apparente: alcune spese restano indispensabili, ma cambiano le modalità con cui le famiglie cercano di contenerle.

Trent’anni di inflazione hanno cambiato la struttura dei consumi

Il dato più significativo emerge osservando l’evoluzione dei prezzi dal 1995 al 2026. Nel periodo considerato, il costo delle spese obbligate è aumentato del 140,8%, mentre i beni commercializzabili hanno registrato una crescita del 57,4% e i servizi destinati al consumo libero dell’88,4%.

La voce che ha subito l’aumento più consistente è l’energia, con un rincaro del 211,1%.

È questa distanza tra le diverse dinamiche dei prezzi ad aver progressivamente modificato il modo in cui le famiglie distribuiscono le proprie risorse. Quando le necessità fondamentali aumentano più rapidamente di molti beni acquistabili liberamente, il margine di scelta si restringe. E il consumatore diventa inevitabilmente più selettivo.

Il confine tra necessario e superfluo è sempre più sottile

La distinzione tra consumi essenziali e discrezionali, inoltre, non è più quella di qualche decennio fa. La tecnologia ne è l’esempio più evidente.

Smartphone, computer e connessioni internet sono ormai strumenti indispensabili per una molteplicità di attività: dal lavoro allo studio, dall’accesso ai servizi bancari ai rapporti con la pubblica amministrazione. Prodotti che un tempo potevano essere considerati voluttuari sono diventati parte integrante della vita quotidiana.

È una trasformazione che modifica anche il significato stesso di “spesa libera”. Non tutto ciò che non è riconducibile alla casa o alle bollette è automaticamente rinunciabile.

Dopo la prudenza, tornano viaggi e ristorazione

Nonostante la pressione delle spese incomprimibili, il 2026 porta con sé qualche segnale positivo sul fronte dei consumi discrezionali.

A crescere sono soprattutto i servizi legati a tempo libero, ristorazione e viaggi, che segnano un incremento dell’1,9%, pari a circa 98 euro in più per persona.

La ripresa resta tuttavia incompleta. Nel 2019, prima delle fasi più critiche attraversate dall’economia italiana, i servizi commercializzabili avevano raggiunto il 21,3% dei consumi. Oggi il recupero è ancora parziale.

Parallelamente, i beni commercializzabili scendono al 37,5% del totale dei consumi nel 2026. Un andamento che conferma come la ripartenza della domanda non sia ancora sufficiente a cancellare gli effetti di quasi vent’anni di sostanziale debolezza.

Il fattore demografico pesa sempre di più

A spiegare l’evoluzione dei consumi non sono soltanto prezzi e redditi. C’è anche un fattore strutturale destinato ad avere un peso crescente: l’invecchiamento della popolazione.

Oggi oltre un quarto degli italiani ha almeno 65 anni, mentre la popolazione residente è diminuita di circa 1,5 milioni rispetto al picco del 2014.

Una società più anziana modifica inevitabilmente la composizione della domanda. Cambiano priorità, bisogni e modalità di consumo. Anche la debolezza degli acquisti alimentari, i cui volumi continuano a diminuire, va letta dentro questo scenario demografico più ampio.

La tecnologia resta una delle poche aree dinamiche

Se le famiglie sono costrette a vigilare sulle spese essenziali, mostrano al tempo stesso una rinnovata disponibilità verso alcuni beni tecnologici e prodotti destinati a durare nel tempo.

La diminuzione dei prezzi di diversi dispositivi ha reso questi acquisti relativamente più accessibili, contribuendo a sostenere la domanda.

Nel lungo periodo, la crescita maggiore ha riguardato proprio i beni commercializzabili. La spinta più intensa si è però concentrata tra il 1995 e il 2007. Nei quasi vent’anni successivi è prevalsa una sostanziale stagnazione.

Un dato particolarmente significativo arriva dal biennio 2025-2026, quando i consumi reali pro capite sono finalmente tornati sui livelli precedenti alla crisi del 2007. Un recupero importante, ma che non equivale ancora a una vera normalizzazione.

L’inflazione percepita resta un freno

A pesare sulla fiducia delle famiglie è infine la diversa velocità con cui sono aumentati i prezzi dei vari prodotti.

L’alimentare, bene essenziale per eccellenza, ha registrato dal 1995 un incremento dei prezzi del 101,4%. Al contrario, comparti come l’elettronica hanno beneficiato di una forte riduzione dei prezzi.

Questa forbice aiuta a spiegare perché l’inflazione venga spesso percepita dalle famiglie come più elevata rispetto a quella restituita dagli indici generali. Il consumatore, infatti, tende a misurare il proprio potere d’acquisto soprattutto attraverso le spese frequenti e difficilmente evitabili.

Il risultato è un atteggiamento ancora improntato alla cautela. Anche quando il reddito disponibile consente qualche margine in più, la memoria dei rincari e la percezione di un costo della vita elevato continuano a condizionare le decisioni.

Il quadro che emerge dall’analisi Confcommercio è quindi quello di un’Italia che torna lentamente a spendere, ma lo fa con criteri diversi rispetto al passato. Il problema non è soltanto quanto le famiglie consumano, ma quanto del loro bilancio resta davvero libero di essere scelto. E con oltre quattro euro su dieci destinati a spese difficilmente comprimibili, quella libertà rimane ancora una risorsa preziosa.

L’arte di custodire chi amiamo prima che il tempo diventi rimpianto

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Questa celebre lettera non è soltanto una testimonianza d’amore, ma un vero e proprio monito che attraversa le generazioni. Serve a scuotere la coscienza dei più giovani e a far riflettere quegli adulti che oggi convivono con il peso sottile e doloroso dei rimpianti per ciò che non hanno fatto per i propri genitori. La dinamica della cura porta con sé un paradosso sociale e umano, ci si rende conto del valore della presenza e del tempo dedicato agli anziani solo quando quell’opportunità è ormai svanita. Molti guardano ai propri padri e alle proprie madri rivedendo, come in uno specchio, le occasioni perse, le visite rimandate, le telefonate sbrigate in fretta, l’insofferenza di fronte ai primi rallentamenti della vecchiaia. Questo testo agisce come un richiamo al risveglio, un invito a spezzare la catena dei rimorsi prima che sia troppo tardi.

La forza del messaggio sta nei dettagli concreti della vita quotidiana, quelli che toccano la sfera più intima della dignità. Quando il genitore chiede di non essere sgridato se si sporca a tavola, se non riesce a vestirsi o se rifiuta di lavarsi, ci costringe a guardare la fragilità senza filtri. Ricorda al figlio che per anni qualcuno ha pulito le sue macchie e ha inventato scuse per fargli fare il bagno, chiedendo di restituire la stessa pazienza a parti inverse. Lo stesso vale per l’imbarazzo davanti alle nuove tecnologie, chiedere di non essere guardati con un sorrisetto ironico è un monito contro la boria di chi dimentica chi gli ha insegnato pazientemente l’alfabeto.

Quando il testo recita “se quando parlo con te ripeto sempre le stesse cose, non interrompermi, ascoltami”, chiarisce che il blocco della memoria o la perdita del filo del discorso non devono innervosire. La frase chiave della lettera ci ricorda infatti che la cosa più importante non è il contenuto delle parole, ma il semplice bisogno di stare vicino a chi si ama. Il punto più profondo si raggiunge quando il genitore affronta la stanchezza dell’esistenza e scrive “quando un giorno ti dirò che non voglio più vivere, non arrabbiarti con me… un giorno capirai che alla mia età non si vive, si sopravvive”. È la svelatura di una solitudine cupa che si crea quando il corpo cede e il mondo intorno continua a correre. Ci chiede di accogliere quel dolore senza rabbia o incomprensione, capendo che la perdita di autonomia toglie il respiro alla dignità.

L’inversione dei ruoli, la delicatezza nel sorreggere le gambe stanche “nello stesso modo in cui io l’ho data a te quando muovevi i tuoi primi passi”, diventa così una lezione di restituzione e giustizia emotiva. Il testo ricorda anche che, nonostante gli inevitabili errori commessi lungo il percorso, un genitore ha sempre cercato di fare del suo meglio per spianare la strada a chi amava. Il vero pericolo sociale del nostro tempo è proprio questo: lasciarsi travolgere dalla fretta e dalla mancanza di pazienza fino a cedere, vedendo nella fragilità dei genitori soltanto un peso da portare, per poi rendersi conto di quello che si è trascurato quando ormai è troppo tardi. Per chi è adulto e vive a metà strada, tra figli da crescere e genitori da accompagnare, questo testo suona come un’ultima chiamata a non aspettare il domani per riscoprire il valore dell’ascolto, del rispetto e della presenza.

Alla fine di questo cammino fatto di smarrimenti, sforzi e silenzi, tutte le incomprensioni e le fatiche si dissolvono in un unico gesto essenziale. La lettera si chiude lasciando cadere ogni difesa e consegnando la risposta definitiva a qualsiasi insofferenza o rimpianto: un semplice, immenso “Ti amo, figlio mio”, che racchiude in sé l’origine, la misura e il senso ultimo di tutta una vita.

Ma il valore universale di questo testo va ben oltre il legame di sangue tra un padre, una madre e un figlio. La sua lezione parla con la stessa identica forza a ogni forma di legame umano, a una coppia di coniugi che dopo decenni rischia di smarrire la pazienza e vedere nell’altro solo un peso o una stanchezza, a due amici storici travolti dall’insofferenza o dai ritmi di una vita che allontana. In qualsiasi relazione, quando il tempo consuma le certezze e fa emergere le debolezze, la scelta resta sempre la stessa: cedere al fastidio oppure custodire la fragilità di chi ci sta accanto, prima che il silenzio prenda il posto del tempo che ci è dato da condividere.

Tajani contro gli “extraprofitti”: «Parolaccia da Unione Sovietica». Ma il bersaglio è davvero solo la tassa?

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A cura di Daniele Cappa

Antonio Tajani non usa mezze misure. Dal Meeting di Rimini, il ministro degli Esteri e segretario di Forza Italia mette nero su bianco la propria contrarietà a qualsiasi ipotesi di tassazione degli extraprofitti. Una posizione netta, accompagnata da un’espressione destinata a far discutere: quella parola, “extraprofitto”, per Tajani «mi sa molto di Unione Sovietica».

Non è soltanto una questione terminologica. Dietro la stroncatura del vicepremier c’è una precisa idea di politica economica: il governo, sostiene Tajani, deve intervenire sul caro energia senza ricorrere alla leva di nuove tasse. L’obiettivo dovrebbe essere quello di ridurre strutturalmente i costi per famiglie e imprese, cercando eventualmente un contributo da parte delle aziende del settore attraverso un confronto concordato.

La distinzione, per il leader di Forza Italia, è fondamentale. Un conto è chiedere alle imprese di partecipare alla soluzione di una fase economica difficile; un altro è imporre loro una nuova forma di prelievo fiscale. «In un momento di difficoltà tutti devono contribuire alla soluzione dei problemi», è il ragionamento di Tajani, ma «un conto è contribuire con un accordo, un conto è abbattere la mannaia delle tasse».

Il mantra di Forza Italia: meno tasse

La linea politica è dunque quella tradizionale del centrodestra liberale targato Forza Italia: meno pressione fiscale, maggiore competitività e cautela davanti a interventi che possano trasformarsi in un freno agli investimenti.

Tajani lo scandisce quasi come uno slogan: «Meno tasse, meno tasse, meno tasse». E nel mirino finisce proprio il concetto di extraprofitto, che il ministro considera ambiguo tanto sul piano economico quanto su quello giuridico.

La domanda che pone è semplice, ma politicamente pesante: chi stabilisce dove termina un profitto considerato normale e dove comincia quello definito “extra”? Secondo Tajani, affidare questa distinzione a un’autorità amministrativa rischierebbe di trasformare una valutazione economica in una decisione discrezionale.

Da qui l’affondo: «Non voglio sentire la parola extraprofitto». Una «parolaccia», la definisce il vicepremier, sostenendo inoltre che le esperienze di tassazione dei cosiddetti extraprofitti avrebbero prodotto effetti negativi sulla crescita.

Il governo cerca una via diversa

La posizione di Tajani si inserisce in un dibattito più ampio che il governo dovrà necessariamente affrontare: come alleggerire il peso della bolletta energetica senza trasformare l’intervento in una nuova tassa sulle imprese.

La soluzione evocata è quella di un contributo concordato con il comparto industriale, sulla falsariga di quanto già sperimentato in altri settori, come quello bancario e assicurativo.

Una formula che, almeno nelle intenzioni, prova a tenere insieme due esigenze apparentemente contrapposte: reperire risorse in una fase di difficoltà e, allo stesso tempo, evitare di trasmettere ai mercati l’idea di un sistema fiscale imprevedibile.

È proprio su questo crinale che si gioca la partita politica. Perché chiedere un sacrificio temporaneo alle imprese può essere presentato come una scelta di responsabilità collettiva; trasformarlo in un’imposta strutturale sugli utili considerati “eccessivi” significa invece aprire un confronto molto più delicato sulla natura stessa del profitto e sul ruolo dello Stato nell’economia.

E poi arrivano le malelingue

Naturalmente, quando un esponente politico prende una posizione tanto categorica su una misura che potrebbe incidere su interessi economici rilevanti, le malelingue non tardano ad affacciarsi.

Qualcuno potrebbe sussurrare, con una punta di perfidia: non è che Tajani sia così contrario agli extraprofitti anche perché una stretta di questo tipo potrebbe creare qualche sgarbo alla famiglia Berlusconi, considerati gli interessi riconducibili al suo universo finanziario e realtà come Mediolanum, potenzialmente coinvolte a seconda della platea e delle modalità di un eventuale intervento?

È una domanda maliziosa, sia chiaro, e non una conclusione. Ma è proprio il genere di interrogativo che la politica conosce bene. Del resto, un vecchio adagio attribuito a Giulio Andreotti recita che «a pensar male si fa peccato, ma spesso ci si azzecca». Una frase che, nel caso specifico, va maneggiata con cautela: non dimostra alcun conflitto di interessi né stabilisce un nesso tra la posizione di Tajani e gli interessi della famiglia Berlusconi.

Resta però il fatto che, quando si parla di tasse, grandi gruppi economici e politica, le coincidenze vengono inevitabilmente passate al setaccio.

La vera partita è politica

Al di là delle battute sull’Urss e delle polemiche semantiche, la questione è tutt’altro che terminologica. Il governo deve decidere come finanziare interventi capaci di contenere il costo dell’energia senza penalizzare gli investimenti e senza alimentare una nuova contrapposizione tra imprese e fisco.

Tajani ha scelto di mettere un paletto molto visibile: nessuna “mannaia” fiscale sugli extraprofitti. Il messaggio rivolto agli alleati, ma anche alle imprese, è inequivocabile.

Ora bisognerà capire se la soluzione del contributo concordato sarà sufficiente a raccogliere le risorse necessarie e, soprattutto, se riuscirà a evitare che la vecchia parola proibita torni dalla finestra dopo essere stata cacciata dalla porta.

Perché chiamarlo “contributo” anziché “extraprofitto” può cambiare il tono della politica. Ma non necessariamente cambia la sostanza della discussione: chi paga, quanto paga e perché.

Carburanti, il Governo proroga il taglio delle accise sul diesel: sconto di 17 centesimi fino al 5 settembre

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Il taglio delle accise sul gasolio non si ferma alla scadenza prevista. Il Consiglio dei ministri ha dato il via libera al decreto legge dedicato al costo dei carburanti, prorogando fino al 5 settembre la riduzione delle accise sul diesel pari a 17 centesimi di euro al litro.

La misura, che sarebbe terminata proprio il 26 agosto, viene dunque estesa per altri dieci giorni con l’obiettivo di contenere, almeno nel breve periodo, l’impatto del prezzo dei carburanti su famiglie, lavoratori e imprese.

Secondo fonti di governo, il provvedimento comporterà un onere di circa 130 milioni di euro. Si tratta di una proroga temporanea, pensata come una sorta di ponte verso un intervento di carattere più selettivo.

La strategia dell’esecutivo, infatti, punta a superare progressivamente una misura generalizzata per orientarsi verso sostegni maggiormente mirati alle fasce più deboli, concentrando le risorse sui cittadini maggiormente esposti all’aumento dei costi dell’energia e della mobilità.

Il rinnovo dello sconto sul diesel arriva così in una fase in cui il prezzo alla pompa continua a rappresentare una voce sensibile per i bilanci familiari e per i costi delle attività produttive. Per automobilisti e autotrasportatori, i 17 centesimi in meno di accisa si traducono in un alleggerimento immediato del prezzo del gasolio, anche se limitato nel tempo.

La nuova scadenza del 5 settembre segna quindi un passaggio intermedio: da un lato il Governo mantiene ancora per pochi giorni una protezione generalizzata sul diesel; dall’altro prepara il terreno a strumenti di sostegno più selettivi, destinati a privilegiare chi maggiormente risente del caro-carburanti.

La proroga, peraltro, arriva senza modificare l’impostazione di fondo dell’intervento: 130 milioni di euro per guadagnare tempo e contenere l’impatto dei prezzi, in attesa di misure strutturali e più mirate.