27 Ottobre 2026, martedì
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Il giallo di Rebibbia: Lavitola, l’aggressione che il carcere nega

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C’è una zona d’ombra attorno alla presunta aggressione subita da Valter Lavitola nel carcere romano di Rebibbia. Una vicenda che, nel giro di poche ore, è passata dalla segnalazione di un pestaggio alla smentita dell’amministrazione penitenziaria. E che ora pone una domanda essenziale: quell’aggressione c’è stata davvero?

La prima ricostruzione era arrivata dai legali dell’imprenditore, Sergio e Arturo Cola. Secondo quanto riferito, Lavitola sarebbe stato aggredito all’interno dell’istituto penitenziario. Una notizia poi rilanciata dal Messaggero, che, citando fonti della polizia penitenziaria, aveva parlato di un episodio avvenuto nel pomeriggio di martedì 1° settembre: alcuni schiaffi, l’immediato intervento sanitario e nessuna conseguenza fisica di particolare gravità.

Ma a cambiare radicalmente il quadro è stata la posizione attribuita a fonti del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria. La smentita è categorica: non risultano relazioni di servizio relative a un’aggressione e, dunque, «non c’è stata alcuna aggressione».

La richiesta dei difensori: verificare gli atti

Di fronte a ricostruzioni così divergenti, gli avvocati di Lavitola hanno scelto di non alimentare la polemica, ma di chiedere un accertamento formale.

Dopo aver parlato con il loro assistito, i legali riferiscono infatti che Lavitola «sta bene» e che non presenta segni riconducibili a percosse. Da qui la decisione di rivolgersi alla Procura della Repubblica per ottenere informazioni sull’eventuale esistenza di una nota redatta dalla polizia penitenziaria di Rebibbia e, soprattutto, sul suo contenuto.

Il passaggio è tutt’altro che secondario. Se una relazione di servizio esistesse, potrebbe infatti consentire di ricostruire con precisione tempi, modalità e protagonisti dell’episodio. Se invece non vi fosse alcuna traccia formale dell’accaduto, la stessa esistenza dell’aggressione finirebbe inevitabilmente sotto esame.

Un detenuto in alta sicurezza

A rendere la vicenda ancora più delicata è il contesto nel quale si trova Lavitola. L’imprenditore è detenuto in un reparto di alta sicurezza di Rebibbia, struttura nella quale sono reclusi anche soggetti accusati o condannati per reati di criminalità organizzata.

È proprio questo elemento a preoccupare la difesa. I legali sostengono che la collocazione carceraria esponga il loro assistito a possibili rischi per l’incolumità personale e che, proprio per questo, ogni eventuale episodio di violenza debba essere verificato con particolare rigore.

La difesa, insomma, chiede che a parlare siano gli atti e i pubblici ufficiali presenti nell’istituto, non le ricostruzioni indirette.

Lo stesso carcere dei presunti attentatori di Ranucci

Il caso assume un peso ulteriore perché Rebibbia è anche il carcere nel quale si trovano i tre uomini indicati dagli investigatori come presunti esecutori dell’attentato contro il giornalista Sigfrido Ranucci: Pellegrino D’Avino, Antonio Passariello e Saverio Mutone.

I tre, arrestati il 30 giugno, sono ritenuti legati alla microcriminalità avellinese e, secondo l’impianto investigativo, sarebbero stati coinvolti nell’organizzazione dell’attentato. L’ordigno sarebbe stato collocato davanti all’abitazione di Ranucci dopo essere stato commissionato, secondo gli investigatori, da Clesio Gomez Tavares, indicato come braccio destro dell’ex editore.

Un intreccio investigativo che rende inevitabilmente sensibile anche ciò che accade dietro le mura del carcere. Secondo quanto riferito dal Messaggero, inoltre, dopo la perquisizione del faccendiere sarebbero emersi, attraverso intercettazioni effettuate in cella, propositi di vendetta attribuiti ai tre detenuti.

È in questo scenario che si inserisce la presunta aggressione a Lavitola. Ma proprio il contesto, per quanto delicato, non può sostituire le prove.

La vera questione è nei verbali

Per ora restano dunque due versioni difficilmente conciliabili: da una parte il racconto iniziale di un’aggressione con schiaffi e un successivo intervento sanitario; dall’altra la posizione del Dap, secondo cui non esisterebbero relazioni di servizio e quindi non si sarebbe verificato alcun pestaggio.

Lavitola, intanto, secondo i suoi avvocati, sta bene e non presenta segni di percosse.

La vicenda, più che una certezza, consegna quindi una domanda. La risposta non arriverà dalle indiscrezioni, ma dagli eventuali documenti prodotti all’interno del carcere: registri, relazioni, annotazioni di servizio e accertamenti sanitari. È lì che si potrà capire se a Rebibbia, il primo settembre, ci sia stato davvero un episodio di violenza oppure se l’allarme sia nato da una ricostruzione priva di riscontri.

In una storia già segnata da accuse gravissime, il confine tra fatto, ipotesi e indiscrezione diventa decisivo. E, almeno per ora, quel confine resta da chiarire.

Strage di Cutro, la Cassazione chiude il caso dello scafista: definitiva la condanna a 20 anni

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La sentenza ora è definitiva. La Corte di Cassazione ha confermato la condanna a 20 anni di reclusione per Abdessalem Mohamed, cittadino siriano ritenuto responsabile del naufragio del caicco Summer Love, naufragato davanti alla costa di Steccato di Cutro, nel Crotonese, il 26 febbraio 2023. Quel naufragio si trasformò in una delle più gravi tragedie dell’immigrazione degli ultimi anni: 94 persone morirono, tra loro anche bambini.

La Suprema Corte ha respinto il ricorso presentato dalla difesa, rendendo irrevocabile la pena inflitta all’imputato. Confermata anche la multa di 3 milioni di euro, già stabilita dalla Corte d’Appello di Catanzaro con la sentenza del 19 marzo 2025.

Si chiude così, sul piano giudiziario, il percorso processuale che ha portato Mohamed alla condanna per il suo ruolo nella traversata finita nel disastro. La difesa, rappresentata dall’avvocata Vincenza Raganato, aveva chiesto l’annullamento della decisione, denunciando presunti vizi procedurali e carenze nella motivazione della sentenza d’appello.

Il punto centrale della strategia difensiva riguardava proprio il ruolo attribuito al siriano. Secondo i suoi legali, Mohamed non sarebbe stato tra gli organizzatori del viaggio e non avrebbe avuto la responsabilità di comandante dell’imbarcazione. Sarebbe stato, invece, un uomo incaricato di eseguire alcune riparazioni al motore del caicco in cambio di un compenso.

Una ricostruzione che la difesa aveva affiancato a un’altra contestazione: Mohamed, come già accertato nel procedimento relativo all’altro imputato Gun Ufuk, non si sarebbe trovato al timone nel momento in cui l’imbarcazione andò a schiantarsi contro la secca.

Nel ricorso in Cassazione era stata inoltre sollevata la questione dei soccorsi. I legali avevano chiesto l’acquisizione degli atti relativi al procedimento che riguarda i militari chiamati a rispondere del presunto ritardo nelle operazioni di intervento. Per la difesa, quel ritardo avrebbe potuto assumere rilievo nella ricostruzione causale della tragedia e configurarsi come una possibile concausa delle morti.

La Suprema Corte non ha però accolto nessuna delle eccezioni sollevate. Il ricorso è stato rigettato e con esso è caduta l’ultima possibilità di rimettere in discussione la condanna.

Il verdetto consegna dunque una responsabilità penale ormai definitiva per Mohamed, mentre resta sullo sfondo una vicenda che, oltre al processo contro gli scafisti, ha aperto interrogativi più ampi sulla gestione dell’emergenza, sulla catena dei soccorsi e sulle responsabilità che precedettero e accompagnarono il naufragio.

Quella notte, nel tratto di mare davanti a Cutro, il Summer Love si spezzò portando con sé decine di vite. A distanza di oltre tre anni, per Mohamed arriva il punto finale del procedimento giudiziario: 20 anni di carcere e 3 milioni di euro di multa sono ora una condanna definitiva.

Gas, ad agosto la bolletta torna a salire: +6,9% per i clienti vulnerabili

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Il gas torna a pesare sui bilanci delle famiglie. Ad agosto 2026 la spesa complessiva per la fornitura aumenta del 6,9% rispetto a luglio, sotto la spinta del deciso rialzo registrato dalle quotazioni all’ingrosso della materia prima.

A comunicarlo è Arera, l’Autorità di regolazione per energia, reti e ambiente, che ha aggiornato il valore della componente gas per i clienti ancora inseriti nel Servizio di tutela della vulnerabilità.

Il dato riguarda una platea di circa 2,3 milioni di clienti, per i quali il prezzo della sola materia prima, relativo ad agosto, sale a 64,15 euro per Megawattora (MWh).

L’incremento non è dunque un semplice ritocco marginale: in un solo mese la spesa complessiva cresce di quasi il 7%, riportando al centro dell’attenzione l’impatto delle oscillazioni dei mercati energetici sulle bollette domestiche.

Il meccanismo è diretto: quando aumentano le quotazioni all’ingrosso del gas, la variazione finisce per riflettersi sulla componente relativa alla materia prima e, di conseguenza, sul costo complessivo sostenuto dagli utenti. Per le famiglie più esposte, quindi, l’estate porta con sé una nuova pressione sulla spesa energetica.

Il rialzo di agosto arriva in un mercato che continua a risentire della volatilità delle quotazioni internazionali. Il prezzo del gas resta infatti una delle variabili più sensibili dell’intero sistema energetico: basta una variazione significativa sui mercati all’ingrosso perché gli effetti, con i necessari meccanismi di aggiornamento, arrivino fino alle utenze finali.

Per i clienti del Servizio di tutela della vulnerabilità, il nuovo prezzo della materia prima si traduce così in una bolletta più pesante rispetto al mese precedente. Il +6,9% di agosto fotografa soprattutto l’effetto del mercato all’ingrosso, ma restituisce anche una misura concreta di quanto il costo dell’energia continui a essere determinante per i bilanci familiari.

La cifra di 64,15 euro al MWh diventa quindi il nuovo riferimento per la materia prima gas nel mese di agosto. Un dato che, al di là della singola variazione mensile, conferma quanto il prezzo dell’energia rimanga una voce tutt’altro che stabile e quanto le famiglie siano ancora esposte alle oscillazioni del mercato.

Per i circa 2,3 milioni di clienti vulnerabili interessati dall’aggiornamento, il risultato è immediato: ad agosto il gas costa di più e la spesa complessiva sale del 6,9% in un mese.

Clima, l’onda del caldo oltre 1,5 gradi: l’ONU chiede di accorciare la “sforatura”

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Il muro degli 1,5 gradi potrebbe cadere nei prossimi anni. Non come una sentenza definitiva, ma come un passaggio ormai sempre più probabile lungo la traiettoria del cambiamento climatico. È l’avvertimento contenuto nel nuovo rapporto del Programma delle Nazioni Unite per l’Ambiente (Unep), secondo cui il riscaldamento globale è destinato a oltrepassare la soglia rispetto ai livelli preindustriali indicata come obiettivo più ambizioso dall’Accordo di Parigi.

Il dato più preoccupante è accompagnato, però, da una possibilità concreta: limitare nel tempo lo sforamento e tornare al di sotto degli 1,5 gradi nel più breve periodo possibile. Non è dunque soltanto un rapporto sui rischi che incombono sul pianeta, ma anche una sorta di mappa delle scelte ancora disponibili.

La strategia: superare, raggiungere il picco, tornare indietro

Il rapporto, intitolato Limiting Overshoot, individua nello scenario di “superamento, picco e successiva riduzione” la strada migliore tra quelle ancora percorribili per contenere sia l’entità sia la durata dell’aumento delle temperature.

Il principio è semplice da enunciare e molto più difficile da realizzare: evitare che il superamento della soglia si trasformi in una nuova condizione permanente. Per riuscirci, sottolinea l’Unep, servono riduzioni immediate, profonde e durature delle emissioni di gas serra, accompagnate da un deciso incremento della capacità di sottrarre anidride carbonica dall’atmosfera.

In questo quadro acquistano un ruolo anche il rimboschimento e le altre forme di stoccaggio del carbonio, strumenti che possono contribuire a ridurre la concentrazione di CO₂ nell’atmosfera. Ma nessuna tecnologia, da sola, può sostituire il taglio delle emissioni alla fonte: la priorità resta la decarbonizzazione dell’economia.

Non basta mitigare: bisogna anche adattarsi

Il rapporto mette inoltre in evidenza un secondo fronte, altrettanto decisivo: l’adattamento. Anche nello scenario più favorevole, una parte degli effetti del riscaldamento globale è ormai destinata a manifestarsi. Per questo ridurre le emissioni deve procedere insieme alla capacità di proteggere popolazioni, infrastrutture, territori ed economie dagli impatti climatici.

Ondate di calore più intense, incendi, precipitazioni estreme e alluvioni non rappresentano più soltanto una prospettiva lontana. Sono fenomeni che già incidono sulla vita quotidiana e sulle economie di molti Paesi.

È proprio a questa realtà che ha fatto riferimento il segretario generale delle Nazioni Unite António Guterres, trasformando l’allarme scientifico in un appello politico: gli eventi estremi osservati durante l’estate, ha sottolineato, sono un avvertimento di ciò che potrebbe attendere il mondo.

La conclusione è netta: se l’obiettivo degli 1,5 gradi dovrà essere temporaneamente superato, occorre fare tutto il possibile perché lo sforamento sia minimo e soprattutto breve.

La soglia di Parigi, insomma, non è ancora una porta chiusa. Ma ogni anno di ritardo rende più stretto il margine di manovra. E la vera sfida, da oggi, non è soltanto evitare il superamento: è impedire che l’eccezione climatica diventi la nuova normalità.

Senza territorio, il turismo non esiste

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Che valore ha un paesaggio? E cosa racchiude un paesaggio se non la cultura, le coltivazioni, la cura del territorio, i modelli aggregativi e sociali?

E’ possibile parlare (e scrivere!) di turismo se non si antepone il Territorio come elemento di valutazione strategica, di prospettiva olistica di sviluppo economico, sociale o produttivo?

Osservo troppo frequentemente interventi tesi a interpretare il “turismo” come economia a sé stante, indipendente dal territorio e dalle sue caratteristiche, sorta di agente patogeno che vive in simbiosi con il territorio sfruttandone le risorse fino all’estinzione dell’ospitante.

Il Territorio è, e coincide con, le forme aggregative, economiche e sociali che su quello insistono, e non è possibile separare il “turismo” dall’agricoltura, dalla manifattura, dall’artigianato, dalla pesca o dalla silvicoltura.

Davanti alle consistenti problematiche di svariate forme dell’economia, a partire dall’agricoltura pesantemente colpita dalle dinamiche climatiche e da quelle manifatturiere aggredite dalla crisi energetica, la prospettiva politica deve essere quella di individuare strategie di sviluppo che considerino nel suo insieme olistico il territorio e non i singoli spezzoni, le singole componenti, come categorie autonome e indipendenti.

Il cambiamento climatico  è in corso, è strutturale, è piano inclinato su cui le dinamiche scendono in accelerazione e non “si salvano” i territori trasformandoli da agricoli in turistici se l’agricoltura viene scardinata dalla carenza idrica, non si afferma l’economia turistica se il litorale è invaso da mucillagini e meduse urticanti, e gli effetti del cambiamento li rileviamo semplicemente osservando i tassi di crescita del turismo urbano e metropolitano rispetto ai cali (e i crolli) del turismo balneare, alle spiagge semideserte fotografate il 1 agosto scorso e rimbalzate nella rete.

Non basta parlare di “Governance” del fenomeno turistico se non disponiamo di una strategia complessiva per il Territorio in cui le diverse forme dell’economia tendano a sostenere e supportare gli elementi caratterizzanti il “paesaggio” e, di conseguenza, l’attrattività turistica e territoriale.

O si inizia a ragionare in termini di “Visione olistica” o le prospettive di mantenimento e rilancio delle forme dell’economia si riducono rapidamente.

Vision & Prospettiva

Si potrebbe iniziare dalle parole che ripetutamente, prima con Papa Francesco e ora con Papa Leone, giungono dal Vaticano: i modelli di consumo proposti dal moderno capitalismo sono distruttivi tanto per l’Individuo quanto per l’Ambiente.

L’Individuo è trasformato sia in Consumatore che in Prodotto di Consumo, esposto e reso disponibile nel mercato delle relazioni sulle piattaforme online, mentre l’Ambiente è distrutto dalle dinamiche dello sfruttamento ossessivo e compulsivo necessario a fare fronte all’iper produzione industriale, a sua volta generatrice dell’iper consumo caro al capitale.

Mentre le prospettive sociali, e culturali, appaiono disarmanti quelle ambientali inducono alla disperazione, non essendo semplicemente possibile reintegrare le risorse sottratte e non essendo (altrettanto) possibile un consumo infinito delle risorse.

Nella Vision territoriale, allora, questi elementi non possono non essere tenuti in considerazione: quale Ambiente vogliamo proporre e gestire e quale forma di Società  di Umanità desideriamo ospitare?

Come intervengno i cambiamenti climatici e quali modelli possiamo e dobbiamo affermare per adeguare il territorio al cambiamento e, con l’adeguamento, rendere possibile l’insediamento umano e la valorizzazione dell’azione umana?

Quai modelli relazionali desideriamo si perpetuino all’interno del territorio? Di complementarietà e collaborazione o di sfruttamento e contrapposizione? E sulla base di quali prospettive e modelli economici sarà possibile determinare la forma dell’agire sociale?

Ecco allora che la questione del “Territorio” supera l’aspetto geografico e morfologico per divenire principalmente dimensione etica e morale sulla quale affermare una progettualità sistemica che attraverso la concezione del territorio divenga struttura politica, organizzativa, economica e sociale.

Se qualcuno nel passato affermava che “senza lotta di classe l’ambientalismo è solo giardinaggio”, a maggior ragione oggi è necessario sostenere che “senza cambiamento di paradigma il territorio e destinato a scomparire”, e forse varrebbe la pena soffermarsi e incontrarsi per affrontare l’argomento quando abbiamo ancora un argomento su cui ragionare.

La valigia di Serena, quando l’arte trova il suo minuto in televisione

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Un minuto. Sessanta secondi appena per attirare l’attenzione, raccontare un’idea e arrivare a una trasformazione. In televisione è un tempo brevissimo, quasi una sfida. Ma proprio nella rapidità può nascere una forma di racconto capace di imprimersi nella memoria.

È la scommessa de “La Valigia di Serena”, la rubrica firmata da Serena Pizzo e approdata su Rai 1 all’interno di UnoMattina Estate. Un piccolo spazio televisivo che, nel corso degli appuntamenti estivi, ha raccolto un interesse crescente, portando sul piccolo schermo un linguaggio nel quale arte, moda, colore e recupero creativo si incontrano senza gerarchie.

Il punto non è soltanto mostrare un oggetto trasformato. È raccontare il processo che conduce da ciò che già esiste a ciò che ancora non esiste: un passaggio che costituisce, da sempre, uno dei nuclei della ricerca artistica di Serena Pizzo.

L’idea dentro la valigia

Il nome del format contiene già una promessa narrativa. La valigia è un contenitore, ma anche un simbolo: custodisce, trasporta, seleziona, conserva e, soprattutto, porta qualcosa da un luogo all’altro.

Nel progetto televisivo diventa così il punto di partenza di una narrazione costruita attorno alla possibilità di dare una nuova identità a capi, tessuti e oggetti attraverso la creatività.

È una formula semplice solo in apparenza. Dietro ogni trasformazione c’è infatti il percorso di un’artista che ha costruito negli anni una ricerca trasversale, muovendosi tra pittura contemporanea, moda dipinta a mano, design, performance e comunicazione.

La televisione rende quel percorso immediatamente leggibile. In circa un minuto, Serena Pizzo mostra un oggetto, ne individua le potenzialità e lo conduce verso una nuova forma. Il risultato è una piccola storia visiva, concentrata ma non priva di contenuto.

La rubrica ha una propria sigla e una precisa identità visiva ed è stata sviluppata, in questa prima fase, attraverso dieci appuntamenti. Una scelta che trasforma la brevità da possibile limite in cifra stilistica.

Non c’è tempo per perdersi. E proprio per questo ogni gesto, ogni colore e ogni passaggio devono essere essenziali.

Il valore della brevità

La sfida più interessante de La Valigia di Serena è forse proprio questa: dimostrare che anche un linguaggio artistico può trovare spazio nella televisione generalista senza rinunciare alla propria identità.

In un panorama dominato da immagini rapide e contenuti sempre più sintetici, il minuto televisivo diventa una sorta di laboratorio. La trasformazione dell’oggetto non viene raccontata attraverso lunghe spiegazioni, ma affidata alla forza dell’immagine e alla personalità di chi la realizza.

È un meccanismo che dialoga naturalmente con il mondo digitale, ma che conserva una specificità televisiva: il rapporto diretto con un pubblico ampio, eterogeneo e non necessariamente abituato a frequentare i luoghi tradizionali dell’arte contemporanea.

Ed è proprio qui che il progetto acquista interesse. Portare l’arte fuori dalla dimensione esclusiva della galleria o dello studio significa anche metterla alla prova davanti a un pubblico diverso, sottoponendola alle regole della comunicazione di massa.

Dallo schermo alla relazione con il pubblico

Il riscontro ottenuto dalla rubrica rappresenta uno degli elementi più significativi di questa prima esperienza televisiva.

L’attenzione suscitata dagli appuntamenti ha contribuito ad accrescere la riconoscibilità di Serena Pizzo anche oltre l’ambito strettamente artistico, mentre la dimensione social ha accompagnato e amplificato la presenza televisiva.

È un circuito ormai tipico della comunicazione contemporanea: la televisione genera l’immagine, i social la rilanciano, il pubblico la commenta e la ricondivide, trasformando un minuto di programmazione in una relazione che può proseguire ben oltre la trasmissione.

In questo senso, La Valigia di Serena sembra aver trovato una propria collocazione proprio nell’intersezione tra due mondi apparentemente lontani: la televisione generalista e la comunicazione digitale.

Il risultato più interessante non è però soltanto la maggiore visibilità del progetto. È la possibilità di rendere immediatamente riconoscibile una poetica artistica.

“L’arte veste la moda”

Il passaggio su Rai 1 si inserisce in un percorso che Serena Pizzo ha costruito nel tempo attorno a un’idea precisa: l’arte non deve necessariamente restare confinata alla parete di una galleria o di uno spazio espositivo.

Il suo motto, “L’arte veste la moda”, sintetizza una concezione nella quale l’opera può diventare abito, superficie, oggetto e gesto. Può essere indossata e attraversata, trasformandosi in esperienza oltre che in immagine.

È una filosofia che La Valigia di Serena trasferisce naturalmente sullo schermo.

L’artista non si limita a realizzare una trasformazione: la racconta. E, nel farlo, assume anche il ruolo di interprete e narratrice del proprio universo creativo.

È forse questo il vero salto compiuto con l’esperienza televisiva. Serena Pizzo non entra soltanto nel linguaggio della televisione; porta la televisione dentro il proprio linguaggio artistico.

Un minuto che racconta un’identità

La televisione generalista ha spesso bisogno di volti immediatamente riconoscibili. L’arte, al contrario, richiede tempo, osservazione e sedimentazione.

La Valigia di Serena prova a mettere in comunicazione queste due esigenze.

Il format non pretende di esaurire in sessanta secondi la complessità di un percorso artistico. Fa qualcosa di diverso: ne offre una chiave d’accesso.

Un oggetto diventa il pretesto per parlare di creatività. Una trasformazione diventa racconto. Un minuto diventa una firma.

E in un’epoca nella quale l’attenzione è forse la risorsa più difficile da conquistare, riuscire a trasformare la brevità in identità rappresenta già, per un progetto creativo, un risultato tutt’altro che secondario.

La valigia, intanto, continua il suo viaggio: dalla dimensione privata dell’atelier a quella pubblica della televisione, dalla materia alla sua reinvenzione, fino allo sguardo dello spettatore.

Perché, alla fine, il vero contenuto di quella valigia non è soltanto ciò che contiene.

È la possibilità di vedere diversamente ciò che già abbiamo davanti agli occhi.

Morte nella baita, due indagati per il monossido: sequestrato il boiler

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È una morte sulla quale ora dovrà fare luce un’inchiesta della Procura di Verbania. Sono due le persone iscritte nel registro degli indagati per la tragedia avvenuta nella notte tra sabato e domenica in una baita isolata dell’Alpe Buscagna, in Valle Devero, dove il 35enne volontario Pietro Maria Fiori ha perso la vita, con ogni probabilità dopo essere stato esposto a una concentrazione letale di monossido di carbonio.

Le ipotesi di reato formulate dagli inquirenti sono, al momento, omicidio colposo e lesioni colpose. Nel mirino della magistratura sono finiti il titolare dell’azienda agricola, Francesco Biondo, che si trovava nella baita al momento dell’incidente, e la persona che avrebbe installato il boiler scaldabagno dal quale, secondo la prima ricostruzione investigativa, potrebbero essere fuoriuscite le esalazioni.

Un’iscrizione nel registro degli indagati che, in questa fase, rappresenta uno strumento necessario per consentire agli interessati di partecipare agli accertamenti e difendersi, mentre la dinamica e le eventuali responsabilità devono ancora essere definite.

Il boiler sotto sequestro

Gli investigatori hanno concentrato l’attenzione soprattutto sull’impianto di produzione dell’acqua calda. La polizia giudiziaria ha posto sotto sequestro parte della baita e lo scaldabagno, insieme ad alcune bombole e a una stufa a legna. Saranno gli accertamenti tecnici a stabilire se e come uno di questi dispositivi possa avere provocato l’accumulo di monossido di carbonio all’interno della struttura.

Il monossido, inodore e invisibile, può trasformarsi in pochi minuti in una minaccia mortale in ambienti chiusi e scarsamente ventilati. Proprio per questo gli investigatori dovranno ricostruire con precisione le condizioni della baita, il funzionamento degli apparecchi e il sistema di evacuazione dei fumi.

L’indagine è affidata al Soccorso alpino della Guardia di finanza di Domodossola, impegnato nella ricostruzione di ogni fase dell’incidente.

L’allarme nella notte

Nella baita si trovavano sei margari quando è scattato l’allarme, intorno alla mezzanotte e mezza. A chiedere aiuto sarebbe stato uno degli stessi presenti, già in stato confusionale per gli effetti dell’intossicazione. Una richiesta arrivata con difficoltà, in uno scenario reso ancora più complesso dall’isolamento della struttura in quota.

Quando i soccorritori sono riusciti a raggiungere la baita, per Pietro Maria Fiori non c’era più nulla da fare. Gli altri cinque occupanti sono stati soccorsi e trasportati per le cure necessarie.

Tra loro c’era anche il titolare dell’azienda agricola, Francesco Biondo, oggi indagato nell’ambito dell’inchiesta. Particolarmente gravi sono apparse fin dall’inizio le condizioni di un 19enne, trasferito all’ospedale Niguarda di Milano, dove è stato ricoverato in condizioni critiche.

L’autopsia per chiarire la causa della morte

Un passaggio decisivo per l’inchiesta sarà ora l’autopsia sul corpo di Fiori, che dovrà contribuire a stabilire con certezza la causa del decesso e a definire il quadro medico dell’intossicazione.

Parallelamente, gli accertamenti tecnici dovranno rispondere alla domanda centrale dell’indagine: da quale apparecchio è partito il monossido e perché si è accumulato all’interno della baita?

Il sequestro del boiler, delle bombole e della stufa consentirà agli specialisti di esaminare gli impianti e verificare eventuali anomalie, modalità di installazione, condizioni di funzionamento e sistemi di ventilazione e scarico.

Solo al termine di questi accertamenti sarà possibile stabilire se dietro la tragedia vi siano state negligenze, imprudenze o violazioni delle norme di sicurezza.

Intanto, sull’Alpe Buscagna resta il peso di una notte trasformata in tragedia: sei persone in una baita, un gas che non si vede né si sente e un uomo di 35 anni che non è riuscito a salvarsi. Ora sarà la ricostruzione tecnica e giudiziaria a stabilire come sia stato possibile.

Il Sindacato dei Militari porta “Futuro Nazionale” in Procura: «La Costituzione è un confine invalicabile»

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A cura di Daniele Cappa

Il confronto politico può essere aspro, radicale, perfino provocatorio. Ma, quando entrano in gioco le Forze Armate, l’ordine costituzionale e i diritti fondamentali, il terreno cambia. È su questo crinale che si colloca l’iniziativa del Sindacato dei Militari, che ha depositato alla Procura della Repubblica di Roma un esposto-denuncia nei confronti dei vertici e delle attività riconducibili al progetto politico “Futuro Nazionale”.

L’iniziativa, sottoscritta dal segretario generale Luca Marco Comellini e autenticata dall’avvocato Massimiliano Strampelli, chiede alla magistratura di valutare una serie di contenuti programmatici e iniziative di comunicazione che, secondo il sindacato, potrebbero presentare profili di rilevanza penale e di incompatibilità con i principi dell’ordinamento costituzionale.

Al centro dell’esposto c’è soprattutto il documento programmatico denominato “B.I.P.” 2027-2037, insieme ai materiali diffusi attraverso il sito e i canali digitali collegati al progetto.

Forze Armate e ordine pubblico: il nodo della “zona rossa”

Uno dei punti contestati riguarda l’ipotesi di un impiego permanente delle Forze Armate con funzioni di polizia giudiziaria nelle aree urbane definite “zone rosse”. Per il Sindacato dei Militari, non si tratterebbe di una semplice scelta di politica della sicurezza, ma di una trasformazione sostanziale del ruolo attribuito allo strumento militare.

La questione investe infatti un principio delicato dell’ordinamento italiano: la distinzione tra funzione militare e gestione ordinaria dell’ordine pubblico, che non può essere considerata una variabile politica qualsiasi.

Analoga preoccupazione viene espressa per la previsione di moduli obbligatori di educazione militare nelle scuole pubbliche. Secondo il sindacato, l’ipotesi rischierebbe di trasferire logiche e modelli propri dell’organizzazione militare all’interno di uno spazio, quello scolastico, che dovrebbe invece rimanere ancorato ai principi dell’istruzione pubblica, del pluralismo e della formazione critica.

È proprio la combinazione tra sicurezza, scuola e militarizzazione della società a costituire, nell’impostazione dell’esposto, uno degli elementi più significativi da sottoporre all’attenzione della magistratura.

Il “Piano di Remigrazione” e il richiamo alla CEDU

Un secondo capitolo riguarda il cosiddetto “Piano di Remigrazione”, che il programma attribuirebbe al progetto politico.

Il Sindacato dei Militari contesta in particolare l’ipotesi di espulsioni collettive riguardanti anche cittadini stranieri regolarmente presenti sul territorio italiano. Una previsione che, secondo l’organizzazione, solleverebbe rilevanti interrogativi sotto il profilo costituzionale e internazionale.

Nell’esposto viene richiamato anche il Protocollo n. 4 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo, il cui articolo 4 vieta le espulsioni collettive di stranieri.

La contestazione, dunque, non riguarda soltanto la legittimità di una singola proposta politica, ma investe il rapporto tra sovranità nazionale, diritti individuali e vincoli derivanti dall’ordinamento europeo e internazionale.

Il riferimento al fascismo storico

È tuttavia il capitolo dedicato alle presunte affinità ideologiche con il fascismo storico a rendere particolarmente sensibile l’iniziativa giudiziaria.

Il Sindacato sostiene di aver individuato, nei contenuti esaminati, una serie di elementi che considera riconducibili a un modello politico caratterizzato dalla retorica della superiorità nazionale, da una concezione gerarchica della società, dalla centralità quasi sacrale della figura del capo e dalla delegittimazione delle istituzioni di garanzia e del pluralismo.

Secondo la prospettazione contenuta nell’esposto, tali elementi, considerati nel loro insieme, potrebbero assumere rilievo ai fini dell’applicazione della cosiddetta Legge Scelba, la normativa che disciplina il divieto di ricostituzione del disciolto partito fascista.

Si tratta, naturalmente, di valutazioni e ipotesi sottoposte alla magistratura. Sarà infatti l’autorità giudiziaria, nell’ambito delle proprie competenze, a stabilire se i fatti denunciati presentino effettivamente gli estremi di eventuali fattispecie penalmente rilevanti.

La richiesta di intervento sui canali digitali

L’esposto non si limita alla richiesta di accertamenti.

Attraverso il proprio legale, il Sindacato dei Militari ha chiesto alla Procura di valutare anche l’adozione di misure cautelari, compreso il sequestro preventivo dei canali digitali ritenuti funzionali alla diffusione dei contenuti contestati e l’oscuramento o l’inibizione dell’accesso al sito futuronazionale.it e agli altri strumenti di comunicazione online riconducibili al progetto.

L’obiettivo indicato nell’atto è quello di impedire, qualora ne ricorrano i presupposti di legge, la prosecuzione delle condotte ritenute illecite e la diffusione di materiale che il sindacato considera potenzialmente eversivo.

Comellini: «Le Forze Armate servono la Costituzione, non i partiti»

La scelta di rivolgersi alla magistratura viene rivendicata da Luca Marco Comellini come una decisione di responsabilità istituzionale, non come un tentativo di interferire nel confronto politico.

«Con questo esposto-denuncia — afferma il segretario generale — il Sindacato dei Militari compie un atto di responsabilità istituzionale e civile, doveroso nei confronti della Repubblica e delle donne e degli uomini in uniforme che ogni giorno ne incarnano i valori».

Il punto, nella sua lettura, è la difesa del carattere costituzionale delle Forze Armate.

«Non possiamo restare in silenzio di fronte a chi utilizza il grado militare e il prestigio delle Forze Armate per promuovere visioni politiche che subordinano lo Stato a ideologie di parte, che propugnano la militarizzazione della scuola e dell’ordine pubblico e che evocano modelli di organizzazione sociale incompatibili con la dignità e i diritti fondamentali dei cittadini».

Poi una frase destinata a sintetizzare l’intera iniziativa: «Le Forze Armate servono la Costituzione, non i partiti. Servono la Repubblica, non i suoi potenziali eversori».

Per Comellini, la sede scelta è significativa: «Abbiamo scelto di agire nelle sedi proprie di uno Stato di diritto: quelle giudiziarie. Non per silenziare il dibattito politico, che rimane libero e deve restare tale, ma per denunciare ciò che riteniamo possa travalicare i confini della legittimità democratica».

Nella denuncia vengono prospettate, tra le altre, ipotesi di reato che vanno dall’istigazione a delinquere alla propaganda dell’odio, dall’associazione sovversiva alla ricostituzione del disciolto partito fascista.

«Restiamo uniti. Restiamo costituzionali»

L’iniziativa del Sindacato dei Militari assume infine un significato che va oltre il singolo procedimento.

Comellini rivolge un appello alle forze politiche, alle istituzioni, alle associazioni, ai lavoratori, ai professionisti, agli studenti e, più in generale, alla società civile affinché il confronto sulle grandi questioni nazionali rimanga ancorato al perimetro della Costituzione.

«La Costituzione non è un documento del passato — sostiene — ma il patto vivo che ci tiene insieme come comunità nazionale. Non è negoziabile. Non ammette eccezioni “in nome del popolo” o “dell’interesse superiore della nazione”».

Un richiamo che tocca uno dei dilemmi più antichi delle democrazie: fino a dove può spingersi una forza politica nel contestare l’ordine esistente senza mettere in discussione le regole che consentono a quella stessa libertà politica di esistere?

È ora la Procura di Roma a dover valutare il contenuto dell’esposto e la fondatezza delle richieste avanzate. Il procedimento dovrà stabilire se le condotte denunciate abbiano o meno rilevanza penale. Ma, al di là dell’esito giudiziario, il caso riporta al centro del dibattito una questione che in una democrazia costituzionale rimane tutt’altro che astratta: il rapporto tra libertà politica, pluralismo, uso dello strumento militare e difesa delle istituzioni democratiche.

Il messaggio conclusivo del Sindacato dei Militari è netto: «La libertà non si difende con la rassegnazione o il silenzio, ma con il coraggio civile di chi sa riconoscere il pericolo e non si sottrae alla responsabilità di contrastarlo».

«Restiamo uniti. Restiamo costituzionali».

Garlasco, la lettera della madre di Alberto Stasi: «Ho sempre saputo che era innocente»

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Ci sono vicende che non finiscono con una sentenza. Restano nelle case, nelle relazioni, nei silenzi. Continuano a vivere nei pensieri di chi le ha attraversate, anche quando il calendario sembra averle consegnate al passato. Per la famiglia di Alberto Stasi, il delitto di Garlasco è una ferita che, a quasi vent’anni dai fatti, non si è mai rimarginata.

A raccontarlo è Elisabetta Ligabò, madre di Alberto Stasi, in una lunga e accorata lettera inviata in esclusiva a “Verità Nascoste”, il programma condotto da Milo Infante e trasmesso in prima serata su Retequattro. Una testimonianza personale nella quale la donna ripercorre gli anni più difficili della sua vita, segnati dall’inchiesta e dal processo per l’omicidio di Chiara Poggi, uccisa a Garlasco il 13 agosto 2007.

Il punto di partenza della sua lettera è il tempo. Un tempo che, secondo Ligabò, non è riuscito a cancellare nulla: «Ci sono cose che il tempo non riesce a portare via». Gli anni sono trascorsi, la vita quotidiana ha continuato a scorrere, ma quella vicenda è rimasta una presenza costante. «Entrano nei tuoi pensieri e ti accompagnano ogni giorno», scrive, spiegando come per la sua famiglia sia stato impossibile tornare davvero alla normalità.

Lavoro, casa, impegni quotidiani: tutto è andato avanti, almeno in apparenza. Ma dietro quella normalità è rimasto il peso di una storia che ha cambiato per sempre la loro esistenza. «È una cosa che non ti abbandona mai del tutto», racconta.

Poi c’è la solitudine. Forse uno degli aspetti più dolorosi della sua testimonianza. «Per anni mi sono sentita molto sola», confessa Ligabò. Una solitudine alimentata anche dalla difficoltà di sentirsi compresa e dal peso inevitabile degli sguardi altrui.

Perché quando un nome entra in un’inchiesta per omicidio, osserva la madre di Stasi, anche i rapporti con il mondo esterno possono cambiare. Arrivano i giudizi, le parole pronunciate e quelle trattenute, le domande alle quali spesso sembra impossibile rispondere. «Impari a convivere con gli sguardi, con i giudizi, con le parole dette e con quelle non dette», scrive.

E c’è un silenzio che, a volte, diventa persino più difficile da sopportare delle parole. «Perché poi alla fine se tuo figlio viene processato per omicidio un motivo ci sarà e anche spiegare che non è così sembra inutile».

È in questo passaggio che Ligabò affronta direttamente la questione che ha attraversato tutti questi anni: la sua convinzione sull’innocenza del figlio.

«Io ho sempre saputo che Alberto era innocente», afferma senza esitazioni. E aggiunge una frase che racchiude il senso della sua posizione: «Se avessi avuto un solo dubbio, sarei stata la prima a portarlo ad assumersi le sue responsabilità».

Una certezza che, racconta, non sarebbe mai stata compresa fino in fondo dall’opinione pubblica. «Ma alla gente questo non è mai importato», sostiene la donna, spiegando così anche la scelta di proteggersi attraverso il silenzio: «È per questo che ho sempre pensato che fosse meglio il silenzio».

Nella sua lettera, però, la vicenda giudiziaria si intreccia con un’altra tragedia, questa volta privata e familiare. La morte del marito rappresenta per Ligabò un ulteriore punto di rottura. «Ho perso mio marito, il mio punto di riferimento», ricorda. E subito dopo arriva un altro colpo: Alberto entra in carcere.

È il momento in cui, nelle sue parole, il dolore diventa quasi fisicamente insostenibile: «È come vedere la tua vita andare in frantumi. La mia famiglia non c’era più».

Nonostante tutto, il rapporto con il figlio resta il centro della sua testimonianza. Ligabò parla dell’amore per Alberto, dell’orgoglio per l’uomo che è diventato e della speranza che possa avere davanti a sé un futuro diverso. Non c’è soltanto la madre che difende il figlio: c’è una donna che racconta gli anni trascorsi aspettando che una vicenda giudiziaria trovi, per lei, una verità capace di restituire almeno una parte della serenità perduta.

Nel ricordare il dramma di quegli anni, Ligabò non dimentica però neppure Chiara Poggi. È un passaggio particolarmente delicato della lettera, nel quale la donna riconosce che il tempo non può cancellare una tragedia né le persone che ne sono state protagoniste.

«Quello che è accaduto resta una tragedia», scrive, e il pensiero, sottolinea, «non può che andare anche a questo».

Alla fine rimane un desiderio semplice, quasi disarmante nella sua normalità: la pace. Dopo anni di processi, dolore, attese e solitudine, Ligabò dice di voler soltanto tornare a vivere con «un po’ di pace nel cuore».

«Dopo tanti anni di sofferenza, di attese e di solitudine, credo che sia il desiderio più semplice e più umano che una persona possa avere».

È da qui che si chiude la sua lettera: non con una nuova ricostruzione dei fatti, né con una polemica, ma con il racconto intimo di una madre che dice di aver attraversato quasi vent’anni di dolore senza mai smettere di credere nell’innocenza del figlio. E con una convinzione affidata alle ultime righe: «La verità trova sempre la sua strada, anche quando sembra impossibile».

Scossa nella notte tra Toscana ed Emilia: terremoto di magnitudo 3.2

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Una scossa breve, nel cuore della notte, ha riportato l’attenzione sulla sismicità dell’Appennino tosco-emiliano. Il terremoto, di magnitudo 3.2, è stato registrato alle 2.40 nel nord della Toscana, in prossimità del confine con l’Emilia.

Secondo i dati rilevati dall’Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia (Ingv), il sisma ha avuto un ipocentro a circa 9 chilometri di profondità. L’epicentro è stato individuato a 7 chilometri da Coreglia Antelminelli, in provincia di Lucca, e a circa 10 chilometri da Fiumalbo, nel Modenese.

Una localizzazione che colloca la scossa in una delle aree appenniniche caratterizzate da una significativa attività sismica, dove i terremoti di bassa magnitudo non sono infrequenti. In questo caso, tuttavia, l’energia sprigionata è stata contenuta e non risultano danni a persone o cose.

La scossa, avvenuta nelle ore più tranquille della notte, può essere stata percepita distintamente nelle località più vicine all’epicentro, soprattutto per la relativa superficialità del fenomeno. La magnitudo, però, resta su livelli tali da non aver prodotto conseguenze sul territorio secondo le prime informazioni disponibili.

Il terremoto si inserisce dunque nel normale quadro di attività sismica dell’Appennino, una fascia geologicamente complessa che attraversa il Paese e nella quale la rete di monitoraggio dell’Ingv registra e analizza costantemente ogni movimento del sottosuolo.

Al momento, il dato più importante resta quello dell’assenza di conseguenze: nessun ferito, nessun danno segnalato. Le autorità e gli organismi di monitoraggio continuano comunque a seguire l’evoluzione della situazione e l’eventuale presenza di ulteriori scosse.