27 Ottobre 2026, martedì
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Di Battista: «Oggi mi sento meglio». Il 4 settembre il rientro in Italia con un’aeroambulanza

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«Oggi mi sento meglio». È una frase breve, ma che segna una svolta dopo giorni di apprensione per le condizioni di salute di Alessandro Di Battista, ricoverato a Cuba mentre si trovava sull’isola per un viaggio di lavoro. L’ex deputato del Movimento 5 Stelle ha affidato ai social un lungo aggiornamento sulle sue condizioni, scegliendo di raccontare direttamente ai suoi follower quanto accaduto e, soprattutto, di annunciare il prossimo passo: il rientro in Italia.

Di Battista partirà da Cuba il 4 settembre, a bordo di un’aeroambulanza. Un trasferimento sanitario organizzato grazie alla polizza assicurativa sottoscritta prima della partenza: «I costi verranno coperti dalla compagnia assicurativa con la quale ho stipulato una polizza prima del viaggio», ha spiegato.

Nel suo messaggio non manca il riferimento ai giorni appena trascorsi. «Sono stati giorni difficili», scrive Di Battista, aggiungendo però di voler guardare avanti con ottimismo e di cercare, anche in una situazione complessa, «di vedere il positivo in tutto». Un atteggiamento che accompagna anche le parole rivolte ai sanitari che lo hanno assistito.

Particolarmente significativo il riconoscimento rivolto ai medici cubani. Di Battista racconta di aver ricevuto conferma anche dai medici italiani della qualità e della tempestività dell’intervento effettuato a Cuba: «Sono stati molto bravi e tempestivi nella diagnosi e nella scelta delle cure iniziali». Un passaggio che restituisce il tono personale del suo racconto, ma che assume anche un peso particolare alla luce delle condizioni nelle quali era stato ricoverato.

Il rientro in Italia arriva dopo la decisione di non ricorrere, secondo quanto emerso nelle ricostruzioni di questi giorni, a un aereo di Stato. La soluzione individuata è dunque quella dell’aeroambulanza, con le spese coperte dall’assicurazione di viaggio.

Di Battista si trovava a Cuba per motivi professionali. Nell’isola caraibica era arrivato per realizzare reportage destinati a Il Fatto quotidiano e a TvLoft. La vicenda sanitaria aveva inevitabilmente interrotto l’attività giornalistica, facendo scattare una mobilitazione attorno all’ex parlamentare. Il Fatto quotidiano e il Movimento 5 Stelle guidato da Giuseppe Conte avevano infatti manifestato la disponibilità a contribuire alla copertura di eventuali ulteriori spese che non fossero state sostenute dalla compagnia assicurativa.

Ma il post con cui Di Battista aggiorna sulle sue condizioni non si limita al bollettino sanitario. Nel finale, infatti, l’ex parlamentare torna su uno dei temi politici che da tempo occupano il centro della sua comunicazione pubblica: la guerra a Gaza e la questione palestinese.

«Da anni ho deciso di “sfruttare” gli spazi mediatici che ho a disposizione per denunciare l’Olocausto palestinese», scrive, sostenendo che la tragedia continui mentre, a suo giudizio, «molti giornali si voltano dall’altra parte». Da qui il collegamento con ciò che gli sarebbe stato raccontato negli ospedali cubani.

Secondo il racconto di Di Battista, diversi medici e infermieri palestinesi uccisi negli ultimi tre anni avevano studiato e completato la propria formazione proprio a Cuba. Un dettaglio che l’ex deputato sceglie di inserire nel suo aggiornamento personale, trasformando ancora una volta il racconto di un’esperienza individuale in un’occasione per riportare l’attenzione sul conflitto mediorientale.

Il messaggio si chiude però su un registro più intimo. Di Battista ringrazia le persone che gli sono state vicine durante la malattia e che gli hanno fatto arrivare messaggi di affetto e solidarietà. «Grazie a tutti per l’affetto», scrive, aggiungendo che è stato «superiore a quello che mi sarei mai immaginato».

Ora il prossimo appuntamento è fissato per il 4 settembre. Dopo i giorni trascorsi in ospedale a Cuba e il trasferimento sanitario organizzato con l’assicurazione, l’obiettivo è tornare in Italia e proseguire le cure. E, almeno dalle sue parole, farlo con una prospettiva precisa: lasciarsi alle spalle la fase più difficile e ripartire.

Accoltella l’ex moglie e fugge con il figlio: sette ore di caccia all’uomo sul litorale romano

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Quattro coltellate al petto, inferte durante una lite nell’appartamento dell’ex marito. Poi la fuga, con il figlio adolescente al seguito, dopo aver accompagnato la donna al pronto soccorso. È una ricostruzione fatta di violenza, paura e una lunga fuga quella che emerge dalle indagini della polizia su quanto accaduto a Roma, nell’abitazione di Fontana Candida.

A far scattare l’allarme sono stati i medici del pronto soccorso, insospettiti dalla gravità delle ferite riportate dalla donna. Secondo la prima valutazione sanitaria, i quattro fendenti non avrebbero avuto conseguenze mortali soltanto per una serie di circostanze fortuite.

La vittima, stando a quanto ricostruito dagli investigatori, si era recata poco prima nell’appartamento dell’ex marito per recuperare alcuni effetti personali. Tra i due sarebbe nata una discussione, sfociata in un’aggressione verbale. Poi la situazione sarebbe precipitata: il 47enne avrebbe afferrato un coltello e colpito l’ex moglie quattro volte al petto.

A quel punto, resosi conto della gravità delle ferite, l’uomo avrebbe accompagnato la donna in automobile fino al pronto soccorso. Con loro anche il figlio adolescente, che avrebbe assistito all’aggressione. Dopo essersi assicurato che all’ex moglie venissero prestate le prime cure, però, il 47enne avrebbe deciso di allontanarsi. È quindi risalito in macchina insieme al ragazzo e si è dato alla fuga.

In ospedale, intanto, la donna ha raccontato agli investigatori quanto accaduto. Nel corso della sua denuncia avrebbe riferito anche di precedenti episodi di violenza, sostenendo di essere stata aggredita dall’uomo in altre occasioni e, in alcuni casi, anche alla presenza dei figli minorenni.

Le ricerche dell’uomo sono scattate immediatamente e si sono protratte per circa sette ore. Per rendere più difficile la sua localizzazione, secondo gli investigatori, il 47enne avrebbe manomesso il dispositivo satellitare installato sulla propria automobile. Un tentativo di sottrarsi alle ricerche che, però, non sarebbe bastato.

Poco prima della mezzanotte, infatti, l’auto è stata individuata a Torvajanica, sul litorale romano. Gli investigatori hanno atteso pochi minuti prima di intervenire: il blitz è scattato quando hanno individuato le sagome dell’uomo e del figlio mentre stavano tornando verso il veicolo.

All’interno dell’abitacolo, sul sedile posteriore, gli agenti hanno trovato una valigia contenente alcuni indumenti e un cassetto con diversi farmaci, che secondo una prima ipotesi potrebbero essere stati raccolti dall’uomo prima della fuga.

Nel frattempo, gli accertamenti nell’abitazione di Fontana Candida hanno consentito di recuperare un elemento ritenuto centrale nell’indagine: un coltello intriso di sangue, sequestrato dagli investigatori.

A notte inoltrata il 47enne è stato sottoposto a fermo con l’accusa di tentato femminicidio e accompagnato in carcere. La magistratura di Velletri ha successivamente convalidato il provvedimento della polizia giudiziaria, disponendo per l’uomo la custodia cautelare in carcere.

La fuga si è dunque conclusa a Torvajanica, dopo sette ore di ricerche. Al centro dell’inchiesta restano ora la dinamica dell’aggressione, i presunti precedenti di violenza riferiti dalla vittima e soprattutto la posizione del figlio adolescente, presente al momento dell’accoltellamento.

Monza, la radicalizzazione corre online: a 16 anni tra propaganda jihadista, neonazismo e suprematismo

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La radicalizzazione non ha più necessariamente un’unica matrice ideologica. Può attraversare piattaforme diverse, mescolare linguaggi apparentemente lontani e trasformarsi, soprattutto nell’universo digitale, in una sorta di laboratorio nel quale estremismi differenti finiscono per incontrarsi. È questo il quadro che emerge dall’indagine della Digos della Questura di Monza e della Brianza, coordinata dalla Direzione centrale della Polizia di prevenzione, che ha portato al collocamento in comunità di un ragazzo italiano di 16 anni.

Il minore è indagato per autoaddestramento con finalità di terrorismo, istigazione a delinquere e apologia del fascismo. Al centro dell’inchiesta c’è un percorso di radicalizzazione sviluppatosi attraverso la rete e caratterizzato, secondo quanto ricostruito dagli investigatori, da una combinazione di riferimenti estremisti molto diversi tra loro: propaganda riconducibile all’Isis, ideologia neonazista e suprematista, contenuti accelerazionisti e materiali dedicati alla violenza.

È proprio questa sovrapposizione a rappresentare uno degli elementi più significativi dell’indagine. Gli investigatori parlano di «radicalizzazione ibrida», un fenomeno nel quale le tradizionali categorie dell’estremismo politico e religioso possono perdere i propri confini. Il giovane avrebbe infatti frequentato, attraverso diverse piattaforme, gruppi e comunità digitali nelle quali circolavano propaganda neonazista e suprematista, contenuti jihadisti, immagini di violenza estrema e materiali sulle armi.

Un universo virtuale nel quale il consumo di propaganda, secondo l’ipotesi investigativa, sarebbe progressivamente diventato qualcosa di più strutturato. Dalle ricerche effettuate emerge infatti un interesse crescente per contenuti di carattere tecnico e operativo riguardanti armi, esplosivi, sostanze incendiarie e modalità per mettere in atto azioni violente. Sarebbero stati inoltre consultati materiali relativi ad autori di stragi e alle modalità per procurarsi armi e munizioni.

La perquisizione nella stanza del ragazzo ha consentito di sequestrare un coltello con fodero, un passamontagna e una fascia da braccio con una svastica, oltre a diversi vessilli con simbologia nazionalsocialista e suprematista.

Ma è soprattutto sul fronte digitale che l’indagine avrebbe restituito il quadro più articolato. Con il supporto del Centro operativo per la sicurezza cibernetica di Milano, gli investigatori hanno analizzato smartphone e computer del sedicenne, rinvenendo numerosi documenti e manuali, alcuni dei quali in lingua inglese e russa.

Tra i materiali acquisiti figura una «Guida all’uccisione», documento di propaganda estremista contenente indicazioni operative per compiere azioni violente e suggerimenti finalizzati a rendere più difficile l’identificazione dell’autore. Altri documenti, secondo quanto riferito dagli investigatori, affrontavano temi legati alla lotta armata e alla figura dei cosiddetti «lupi solitari», oltre a contenuti di matrice nazionalsocialista, suprematista e accelerazionista.

Un ulteriore elemento dell’inchiesta riguarda un video animato realizzato dallo stesso ragazzo. Nel filmato veniva rappresentata un’azione violenta ai danni di una sede istituzionale estera: un soggetto armato faceva irruzione nell’edificio e apriva il fuoco contro le persone presenti.

Nel materiale esaminato dalla polizia sarebbero comparsi anche contenuti dedicati all’elusione dei controlli e dei sistemi di videosorveglianza, all’occultamento delle proprie tracce e alla distruzione delle prove. Gli investigatori hanno inoltre rilevato l’utilizzo di una Vpn, impiegata per rendere meno immediatamente individuabili le comunicazioni online.

Tra i documenti sequestrati figurano infine testi dedicati a esplosivi, sostanze pirotecniche, armi e materiali incendiari. Per gli investigatori, l’insieme di questi elementi contribuisce a delineare un passaggio dalla semplice esposizione alla propaganda estremista verso un interesse più concreto per gli aspetti operativi della violenza.

È un passaggio particolarmente delicato quando riguarda un minorenne. E proprio l’età del ragazzo rende ancora più significativo il contesto nel quale, secondo la ricostruzione investigativa, si sarebbe sviluppato il processo di estremizzazione: non un’appartenenza dichiarata a una sola organizzazione, ma una navigazione tra ecosistemi radicali differenti, accomunati dalla celebrazione della violenza.

La vicenda di Monza restituisce così un’immagine della radicalizzazione contemporanea sempre più frammentata, digitale e trasversale. Il web può diventare il luogo nel quale simboli, ideologie e modelli provenienti da mondi estremisti diversi vengono consumati, rielaborati e messi in relazione da utenti giovanissimi.

Per gli investigatori, è proprio questa contaminazione a costituire uno degli aspetti più insidiosi del fenomeno: il confine tra estremismo politico e terrorismo jihadista può diventare meno netto quando a fare da collante sono la fascinazione per la violenza, la ricerca di modelli operativi e l’identificazione con una comunità virtuale.

L’inchiesta dovrà ora stabilire la portata effettiva del percorso compiuto dal sedicenne e il significato dei materiali acquisiti. Sul piano giudiziario, infatti, restano ferme le garanzie previste per l’indagato e sarà l’autorità giudiziaria a valutare responsabilità e rilevanza penale dei singoli elementi raccolti.

Il dato che emerge, però, va oltre il singolo caso: la radicalizzazione può oggi costruirsi per frammenti, passando da un canale all’altro, da una simbologia a un’altra, fino a comporre un mosaico nel quale ideologie diverse trovano un punto di convergenza nella glorificazione della violenza. E quel percorso, sempre più spesso, può iniziare molto prima che nella vita reale compaia un segnale visibile.

Russia, l’ombra della guerra ibrida sull’Europa: Bruxelles alza la guardia anche sul voto

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La guerra in Ucraina continua a combattere anche lontano dal campo di battaglia. E mentre l’Unione europea prepara un nuovo giro di sanzioni contro Mosca, cresce a Bruxelles la consapevolezza che il confronto con la Russia si giochi ormai su un terreno molto più ampio: quello della guerra ibrida, dove alle armi convenzionali si affiancano cyberattacchi, campagne di disinformazione, pressioni economiche e tentativi di interferenza nei processi democratici.

A mettere in guardia gli Stati membri è stata l’Alta rappresentante dell’Ue per gli Affari esteri, Kaja Kallas, intervenuta sulle nuove misure restrittive nei confronti della Russia. «Abbiamo iniziato con un numero limitato di nuove aggiunte alla lista nera dell’Ue, ma gli Stati membri ne hanno proposte molte di più», ha spiegato. Il problema, ha precisato, è ora verificare che ogni inserimento sia «legalmente in regola», una procedura che inevitabilmente richiede tempo.

Ma il quadro politico, secondo Kallas, impone di accelerare. Gli attacchi ibridi che si stanno registrando in diverse parti d’Europa, ha sottolineato, potrebbero rappresentare un campanello d’allarme per quei Paesi che finora non hanno mostrato sufficiente determinazione nel contrastare il fenomeno.

«Se vogliamo porre fine a questa guerra, dobbiamo tutti concentrare i nostri sforzi e portarli a un nuovo livello», ha detto Kallas, ricordando anche la convocazione dell’ambasciatore russo, un passo seguito da numerosi governi europei.

Tajani: «Non si possono escludere interferenze russe nelle elezioni»

Il tema della sicurezza democratica arriva così direttamente anche in Italia. A Bruxelles, il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha messo in guardia dalla possibilità che Mosca possa tentare di influenzare le consultazioni elettorali nei Paesi dell’Unione.

«È una questione generale, riguarda tutta l’Unione Europea», ha osservato Tajani, sottolineando tuttavia che «non è da escludere che possano esserci tentativi di condizionare le elezioni dei Paesi dove si vota». Per questo, secondo il ministro, occorre «intervenire in anticipo».

Il rischio, ha spiegato, non riguarda soltanto l’Italia. La Federazione Russa potrebbe cercare di interferire nella vita democratica degli Stati membri, tentando di condizionare la volontà degli elettori attraverso strumenti diversi da quelli tradizionali della propaganda.

Per Tajani si tratta di un’ipotesi «veramente inaccettabile». E proprio perché l’obiettivo è preservare la libertà del voto, la risposta deve essere preventiva: «Bisogna vigilare, bisogna impedire che ci siano queste azioni da parte di un Paese con il quale noi non siamo in guerra».

La difesa passa anche dal cyberspazio

L’Italia, ha ricordato Tajani, ha già rafforzato le proprie strutture di sicurezza. Dal primo gennaio è operativa al ministero degli Esteri una direzione generale dedicata alla sicurezza, sia sul piano politico sia su quello operativo. A questa si aggiunge una sala operativa attiva 24 ore su 24, con il compito, tra gli altri, di contrastare gli attacchi cibernetici rivolti contro le strutture diplomatiche italiane e il ministero.

Tajani ha richiamato anche un precedente significativo: durante la prima visita del presidente ucraino Volodymyr Zelensky in Italia, nel momento in cui il suo aereo atterrò all’aeroporto di Ciampino, il sito del ministero degli Esteri fu oggetto di un attacco.

Un episodio che, nella ricostruzione del ministro, dimostra come la minaccia non sia teorica e come la dimensione digitale sia ormai parte integrante della sicurezza nazionale.

Che cosa significa davvero «guerra ibrida»

Il concetto di guerra ibrida descrive proprio questa trasformazione del conflitto. Non esiste necessariamente un fronte riconoscibile, né un momento preciso in cui viene dichiarata guerra. L’obiettivo è piuttosto indebolire un avversario sfruttando contemporaneamente strumenti militari e non militari, spesso mantenendo volutamente ambigua l’origine delle operazioni.

Alle forme convenzionali di combattimento possono così affiancarsi la guerra economica, le operazioni irregolari, la guerra psicologica, gli attacchi informatici e le campagne di influenza.

Un ruolo sempre più rilevante è giocato dalla manipolazione dell’informazione: fake news, contenuti costruiti per alimentare divisioni sociali, campagne coordinate sui social network e tentativi di orientare il dibattito pubblico possono diventare strumenti di pressione strategica.

A questi elementi si aggiungono le interferenze nei processi elettorali, l’uso della diplomazia come leva di pressione e persino il ricorso a strumenti giuridici o amministrativi nell’ambito di strategie più ampie di destabilizzazione.

La caratteristica decisiva è la combinazione. La guerra ibrida non sostituisce necessariamente il conflitto tradizionale: lo integra, creando una zona grigia nella quale attività militari, intelligence, propaganda, sabotaggio e operazioni informatiche possono procedere contemporaneamente.

Ed è proprio questa zona grigia a rendere più difficile individuare il momento in cui una minaccia smette di essere episodica e diventa un vero attacco strategico.

L’Europa davanti a un nuovo fronte

Le parole di Kallas e Tajani convergono quindi su un punto: la sicurezza europea non può più essere valutata soltanto attraverso la forza degli eserciti o la protezione dei confini.

La partita si gioca anche sulla resilienza delle istituzioni, sulla sicurezza delle infrastrutture digitali, sulla capacità di proteggere le elezioni e sulla tenuta dell’opinione pubblica di fronte alla disinformazione.

Il messaggio politico di Bruxelles è chiaro: se l’Europa vuole rafforzare la pressione sulla Russia e sostenere l’Ucraina, deve contemporaneamente rendere più difficile l’utilizzo di quegli strumenti indiretti con cui Mosca — secondo le accuse e le valutazioni espresse dai governi europei — può cercare di esercitare pressione sui Paesi occidentali.

La nuova frontiera, dunque, non è soltanto quella che separa Russia e Ucraina. È anche quella, molto più sottile, che attraversa le democrazie europee. E in questo spazio senza trincee visibili, proteggere il voto, l’informazione e le infrastrutture digitali significa proteggere il cuore stesso della sicurezza europea.

Treni sospesi, doppio allarme bomba in Germania: esplosione alla stazione di Augusta, indagini sulla criminalità organizzata

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La Germania si risveglia sotto una nuova cappa di tensione. Alla stazione centrale di Augusta, in Baviera, un’esplosione ha ferito all’alba due giovani e, poche ore più tardi, un secondo allarme bomba ha imposto un ulteriore giro di vite sulla sicurezza. L’intero servizio ferroviario è stato sospeso, mentre la polizia ha isolato l’area e avviato una complessa operazione di bonifica.

Secondo le prime informazioni, l’ordigno esploso sarebbe stato una granata a mano. La detonazione è avvenuta intorno alle 4.15, nel passaggio interno della stazione, proprio davanti a una gioielleria turca. A rimanere feriti sono stati una ragazza di 17 anni e un ragazzo di 18.

L’episodio ha immediatamente fatto scattare il dispositivo di sicurezza. L’edificio della stazione e il binario 1 sono stati chiusi in via precauzionale, mentre la strada antistante lo scalo ferroviario è stata interdetta al traffico. La polizia ha invitato i cittadini a evitare completamente la zona.

Un secondo ordigno nascosto in un cestino

Quando sembrava che l’emergenza fosse circoscritta alla prima esplosione, è arrivato il secondo allarme. Stando a quanto riferito dalla Bild, un cane addestrato alla ricerca di esplosivi avrebbe segnalato la presenza di una bomba nascosta all’interno di un cestino.

Un ritrovamento che ha innalzato ulteriormente il livello di allerta e portato alla sospensione completa della circolazione ferroviaria nella stazione. I convogli, in precedenza, riuscivano ancora a transitare sugli altri binari, accessibili dagli ingressi nord e sud. Con il secondo allarme, però, la situazione è cambiata radicalmente.

Gli investigatori stanno ora cercando di ricostruire dinamica e movente. Secondo le prime ipotesi riportate dalla stampa tedesca, l’obiettivo potrebbe essere stato una gioielleria turca. Gli inquirenti stanno inoltre verificando un possibile collegamento con la criminalità organizzata, senza tuttavia escludere altre piste.

Bergheim, danneggiata una sottostazione elettrica

Il caso di Augusta si inserisce in una sequenza di episodi che nelle ultime ore ha alimentato l’allarme in Germania.

A Bergheim, nei pressi di Colonia, un’esplosione ha danneggiato una sottostazione elettrica provocando problemi alla rete. Inizialmente si era ipotizzato un cortocircuito, ma la polizia ha successivamente escluso, allo stato attuale delle indagini, l’ipotesi di un semplice guasto tecnico.

«Non ipotizziamo un guasto tecnico, bensì un atto deliberato», ha dichiarato un portavoce della polizia di Essen.

L’allarme era scattato intorno alle 20 di martedì, dopo una segnalazione relativa a un presunto cortocircuito. L’interruzione di corrente ha interessato diverse linee elettriche e cinque unità della centrale sono risultate danneggiate. La capacità complessivamente disattivata è stata stimata in 4.200 megawatt.

La scia degli ordigni e la pista internazionale

A rendere ancora più delicato il quadro è il ritrovamento, lunedì, di diversi ordigni esplosivi nei pressi della sottostazione elettrica di Turnow-Preilack, sempre in Germania. Episodi distinti, sui quali le autorità stanno conducendo accertamenti separati, ma che contribuiscono a delineare uno scenario di crescente preoccupazione per la sicurezza delle infrastrutture e dei luoghi pubblici.

Sul piano internazionale, inoltre, la tensione è aumentata dopo che il ministro dell’Interno tedesco ha attribuito a Mosca la responsabilità del tentato attacco con droni a Lipsia. Una ricostruzione alla quale ha fatto eco la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen, che ha espresso solidarietà alla Germania e promesso «risposte chiare».

Per ora, non esiste un elemento che consenta di collegare automaticamente gli episodi di Augusta, Bergheim, Turnow-Preilack e Lipsia. Gli investigatori dovranno stabilire se si tratti di vicende indipendenti o se dietro alcuni degli allarmi possa esserci una regia comune.

Quel che è certo è che la sequenza di esplosioni, ordigni ritrovati e infrastrutture colpite sta costringendo le autorità tedesche a mantenere alta la guardia. Ad Augusta, intanto, la priorità resta la messa in sicurezza della stazione e l’identificazione dei responsabili dell’esplosione che ha trasformato l’alba in un nuovo capitolo dell’emergenza sicurezza in Germania.

Droni su Lipsia, Berlino accusa Mosca: «Un attacco ibrido, non un episodio isolato»

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La Germania alza il livello dell’allerta e punta direttamente il dito contro Mosca. Il tentato attacco con droni all’aeroporto di Lipsia, avvenuto il 4 agosto, non sarebbe infatti un episodio riconducibile a un’iniziativa isolata: secondo il governo tedesco, dietro l’operazione ci sarebbe la Russia, nel quadro di una più ampia strategia di pressione ibrida nei confronti dell’Europa.

A mettere nero su bianco l’accusa è il ministro dell’Interno tedesco Alexander Dobrindt, che, insieme al ministro degli Esteri Johann Wadephul, ha riferito sulle conclusioni raggiunte dagli apparati investigativi e di intelligence.

«Le indagini della polizia, le modalità operative e le informazioni dell’intelligence provano la responsabilità russa per il tentato attacco all’aeroporto di Lipsia», ha dichiarato Dobrindt. Una valutazione che, secondo il ministro, porta il governo federale a una conclusione precisa: la Russia sarebbe responsabile dell’attacco ibrido avvenuto a Lipsia il 4 agosto.

Ma è soprattutto un passaggio a conferire alla vicenda una dimensione più ampia. Berlino, infatti, non considera quanto accaduto un fatto circoscritto.

«Non consideriamo Lipsia come un evento isolato, ma lo vediamo in combinazione con ulteriori azioni ibride», ha spiegato Dobrindt. Una formula che richiama quella crescente zona grigia in cui sabotaggi, operazioni clandestine, cyberattacchi, disinformazione e azioni condotte attraverso strumenti non convenzionali possono diventare parte di una strategia di destabilizzazione senza arrivare alla soglia di un conflitto militare dichiarato.

Lo stesso ministro ha però posto un limite alla lettura più allarmistica della situazione: «Non siamo in guerra».

Von der Leyen: «La solidarietà europea è piena»

La vicenda di Lipsia ha immediatamente assunto una dimensione europea. La presidente della Commissione Ue Ursula von der Leyen, dopo un colloquio telefonico con il cancelliere tedesco Friedrich Merz, ha espresso la piena solidarietà dell’Unione alla Germania.

In un messaggio pubblicato sulla piattaforma X, von der Leyen ha definito quanto accaduto un attacco ibrido russo e ha avvertito che azioni di questo tipo non resteranno prive di conseguenze.

«Gli attacchi ibridi non passeranno senza una risposta chiara», ha scritto, sottolineando la necessità di mantenere compatto il fronte europeo di fronte a quelli che ha definito «atti gravi» e in continua escalation.

Secondo la presidente della Commissione, l’obiettivo di Mosca sarebbe anche quello di alimentare «sfiducia e paura nelle nostre società». Un tentativo che, nella sua valutazione, è destinato a fallire: l’Europa, ha assicurato, continuerà a restare unita e non farà venire meno il proprio sostegno all’Ucraina.

Il messaggio politico è dunque duplice: da una parte la Germania rivendica la necessità di proteggere le proprie infrastrutture e rafforzare la risposta alle minacce ibride; dall’altra Bruxelles vuole evitare che episodi di questo genere riescano a produrre divisioni tra gli Stati membri.

La partita si sposta ora sul terreno europeo

Il caso Lipsia è destinato a essere discusso ai massimi livelli. Von der Leyen ha annunciato che la questione sarà affrontata nel bilaterale con il segretario generale della Nato Mark Rutte, mentre l’eventuale risposta sul piano delle sanzioni sarà preparata dai ministri degli Esteri dell’Unione nella loro prossima riunione, sotto la presidenza irlandese.

È proprio questo il punto che potrebbe trasformare un episodio avvenuto nei cieli di Lipsia in un nuovo dossier europeo sulla sicurezza.

L’accusa tedesca non riguarda soltanto l’uso dei droni, ma il presunto inserimento dell’operazione all’interno di una più vasta strategia ibrida russa. Se confermata e accompagnata da ulteriori elementi investigativi, questa lettura potrebbe spingere gli Stati membri a rafforzare le misure di protezione delle infrastrutture strategiche e, parallelamente, a valutare nuove forme di deterrenza.

Berlino, intanto, manda un segnale netto: l’attacco di Lipsia non viene archiviato come un incidente isolato. Bruxelles raccoglie il messaggio e promette una risposta comune. La linea rossa, almeno nelle dichiarazioni ufficiali, resta però quella indicata da Dobrindt: l’Europa è sotto pressione, ma non è in guerra.

La Lega Nord torna a bussare alla porta di Salvini: Pini sfida il commissario e chiede il congresso

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La vecchia Lega Nord torna a muoversi. E lo fa proprio nel momento in cui il partito di Matteo Salvini continua a presentarsi come il principale contenitore politico del centrodestra nel Nord, ma deve fare i conti con una nuova iniziativa che punta direttamente alla struttura federale rimasta formalmente in vita dopo la trasformazione del Carroccio.

A rimettere in discussione gli equilibri è Gianluca Pini, ex parlamentare leghista e oggi fuori dal partito, ma ancora componente del consiglio federale della Lega Nord. Insieme ad altri ex parlamentari, ex dirigenti e segretari provinciali, Pini ha promosso un Comitato per la convocazione del congresso federale, con un obiettivo dichiarato: riattivare la macchina della vecchia Lega, convocare il congresso e consentire agli iscritti di eleggere nuovamente i propri rappresentanti.

Una sfida che, inevitabilmente, finisce per incrociare il percorso politico di Salvini.

La «Lega congelata»

La Lega Nord è rimasta formalmente in vita dopo il 2017, quando il partito ha progressivamente cambiato pelle, identità e orizzonte politico sotto la leadership di Salvini. La vecchia struttura federale è rimasta sullo sfondo anche per la complessa vicenda giudiziaria legata ai 49 milioni di euro che la Lega è stata condannata a restituire allo Stato.

Da allora, secondo i promotori del comitato, quella struttura sarebbe stata sostanzialmente congelata, privata di una reale attività politica e sottoposta a una gestione commissariale.

Al vertice c’è Igor Iezzi, deputato leghista e commissario della Lega Nord, considerato vicino a Salvini. Ed è proprio sulla gestione commissariale che Pini concentra le sue accuse.

«Il nostro comitato nasce per ottenere la convocazione del congresso della Lega Nord, per sbloccare il simbolo e scongelare il vecchio partito», spiega Pini all’Ansa.

Il progetto, assicura, non nasce da un’operazione nostalgica. Al contrario, la rivendicazione è quella di un ritorno alle regole interne e alla partecipazione degli iscritti.

«Non è nostalgia, vogliamo libere elezioni»

La raccolta delle firme è già partita. «Siamo partiti da tre giorni e siamo già a un centinaio», racconta Pini, precisando che si tratta, almeno in questa fase, di militanti senza ruoli di primo piano provenienti da diverse aree del Nord.

Il punto politico, secondo i promotori, è semplice: riportare la Lega Nord a una condizione di agibilità politica, attraverso un congresso e nuove elezioni per tutte le cariche federali.

«Vogliamo ottenere la convocazione del congresso e andare a libere elezioni per rinnovare tutte le cariche federali della Lega Nord», sostiene Pini. E aggiunge un elemento destinato a rendere l’iniziativa ancora più significativa: una volta raggiunto l’obiettivo, il comitato potrebbe anche sciogliersi.

Nessuna pretesa, dunque, di costruire l’ennesima corrente o un partito parallelo, almeno nelle intenzioni dichiarate. Il vero obiettivo sarebbe creare un contenitore nel quale gli ex militanti possano tornare a fare politica e decidere autonomamente quale strada imboccare in vista delle prossime elezioni.

Persino il nome, spiega Pini, potrebbe essere cambiato. «Possiamo anche cambiare il nome della Lega Nord», dice. Ciò che conta, nella sua ricostruzione, è riaprire uno spazio politico oggi chiuso.

Una partita che tocca Salvini

È però difficile leggere questa iniziativa senza inserirla nel confronto, ormai da tempo latente, sulla trasformazione della Lega.

La svolta impressa da Salvini ha portato il partito oltre i confini originari della Lega Nord, trasformandolo in una forza a vocazione nazionale e sovranista. Una scelta che ha consentito al Carroccio di conquistare consensi ben oltre il tradizionale bacino settentrionale, ma che ha progressivamente ridimensionato il ruolo politico e organizzativo della vecchia struttura federale.

È proprio contro questa evoluzione che si concentra la critica di Pini. Secondo l’ex parlamentare, negli ultimi anni la Lega Nord sarebbe stata privata di ogni reale possibilità di iniziativa politica, con le sezioni accorpate e il tesseramento sostanzialmente fermato.

«Da sei anni l’attività politica della Lega Nord è bloccata totalmente», accusa Pini, indicando nella gestione del commissario Iezzi uno degli strumenti attraverso i quali sarebbe stata congelata la vecchia organizzazione. Una situazione che, a suo giudizio, avrebbe favorito il progetto sovranista di Salvini, definito senza mezzi termini «fallimentare».

Parole che trasformano una questione apparentemente interna e statutaria in un problema eminentemente politico.

Nessuna alleanza con i frondisti

Pini, però, tiene a prendere le distanze dalle altre anime critiche del Carroccio. In particolare da quei dirigenti che negli ultimi mesi hanno espresso perplessità sulla linea di Salvini.

Il riferimento è soprattutto ai governatori del Nord, a partire da Attilio Fontana, e al senatore Massimiliano Romeo, esponente dell’area più critica nei confronti della leadership nazionale.

«Stanno facendo un percorso diverso», precisa Pini, sottolineando che si tratta di valutazioni «di natura più politica e culturale» e di distinguo sulla linea del segretario federale.

Il comitato, insomma, non vuole trasformarsi in una nuova corrente interna né cerca l’investitura di qualche big del partito. «Noi non facciamo appello a nessuno», è la linea.

Una precisazione che può essere letta anche come una scelta strategica: evitare, almeno all’inizio, che la battaglia per il congresso venga interpretata come una semplice operazione di opposizione a Salvini.

La vera posta in gioco è il simbolo

Dietro la richiesta di un congresso, tuttavia, c’è qualcosa di più della semplice convocazione di un’assemblea.

C’è il tema del simbolo, della struttura federale, del patrimonio politico e organizzativo della Lega Nord e, soprattutto, della possibilità che quella vecchia identità possa tornare a essere utilizzata come spazio politico autonomo.

È questo il punto che rende l’iniziativa potenzialmente scomoda per Salvini.

La Lega Nord, infatti, potrebbe essere stata messa ai margini della trasformazione nazionale del partito, ma non è mai stata completamente cancellata. E ora un gruppo di militanti prova a riaprire quella porta attraverso lo strumento più difficile da neutralizzare in una formazione politica: il rispetto delle regole statutarie e la richiesta di elezioni.

Se il congresso venisse convocato, la questione cesserebbe di essere una battaglia di pochi ex dirigenti e diventerebbe una partita formale sul futuro della struttura federale.

Per ora il comitato conta le firme e prepara le proprie mosse. Pini avverte già che, in assenza di una convocazione, potrebbero arrivare azioni legali.

La sfida, dunque, è appena cominciata. E il messaggio politico è piuttosto chiaro: la vecchia Lega Nord non si considera ancora definitivamente archiviata.

Tragedia ad Apice, uccide i due fratelli e poi si toglie la vita: tre morti nel ristorante di famiglia

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Una tragedia consumata in pochi istanti ha sconvolto Apice, nel Beneventano. Tre fratelli, Gianni, Franco e Donato Licciardi, sono morti in un drammatico episodio di omicidio-suicidio avvenuto nella tarda mattinata di martedì 1° settembre, all’interno e nelle immediate pertinenze della struttura ricettiva e del ristorante di famiglia, l’Hotel Licciardi.

Secondo quanto emerso nelle prime ore dell’indagine, uno dei tre uomini avrebbe esploso alcuni colpi di arma da fuoco contro gli altri due fratelli, per poi rivolgere l’arma contro di sé. Una ricostruzione ancora preliminare, sulla quale sono al lavoro i carabinieri, chiamati a chiarire ogni passaggio della vicenda e, soprattutto, quale sia stata l’esatta sequenza dei fatti.

I corpi dei tre fratelli sono stati rinvenuti nella struttura: due all’esterno e uno all’interno dell’edificio. La tragedia si sarebbe consumata poco prima dell’apertura del ristorante per il servizio del pranzo, quando la giornata di lavoro stava per iniziare come tante altre.

A dare l’allarme e a intervenire sul posto sono stati i soccorsi del 118 e i carabinieri. L’area è stata immediatamente messa in sicurezza per consentire agli investigatori di effettuare gli accertamenti necessari e raccogliere gli elementi utili a ricostruire la dinamica.

Le vittime avevano 56, 61 e 65 anni ed erano impegnate nella gestione dell’attività di famiglia. Un luogo conosciuto dalla comunità locale che, nel giro di pochi minuti, si è trasformato nello scenario di una tragedia ancora avvolta da numerosi interrogativi.

La lite e il movente ancora da accertare

Tra le ipotesi investigative c’è quella di una lite scoppiata tra i tre fratelli e successivamente degenerata, ma al momento non sono stati chiariti né l’origine del contrasto né i motivi che avrebbero potuto trasformare una discussione in una violenza così estrema.

I carabinieri, coordinati dalla Procura della Repubblica di Benevento, stanno raccogliendo testimonianze ed elementi utili a ricostruire con precisione quanto accaduto. Sul posto è intervenuto anche il pubblico ministero Carmine Pignatiello.

Resta inoltre da definire con certezza quale dei tre fratelli abbia impugnato l’arma e fatto fuoco contro gli altri due prima di togliersi la vita. Saranno gli accertamenti investigativi e medico-legali a fornire ulteriori elementi sulla dinamica.

Lo shock di Apice

La notizia ha rapidamente attraversato il paese, lasciando una comunità sotto choc. A farsi interprete del dolore collettivo è stato il sindaco di Apice, Angelo Pepe, che ha espresso il cordoglio dell’amministrazione e dell’intera cittadinanza.

«La nostra comunità è sotto shock – ha dichiarato il primo cittadino –. Una immane tragedia che ha sconvolto e spezzato il cuore della nostra comunità».

Il sindaco ha quindi rivolto un pensiero alle famiglie dei tre uomini, colpite da una perdita tanto drammatica quanto inattesa: «In questo momento di sconforto e profondo smarrimento, desidero esprimere, a nome mio personale, dell’amministrazione comunale e della cittadinanza intera, il più sincero e accorato cordoglio alle famiglie colpite da una tragedia inaccettabile».

Un dolore davanti al quale, ha sottolineato ancora Pepe, «ogni parola appare debole e insufficiente». Da qui l’appello a stringersi attorno ai familiari: «Non resta che unirci nel dolore, nel rispetto e in un silenzio carico di partecipazione, garantendo alle famiglie che non saranno lasciate sole».

Ora sarà il lavoro degli investigatori a fare luce sugli ultimi momenti di vita dei tre fratelli e sulle ragioni che potrebbero aver innescato la tragedia. In una comunità profondamente scossa, resta intanto il dolore per tre vite spezzate e per una famiglia travolta, nel cuore di una normale giornata di lavoro, da un dramma senza ritorno.

Campi Flegrei, a un mese dal terremoto: a Pozzuoli ancora oltre 4mila sfollati

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A un mese dal devastante terremoto che il 31 luglio ha colpito i Campi Flegrei, l’emergenza a Pozzuoli è tutt’altro che archiviata. Dietro i numeri dell’ultimo aggiornamento diffuso in prefettura a Napoli c’è una città che continua a fare i conti con abitazioni inagibili, famiglie lontane da casa e controlli ancora in corso sugli edifici colpiti dalla scossa.

Sono 4.060 le persone sfollate, appartenenti a 1.744 nuclei familiari, costrette a lasciare le proprie abitazioni per il timore di nuovi crolli o perché gli immobili sono stati dichiarati temporaneamente inaccessibili. Un dato che fotografa con immediatezza la dimensione di un’emergenza che, a distanza di settimane, continua a incidere pesantemente sulla quotidianità di migliaia di residenti.

Un primo, seppur parziale, segnale di ritorno alla normalità arriva dalla revoca di alcune ordinanze di sgombero: 157 persone hanno già potuto rientrare nelle proprie abitazioni, dopo che le verifiche hanno consentito di ripristinare le condizioni necessarie per il ritorno.

L’assistenza alle famiglie

Tra gli sfollati, 3.314 persone hanno richiesto il contributo per l’autonoma sistemazione (Cas), la misura destinata a sostenere economicamente chi non può rientrare nella propria casa e deve provvedere autonomamente alla sistemazione alternativa.

Per altri cittadini la soluzione, almeno per il momento, è diversa: 121 persone sono ospitate in albergo, mentre 50 trovano alloggio al Palatrincone, il palazzetto dello sport di Pozzuoli. Restano poi 575 le persone che non hanno richiesto alcuna forma di assistenza.

Sul fronte del sostegno economico, il Comune di Pozzuoli sta procedendo con l’erogazione del Cas. Delle 1.347 richieste presentate, 1.011 sono già state stanziate, segnando un ulteriore passo nella gestione amministrativa dell’emergenza.

La mappa dei danni

Parallelamente all’assistenza alla popolazione, continua il lavoro di ricognizione e messa in sicurezza degli edifici danneggiati. I vigili del fuoco sono impegnati con 15 squadre nelle attività di controllo e intervento.

Finora sono state eseguite 830 verifiche statiche, indispensabili per stabilire l’agibilità degli immobili e consentire, laddove possibile, il ritorno dei residenti. A queste si aggiungono 288 interventi per il recupero delle masserizie, operazioni fondamentali per permettere alle persone costrette a lasciare le proprie abitazioni di recuperare beni personali e oggetti di prima necessità.

A un mese dal sisma, dunque, Pozzuoli si trova ancora in una fase delicata: l’emergenza più immediata è stata in parte governata, ma la strada verso il pieno ritorno alla normalità resta lunga. Dietro ogni ordinanza revocata, ogni verifica completata e ogni contributo stanziato rimane la necessità di restituire a migliaia di persone non soltanto una casa, ma soprattutto la certezza di poter tornare a viverla in sicurezza.

Monza si prepara al GP da record: Antonelli leader e Ferrari pronta alla sfida

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L’attesa è ormai alle stelle per il Formula 1 Pirelli Gran Premio d’Italia 2026, presentato ufficialmente nella storica sede di Automobile Club Milano in corso Venezia. L’appuntamento sul leggendario circuito brianzolo, in programma dal 3 al 6 settembre, si annuncia memorabile. La gara arriva infatti nel momento più caldo e avvincente della stagione sportiva, con il giovane talento italiano Kimi Antonelli al comando del Mondiale e una Ferrari estremamente competitiva, pronta a dare battaglia davanti alla marea di tifosi di casa.

A fare gli onori di casa nella sede dell’istituzione che nel 1922 volle e fece costruire l’Autodromo Nazionale Monza, sono stati il Presidente dell’ACI Geronimo La Russa, il Presidente di AC Milano Pietro Meda e il Presidente dell’Autodromo Giuseppe Redaelli.

La conferenza stampa ha visto una massiccia partecipazione delle massime autorità. Sono intervenuti il Presidente della Regione Lombardia Attilio Fontana, il sindaco di Monza Paolo Pilotto, l’assessora allo Sport del Comune di Milano Martina Riva e il Presidente esecutivo di Pirelli Marco Tronchetti Provera. In collegamento istituzionale ha partecipato il Vice-Presidente del Consiglio e Ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti Matteo Salvini, mentre il CEO di Formula 1 Stefano Domenicali ha voluto far sentire la sua vicinanza attraverso un videomessaggio.

Il presidente di ACI, Geronimo La Russa, ha espresso grande entusiasmo per questa felice combinazione sportiva e i progetti a lungo termine del circuito: “È con un orgoglio tutto italiano che viviamo il momento che rappresenta la storia e la passione del nostro Paese per l’automobilismo. Lo facciamo con uno straordinario Andrea Kimi Antonelli al comando del Mondiale e una Ferrari competitiva. Arriviamo a questo appuntamento dopo i record del 2025 con 369.041 presenze e puntiamo a fare ancora di più. Per il 2027 abbiamo approvato interventi importanti e firmato la concessione dell’Autodromo ad ACI fino al 2044, a garanzia della sua continuità e del suo ruolo internazionale”.

Anche Stefano Domenicali, Amministratore Delegato di F1, ha voluto sottolineare l’atmosfera unica che attende il paddock in Brianza e la risposta eccezionale del pubblico: “Monza sa trasmettere qualcosa di particolare: c’è la storia ma anche una passione che cresce costantemente, coinvolgendo sempre più giovani. Ci tengo a complimentarmi per l’ennesimo sold out. Questa edizione arriva in un momento speciale con Andrea Kimi Antonelli in testa al Mondiale e una Ferrari competitiva. Ci sono tutti gli ingredienti per un fine settimana entusiasmante”.

L’evento non è solo velocità, ma anche memoria e solidarietà. Durante la cerimonia è stato consegnato al figlio Luigi un quadro celebrativo in memoria di Lodovico Scarfiotti, il pilota marchigiano che proprio 60 anni fa fu l’ultimo italiano a trionfare nel GP di casa al volante di una Ferrari.

Ad arricchire la presentazione presso la sede dell’Automobile Club di Milano sono state esposte due attrazioni uniche: la storica Ferrari F399 protagonista del Mondiale di Formula 1 del 1999 e, accanto ad essa, una straordinaria monoposto in scala 1:1 realizzata interamente in cartapesta dai ragazzi autistici dell’Associazione Facciavista ETS, simbolo perfetto di come lo sport possa unire, includere ed emozionare a ogni livello.

Infine, il fine settimana di Monza vedrà l’attivazione di importanti progetti solidali sul campo, come i programmi di recupero contro lo spreco alimentare Food Donation e la presenza attiva nel paddock delle Onlus PizzAut e L’Impronta, volte a promuovere l’inclusione lavorativa e sociale delle persone con disabilità.