27 Ottobre 2026, martedì
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Ceuta, è allarme violenze sessuali sui migranti: «Quasi una al giorno»

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A Ceuta la pressione migratoria non si misura soltanto in numeri e posti disponibili nei centri di accoglienza. La crisi sta producendo anche un’emergenza sul fronte della sicurezza e della tutela delle persone più vulnerabili. Dall’inizio dell’attuale crisi migratoria, nell’exclave spagnola affacciata sul Nord Africa sono stati denunciati 23 episodi di violenza sessuale ai danni di migranti, nove dei quali hanno coinvolto minori di età compresa tra i 14 e i 17 anni.

I dati, forniti dalla Procura generale e aggiornati a lunedì 31 agosto, delineano un quadro particolarmente delicato: in cinque casi le denunce riguardano episodi di stupro. A questo si aggiunge un caso di violenza sessuale di gruppo.

Parallelamente, le autorità spagnole hanno disposto l’espulsione da Ceuta di tre persone ritenute collegate al radicalismo di matrice jihadista, aggiungendo un ulteriore elemento di tensione in una città già sottoposta a una pressione straordinaria.

«Quasi una violenza sessuale al giorno»

A lanciare l’allarme è Silvia Rojas, procuratrice capo di Ceuta, che in un’intervista a El País ha descritto una situazione ormai prossima al punto di rottura. «La situazione è preoccupante», ha spiegato, sottolineando come si registri quasi una violenza sessuale al giorno.

Gli investigatori hanno finora identificato otto presunti autori degli episodi denunciati: quattro cittadini marocchini, tre spagnoli e un cittadino belga. Le vittime sono quasi esclusivamente donne; l’unica eccezione riguarda un uomo appartenente alla comunità LGBTQ+.

Dietro le statistiche, dunque, emerge una realtà fatta di particolare vulnerabilità. Le persone migranti, soprattutto quando minorenni e prive di una rete familiare, si trovano esposte a rischi molteplici, mentre le strutture locali faticano a garantire una risposta adeguata a una situazione che continua a evolversi rapidamente.

Per Rojas, il problema non può essere affrontato soltanto sul piano giudiziario. Ceuta è vicina al collasso, sostiene la procuratrice, e l’unico modo per ridurre la pressione sulle istituzioni locali, compresa la macchina della giustizia, è procedere al trasferimento dei minori verso la Spagna continentale.

L’emergenza dei minori non accompagnati

È proprio la gestione dei minori uno dei nodi più complessi della crisi. A circa un mese dall’ingresso in massa di migranti attraverso la frontiera dell’exclave spagnola in Nord Africa, circa 300 minori non accompagnati risultano ancora fuori dal sistema di protezione di Ceuta.

Un dato che fotografa le difficoltà di un territorio con risorse e capacità di accoglienza inevitabilmente limitate rispetto alla dimensione dell’emergenza.

Secondo fonti locali, il governo di Ceuta starebbe cercando di accelerare l’apertura di nuovi spazi per fronteggiare la situazione. Tra le ipotesi c’è l’utilizzo di un capannone recentemente adattato a centro temporaneo di accoglienza, una soluzione d’emergenza che testimonia la necessità di reperire rapidamente nuovi posti.

La questione, però, va oltre la semplice disponibilità di strutture. La presenza di centinaia di minori non accompagnati impone infatti una risposta che tenga insieme accoglienza, protezione, assistenza sociale e sicurezza, in un contesto nel quale anche il sistema giudiziario dichiara di essere sotto pressione.

Ceuta si trova così al centro di una crisi dai molteplici livelli: la gestione dei flussi migratori, la tutela dei minori, l’emergenza delle violenze sessuali e le esigenze di sicurezza si intrecciano in uno spazio geografico ristretto, dove ogni nuova ondata migratoria rischia di amplificare criticità già esistenti.

E mentre le autorità cercano soluzioni immediate, il dato sulle violenze sessuali introduce nella crisi un ulteriore e drammatico fronte: quello della protezione delle persone migranti dalla violenza proprio nel momento in cui sono più esposte e vulnerabili.

Due abusi in 40 minuti, poi la scarcerazione: bufera sulla decisione del gip di Torino

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È una vicenda che concentra in poche ore la violenza ai danni di una minorenne, un secondo episodio ancora da chiarire e una decisione giudiziaria destinata a suscitare interrogativi e polemiche.

A Torino, nel quartiere Madonna di Campagna, un commerciante bengalese di 42 anni è indagato per violenza sessuale nei confronti di una ragazzina di 13 anni. L’episodio sarebbe avvenuto all’interno di un minimarket, mentre nel negozio non c’era il titolare. La giovane era entrata per acquistare qualcosa da mangiare per i fratelli.

Secondo la ricostruzione investigativa, l’uomo si sarebbe avvicinato alla ragazza offrendole una bibita e iniziando a rivolgerle domande personali. Poi le avrebbe chiesto quanti anni avesse. Alla risposta della 13enne, avrebbe commentato: «Sei molto giovane». Sarebbe stato quindi commesso l’abuso.

La ragazza, profondamente scossa, sarebbe riuscita ad allontanarsi dal negozio e avrebbe cercato aiuto. Agli investigatori avrebbe raccontato di essersi fermata nei pressi di una lavanderia, terrorizzata e in stato di shock, fino all’arrivo di un amico che era stato contattato telefonicamente.

La prima richiesta di intervento sarebbe partita dalla madre, intorno alle 13.15. Gli agenti delle volanti, intervenuti poco dopo, avrebbero trovato la giovane fortemente provata, in lacrime e in evidente stato di agitazione.

Quaranta minuti prima un’altra presunta vittima

Ma l’episodio contestato al commerciante potrebbe non essere isolato.

Dalle immagini delle telecamere di videosorveglianza del minimarket gli investigatori avrebbero ricostruito anche un secondo episodio, avvenuto circa quaranta minuti prima di quello denunciato dalla 13enne. La presunta vittima sarebbe una donna adulta, che al momento non è stata ancora identificata.

La distanza temporale tra i due episodi rappresenta uno degli elementi centrali dell’inchiesta e ha portato la procura a chiedere una misura cautelare più severa.

Il 42enne è stato fermato e condotto nel carcere torinese Lorusso e Cutugno, dove ha trascorso due notti. Poi, però, il giudice per le indagini preliminari ne ha disposto la scarcerazione, applicando l’obbligo di firma.

Il gip: «È parso collaborativo»

Alla base della decisione ci sarebbero, secondo quanto riportato da La Stampa, diversi elementi valutati dal gip. L’uomo sarebbe incensurato e avrebbe consegnato agli investigatori le registrazioni delle telecamere di sorveglianza. Il giudice avrebbe inoltre considerato il suo atteggiamento collaborativo e il fatto che fosse apparso pentito.

Durante l’udienza di convalida, l’indagato avrebbe pronunciato una dichiarazione spontanea, dicendosi dispiaciuto per quanto accaduto e sostenendo che si sarebbe trattato della prima volta.

Successivamente, però, avrebbe scelto di non rispondere alle domande, avvalendosi della facoltà di non rispondere.

Per il gip, il trauma derivante dall’arresto avrebbe potuto rappresentare un sufficiente deterrente. Una valutazione che ha prodotto una conseguenza concreta: il ritorno in libertà dell’indagato, seppure sottoposto all’obbligo di firma.

La procura aveva chiesto il carcere

La procura aveva invece sostenuto la necessità della custodia cautelare in carcere, evidenziando il rischio di reiterazione del reato.

Il pubblico ministero avrebbe sottolineato la gravità della contestazione, aggravata dalla giovanissima età della persona offesa e dalla presunta consapevolezza dell’uomo dell’età della ragazza.

Il nodo, dunque, non riguarda soltanto la gravità dell’accusa, ma anche la valutazione del concreto pericolo che l’indagato possa commettere nuovamente reati della stessa natura.

È proprio su questo punto che si concentra una parte significativa delle polemiche seguite alla decisione del gip.

Nordio manda gli ispettori

Sul caso è intervenuto anche il ministro della Giustizia Carlo Nordio, che ha disposto l’invio di ispettori al Tribunale di Torino.

La verifica ministeriale non equivale a un giudizio sulla correttezza della decisione del magistrato. Lo stesso Nordio ha infatti ribadito il principio dell’autonomia e dell’indipendenza della magistratura, precisando di non voler interferire nell’attività giudiziaria.

Il ministro ha tuttavia definito il caso eccezionale e caratterizzato da un forte allarme sociale, ritenendo quindi necessario acquisire elementi e valutazioni sulla vicenda.

Ora gli ispettori dovranno esaminare l’iter che ha portato alla scarcerazione, mentre l’inchiesta giudiziaria proseguirà per chiarire tutti gli aspetti della vicenda, compresa l’identità della donna che sarebbe stata aggredita quaranta minuti prima.

Resta soprattutto da accertare, in sede giudiziaria, la piena dinamica dei fatti contestati al 42enne e la portata degli elementi raccolti dagli investigatori. Nel frattempo, la decisione di sostituire il carcere con l’obbligo di firma ha trasformato una drammatica vicenda di cronaca in un caso destinato ad alimentare un più ampio dibattito sul delicato equilibrio tra esigenze cautelari, garanzie dell’indagato e tutela delle presunte vittime.

È morto Enzo Bianchi, addio al monaco che cambiò il volto della Chiesa postconciliare

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È morto nella notte tra lunedì e martedì, all’ospedale Molinette di Torino, Enzo Bianchi, fondatore della Comunità monastica di Bose. Aveva 83 anni. Con la sua scomparsa si chiude una delle vicende più significative e, per certi versi, più controverse del cattolicesimo italiano del secondo Novecento e del nuovo millennio.

Monaco, scrittore, biblista e instancabile osservatore della vita della Chiesa, Bianchi aveva costruito attorno a Bose un’esperienza capace di andare oltre i confini della tradizione monastica. La comunità, nata nel solco del rinnovamento inaugurato dal Concilio Vaticano II, divenne negli anni un luogo di dialogo ecumenico, ricerca spirituale e confronto tra culture e confessioni cristiane differenti.

Bianchi ne era stato il priore fino al 2017, quando aveva lasciato la guida della comunità. Una stagione, quella, segnata da tensioni interne e dal confronto con Papa Francesco, che aveva sollecitato un cambiamento alla guida di Bose anche per evitare, secondo l’impostazione del Pontefice, un’eccessiva concentrazione dell’autorità nelle mani del fondatore.

Dopo un lungo e complesso confronto, Bianchi aveva scelto di obbedire alla richiesta del Papa. La vicenda, tuttavia, non si era conclusa con il semplice passaggio di consegne. Nel 2020 era arrivato l’allontanamento dalla Comunità di Bose disposto per volontà del Vaticano, un provvedimento che aveva aperto una delle pagine più delicate nella storia della comunità piemontese.

L’uscita da Bose non aveva però significato per Bianchi il ritiro dalla vita ecclesiale. Al contrario, aveva inaugurato una nuova fase. Ad Albiano d’Ivrea, nel Canavese, aveva fondato Casa della Madia, una nuova fraternità monastica, proseguendo quel percorso di ricerca spirituale che aveva caratterizzato tutta la sua esistenza.

Figura di primo piano della stagione postconciliare, Bianchi era riconosciuto come uomo di preghiera e di dialogo, ma anche come una voce capace di intervenire sui nodi più sensibili della Chiesa contemporanea. Il suo stile, diretto e spesso controcorrente, lo aveva portato a confrontarsi con teologi, storici e uomini di Chiesa su temi destinati a suscitare discussioni profonde.

Tra questi, negli ultimi anni, anche il rapporto con la tradizione liturgica e il tema della celebrazione della messa secondo il rito antico. Bianchi aveva difeso con convinzione il valore del Concilio Vaticano II e delle riforme che ne erano scaturite, mantenendo una posizione coerente con la propria lettura della Chiesa come realtà chiamata a confrontarsi con il presente senza rinnegare la propria tradizione.

La sua ultima apparizione pubblica a Torino risaliva al maggio scorso, quando aveva partecipato alla presentazione di un volume di padre Antonio Spadaro, segretario del Dicastero vaticano per la Cultura ed ex direttore della Civiltà Cattolica. Anche in quell’occasione era emersa la figura di un intellettuale religioso ancora profondamente immerso nel dibattito ecclesiale e culturale.

Per anni Bianchi aveva inoltre affidato alle pagine dei giornali, e in particolare a quelle de La Stampa, riflessioni e interventi sui grandi temi della fede, della società e della Chiesa. Una presenza pubblica costante, che lo aveva trasformato in un punto di riferimento soprattutto per l’area progressista del cattolicesimo italiano.

La parabola di Enzo Bianchi è stata dunque molto più della storia di un monaco e della comunità da lui fondata. È stata il racconto, spesso appassionato e non privo di conflitti, di una stagione della Chiesa italiana: quella nata dal Concilio Vaticano II e attraversata dalla ricerca di nuove forme di vita comunitaria, dal dialogo ecumenico, dal rapporto con la modernità e dal confronto sul significato stesso dell’autorità nella Chiesa.

Da Bose alla Casa della Madia, passando attraverso il difficile rapporto con il Vaticano, Bianchi ha continuato fino agli ultimi anni a interrogare la Chiesa e i suoi interlocutori. Con la sua morte scompare una delle voci più riconoscibili di quella stagione postconciliare che aveva cercato, attraverso la preghiera, lo studio e il dialogo, di ripensare il modo di essere cristiani nel mondo contemporaneo.

Mirafiori, Stellantis ferma le linee per tre giorni: l’ibrido corre più della produzione

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Le linee di produzione di Stellantis a Mirafiori si fermano per tre giorni, dal 2 al 4 settembre. Una pausa che, in questo caso, racconta una storia diversa da quella più consueta degli stabilimenti automobilistici alle prese con una domanda debole: a mandare in affanno la produzione è infatti la richiesta di vetture ibride, risultata superiore alle previsioni.

L’azienda ha comunicato ai delegati dello stabilimento torinese la sospensione delle attività, spiegando che all’origine dello stop c’è la mancanza di alcuni componenti necessari alla realizzazione dei motori delle vetture ibride. Un collo di bottiglia che impedisce alle catene di montaggio di mantenere il ritmo richiesto dal mercato.

La dinamica, dunque, è quasi paradossale: gli ordini ci sono, ma la produzione non riesce a seguirli. Stellantis ha chiarito che la richiesta di vetture ibride ha superato i livelli produttivi inizialmente programmati, creando una pressione sulla disponibilità dei componenti e, a cascata, sulle attività dello stabilimento.

«Mancano i componenti legati ai motori perché c’è una richiesta di ordini di vetture ibride maggiore rispetto alla produzione», ha spiegato il gruppo.

Il nodo dei motori

Il problema non riguarda soltanto Mirafiori. A essere coinvolto è anche lo stabilimento Teksid di Carmagnola, dove viene realizzata una parte dei motori destinati alle vetture.

Secondo Stellantis, il sito produttivo è attualmente dimensionato per un livello di produzione che non è sufficiente a soddisfare la domanda. In altre parole, il mercato ha accelerato più rapidamente della capacità industriale predisposta per assecondarlo.

Il gruppo ha quindi avviato un intervento per riallineare la produzione dei motori alle nuove esigenze del mercato. L’obiettivo dichiarato è adeguare i livelli produttivi alla domanda, intervenendo proprio su quel segmento della filiera che oggi rappresenta il principale limite alla continuità delle attività.

Lo stop di Mirafiori assume così un significato particolare. In una fase delicata per l’industria automobilistica e per il futuro degli impianti italiani, la sospensione delle linee non nasce questa volta dalla mancanza di commesse, ma da una capacità produttiva che deve essere rapidamente adattata a una domanda di ibride superiore alle attese.

Per Mirafiori saranno tre giorni di fermo. Per Stellantis, invece, la sfida è fare in modo che, una volta riavviate le linee, la produzione possa finalmente tenere il passo degli ordini.

Paura per Lionel Richie: malore dopo il concerto, il cantante ricoverato in ospedale

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Attimi di apprensione per Lionel Richie. Il cantante americano, 77 anni, è stato trasportato in ospedale dopo aver accusato un malore al termine di un concerto in Missouri. L’artista si stava esibendo al The Muny di Forest Park, a St. Louis, nell’ambito del suo tour negli Stati Uniti, quando le sue condizioni hanno destato preoccupazione tra il pubblico e lo staff.

Secondo quanto riferito dalla stampa americana e, in particolare, da TMZ, Richie avrebbe iniziato a sentirsi male nelle fasi finali dello spettacolo. L’artista avrebbe chiesto l’intervento del proprio entourage e, durante l’esecuzione dell’ultimo brano, la celebre “All Night Long”, avrebbe avuto bisogno di una sedia per poter proseguire l’esibizione.

Una situazione che ha rapidamente fatto scattare l’intervento dei soccorritori presenti sul posto. I sanitari hanno prestato al cantante le prime cure direttamente nel luogo del concerto, disponendo successivamente il trasferimento in ospedale per sottoporlo agli accertamenti necessari.

Tra le possibili cause del malore, secondo le prime informazioni riportate dai media statunitensi, ci sarebbe anche la disidratazione. Al momento, tuttavia, non sono stati diffusi elementi sufficienti per stabilire con certezza l’origine del problema. Il suo entourage non ha ancora fornito un aggiornamento ufficiale e dettagliato sulle condizioni dell’artista.

Le informazioni disponibili lasciano comunque intendere che Richie non sarebbe in pericolo di vita. Resta quindi da capire se il ricovero sia stato disposto esclusivamente a scopo precauzionale o se gli accertamenti abbiano evidenziato la necessità di ulteriori approfondimenti.

Un precedente solo pochi mesi fa

L’episodio riporta inevitabilmente alla memoria quanto accaduto lo scorso giugno, quando Lionel Richie era stato costretto a interrompere un’altra esibizione a causa di un malore.

Anche in quell’occasione il cantante aveva accusato un problema durante uno spettacolo, questa volta alla Grand Casino Arena in Minnesota. Nel corso del concerto aveva confidato al pubblico di sentirsi “stordito” e “strano”, prima di interrompere la performance.

Raggiunto dai paramedici nel backstage, Richie era stato sottoposto alle prime cure e successivamente accompagnato in ambulanza in ospedale per ulteriori accertamenti. Dopo il ricovero, era stato dimesso nei giorni successivi.

Due episodi ravvicinati che inevitabilmente alimentano la preoccupazione attorno alle condizioni fisiche di una delle voci più celebri della musica americana. Richie, però, continua a essere impegnato in un calendario fitto di appuntamenti dal vivo, confermando una presenza sul palco che dura da oltre mezzo secolo.

Per ora, dunque, resta l’attesa di un comunicato ufficiale che possa chiarire le condizioni dell’artista e soprattutto stabilire se il malore sia stato legato a un episodio passeggero, come una possibile disidratazione, oppure se siano necessari ulteriori controlli.

Borse in bilico tra tensioni geopolitiche, petrolio in rialzo e il difficile debutto di Shein

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Settembre comincia sui mercati europei con il freno tirato. Le Borse del Vecchio Continente risentono della debolezza dei listini asiatici e della chiusura poco brillante di Wall Street, mentre sullo sfondo torna a incombere il rischio geopolitico. Le nuove tensioni in Medio Oriente fanno infatti scattare il prezzo del greggio, alimentando il timore che una nuova fiammata dell’energia possa riaccendere l’inflazione proprio nel momento in cui gli investitori guardano alle prossime mosse delle banche centrali.

In avvio il Ftse Mib di Milano cede lo 0,11%, il Dax di Francoforte lo 0,59% e l’Ibex 35 di Madrid lo 0,17%. In controtendenza il Cac 40 di Parigi, in rialzo dello 0,17%. Più pesante Londra, con il Ftse 100 in calo dello 0,54%.

Il quadro arriva dopo un agosto comunque positivo per Wall Street. Nel mese appena concluso, l’S&P 500 ha guadagnato il 2,6%, il Nasdaq il 3,9% e il Dow Jones l’1,3%. Numeri che raccontano una forza di fondo ancora presente, ma che ora deve fare i conti con un contesto internazionale nuovamente più complesso.

Petrolio, il ritorno del rischio geopolitico

A dettare il ritmo della seduta è soprattutto il petrolio. Le dichiarazioni provenienti da Washington e Teheran hanno riportato in primo piano lo spettro di un’escalation.

Il presidente americano Donald Trump ha annunciato che gli Stati Uniti “colpiranno duramente”, mentre le forze armate iraniane hanno fatto sapere di essere pronte a rispondere con una forza “significativamente maggiore”. Nel frattempo, lo Stretto di Hormuz rimane bloccato, trasformandosi ancora una volta nel punto più sensibile per gli equilibri energetici globali.

Il Brent con scadenza novembre sale dello 0,45% a 90,9 dollari al barile, mentre il Wti di ottobre avanza dello 0,32% a 86,32 dollari. Anche il gas naturale ad Amsterdam rimane su livelli elevati, in area 70 euro per megawattora.

Il problema per i mercati non è soltanto il prezzo assoluto del greggio. È soprattutto la velocità con cui l’energia può trasferirsi sull’inflazione, complicando il lavoro delle banche centrali e riducendo lo spazio per una politica monetaria più accomodante.

Shein, il debutto che fa tremare il fast fashion

Ma è a Hong Kong che arriva uno dei segnali più interessanti della giornata. Shein, il colosso cinese dell’e-commerce diventato il simbolo globale del fast fashion digitale, debutta in Borsa e lo fa con una brusca frenata.

Nelle prime ore di contrattazione il titolo arriva a perdere circa il 10%, prima di recuperare parte del terreno. Un esordio tutt’altro che trionfale per una società che negli ultimi anni ha costruito la propria espansione su prezzi estremamente competitivi, produzione flessibile e una macchina digitale capace di trasformare rapidamente le tendenze dei social network in nuovi prodotti.

Il prezzo di collocamento era stato fissato a 48,65 dollari di Hong Kong per azione, pari a circa 6,19 dollari Usa. L’operazione ha consentito a Shein di raccogliere 13,60 miliardi di dollari di Hong Kong, circa 1,74 miliardi di dollari americani, attraverso la vendita di azioni.

Il punto, però, non è soltanto la performance del primo giorno. Il mercato sembra interrogarsi sulla sostenibilità di un modello che per anni è sembrato inarrestabile, ma che oggi deve affrontare una combinazione di fattori molto più ostile: aumento dei costi logistici, maggiore attenzione regolatoria, consumatori più sensibili alla sostenibilità e un quadro commerciale internazionale meno favorevole.

Il debutto debole di Shein può quindi essere letto come qualcosa di più di una semplice bocciatura iniziale. È un possibile campanello d’allarme per l’intero universo del fast fashion a bassissimo costo, soprattutto quello costruito sulla capacità di spedire enormi quantità di piccoli ordini dai poli produttivi asiatici direttamente ai consumatori occidentali.

Importazioni cinesi in frenata

A complicare il quadro ci sono anche i dati sul commercio. Secondo i dati citati da Reuters, le importazioni dalla Cina sono diminuite del 10,9%, raggiungendo quota 9,81 miliardi di dollari. Si tratta del quinto mese consecutivo di calo su base annua, una dinamica attribuita soprattutto all’incremento dei costi di spedizione.

È un elemento particolarmente significativo per aziende come Shein, il cui modello di business dipende in misura rilevante dalla catena logistica globale. Quando trasporto e distribuzione diventano più costosi, una parte del vantaggio competitivo costruito sui prezzi tende inevitabilmente a ridursi.

Ed è proprio qui che il mercato potrebbe aver acceso i riflettori: il fast fashion non vive soltanto di abiti economici, ma di una complessa macchina industriale e logistica progettata per mantenere bassissimi i costi e altissima la velocità. Se quella macchina comincia a diventare più costosa, il modello deve necessariamente trovare un nuovo equilibrio.

Inflazione e Fed, i prossimi appuntamenti

Sul fronte macroeconomico, gli investitori attendono oggi il dato sull’inflazione europea, mentre venerdì sarà la volta dei numeri sul mercato del lavoro americano. Indicatori cruciali per la Federal Reserve, chiamata a calibrare le prossime decisioni sui tassi.

La nuova corsa del petrolio rischia di rendere il quadro più delicato: energia più cara significa infatti maggiore pressione sui prezzi e, potenzialmente, minori margini di manovra per una politica monetaria espansiva. Il mercato guarda quindi ai prossimi dati con particolare attenzione.

Sul mercato valutario l’euro/dollaro resta sostanzialmente stabile a 1,1607, mentre l’oro si muove poco, con il contratto spot a 4.435 dollari l’oncia.

Piazza Affari guarda al petrolio

A Milano la geopolitica si riflette immediatamente sui singoli titoli. Con il greggio in rialzo, Eni parte guadagnando circa l’1%, confermando la tradizionale sensibilità del comparto energetico alle quotazioni del petrolio.

Di segno opposto il settore della difesa: Fincantieri arretra dell’1,5% e Leonardo dello 0,8%. Un movimento che arriva dopo una lunga fase di attenzione degli investitori verso il comparto e che dimostra quanto rapidamente possano cambiare le preferenze del mercato quando entrano in gioco prese di profitto, valutazioni e aspettative già incorporate nei prezzi.

Infine, lo spread Btp-Bund apre in rialzo a 83,1 punti base, con il rendimento del decennale italiano al 4,16%.

Tra petrolio, inflazione, tensioni geopolitiche e commercio internazionale, il primo giorno di settembre consegna dunque ai mercati un messaggio chiaro: la liquidità e l’ottimismo che hanno sostenuto l’estate non bastano più. E il tonfo iniziale di Shein a Hong Kong aggiunge un secondo segnale, questa volta dal mondo dei consumi: anche i modelli apparentemente più inarrestabili devono fare i conti con un mondo diventato improvvisamente più costoso, più regolamentato e molto meno prevedibile.

Famiglia nel bosco, il Tribunale apre al ricongiungimento: «Ma sarà un percorso a tappe»

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Il ritorno a casa non sarà immediato, ma il percorso verso il ricongiungimento è ufficialmente aperto. È questa la decisione del Tribunale per i minorenni dell’Aquila sulla vicenda della cosiddetta famiglia nel bosco, la coppia anglo-australiana i cui figli sono ospitati in una casa famiglia dallo scorso novembre.

I giudici avrebbero dato il via libera al progressivo riavvicinamento dei minori ai genitori, stabilendo tuttavia un iter graduale e sottoposto a un costante monitoraggio. Una soluzione che punta a coniugare il diritto dei bambini a tornare nel proprio ambiente familiare con la necessità di verificare, passo dopo passo, le condizioni per un reinserimento stabile.

Il provvedimento prevede infatti che siano i servizi sociali a seguire l’intero percorso, valutandone l’andamento e fornendo al Tribunale le necessarie certificazioni. Saranno dunque gli operatori a documentare l’evoluzione del rapporto tra i minori e i genitori e a verificare se le diverse fasi del rientro potranno procedere senza criticità.

La parola d’ordine, quindi, è gradualità. Il possibile ritorno nella casa familiare non viene configurato come un passaggio automatico, ma come l’esito di una serie di tappe intermedie, ciascuna delle quali dovrà essere valutata alla luce dell’interesse dei bambini.

I figli della coppia, al momento accolti in una struttura protetta, potrebbero così avvicinarsi progressivamente alla vita con i genitori fino ad arrivare, qualora le verifiche dei servizi sociali diano esito positivo, al definitivo abbandono della casa famiglia.

La decisione segna dunque un passaggio importante in una vicenda che ha suscitato grande attenzione pubblica e che ora entra in una fase altrettanto delicata: quella della ricostruzione, graduale e verificata, della quotidianità familiare.

Il pronunciamento del Tribunale non rappresenta, in altre parole, la conclusione della vicenda, ma l’avvio di un nuovo capitolo. Saranno le verifiche sul campo, il lavoro dei servizi sociali e l’esito delle singole tappe a stabilire se il percorso potrà completarsi con il ritorno dei minori a vivere stabilmente con i genitori.

L’opera d’arte oltre il significato

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Nella fotografia: Arte e simbolismi di Daniele Cappa. Creata con il supporto AI.

A cura di Gilberto Borzini

L’arte contemporanea è una gara di inseguimento tra segno, senso e simbolo?

“Il senso dell’opera d’arte vaga nello spazio che si stende tra l’artista e l’osservatore”, affermava Maaretta Jaukkuri una ventina di anni orsono, definendo così in termini critici il taglio del cordone ombelicale che legava l’arte con la realtà.

Destituire le scuole, le correnti, le forme strutturali e organizzative che affermavano come tale l’opera d’arte ai sensi dei fruitori, l’arte contemporanea è andata sempre più definendo linguaggi individuali difficilmente apparentabili con altri linguaggi di artisti consimili, affermando pertanto ogni singola opera come puro “evento”, come tale irripetibile, inimitabile e pertanto, se collocata nelle mani esperte del mercante consumato, capace di raggiungere quotazioni un tempo impensabili.

Paul Brauillard in un’intervista del 1993 ricordava che “l’opera d’arte crea il proprio spazio e l’artista non rappresenta bensì simula e la simulazione si riferisce a un mondo privo di riferimenti, un mondo dal quale tutti i riferimenti sono scomparsi.”

Facile allora per l’osservatore o l’ascoltatore sentirsi esclusi, emarginati, distanti dalla comprensione, dalla possibile valutazione dell’opera in tale assenza di riferimenti, di punti cardinali necessari, fino a ieri, all’orientamento.

L’opera d’arte allora, non più rappresentativa, diviene metanarrazione e “le immagini appaiono al fruitore come fantasmi: intriganti e intense, enigmatiche e attraenti nella loro espressione grazie ai nessi entro ai quali possono venire inserite ed entro i quali si manifestano all’interpretazione dei fruitori. L’essere autore d’arte consiste allora e soprattutto nel mettere in moto un processo che non mira a oggettivarsi ma scorre in modo libero, imprevedibile, sovradeterminato, rimanendo sempre incompleto e aperto.” (Anna Jamroziyak, Istituto di Cultura, Varsavia 1990).

Il senso dell’opera d’arte si definisce quindi nel processo di interpretazione e si esaurisce con esso.

Quanto sopra scritto definisce un cambiamento epocale nel linguaggio artistico e nella stessa ideazione dell’opera, nella destrutturazione dei linguaggi precedenti e in una relazione imprescindibile tra l’oggetto d’arte (osservato o ascoltato) e l’Osservatore (o ascoltatore), sostituendo ai precedenti compiti didattici e mnestici dell’Arte storicamente determinati e definiti, in particolar modo dell’arte figurativa, un criterio assimilabile alla fisica quantistica in cui solo la relazione tra osservatore e osservato definisce le categorie di rifierimento seppur all’interno di in un tempo determinato T durante il quale le percezioni dell’osservatore rimangono immutate, mentre con la variazione dello stato d’animo, dell’umore, delle tensioni interiori, dell’età, del censo e del ruolo del medesimo osservatore muterà necessariamente l’interpretazione dell’oggetto osservato.

L’opera pertanto si esaurisce ed esaurisce il proprio significante, individuale e soggettivo, nel momento in cui viene osservata ma in questo permanente scorrere di relazioni tra segni, simboli e interpretazione di senso, in questo imponente Panta Rei dell’arte contemporanea che accompagna, quest volta coerentemente simboleggiandola, l’esperienza umana nel fluire della modernità, l’azione individuale all’interno della modernità liquida, sorprende come sorprenderebbe l’apparire di un cinghiale alla svolta di una strada la fissità di certa cosiddetta arte, la staticità fotografica, il rimando a significati socialmente destituiti di valore, la reiterazione di proposte secolarmente terminate, la difficoltà e il disagio che esprimono non operatori dell’immagine e del suono nell’affrancarsi da linguaggi rappresentativi e didattici, ovvero ancorati ad un retaggio che possiamo definire arcaico.

L’arte precorre i tempi nella sensibilità degli artisti. Forse chi si ancora nei simbolismi trascorsi stenta a liberare gli spazi interiori, o a riconoscersi nel fluire costante della realtà inafferrabile.

Met Gala 2027, salta la mostra su John Galliano: «Inopportuna in questo momento»

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La moda celebra, ma a volte è costretta anche a fare i conti con ciò che non può essere semplicemente archiviato. È il caso di John Galliano, uno dei talenti più visionari e controversi della moda contemporanea, al quale il Metropolitan Museum of Art di New York aveva programmato di dedicare nella primavera del 2027 una grande retrospettiva per ripercorrerne quarant’anni di carriera.

La mostra, intitolata “John Galliano: Horizons”, non si farà. La decisione arriva dopo settimane di contestazioni e di crescente pressione pubblica sul progetto, ritenuto da più parti particolarmente inopportuno in una fase segnata da un forte aumento delle tensioni e dell’antisemitismo.

Una rinuncia che pesa, considerando il ruolo che Galliano ha avuto nella storia recente della moda. Lo stilista britannico è stato infatti alla guida creativa di alcune delle maison più importanti del sistema del lusso, tra cui Givenchy e Dior, prima di approdare da Maison Margiela, dove ha costruito una seconda fase della propria carriera caratterizzata da una rinnovata sperimentazione estetica.

Quindici anni dopo, il passato non è ancora passato

Al centro della controversia ci sono gli episodi del 2011, quando Galliano fu protagonista a Parigi di un caso che ebbe conseguenze devastanti sulla sua carriera. In un caffè della capitale francese rivolse insulti antisemiti e anti-asiatici a una coppia. Poco dopo emerse anche un video nel quale pronunciava elogi ad Adolf Hitler.

Galliano attribuì quelle parole anche all’abuso di sostanze e, negli anni successivi, ha più volte riconosciuto la gravità di quanto accaduto, assumendosi pubblicamente la responsabilità delle proprie azioni.

Ma il tempo, in questo caso, non è bastato a chiudere la questione. La prospettiva di trasformare la sua carriera in una celebrazione istituzionale attraverso una grande mostra al Met ha riaperto una ferita che molti consideravano tutt’altro che rimarginata.

Lo stesso Galliano, nella dichiarazione con cui ha annunciato la rinuncia, ha riconosciuto che una retrospettiva non può essere considerata una forma di espiazione.

«Dopo un’attenta riflessione e un confronto con il Met e tutte le persone coinvolte, ho deciso, con grande tristezza, che la cosa migliore per la mostra è che non abbia luogo in questo momento», ha scritto lo stilista.

E ha aggiunto di assumersi «la piena responsabilità del dolore causato» dalle sue parole, con particolare riferimento alle comunità ebraica e asiatica.

Galliano: «La responsabilità è continua»

Nelle sue parole c’è un elemento particolarmente significativo: il rifiuto dell’idea che il riconoscimento pubblico possa, da solo, certificare un percorso di redenzione.

Galliano ha sottolineato che una vera espiazione non può passare attraverso «una mostra, un riconoscimento istituzionale o un singolo gesto pubblico», ma deve tradursi in una responsabilità costante, fatta di ascolto, apprendimento e comportamenti coerenti nel tempo.

È proprio questo il nodo che ha reso la vicenda così delicata per il Met. Una mostra museale non è soltanto una celebrazione estetica: è anche una forma di legittimazione culturale. Inserire Galliano nel programma del Costume Institute avrebbe significato collocare la sua opera all’interno del grande racconto della storia della moda, distinguendo — almeno in parte — il valore della sua produzione artistica dalle condotte che ne hanno segnato la biografia.

Un equilibrio che, questa volta, si è rivelato troppo difficile da sostenere.

Il Met: «Riconosciamo il dolore e la preoccupazione»

Andrew Bolton, curatore responsabile del Costume Institute, ha riconosciuto il «dolore e la preoccupazione» suscitati dal progetto e ha dichiarato di sostenere la decisione di non procedere con la mostra.

Anche Anna Wintour, direttrice editoriale globale di Vogue, consigliera del Met e presidente del Met Gala, ha definito la scelta «la decisione giusta», pur continuando a descrivere Galliano come una persona «coraggiosa».

Parole che fotografano una delle contraddizioni più complesse del caso: da una parte il riconoscimento dell’enorme peso creativo dello stilista, dall’altra la consapevolezza che il valore artistico non cancella automaticamente la responsabilità personale.

Al momento non è stato comunicato quale esposizione sostituirà quella dedicata a Galliano. Il Met Gala 2027, invece, dovrebbe svolgersi regolarmente: è dunque la mostra a essere cancellata, non l’appuntamento mondano che ogni anno riunisce al Metropolitan Museum le grandi star internazionali della moda, dello spettacolo e della cultura.

La comunità ebraica: «Era la decisione corretta»

La cancellazione è stata accolta con favore anche da Julie Menin, presidente del Consiglio municipale di New York, di origine ebraica, che aveva contestato fin dall’inizio la scelta del Met.

«In un momento di crescente antisemitismo», ha dichiarato, la mostra avrebbe rappresentato «un duro colpo per la comunità ebraica». Secondo Menin, il dolore e la sofferenza provocati dal progetto erano diventati «semplicemente inaccettabili».

Sulla stessa linea Jonathan Greenblatt, amministratore delegato dell’Anti-Defamation League, secondo cui dedicare in questo momento una grande retrospettiva a Galliano era «la mossa sbagliata al momento sbagliato».

Il punto, dunque, non riguarda soltanto ciò che Galliano disse quindici anni fa, ma il contesto nel quale oggi un’istituzione sceglie di celebrarlo. È una distinzione cruciale: la domanda non è se il designer abbia diritto a essere ricordato per il suo contributo alla moda, ma se questo sia il momento giusto per trasformare quella memoria in una celebrazione museale.

Arte, memoria e responsabilità: il dilemma resta aperto

La vicenda Galliano riporta così al centro una questione che il mondo della cultura si trova sempre più spesso ad affrontare: quanto deve pesare la biografia di un artista quando si decide di celebrare la sua opera?

Nel caso del Met, la risposta è arrivata attraverso una rinuncia. Non significa cancellare Galliano dalla storia della moda, né negare l’influenza che il suo lavoro ha avuto sull’evoluzione del costume contemporaneo. Significa, piuttosto, riconoscere che una celebrazione istituzionale comporta un significato diverso dalla semplice conservazione della memoria.

E forse è proprio questa la ragione per cui la decisione del 2027 assume un valore che va oltre il destino di una singola mostra. In un’epoca nella quale i musei sono chiamati sempre più spesso a interrogarsi sul rapporto tra talento, responsabilità e memoria pubblica, anche la scelta di non esporre può diventare una presa di posizione culturale.

Per John Galliano resta una carriera straordinaria, segnata da innovazioni e riconoscimenti, ma anche da una frattura che quindici anni dopo continua a produrre conseguenze. Per il Met, invece, la cancellazione di “Horizons” rappresenta la decisione di non separare, almeno in questo momento, il genio creativo dalla responsabilità delle parole pronunciate.

Una scelta dolorosa, come ha ammesso lo stesso stilista. Ma, secondo tutti i protagonisti coinvolti, necessaria.

Tupac, dopo trent’anni arriva la condanna: Duane “Keffe D” Davis colpevole dell’omicidio del rapper

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Trent’anni dopo gli spari che sconvolsero la storia dell’hip-hop, il caso Tupac Shakur ha finalmente un colpevole. Una giuria del Nevada ha dichiarato Duane “Keffe D” Davis, 63 anni, colpevole di omicidio per il suo ruolo nell’agguato che, nella notte del 7 settembre 1996, trasformò una strada di Las Vegas nel teatro della morte di uno dei rapper più influenti di sempre.

Davis, ex figura di rilievo dei South Side Crips, era accusato di aver organizzato l’azione e di aver procurato l’arma utilizzata per colpire Tupac e Marion “Suge” Knight, allora alla guida della Death Row Records. La giuria ha impiegato circa tre ore per arrivare al verdetto.

Tupac Shakur aveva appena 25 anni. Ferito gravemente dai proiettili esplosi contro la BMW sulla quale viaggiava con Knight, morì sei giorni più tardi, lasciando dietro di sé una delle eredità artistiche più importanti e controverse della musica americana.

La vendetta all’origine dell’agguato

Secondo la ricostruzione sostenuta dalla pubblica accusa, l’omicidio sarebbe stato la conseguenza di una faida tra gang. Poco prima della sparatoria, Tupac e alcuni membri della gang rivale avrebbero aggredito Orlando “Baby Lane” Anderson, nipote di Davis e appartenente ai South Side Crips.

Da quel momento, secondo i procuratori, sarebbe maturata la decisione di reagire. Davis avrebbe riunito un gruppo di uomini e organizzato l’inseguimento della BMW sulla quale viaggiavano Shakur e Knight, diretti verso il Club 662.

A bordo di una Cadillac bianca, oltre a Davis si trovavano Anderson, Deandrae “Big Dre” Smith e Terrence “Bubble Up” Brown. La Cadillac avrebbe seguito la BMW fino all’incrocio tra East Flamingo Road e Koval Lane. Qui le due vetture si sarebbero affiancate.

È in quel momento, secondo l’accusa, che Davis avrebbe consegnato una pistola calibro .40 ai passeggeri seduti sul sedile posteriore. Da lì sarebbero partiti almeno sette colpi contro l’auto di Shakur e Knight.

Tupac fu raggiunto da diversi proiettili. Nonostante le cure mediche, le sue condizioni peggiorarono progressivamente fino alla morte, avvenuta il 13 settembre 1996.

Le parole dello stesso Davis

Uno degli elementi centrali del procedimento è stato lo stesso racconto di Davis. Nel corso degli anni l’ex membro dei Crips ha parlato più volte dell’omicidio, arrivando a definirsi, nella propria autobiografia pubblicata nel 2019, uno dei pochi testimoni oculari ancora in vita della morte di Tupac.

Per la procura, quelle dichiarazioni rappresentavano una conferma del suo coinvolgimento. I pubblici ministeri hanno sostenuto che Davis avesse ammesso il proprio ruolo in diverse occasioni: durante colloqui con investigatori federali e locali, in documentari televisivi e contenuti pubblicati online, oltre che nel libro autobiografico.

La difesa ha cercato invece di ridimensionare il valore di quelle testimonianze, sostenendo che l’autobiografia fosse una ricostruzione romanzata e autocelebrativa, costruita anche con l’obiettivo di ottenere visibilità e guadagni sfruttando il fascino ancora intatto del caso Tupac.

Il punto centrale della strategia difensiva è stato proprio questo: le dichiarazioni di Davis, secondo i suoi avvocati, non sarebbero state accompagnate da un numero sufficiente di prove indipendenti in grado di dimostrare oltre ogni ragionevole dubbio il suo ruolo nell’organizzazione dell’omicidio.

L’unico superstite della Cadillac

Davis è oggi l’unico occupante della Cadillac bianca coinvolta nella ricostruzione dell’agguato ancora in vita. Un particolare che ha contribuito ad alimentare, per decenni, l’alone di mistero intorno alla vicenda.

Il caso Tupac è infatti rimasto a lungo sospeso tra testimonianze, silenzi, rivalità tra gang e ipotesi mai definitivamente dimostrate. L’arresto di Davis, arrivato soltanto nel 2023, aveva segnato una svolta dopo anni di sostanziale immobilità investigativa.

Ora il verdetto della giuria aggiunge un punto fermo giudiziario a una vicenda che per tre decenni ha continuato ad alimentare libri, documentari, inchieste e teorie.

Davis, che si era dichiarato non colpevole dell’accusa di omicidio di primo grado con arma letale, non ha mostrato particolari reazioni durante la lettura del verdetto. Subito dopo, però, ha interrotto l’udienza chiedendo che gli venissero restituiti alcuni effetti personali e annunciando la volontà di presentare appello.

La giudice della contea di Clark, Carli Kierny, gli ha spiegato che il ricorso potrà essere presentato dopo la pronuncia della sentenza. Nel frattempo Davis rimane detenuto senza possibilità di cauzione.

Una storia che ha cambiato l’hip-hop

La morte di Tupac Shakur non fu soltanto la fine prematura della carriera di un artista. Fu uno degli episodi che segnarono più profondamente la cultura hip-hop degli anni Novanta, nel pieno della contrapposizione tra le scene della West Coast e della East Coast e della crescente tensione tra artisti, etichette e gang.

Tupac era diventato in pochi anni una figura capace di superare i confini della musica: rapper, attore, autore e simbolo di una generazione. La sua morte, arrivata a soli 25 anni, trasformò la sua figura in un’icona.

Il verdetto contro Davis non cancella trent’anni di interrogativi, ma porta il caso davanti a una nuova soglia: quella di una responsabilità stabilita da una giuria. Per una delle morti più celebri e discusse della storia della musica contemporanea, è un passaggio destinato a pesare ben oltre le aule di tribunale.