A cura di Gilberto Borzini
“L’ora delle decisioni irrevocabili è giunta”, disse qualcuno e mal gliene incolse. Ma per l’Italia e l’Europa è arrivato davvero il momento di domandarsi se all’alleanza atlantica non sia preferibile una visione euroasiatica.
Non amo affatto i regimi: sono cresciuto in una democrazia e credo sia tuttora la forma di governo più desiderabile; quindi, si eviti da apostrofarmi come filo questo o anti quello.
Osservo però che il nostro principale alleato, gli USA oggi guidati da Trump, vedono l’Unione Europea come un Cliente e non un alleato, e temono l’Europa come concorrente commerciale cercando così di contenerne le competenze imponendo tecnologia e dazi commerciali nonché le armi necessarie a combattere le loro guerre.
La tendenza statunitense non è affatto nuova, era così ai tempi di Reagan negli anni ’80 e col tempo si è solamente aggravata a mano a mano che l’esportazione europea negli USA aumentava e quella statunitense verso l’Europa diminuiva: l’aggressività statunitense dipende dalla loro bilancia commerciale e di questi tempi, davanti ad una voragine di Debito Pubblico che ha superato le peggiori fantasie finanziarie, per gli USA chiunque non porti denaro alle loro casse è considerato ostile se non addirittura nemico, chiunque non contribuisca a sostenere il loro pachidermico e ipertrofico debito pubblico è una sciagura da eliminare.
Purtroppo sembra che lo staff trumpiano non disponga affatto delle competenze necessarie né per ridurre il debito pubblico né per governare diplomaticamente il mondo, e la muscolarità espressa dall’amministrazione corrente provoca soprattutto malintesi, malumori, rancori e nuovi appartenenze politiche ed economiche di cui lo schieramento BRICS è l’elemento più manifesto.
Paradossi e pericoli
Le variegate minacce al Canada e all’Islanda non sono concettualmente diverse dall’aggressione al Venezuela o dal caos scatenato nel conflitto iraniano che ha prodotto come primo risultato concreto un’alleanza strategica e militare tra Turchia, Arabia Saudita e Pakistan capace di riproporre una visione del Califfato in chiave militare turca potenziata dalla disponibilità nucleare pachistana.
Paradosso nella situazione è la posizione turca, alleata statunitense nella NATO e oggi principale attore di una visione antisionista nella regione, ergendosi Erdogan a protettore dei Palestinesi contro al piccolo satana israeliano tanto caro a Washington.
Il paradosso indicato non è il solo, ma è quello che potrebbe generare i maggiori pericoli ora che gli USA pretendono di strangolare economicamente l’Iran (e i suoi clienti affezionati), minacciando di escludere Teheran dall’economia legata al dollaro proprio mentre i BRICS hanno avviato a loro volta un’economia bancaria e finanziaria svincolata dal dollaro statunitense e gestita in piena autonomia grazie alla tecnologia resa disponibile dalla Cina.
I Boomerang americani
La “minaccia” statunitense verso l’Iran, in pratica, produrrà la spaccatura del mondo economico in due: da una parte chi sta col dollaro USA e dall’altra chi no.
Sullo sfondo la disponibilità cinese di non poca parte dei titoli di Stato USA che, se immessi in svendita sul mercato, aggraverebbe il Debito statunitense portandolo oltre il limite accettabile del default, e un’America in default avrebbe una sola via d’uscita per riprendersi, accelerare nella versione bellica della politica estera.
Insomma, i paradossi generati dall’incompetenza statunitense possono generare non solo la terza guerra mondiale a pezzi di cui parlava Papa Francesco, ma un conflitto globale senza esclusione di colpi.
La scelta euroasiatica
L’Italia vive con le scarpe nel Mediterraneo e i capelli in Europa: i nostri confini geografici definiscono con eloquenza gli interessi strategici: dialogare e commerciare con il mondo islamico almeno fino a quando le rotte commerciali transiteranno dal mediterraneo, e guardare all’immenso spazio terrestre che senza interruzioni conduce all’Oceano Indiano e a quello Pacifico, spazio che diverrà a breve sostitutivo delle rotte navali che da Suez giungono al mediterraneo anche in virtù delle nuove rotte artiche tracciate nelle scorse settimane dalla Cina per commerciare con Canada e Nord Europa.
La scelta euroasiatica, quindi, si definisce nelle potenzialità commerciali ed economiche che l’immenso territorio offre in vista delle nuove infrastrutturazioni trasportistiche, in larga misura ferroviarie e navali, proposte dalla fabbrica del mondo, ovvero dalla Cina.
La scelta euroasiatica impone relazioni diplomatiche ed economiche con il vasto mercato crescente dell’Africa, dove oggi si sviluppano imponenti classi medie affamate di consumi, e di quel Medio Oriente che si rigenera passando dal mondo tribale osservato da Lawrence d’Arabia ad una surrealista e ipertecnologica contemporaneità.
Ci troviamo, purtroppo o per fortuna, a dover scegliere tra un ex alleato che minaccia sempre più frequentemente i nostri interessi vitali e un “supercontinente” all’interno del quale potremmo giocare un ruolo non irrilevante nelle dinamiche economiche e commerciali.
Però dobbiamo scegliere e dobbiamo scegliere in fretta perché il rischio di rimanere intrappolati dalla parte meno positiva del conflitto è reale e concreto.
