27 Ottobre 2026, martedì
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Codice della strada, cambiano le multe: sull’assicurazione arriva la stangata

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Cambiano le multe previste dal Codice della strada e, tra gli aumenti più pesanti, spicca quello per chi circola senza assicurazione. Il Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti ha trasmesso ai soggetti coinvolti nella consultazione la versione aggiornata della tabella delle sanzioni, al termine del confronto con operatori e associazioni di settore.

Il nuovo quadro ridisegna gli importi di diverse violazioni e introduce una serie di fattispecie specifiche per comportamenti che, secondo la disciplina vigente, non dispongono ancora di una sanzione dedicata. Un intervento articolato che, se da una parte irrigidisce alcune multe, dall’altra porta a una riduzione complessiva del 7 per cento degli importi.

Assicurazione, multa da 1.000 euro

Il rincaro più evidente riguarda l’obbligo di assicurazione dei veicoli a motore. Per chi circola senza copertura, la sanzione passa dagli attuali 866 euro a 1.000 euro.

Un aumento che porta a 134 euro la differenza rispetto all’importo attuale e che rende ancora più pesante il costo della violazione per gli automobilisti che si mettono in strada senza una regolare polizza.

Sale anche la sanzione per la violazione delle regole sulla precedenza durante alcune manovre particolarmente delicate, come l’immissione, la retromarcia e l’inversione di marcia. In questo caso la multa passa da 42 a 80 euro, quasi raddoppiando l’importo.

Ottantacinque nuove violazioni

La revisione non si limita a ritoccare le cifre. La nuova tabella introduce infatti 85 fattispecie sanzionatorie, pari all’11 per cento del totale, per comportamenti che non avevano ancora una specifica sanzione prevista dal Codice.

Tra le novità c’è anche il divieto di accendere fuochi nelle vicinanze della strada. Per questa condotta la sanzione viene innalzata da 250 a 1.000 euro.

Il nuovo impianto guarda inoltre alla crescente diffusione dei monopattini e alla necessità di disciplinarne più puntualmente la circolazione. Chi utilizza un monopattino creando intralcio ai pedoni rischierà una multa compresa tra 40 e 160 euro.

Una sanzione dello stesso intervallo, da 40 a 160 euro, viene prevista anche per la circolazione sul marciapiede dei veicoli a due o tre ruote.

La contraddizione solo apparente: aumenti, ma multe in calo

Il dato più interessante della revisione è però quello complessivo. Nonostante alcuni aumenti anche molto consistenti e l’introduzione di nuove violazioni, secondo i dati diffusi dal Mit l’ammontare delle sanzioni registra nel complesso una diminuzione del 7 per cento.

Il risultato è quindi un sistema più selettivo: non una semplice rivalutazione generalizzata delle multe, ma una redistribuzione degli importi, con aumenti concentrati su determinate condotte e riduzioni su altre.

La nuova tabella è il prodotto del lavoro di revisione condotto dal ministero insieme agli operatori e alle associazioni di settore nell’ambito della consultazione sulle sanzioni del Codice della strada. Un confronto che ha portato a intervenire sia sugli importi già previsti sia sulle violazioni rimaste finora prive di una disciplina sanzionatoria specifica.

Per gli automobilisti, dunque, il messaggio è tutt’altro che uniforme: alcune infrazioni costeranno meno, altre sensibilmente di più e 85 comportamenti avranno una sanzione specifica. Tra questi, la circolazione senza assicurazione resta uno dei casi più rilevanti, con una multa che raggiunge quota mille euro.

Scuola, settembre presenta il conto: «Il diritto allo studio non può dipendere dal portafoglio»

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C’è un momento, ogni settembre, in cui la scuola torna a essere qualcosa di più di un calendario sul frigorifero. È quando i libri nuovi finiscono nello zaino, quando si aprono i quaderni ancora intonsi e quell’odore inconfondibile di carta fresca annuncia l’inizio di un altro anno tra lezioni, compiti e interrogazioni. Un rito familiare che conserva intatto il suo carico di emozione, ma che per un numero crescente di genitori rischia di trasformarsi in un esercizio di contabilità.

Perché il ritorno a scuola ha anche un prezzo. E non è più una voce marginale nel bilancio delle famiglie. Secondo i dati richiamati dalla deputata del Movimento 5 Stelle Chiara Appendino, il corredo scolastico arriva a costare in media 673 euro per studente, mentre il prezzo dei libri di testo è cresciuto del 25% nell’arco degli ultimi dieci anni.

Numeri che, osserva Appendino, raccontano una difficoltà che va oltre la semplice rincorsa alle offerte più convenienti. Dietro la spesa di settembre ci sono infatti famiglie chiamate a scegliere dove tagliare per riuscire a sostenere i costi della scuola: una gita scolastica a cui rinunciare, una spesa alimentare da ridimensionare, una spesa imprevista da rinviare o, nei casi più difficili, persino la richiesta di un anticipo sullo stipendio.

È questo il punto politico sollevato dalla parlamentare pentastellata: l’accesso all’istruzione non dovrebbe essere condizionato dalla capacità economica della famiglia.

«Studiare non è un lusso: è un diritto scritto nella nostra Costituzione», sottolinea Appendino, che riporta così il tema del caro-scuola al principio costituzionale del diritto allo studio. Da qui la richiesta di intervenire sul costo dei libri di testo, fino a renderli gratuiti per gli studenti.

Una proposta che apre inevitabilmente una discussione sulle risorse pubbliche destinate alla scuola e sulle responsabilità della politica. Per Appendino, però, la priorità dovrebbe essere chiara: «I libri di testo devono essere gratuiti, perché il diritto allo studio non può dipendere dal portafoglio di una famiglia».

Nel mirino della deputata finisce anche il ministro dell’Istruzione e del Merito Giuseppe Valditara. L’accusa è quella di concentrarsi su «crociate ideologiche» anziché affrontare una delle questioni più concrete che ogni anno, alla riapertura delle scuole, entra nelle case degli italiani: quanto costa mandare un figlio a scuola?

L’affondo è netto: «Valditara, invece di rincorrere l’ennesima crociata ideologica, si svegli e trovi i fondi per aiutare le famiglie italiane».

Il tema, al di là dello scontro politico, resta quello di una scuola che dovrebbe rappresentare uno dei principali strumenti di mobilità sociale e che rischia invece di risentire sempre più delle disuguaglianze economiche. Se il costo dei libri, del materiale e delle attività scolastiche diventa una barriera, il principio dell’uguaglianza nell’accesso all’istruzione rischia di rimanere più forte sulla carta che nella vita quotidiana.

A settembre, dunque, nello zaino dei ragazzi non entrano soltanto libri e quaderni. Entrano anche le possibilità economiche delle loro famiglie. Ed è proprio su questa distanza tra ciò che la scuola dovrebbe garantire e ciò che una famiglia riesce concretamente a permettersi che si misura una delle sfide più delicate del sistema educativo italiano.

Legge elettorale, primo sì alle preferenze: fino a tre nomi, ma il capolista resta bloccato

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La riforma della legge elettorale supera al Senato uno dei passaggi più delicati e torna a mettere al centro del dibattito il rapporto tra elettori e candidati. La Commissione Affari costituzionali ha approvato l’emendamento del centrodestra che introduce la possibilità di esprimere fino a tre preferenze sulla scheda. Un primo via libera che segna una discontinuità rispetto al sistema attuale e, soprattutto, riapre una partita che appena due mesi fa si era arenata alla Camera per un solo voto.

La novità, tuttavia, non cancella il meccanismo dei capilista bloccati. Il primo nome della lista continuerà infatti a essere scelto senza preferenza diretta da parte dell’elettore, mentre la possibilità di indicare i candidati riguarderà quelli collocati successivamente. È su questo punto che si concentra una delle caratteristiche più rilevanti dell’emendamento: l’alternanza di genere non partirà dal capolista, ma dal candidato immediatamente successivo.

In concreto, l’elettore potrà indicare un massimo di tre candidati, apponendo una croce accanto ai rispettivi nomi. La nuova architettura conserva dunque una quota di nomi sottratta alla scelta diretta degli elettori e, contemporaneamente, amplia lo spazio delle preferenze nella parte restante della lista.

Una soluzione di compromesso che tiene insieme due esigenze politiche contrapposte: da una parte la volontà di restituire agli elettori un maggiore potere di scelta, dall’altra quella di mantenere un ruolo significativo per la definizione delle liste da parte dei partiti.

Anche sul fronte della rappresentanza di genere il testo introduce una disciplina specifica. L’alternanza sarà applicata a partire dal secondo candidato, lasciando quindi il capolista al di fuori del meccanismo. Non viene invece reintrodotto, per la scelta dei capilista, il criterio del 60%-40% previsto dal Rosatellum, l’attuale sistema elettorale, pensato per evitare una presenza eccessivamente sbilanciata di uno dei due generi.

Il voto della Commissione di Palazzo Madama assume così un peso politico che va oltre il singolo emendamento. Il tema delle preferenze è infatti uno dei nodi più sensibili di qualsiasi riforma elettorale: riguarda direttamente il potere degli elettori, ma anche il controllo dei partiti sulla composizione delle liste e, di conseguenza, sulla futura rappresentanza parlamentare.

Il passaggio al Senato riapre inoltre una ferita ancora recente nel percorso parlamentare della riforma. A luglio, alla Camera, una proposta sostanzialmente analoga era stata respinta per appena un voto. Ora il centrodestra incassa il primo via libera in Commissione e rimette la questione al centro dei lavori parlamentari.

La strada verso l’approvazione definitiva resta naturalmente ancora lunga. Ma il voto del Senato indica con chiarezza che il tema delle preferenze non è destinato a essere un dettaglio tecnico della riforma. È, al contrario, uno dei terreni sui quali si misura l’equilibrio tra partiti, candidati ed elettori e, più in generale, il grado di scelta che il nuovo sistema elettorale intende affidare ai cittadini.

Militari nel partito di Vannacci, la Procura militare apre un’indagine

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La politica entra nelle caserme, almeno sul terreno degli accertamenti giudiziari. La Procura militare di Roma ha avviato una serie di accertamenti preliminari sulle adesioni di militari al partito Futuro Nazionale, la formazione politica guidata da Roberto Vannacci. L’iniziativa dei magistrati con le stellette nasce da un esposto presentato dal Sindacato dei Militari, che ha sollecitato verifiche sulla presenza di appartenenti alle Forze Armate all’interno della struttura organizzativa del partito.

A confermare l’apertura dell’attività investigativa è stato il procuratore militare di Roma, Marco De Paolis, attraverso una nota nella quale viene precisato il perimetro dell’intervento della magistratura.

Gli accertamenti, spiega la Procura, riguardano «la posizione di appartenenti alle Forze Armate» presenti all’interno della struttura organizzativa di Futuro Nazionale. Non si tratta dunque, almeno in questa fase, di un procedimento che attribuisca responsabilità personali: l’obiettivo dichiarato dai pm è verificare se emergano fatti di competenza della giustizia militare e se questi riguardino persone sottoposte alla relativa giurisdizione.

È una distinzione tutt’altro che formale. L’apertura degli accertamenti non equivale infatti a un’accusa né implica che siano stati individuati reati. La Procura militare sta verificando, sulla base dell’esposto, se le circostanze segnalate presentino profili tali da richiedere un intervento dell’autorità giudiziaria militare.

Il punto centrale dell’indagine preliminare è quindi il rapporto tra appartenenza alle Forze Armate, attività all’interno di una formazione politica e limiti previsti dall’ordinamento per il personale militare. Un terreno particolarmente delicato, nel quale si intrecciano libertà individuali, diritti politici e obblighi connessi allo status militare.

La vicenda assume inoltre un rilievo politico per il ruolo dello stesso Vannacci, che ha costruito parte della propria esperienza pubblica proprio a partire dalla sua carriera nelle Forze Armate. L’eventuale presenza di militari impegnati nell’organizzazione di una formazione politica pone così interrogativi che vanno oltre il singolo caso e chiamano in causa il confine tra partecipazione politica del cittadino in uniforme e vincoli derivanti dall’appartenenza all’ordinamento militare.

Per ora, tuttavia, la Procura mantiene il perimetro dell’iniziativa rigorosamente circoscritto. Il compito dei magistrati sarà stabilire se, nelle condotte segnalate dal Sindacato dei Militari, esistano elementi concretamente riconducibili alla giurisdizione militare.

È dunque dalle verifiche preliminari che dovrà arrivare la risposta alla domanda centrale: la presenza di militari nella struttura di Futuro Nazionale costituisce soltanto una manifestazione di partecipazione politica individuale oppure presenta profili suscettibili di assumere rilevanza sotto il profilo dell’ordinamento militare?

La Procura militare di Roma ha scelto, per ora, la strada degli accertamenti. Saranno gli elementi raccolti a stabilire se l’iniziativa resterà una verifica preliminare o se porterà a ulteriori sviluppi giudiziari.

Xylella, il batterio arriva in Calabria: a Taurianova il primo focolaio. «Ora la prevenzione non può più aspettare»

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La frontiera della Xylella fastidiosa si sposta e, con il primo focolaio individuato a Taurianova, la Calabria entra ufficialmente nella geografia del rischio. Per una regione che conta milioni di ulivi e custodisce un patrimonio di cultivar autoctone strettamente legato alla propria economia agricola, al paesaggio e alla stessa identità dei territori, l’allarme non è soltanto fitosanitario. È economico, ambientale e culturale.

A riaccendere il confronto sulle misure di prevenzione è la consigliera regionale del Movimento 5 Stelle Elisabetta Barbuto, che rivendica di avere già posto la questione all’attenzione del Consiglio regionale lo scorso 31 marzo, con la mozione numero 32 dedicata proprio alla prevenzione della diffusione del batterio e al rafforzamento dei Servizi Fitosanitari.

«L’individuazione del primo focolaio di Xylella fastidiosa a Taurianova — sostiene Barbuto — rappresenta purtroppo la conferma di un rischio gravissimo che avevamo previsto e denunciato. Avevamo chiesto un Piano straordinario di prevenzione e il potenziamento immediato dei Servizi Fitosanitari. Avevamo anche sottolineato che non c’era tempo da perdere per proteggere i nostri 25 milioni di ulivi e cultivar come Carolea, Ottobratica e Cassanese».

Il punto, secondo la consigliera pentastellata, è che la scoperta di Taurianova non dovrebbe essere considerata un episodio isolato, ma il segnale di una possibile nuova fase dell’emergenza. L’esperienza della Puglia, dove la Xylella ha provocato danni profondissimi al patrimonio olivicolo, e l’avanzata del batterio verso la Basilicata rappresentano, nella sua lettura, un precedente che avrebbe dovuto spingere la Calabria ad anticipare il problema anziché inseguirlo.

Ed è proprio sulla capacità di prevenzione che si concentra la critica alla macchina regionale. La mozione depositata a marzo richiama infatti le difficoltà del Servizio Fitosanitario Regionale, a partire dal sottodimensionamento degli organici e dalla necessità di rendere più capillare il sistema di monitoraggio e diagnosi.

«Adesso che il batterio è arrivato nel cuore della Piana di Gioia Tauro — afferma Barbuto — non c’è più un solo minuto da perdere. Non bastano rincorse tardive o annunci di emergenza. Servono risposte strutturali».

La partita si gioca prima che il contagio diventi emergenza

La strategia proposta dalla consigliera regionale parte dal rafforzamento della struttura pubblica incaricata dei controlli. Tecnici e ispettori, nella sua impostazione, devono essere messi nelle condizioni di garantire una sorveglianza realmente capillare, indispensabile per individuare tempestivamente eventuali nuovi focolai.

Ma il contrasto alla Xylella non si esaurisce nei campi coltivati. Una delle questioni più delicate riguarda infatti le aree marginali: terreni abbandonati, scarpate, aree demaniali e fasce lungo strade e ferrovie possono diventare luoghi favorevoli alla presenza delle erbe spontanee associate al ciclo del vettore del batterio, la cosiddetta sputacchina.

Per questo Barbuto chiede protocolli vincolanti con ANAS, Province e società ferroviarie per garantire sfalci e trinciature e propone di rafforzare gli strumenti a disposizione dei Comuni per intervenire anche sui terreni privati incolti quando sia necessario prevenire la propagazione del rischio.

La seconda direttrice è quella del coordinamento. Un batterio che non conosce i confini amministrativi, sostiene la consigliera, non può essere affrontato attraverso risposte frammentate. Da qui la richiesta di una regia interregionale con Puglia e Basilicata, capace di condividere tempestivamente dati e informazioni, affiancata da un’Unità di crisi permanente con il coinvolgimento delle organizzazioni agricole.

Dalla sorveglianza ai soldi: il nodo delle imprese

C’è poi il capitolo economico. Per gli agricoltori, infatti, la prevenzione ha un costo e un eventuale danno fitosanitario può trasformarsi rapidamente in una crisi aziendale.

La proposta contenuta nella mozione punta quindi a strumenti di garanzia attraverso Fincalabria per sostenere l’acquisto delle attrezzature necessarie e gli interventi di rigenerazione, insieme a procedure più rapide per l’accesso alle risorse del Complemento di sviluppo rurale. L’obiettivo dichiarato è ridurre la burocrazia e mettere la liquidità a disposizione delle aziende nel momento in cui serve, non quando l’emergenza è già esplosa.

L’altra scommessa riguarda la ricerca. La Calabria, secondo Barbuto, deve trasformare il proprio patrimonio varietale in una risorsa strategica, sostenendo ARSAC e università regionali nella mappatura genetica delle cultivar locali e investendo contemporaneamente nella formazione degli agricoltori.

Non soltanto destinatari delle misure, dunque, ma veri e propri «custodi del territorio»: una rete diffusa di osservazione e prevenzione che possa contribuire a intercettare precocemente i segnali di una possibile diffusione.

La Regione davanti a una scelta

Il messaggio politico rivolto al presidente Roberto Occhiuto e all’assessore all’Agricoltura Gianluca Gallo è netto: secondo Barbuto, il primo focolaio rende ancora più urgente trasformare in azione concreta le proposte già depositate.

«La Calabria non può permettersi di ripercorrere gli errori di sottovalutazione commessi altrove — conclude la consigliera M5S —. La mozione c’è, le soluzioni sono scritte e le risorse possono essere mobilitate subito».

La questione, dunque, non è soltanto stabilire se la Calabria abbia intercettato il primo focolaio in tempo. La vera sfida è capire se riuscirà a impedire che quel primo focolaio diventi l’inizio di una nuova emergenza.

In gioco ci sono gli ulivi, naturalmente. Ma insieme agli alberi c’è un’intera filiera produttiva, un paesaggio agricolo e un patrimonio varietale che la regione non può permettersi di perdere. E, mentre il comparto olivicolo deve già fare i conti con la crisi dei prezzi, l’arrivo della Xylella aggiunge una minaccia che rende ancora più costoso ogni ritardo.

Cambio di passo

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A cura di Gilberto Borzini

In Inghilterra un normale giovane sportivo ha appena acquistato una mazza da baseball per allenarsi e viene immediatamente arrestato dalla polizia per possesso di arma impropria.

C’è tensione in Gran Bretagna dove troppe persone vanno in giro armate di coltello e minacciano la comunità. Ma c’è tensione ovunque, dagli USA al Liechtenstein, perchè ovunque si manifestano frequentemente aggressioni, disagi comportamentali, episodi di follia o di rabbia che a volte trovano pretesto nel travisamento della fede, altre nel disagio economico, altre ancora in quello relazionale e affettivo, ma tensione e disagio sono ormai divenute caratteristiche strutturali delle nostre società.

Il motivo scatenante di questa conflittualità ormai permanente è solidamente definito dal modello economico a cui siamo soggetti: un modello iper competitivo, dove la precarietà impone il darwinismo sociale, dove la spinta al consumo definisce con l’insufficienza permanente le proprie disponibilità economiche, dove l’insicurezza occupazionale si accompagna al timore di un conflitto continentale e molte giovani trovano più opportuno affittarsi ed esibirsi on line piuttosto che cercare un lavoro tradizionale. Un modello economico che impone la molteplicità dei ruoli e dei generi con il fine di moltiplicare le vendite e i consumi perché due single consumano più di una coppia e occupano due appartamenti  e trascorrono molti più viaggi e soggiorni di vacanza brevi e molte più serate in locali pubblici moltiplicando i consumi. Un modello economico che sul disagio psicologico fonda il timore attraverso il quale regnare incontrastato. Un modello economico che detesta il patriarcato perché il patriarca sa dire di no, è economicamente prudente, è moralmente fastidioso e impedirebbe alle figlie di uscire di casa vestite e truccate in un certo modo: il patriarca è culturalmente antico e quindi anti economico e come tale va reso ridicolo e condannato.

La protesta diffusa

Speravamo, noi europei, che il continente che ama definirsi culla del diritto sapesse resistere politicamente all’aggressività economica statunitense, che non importasse insieme con i film anche la scarsa istruzione, l’incultura, lo stress sociale che porta alle dipendenze, la nevrosi imposta dalla distorsione economica basata sull’apparire, su una spirale narcisistica senza fine né obiettivo. Speravamo invano e l’Europa ha acquisito tutti i vizi e i difetti dagli Stati Uniti fino al punto da disperdere il proprio tessuto produttivo sull’altare delle convenienze degli azionisti, perdendo migliaia di posti di lavoro e generando nuove ondate di insicurezza e di timore.

Dalle aree dove il disagio è maggiormente manifesto, aree di scarsa integrazione o di sussidi inadatti alla dignitosa sopravvivenza, si sono avviate le proteste e le proteste si sono andate canalizzando verso forme politiche specifiche apparentemente prive di quei programmi economici che neppure i partiti rappresentati nei parlamenti posseggono ricette, ma capaci di concentrare l’attenzione e l’interesse degli afflitti, dei disagiati, degli ansiosi, degli economicamente instabili, di chi ormai individua in ogni forma dello Stato un soggetto ostile, in ogni divisa un rappresentante di quel nemico che gli ha tolto sicurezze, ruolo e dignità.

La rabbia verso l’indifferenziato e fumoso oppressore, allora, si diffonde insieme col consenso a favore dei populismi o detti tali, e la vituperata feccia diviene solida base elettorale sulla quale, per la quale e a favore della quale costruire un progetto che attribuisca nuovamente a ognuno il senso delle proporzioni, il relativo ruolo sociale, modelli relazionali e affettivi più stabili  e meno soggetti al capriccio dei sensi, utili capacità manuali e operative al posto di sudate e costosissime quanto superflue lauree brevi.

E in questo contesto l’etica della sobrietà, il consumare consapevolmente obbligando l’industria a produrre meno, a non inondare gli scaffali e i mercati di superfluo, a produrre rispettando i diritti di chi lavora, dell’ambiente e dei territori, a ridurre inquinamento e additivi.

L’etica della sobrietà diviene atto politico, persino rivoluzionario: un atto semplice di contestazione sistemica che ognuno può produrre e applicare, mano invisibile che quotidianamente combatte il sistema con le armi del sistema, senza violenza, senza rabbia esibita, con la non violenza del non acquisto.

Danimarca, l’allarme degli 007: «La Russia prepara sabotaggi contro l’industria della difesa»

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La minaccia russa, per la Danimarca, non si fermerebbe più alla dimensione militare e geopolitica. Secondo il controspionaggio di Copenaghen, il Paese sarebbe infatti entrato nel mirino di una strategia di sabotaggio rivolta anche al comparto industriale della difesa.

A riferirlo è l’emittente pubblica danese DR, sulla base delle dichiarazioni rilasciate al quotidiano Berlingske da Emil Græsholm, responsabile del controspionaggio del Pet, il servizio di sicurezza e intelligence della polizia danese.

Il quadro delineato dall’intelligence è netto. «Constatiamo che anche le aziende danesi sono oggetto di concreti piani di sabotaggio da parte della Russia», ha dichiarato Græsholm, aggiungendo che i servizi segreti russi «stanno preparando attivamente azioni di sabotaggio rivolte all’industria della difesa in Danimarca».

Parole che restituiscono la misura di una preoccupazione crescente tra le autorità di Copenaghen. L’attenzione non riguarda, dunque, soltanto eventuali attività di spionaggio o raccolta di informazioni sensibili, ma la possibilità che la pressione russa si traduca in operazioni capaci di colpire direttamente infrastrutture e imprese considerate strategiche.

Il riferimento all’industria della difesa assume un peso particolare nel contesto della guerra in Ucraina e del rafforzamento del dispositivo di sicurezza europeo. La Danimarca, membro della Nato e Paese affacciato sul Baltico, occupa infatti una posizione strategica nell’architettura di sicurezza dell’Europa settentrionale. In questo scenario, la protezione delle filiere industriali e tecnologiche legate alla difesa è diventata una priorità crescente per i governi occidentali.

L’allarme del Pet si inserisce così in una più ampia valutazione della minaccia russa, nella quale alle forme tradizionali di confronto tra Stati si affiancano attività clandestine, pressione sulle infrastrutture e operazioni sotto la soglia di un conflitto militare dichiarato.

La denuncia danese, tuttavia, non fornisce pubblicamente dettagli sui presunti obiettivi né sulle modalità attraverso cui i sabotaggi potrebbero essere realizzati. Ed è proprio questo uno degli elementi che rende le dichiarazioni dell’intelligence particolarmente significative: Copenaghen parla di piani concreti e di preparativi attivi, ma senza rendere noti ulteriori particolari operativi.

Il messaggio politico e di sicurezza appare comunque evidente. Per la Danimarca la frontiera della minaccia non passa più soltanto dai confini geografici o dal campo di battaglia ucraino. Può arrivare anche dentro le catene produttive, nei siti industriali e nelle aziende che costituiscono una parte essenziale della capacità di difesa nazionale ed europea.

Un terreno sul quale, secondo gli 007 danesi, la Russia sarebbe già al lavoro.

Svalbard, fermata una nave russa: il conto della Crimea arriva nell’Artico

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La guerra dei risarcimenti passa anche dall’Artico. Una nave da crociera russa è stata sequestrata alle isole Svalbard, nell’estremo Nord norvegese, su richiesta di Naftogaz, la compagnia energetica statale ucraina. Il provvedimento riguarda la “Professor Molchanov” e si inserisce nella complessa offensiva giudiziaria con cui Kiev cerca di recuperare dalla Russia miliardi di dollari riconosciuti come risarcimento per i beni sottratti dopo l’annessione della Crimea nel 2014.

Non è dunque soltanto il fermo di una nave. Dietro l’operazione c’è il tentativo di trasformare una sentenza arbitrale in un credito concretamente esigibile, andando a cercare beni russi fuori dai confini dell’Ucraina.

Secondo quanto comunicato da Naftogaz, il sequestro è stato disposto il 31 agosto 2026 da un tribunale norvegese, con l’obiettivo di garantire il pagamento di una somma che, tra capitale, interessi e spese, ammonta a circa 4,22 miliardi di dollari. La richiesta della società ucraina punta a dare attuazione al riconoscimento arbitrale ottenuto contro Mosca per quella che Naftogaz definisce una confisca illegale dei propri asset in Crimea.

La “Professor Molchanov” si trova a Barentsburg, insediamento minerario delle Svalbard. A indicarne la posizione è il sito di tracciamento navale VesselFinder, mentre la polizia delle Svalbard ha confermato il sequestro al quotidiano norvegese Aftenposten.

La strategia di Naftogaz

L’azione norvegese rappresenta un nuovo tassello nella strategia internazionale di Naftogaz. La società sta infatti cercando di individuare e sottoporre a misure cautelari beni riconducibili alla Russia in diversi Paesi, nel tentativo di trasformare il risarcimento stabilito dagli organi arbitrali in un pagamento effettivo.

«Questo è un altro passo importante verso il raggiungimento della giustizia di fronte al sequestro illegale dei beni di Naftogaz in Crimea da parte della Russia», ha dichiarato il ceo ad interim della società, Sergii Fedorenko.

Il messaggio di Naftogaz è netto: la ricerca non si fermerà a un singolo bene né a una singola giurisdizione. «Continueremo a cercare i beni russi in tutto il mondo fino a quando non sarà pagato l’intero risarcimento dovuto a Naftogaz e alle altre società del Gruppo Naftogaz», ha aggiunto Fedorenko.

La vicenda porta così la disputa sulla Crimea molto lontano dal teatro originario del conflitto. Dai beni energetici sottratti nel 2014 alle acque fredde delle Svalbard, la partita si gioca ora sul terreno della giustizia internazionale e dell’esecuzione delle sentenze.

E la “Professor Molchanov”, almeno per il momento, è diventata uno dei beni attraverso cui l’Ucraina prova a presentare il conto a Mosca.

Italia-Egitto, la nuova sfida sull’immigrazione: più ingressi regolari, meno irregolari

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Trasformare la gestione dei flussi migratori da terreno di emergenza a strumento di cooperazione economica. È questa la direzione indicata dall’Italia nei rapporti con l’Egitto, uno dei Paesi chiave nello scacchiere mediterraneo e nel controllo delle rotte migratorie verso l’Europa.

Ad annunciarlo è il ministro degli Esteri Antonio Tajani, arrivato al Cairo, dove ha illustrato ai giornalisti i contenuti dell’intesa che Italia ed Egitto si apprestano a sottoscrivere. Il punto centrale è chiaro: contrastare l’immigrazione irregolare aumentando, parallelamente, le opportunità di ingresso legale nel nostro Paese.

«Dovremo affrontare sempre più il tema dell’immigrazione», ha spiegato Tajani, sottolineando come l’accordo con le autorità egiziane punti a rafforzare la collaborazione tra i due Paesi. L’ambizione è quella di ridurre il numero degli arrivi irregolari e, allo stesso tempo, favorire un numero crescente di migranti regolari destinati a essere inseriti nel mercato del lavoro italiano.

Non soltanto controllo delle frontiere, dunque, ma anche formazione professionale e occupazione. La strategia delineata dal ministro parte dall’idea che l’apertura di canali regolari possa diventare una componente strutturale della politica migratoria: selezionare e formare lavoratori nei Paesi di origine per rispondere, attraverso percorsi legali, alle esigenze delle imprese italiane.

È un modello che prova a tenere insieme due esigenze spesso considerate contrapposte: il contrasto alle partenze irregolari e la necessità dell’economia italiana di reperire manodopera in settori nei quali la domanda di lavoratori resta elevata.

L’Egitto assume, in questo quadro, un ruolo strategico. La sua posizione geografica, il peso politico nella regione e la dimensione demografica ne fanno un interlocutore centrale per l’Italia nella gestione dei fenomeni migratori che attraversano il Mediterraneo.

L’intesa annunciata al Cairo punta quindi a spostare il baricentro della collaborazione: dall’emergenza degli sbarchi alla costruzione di percorsi più ordinati e programmati. Un approccio nel quale la formazione dovrebbe rappresentare il passaggio decisivo per trasformare l’ingresso regolare in un’opportunità tanto per i lavoratori stranieri quanto per le aziende italiane.

La scommessa, ora, sarà tradurre gli impegni politici in meccanismi concreti: formazione nei Paesi di partenza, selezione dei lavoratori, ingresso attraverso canali regolari e successivo inserimento professionale. Un percorso che, nelle intenzioni del governo italiano, dovrebbe contribuire a rendere più governabile il fenomeno migratorio e a ridurre lo spazio lasciato alle reti dell’immigrazione clandestina.

Dal Cairo, dunque, Tajani rilancia una linea che lega strettamente politica estera, sicurezza e fabbisogno occupazionale. La sfida non è soltanto fermare ciò che è irregolare, ma costruire alternative credibili e legali. E per l’Italia, nel rapporto con l’Egitto, questa partita passa sempre più anche dal lavoro.

La seguiva ovunque, anche in vacanza: arrestato a Roma un 61enne accusato di stalking

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Non sarebbe bastato cambiare lavoro per interrompere quelle attenzioni. Secondo quanto ricostruito dalla polizia, un uomo di 61 anni avrebbe continuato a cercare la sua ex collega, trasformando nel tempo i tentativi di contatto in una sequenza di comportamenti persecutori. Una presenza che, stando agli accertamenti, avrebbe finito per seguirla anche lontano da Roma, fino al luogo scelto per le vacanze.

L’ultimo episodio si sarebbe verificato nella zona di Appio Claudio. La donna, secondo la ricostruzione degli investigatori, avrebbe riconosciuto ancora una volta l’ex collega nei suoi pressi e avrebbe notato che l’uomo la seguiva, prima di fermarsi con l’auto sul ciglio della strada. A quel punto è partita la chiamata al 112 che ha fatto scattare l’intervento della polizia e, successivamente, l’arresto.

Appostamenti, messaggi e biglietti sul parabrezza

Quello che ha portato all’arresto, però, sarebbe soltanto l’ultimo capitolo di una vicenda più lunga. Gli investigatori hanno ricostruito una serie di episodi che, secondo l’accusa, si sarebbero protratti anche dopo il cambio di lavoro della donna.

L’uomo, pur vivendo a una ventina di chilometri di distanza, avrebbe raggiunto più volte la zona dell’abitazione della ex collega, arrivando ad appostarsi sotto casa. In altre occasioni avrebbe lasciato biglietti sul parabrezza della sua automobile e avrebbe cercato di mantenere i contatti attraverso messaggi ed e-mail.

Una serie di condotte che avrebbe progressivamente alimentato nella donna una condizione di apprensione, fino a spingerla a rivolgersi alle forze dell’ordine.

Oltre 200 chilometri per raggiungerla durante le ferie

Tra gli episodi ritenuti più significativi dagli investigatori c’è quello del 9 agosto. Secondo quanto emerso dagli accertamenti, il 61enne avrebbe percorso più di 200 chilometri per raggiungere l’ex collega nella località dove stava trascorrendo le vacanze.

Un viaggio che, alla luce degli altri episodi contestati, avrebbe rafforzato i timori della donna, che dopo quell’episodio ha presentato denuncia.

Le indagini sono quindi proseguite e hanno portato gli agenti a effettuare accertamenti anche nell’automobile e nell’abitazione dell’uomo. Qui sarebbero state trovate diverse scatole e confezioni regalo, oltre a uno spray al peperoncino e materiale elettronico, tra cui alcuni hard disk esterni.

«Volevo soltanto consegnarle dei regali»

Agli investigatori, il 61enne avrebbe fornito una spiegazione diversa rispetto alla ricostruzione accusatoria: avrebbe detto di essersi messo sulle tracce della donna con l’intenzione di consegnarle alcuni regali e restituirle effetti personali.

Una versione che non ha evitato l’adozione della misura cautelare. L’uomo è stato arrestato dalla polizia con l’accusa di atti persecutori e il provvedimento è stato successivamente convalidato dall’Autorità giudiziaria.

La vicenda, dunque, passa ora al vaglio della magistratura, mentre gli episodi raccolti dagli investigatori dovranno essere valutati nell’ambito del procedimento. Per l’uomo, come previsto dalla legge, resta ferma la presunzione di innocenza fino a un’eventuale sentenza definitiva.