La guerra che da mesi scuote il Medio Oriente entra in una fase ancora più incerta, nella quale gli obiettivi militari sembrano intrecciarsi sempre più apertamente con quelli politici. A rilanciare la sfida è Benjamin Netanyahu, che in occasione del Capodanno ebraico ha indicato senza ambiguità il possibile obiettivo finale di Israele: la caduta del regime iraniano.
«La caduta del regime iraniano è alla nostra portata. Non sfidateci», ha dichiarato il primo ministro israeliano durante il brindisi organizzato presso il forum dello Stato Maggiore dell’Idf, a Tel Aviv. Parole che fotografano la dimensione ormai strategica dello scontro: non soltanto il contenimento della minaccia iraniana, ma la prospettiva di un cambiamento di regime.
Netanyahu ha sostenuto che Israele dispone degli strumenti necessari per arrivare a quello che definisce un risultato definitivo. «Sono convinto che siamo in grado di eliminare la minaccia una volta per tutte e di rovesciare il regime iraniano che sta lottando per la propria sopravvivenza», ha affermato, rivolgendosi direttamente agli avversari: «Abbiamo la forza, la determinazione e l’unità interna per sconfiggervi».
Il premier israeliano ha quindi definito la caduta del regime come «il compito principale» ancora da portare a compimento, sostenendo che non si tratti di un obiettivo irrealistico: «È vicino. Non è impossibile. È alla nostra portata».
Tre anni di guerra e la minaccia nucleare
Nel suo intervento Netanyahu ha inserito la nuova offensiva nel quadro più ampio di quelli che ha definito tre anni di guerra. Secondo il premier, Israele avrebbe dovuto affrontare il rischio di «annientamento» da parte di un regime intenzionato a dotarsi di armi nucleari per colpire lo Stato ebraico.
«Abbiamo eliminato questa e altre minacce», ha sostenuto Netanyahu, aggiungendo che il regime iraniano oggi attaccherebbe altri Paesi evitando di sfidare direttamente Israele proprio perché consapevole della sua capacità militare e della sua determinazione.
Un messaggio rivolto tanto a Teheran quanto alla comunità internazionale, mentre sul terreno non emergono segnali di una rapida conclusione delle ostilità.
Washington prepara una guerra più lunga?
A rendere ancora più delicato lo scenario è l’indiscrezione riportata dal Wall Street Journal secondo cui il segretario alla Difesa statunitense Pete Hegseth starebbe estendendo il programma delle missioni americane in Medio Oriente fino al 2027.
Se confermata, la prospettiva rappresenterebbe un significativo cambio di orizzonte rispetto alle aspettative iniziali. Quando gli Stati Uniti avevano avviato la loro offensiva contro l’Iran, Hegseth aveva infatti prospettato un’operazione rapida e decisiva, destinata a evitare il rischio di una guerra lunga e logorante.
L’ipotesi di una pianificazione militare che si spinge invece fino al 2027 suggerirebbe uno scenario molto diverso: quello di un confronto destinato a prolungarsi e nel quale la componente militare americana potrebbe restare centrale ancora per lungo tempo.
Trump: «Stiamo vincendo, controlliamo Hormuz»
Nel frattempo Donald Trump ha adottato una linea decisamente assertiva. Il presidente americano ha dichiarato: «Stiamo vincendo in Iran», aggiungendo che gli Stati Uniti controllano lo Stretto di Hormuz.
Una dichiarazione dal peso enorme sul piano strategico. Hormuz è infatti uno dei principali snodi energetici mondiali e la sua sicurezza costituisce da decenni un elemento cruciale per gli equilibri del Golfo Persico. Qualsiasi limitazione alla navigazione nello Stretto avrebbe ripercussioni ben oltre il teatro mediorientale, con potenziali conseguenze sui mercati energetici e sull’economia globale.
Da Teheran è arrivata una risposta altrettanto netta. Ebrahim Azizi ha ribadito che Hormuz non verrà aperto senza il consenso della Repubblica islamica: «Abbiamo sottolineato che Hormuz non sarà aperto senza la volontà della Repubblica islamica dell’Iran, e questo è abbastanza evidente».
Teheran rivendica attacchi contro obiettivi Usa
Parallelamente, l’esercito iraniano ha affermato di aver colpito diverse strutture statunitensi in Kuwait e negli Emirati Arabi Uniti. Un’accusa che, se confermata nelle sue dimensioni operative, segnala quanto il conflitto abbia ormai superato i confini iraniani e israeliani per coinvolgere direttamente l’intera architettura militare americana nella regione.
Il quadro che emerge è dunque quello di una guerra tutt’altro che vicina alla conclusione. Da una parte Netanyahu parla apertamente della possibilità di rovesciare il regime di Teheran; dall’altra Washington sembra prepararsi, almeno secondo le indiscrezioni, a mantenere una presenza operativa in Medio Oriente ancora per anni. Trump rivendica progressi e controllo di un passaggio strategico come Hormuz, mentre l’Iran nega di voler cedere la propria leva sullo Stretto e rivendica nuovi attacchi contro installazioni americane.
La distanza tra gli obiettivi dichiarati e la realtà di un conflitto che continua ad allargarsi potrebbe quindi essere il vero elemento destinato a caratterizzare i prossimi mesi. Netanyahu promette che la caduta del regime «è alla portata». Teheran risponde mostrando di voler mantenere il controllo delle proprie carte. E Washington, dietro la retorica della vittoria, sembra prepararsi all’eventualità di una partita molto più lunga.










