27 Ottobre 2026, martedì
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Iran, Netanyahu alza la posta: «La caduta del regime di Teheran è alla nostra portata»

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La guerra che da mesi scuote il Medio Oriente entra in una fase ancora più incerta, nella quale gli obiettivi militari sembrano intrecciarsi sempre più apertamente con quelli politici. A rilanciare la sfida è Benjamin Netanyahu, che in occasione del Capodanno ebraico ha indicato senza ambiguità il possibile obiettivo finale di Israele: la caduta del regime iraniano.

«La caduta del regime iraniano è alla nostra portata. Non sfidateci», ha dichiarato il primo ministro israeliano durante il brindisi organizzato presso il forum dello Stato Maggiore dell’Idf, a Tel Aviv. Parole che fotografano la dimensione ormai strategica dello scontro: non soltanto il contenimento della minaccia iraniana, ma la prospettiva di un cambiamento di regime.

Netanyahu ha sostenuto che Israele dispone degli strumenti necessari per arrivare a quello che definisce un risultato definitivo. «Sono convinto che siamo in grado di eliminare la minaccia una volta per tutte e di rovesciare il regime iraniano che sta lottando per la propria sopravvivenza», ha affermato, rivolgendosi direttamente agli avversari: «Abbiamo la forza, la determinazione e l’unità interna per sconfiggervi».

Il premier israeliano ha quindi definito la caduta del regime come «il compito principale» ancora da portare a compimento, sostenendo che non si tratti di un obiettivo irrealistico: «È vicino. Non è impossibile. È alla nostra portata».

Tre anni di guerra e la minaccia nucleare

Nel suo intervento Netanyahu ha inserito la nuova offensiva nel quadro più ampio di quelli che ha definito tre anni di guerra. Secondo il premier, Israele avrebbe dovuto affrontare il rischio di «annientamento» da parte di un regime intenzionato a dotarsi di armi nucleari per colpire lo Stato ebraico.

«Abbiamo eliminato questa e altre minacce», ha sostenuto Netanyahu, aggiungendo che il regime iraniano oggi attaccherebbe altri Paesi evitando di sfidare direttamente Israele proprio perché consapevole della sua capacità militare e della sua determinazione.

Un messaggio rivolto tanto a Teheran quanto alla comunità internazionale, mentre sul terreno non emergono segnali di una rapida conclusione delle ostilità.

Washington prepara una guerra più lunga?

A rendere ancora più delicato lo scenario è l’indiscrezione riportata dal Wall Street Journal secondo cui il segretario alla Difesa statunitense Pete Hegseth starebbe estendendo il programma delle missioni americane in Medio Oriente fino al 2027.

Se confermata, la prospettiva rappresenterebbe un significativo cambio di orizzonte rispetto alle aspettative iniziali. Quando gli Stati Uniti avevano avviato la loro offensiva contro l’Iran, Hegseth aveva infatti prospettato un’operazione rapida e decisiva, destinata a evitare il rischio di una guerra lunga e logorante.

L’ipotesi di una pianificazione militare che si spinge invece fino al 2027 suggerirebbe uno scenario molto diverso: quello di un confronto destinato a prolungarsi e nel quale la componente militare americana potrebbe restare centrale ancora per lungo tempo.

Trump: «Stiamo vincendo, controlliamo Hormuz»

Nel frattempo Donald Trump ha adottato una linea decisamente assertiva. Il presidente americano ha dichiarato: «Stiamo vincendo in Iran», aggiungendo che gli Stati Uniti controllano lo Stretto di Hormuz.

Una dichiarazione dal peso enorme sul piano strategico. Hormuz è infatti uno dei principali snodi energetici mondiali e la sua sicurezza costituisce da decenni un elemento cruciale per gli equilibri del Golfo Persico. Qualsiasi limitazione alla navigazione nello Stretto avrebbe ripercussioni ben oltre il teatro mediorientale, con potenziali conseguenze sui mercati energetici e sull’economia globale.

Da Teheran è arrivata una risposta altrettanto netta. Ebrahim Azizi ha ribadito che Hormuz non verrà aperto senza il consenso della Repubblica islamica: «Abbiamo sottolineato che Hormuz non sarà aperto senza la volontà della Repubblica islamica dell’Iran, e questo è abbastanza evidente».

Teheran rivendica attacchi contro obiettivi Usa

Parallelamente, l’esercito iraniano ha affermato di aver colpito diverse strutture statunitensi in Kuwait e negli Emirati Arabi Uniti. Un’accusa che, se confermata nelle sue dimensioni operative, segnala quanto il conflitto abbia ormai superato i confini iraniani e israeliani per coinvolgere direttamente l’intera architettura militare americana nella regione.

Il quadro che emerge è dunque quello di una guerra tutt’altro che vicina alla conclusione. Da una parte Netanyahu parla apertamente della possibilità di rovesciare il regime di Teheran; dall’altra Washington sembra prepararsi, almeno secondo le indiscrezioni, a mantenere una presenza operativa in Medio Oriente ancora per anni. Trump rivendica progressi e controllo di un passaggio strategico come Hormuz, mentre l’Iran nega di voler cedere la propria leva sullo Stretto e rivendica nuovi attacchi contro installazioni americane.

La distanza tra gli obiettivi dichiarati e la realtà di un conflitto che continua ad allargarsi potrebbe quindi essere il vero elemento destinato a caratterizzare i prossimi mesi. Netanyahu promette che la caduta del regime «è alla portata». Teheran risponde mostrando di voler mantenere il controllo delle proprie carte. E Washington, dietro la retorica della vittoria, sembra prepararsi all’eventualità di una partita molto più lunga.

Marano, bruciata l’auto di un disabile dopo le liti per il posto riservato: «Ora ho paura per me e la mia famiglia»

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A Marano di Napoli, una discussione nata attorno a un diritto elementare si è trasformata in un episodio che ora fa paura. L’auto di Raffaele, una persona con disabilità, è stata data alle fiamme nei giorni scorsi dopo una serie di contrasti legati al posto riservato ai disabili davanti alla sua abitazione. Uno stallo che, secondo quanto riferito dalla vittima, sarebbe stato occupato ripetutamente da persone prive del contrassegno e quindi senza averne diritto.

Il rogo è divampato mentre l’auto era parcheggiata nei pressi dell’abitazione. L’intervento dei vigili del fuoco ha evitato che le fiamme potessero propagarsi agli appartamenti vicini, ma per Raffaele il danno non è soltanto materiale. È soprattutto il timore che quell’incendio possa rappresentare un salto di qualità in una vicenda che, a suo dire, andava avanti da tempo.

«Ho paura per me e per la mia famiglia», racconta. Una paura che nasce dalla possibilità che l’intimidazione non si sia fermata all’automobile. «Ho paura che queste persone non si fermino alla macchina e che possa accadere qualcosa di ancora più grave».

L’auto, inoltre, non era semplicemente un bene da sostituire. Era l’unica automobile della famiglia. «Siamo in gravi difficoltà e non possiamo permettercene un’altra», spiega Raffaele, che ora chiede alle forze dell’ordine tutela e protezione e soprattutto che venga fatta piena luce sull’accaduto, individuando i responsabili.

La vicenda è stata presa in carico dall’associazione La Battaglia di Andrea, che sta affiancando Raffaele insieme all’Associazione Autismo Aps di Marano e all’avvocato Sergio Pisani. Un sostegno che si inserisce in una battaglia più ampia contro le occupazioni abusive degli stalli riservati alle persone con disabilità, una questione che troppo spesso da problema di civiltà si trasforma in terreno di scontro.

«Anche a noi è capitato più volte di subire atti vandalici alla nostra auto per vicende legate alla difesa degli stalli per disabili e conosciamo molto bene questa situazione», spiega Asia Maraucci, presidente de La Battaglia di Andrea. «Siamo fiduciosi nel lavoro delle forze dell’ordine e certi che riusciranno a individuare il responsabile».

Il caso ha suscitato anche la reazione del deputato di Alleanza Verdi-Sinistra Francesco Emilio Borrelli, che ha definito l’incendio «un atto d’inciviltà intollerabile» e «un gesto vigliacco» ai danni di una persona e di una famiglia già alle prese con difficoltà quotidiane.

Borrelli ha espresso solidarietà a Raffaele e ai suoi familiari, sottolineando la necessità che la paura non diventi il prezzo da pagare per chi rivendica un proprio diritto. «Non possiamo permettere che la paura vinca e che chi rivendica i propri diritti elementari si senta sopraffatto dalla violenza e dal sopruso», ha dichiarato.

Il parlamentare ha quindi chiesto alle forze dell’ordine «la massima celerità» nell’individuazione dei responsabili e ha annunciato la disponibilità a promuovere una raccolta fondi per consentire alla famiglia di acquistare una nuova automobile.

«Non lasceremo solo Raffaele», ha assicurato Borrelli. L’obiettivo, ha spiegato, è dimostrare concretamente che «lo Stato e la parte sana della nostra comunità sono al suo fianco contro ogni forma di prepotenza e violenza».

Ora la parola passa agli investigatori. Sullo sfondo resta una domanda che va oltre il singolo episodio: come è possibile che la difesa di uno spazio destinato a una persona con disabilità possa trasformarsi in una sequenza di conflitti, fino ad arrivare all’incendio di un’automobile?

Per Raffaele, intanto, la priorità è tornare a sentirsi al sicuro sotto casa propria. E sapere che il diritto a un posto riservato non debba essere difeso ogni giorno con la paura.

Uccisa sull’A1, l’amica di Lorena: «Le dicevo di denunciare. Lei: ne uscirò da sola»

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«Le dicevo di andare dalle forze dell’ordine, di denunciare. Lei mi rispondeva che sarebbe riuscita a uscirne da sola». Sono parole che restituiscono, a posteriori, la paura e l’impotenza vissute da una delle amiche più vicine a Lorena Isceri, la donna di 45 anni uccisa dall’ex compagno Federico Vella, 36 anni, precipitata da un viadotto dell’A1 nel Fiorentino. Dopo averla lanciata nel vuoto, secondo la ricostruzione della tragedia, l’uomo si è tolto la vita.

L’amica, citata da La Nazione, racconta di aver percepito un pericolo concreto già prima dell’epilogo. «L’avevo avvisata che l’avrebbe aspettata sotto casa», riferisce, spiegando di aver insistito fino a poco prima della tragedia perché Lorena si rivolgesse alle autorità.

Un timore che, nelle sue parole, si intreccia con il cambiamento dell’uomo dopo la fine della relazione. «Si era rivelato un dottor Jekyll e Mr. Hyde», racconta l’amica, descrivendo quella che appare come una trasformazione profonda nel comportamento di Vella. Di Lorena, invece, conserva l’immagine di una «donna eccezionale».

Il dolore raccontato sui social

Nelle ore e nei giorni successivi alla tragedia, l’attenzione si è concentrata anche sulla presenza di Vella sui social network. L’uomo aveva affidato a Instagram diversi messaggi legati alla fine della relazione, manifestando pubblicamente la propria sofferenza.

Tra i contenuti pubblicati nei giorni precedenti ci sarebbe stata una storia con una frase particolarmente esplicita: «È finita. Mi sento affranto, mi ha lasciato solo come un cane».

Alcuni conoscenti, secondo quanto riferito da La Nazione, avrebbero cercato di stargli vicino, offrendogli il proprio sostegno. Lui avrebbe risposto di voler rimanere solo con il proprio dolore.

Ancora più significativo, alla luce di quanto sarebbe accaduto dopo, appare l’ultimo post pubblicato il 12 agosto. Si trattava di un video composto da fotografie che lo ritraevano insieme all’ex compagna. A corredo delle immagini, una lunga dedica nella quale Vella parlava dell’amore perduto e attribuiva a sé stesso la responsabilità della rottura: «Certi incastri sono così perfetti che, anche se li separi, la forma dell’altro ti rimane addosso per sempre».

Poi le parole rivolte direttamente alla donna: «A te, che sei la donna che ho amato con tutto me stesso e ho perso per la mia stupidità». E, in chiusura, una frase che oggi assume un peso ancora più drammatico: «Sarò tuo anche se non posso più esserlo».

Una tragedia annunciata?

Sono proprio questi elementi, insieme alle testimonianze di chi conosceva Lorena, a delineare il quadro di una relazione arrivata alla fine e di una situazione che, almeno secondo il racconto dell’amica, aveva progressivamente alimentato timori e preoccupazioni.

Ma distinguere i segnali percepiti prima della tragedia dalle responsabilità che dovranno essere ricostruite è essenziale. I messaggi sui social possono raccontare uno stato d’animo, non spiegano da soli ciò che è accaduto né consentono di stabilire automaticamente un nesso causale.

Resta, però, il racconto di chi accanto a Lorena aveva visto crescere la preoccupazione e aveva provato a convincerla a chiedere aiuto. «Le dicevo di denunciare», ripete l’amica. Lorena, invece, confidava di poter affrontare la situazione da sola.

Poi, sull’A1, la relazione ormai finita è diventata il teatro di una tragedia.

Andria, esplode un ordigno: due morti mentre preparavano l’assalto a un bancomat

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Due morti e una scena che racconta, ancora una volta, quanto possa essere devastante la spirale criminale legata agli assalti ai bancomat. È accaduto alla periferia di Andria, lungo la provinciale 155, dove un’esplosione ha ucciso due persone. L’ipotesi investigativa è che i due stessero preparando un ordigno destinato a un colpo ai danni di uno sportello automatico.

A far pensare a un assalto pianificato è il ritrovamento, a poca distanza dal luogo della tragedia, di un’auto risultata rubata. Ma saranno gli accertamenti a chiarire la dinamica e, soprattutto, quale fosse l’obiettivo dei due uomini.

Secondo una prima ricostruzione, l’esplosione sarebbe avvenuta mentre era in corso la preparazione di una cosiddetta “marmotta”, il nome con cui vengono indicate le cariche esplosive impiegate dalle bande specializzate negli assalti agli Atm. Qualcosa, durante le operazioni, sarebbe andato storto: l’ordigno sarebbe esploso improvvisamente, investendo in pieno le due vittime.

L’esplosione non è passata inosservata. A dare l’allarme è stato il proprietario di una villetta situata nelle vicinanze. Quando i carabinieri sono arrivati sul posto, hanno trovato i corpi delle due persone ormai senza vita. La violenza della deflagrazione ha reso particolarmente complesso anche il lavoro di identificazione e di ricostruzione della dinamica.

Sul luogo sono intervenuti i carabinieri e gli artificieri dell’Arma, impegnati nei rilievi e nella messa in sicurezza dell’area. Gli investigatori stanno cercando di ricostruire ogni passaggio: dalla provenienza dell’auto rubata alla natura dell’ordigno, fino all’eventuale destinazione della carica esplosiva.

Restano dunque ancora diversi interrogativi. Chi erano le due vittime? Stavano agendo da sole o facevano parte di un gruppo più ampio? E soprattutto, quale bancomat avrebbero voluto colpire?

Domande alle quali dovranno rispondere le indagini. Per ora resta il bilancio drammatico di un’esplosione che, con ogni probabilità, ha trasformato in tragedia i preparativi di un colpo criminale.

Milei riaccende la sfida sulle Falkland: «Le Malvinas sono argentine per storia e diritto»

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La questione delle Falkland torna a occupare il centro della scena internazionale e Javier Milei sceglie di alzare il livello dello scontro. In un messaggio televisivo trasmesso a reti unificate, il presidente argentino rilancia con forza la rivendicazione di sovranità sulle isole che a Buenos Aires vengono chiamate Malvinas e che dal 1982, dopo la guerra combattuta tra Argentina e Regno Unito, restano sotto controllo britannico.

«Le Malvinas sono argentine per storia e per diritto, non c’è discussione al riguardo», ha dichiarato Milei, annunciando l’invio al Parlamento di un pacchetto di provvedimenti destinati a rafforzare la strategia argentina sulla sovranità dell’arcipelago. Non soltanto parole: sul tavolo ci sono nuove sanzioni contro le aziende impegnate nelle attività petrolifere e un rafforzamento della presenza militare argentina nell’estremo sud del Paese.

Il nuovo fronte della disputa è infatti sempre più legato alle risorse energetiche. A riaccendere la tensione è il progetto Sea Lion, promosso dalla britannica Rockhopper Exploration e dall’israeliana Navitas Petroleum, che punta alle trivellazioni offshore nell’area delle Falkland. L’obiettivo è avviare l’estrazione di petrolio nel 2028. Per Buenos Aires si tratta di uno sfruttamento illegittimo di risorse situate in acque che l’Argentina considera parte del proprio territorio.

Milei ha annunciato quindi un giro di vite sulle società coinvolte, prospettando sanzioni più severe. Ma soprattutto ha legato la questione energetica a quella della sicurezza nazionale. Il governo argentino intende infatti destinare nuovi finanziamenti alla costruzione di una base navale in Terra del Fuoco, con l’obiettivo di aumentare la capacità militare e logistica del Paese nell’area più vicina all’arcipelago.

«L’Argentina non resterà a guardare», ha avvertito il presidente. Qualsiasi ulteriore avanzamento nelle Falkland, ha aggiunto, sarà considerato una violazione della sicurezza nazionale argentina.

La partita, tuttavia, non riguarda soltanto Buenos Aires e Londra. Nel discorso, Milei ha chiamato in causa anche Washington, attribuendo particolare peso alle recenti dichiarazioni di Donald Trump sulla possibilità che gli Stati Uniti possano riconsiderare la propria posizione sulla sovranità delle isole.

Per il presidente argentino, l’atteggiamento americano rappresenterebbe anche una conferma della sua strategia internazionale e dello stretto rapporto costruito con Trump. Un rapporto che gli oppositori argentini hanno più volte giudicato eccessivamente subordinato alle posizioni statunitensi, ma che Milei rivendica come uno degli strumenti attraverso cui riportare Buenos Aires al centro delle alleanze occidentali.

Secondo il presidente, Washington starebbe valutando un cambiamento di posizione perché considera l’Argentina «un partner affidabile», allineato ai valori occidentali e collocato in una regione di crescente importanza strategica.

Da Londra, però, arriva una risposta senza aperture. Il ministro della Difesa Wes Streeting ha ribadito che la posizione britannica resta immutata: le Falkland sono britanniche e l’impegno del Regno Unito nei loro confronti è «assoluto e incrollabile».

«Le Falkland sono britanniche perché gli abitanti delle Falkland hanno scelto di essere britannici», ha scritto Streeting su X, replicando direttamente alle parole di Milei. E ha liquidato la nuova offensiva diplomatica argentina come un messaggio rivolto soprattutto al pubblico interno: «La dichiarazione di Milei ci dice di più sulla politica interna argentina che sulle isole Falkland».

A oltre quarant’anni dalla guerra del 1982, dunque, la disputa torna a intrecciare nazionalismo, energia e strategia militare. La distanza tra le due capitali rimane sostanzialmente intatta: Buenos Aires continua a considerare la sovranità sulle Malvinas una questione storica e nazionale irrinunciabile; Londra difende il principio dell’autodeterminazione degli abitanti dell’arcipelago.

Nel mezzo ci sono ora anche le risorse energetiche del sottosuolo marino e una nuova dimensione geopolitica, nella quale il rapporto tra Argentina, Stati Uniti e Regno Unito potrebbe diventare parte integrante della contesa. Le Falkland, insomma, non sono tornate soltanto al centro del dibattito argentino: sono tornate a essere una pedina di una partita più ampia, nella quale storia e sovranità si confrontano con petrolio, sicurezza e nuove alleanze.

Maradona, il processo per la morte entra nel vivo: il 29 settembre al via le arringhe finali

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Il processo sulla morte di Diego Maradona imbocca il rettilineo finale. Dopo mesi di testimonianze, deposizioni e ricostruzioni sulle ultime settimane di vita del campione argentino, il Tribunale penale orale n. 7 di San Isidro ha fissato al 29 settembre l’inizio delle arringhe finali delle parti.

Sarà il momento in cui accusa e difese tireranno le somme di un procedimento destinato a chiudere uno dei capitoli giudiziari più delicati e controversi legati alla morte di Maradona. Prima di arrivare alle conclusioni, però, il calendario prevede ancora cinque udienze, durante le quali saranno ascoltati i 17 testimoni indicati dalle difese.

Poi si aprirà la fase delle arringhe, che potrebbe protrarsi per diverse settimane. A intervenire saranno i cinque gruppi di avvocati che rappresentano l’accusa, il pubblico ministero e i sette collegi difensivi degli imputati. Una sequenza di interventi destinata a mettere a confronto, davanti ai giudici, le diverse ricostruzioni di quanto accaduto intorno alla morte di Maradona.

La decima deposizione di Luque

Intanto, nell’udienza del 3 settembre, è tornato a parlare Leopoldo Luque, il neurochirurgo imputato nel procedimento. Per lui si è trattato della decima deposizione davanti al tribunale.

Luque ha contestato in particolare la rappresentazione delle condizioni cliniche di Maradona elaborata dalla commissione medica incaricata di analizzare il caso dopo la morte. Secondo il neurochirurgo, il paziente descritto dalla commissione non sarebbe stato lo stesso seguito dall’équipe durante la sua vita.

«Il paziente della commissione era gravissimo, ma non era il nostro paziente», ha affermato Luque, difendendo così le scelte compiute dall’équipe che aveva seguito l’ex fuoriclasse argentino.

Una linea difensiva che insiste dunque sulla distanza tra la situazione clinica ricostruita a posteriori e quella concretamente osservata dai medici nel periodo precedente alla morte.

Luque ha inoltre respinto l’idea che dietro le decisioni dell’équipe vi fossero intenzioni scorrette o negligenze deliberate: «Nessuno ha avuto cattive intenzioni. Abbiamo fatto tutti il meglio che potevamo».

Verso la sentenza

Dopo le arringhe finali, il procedimento entrerà nell’ultima fase. Gli imputati avranno infatti la possibilità di pronunciare le loro ultime parole prima che i giudici si ritirino per arrivare alla sentenza.

Il dibattimento si avvia così verso il momento decisivo: da una parte l’accusa, chiamata a sostenere davanti al tribunale la propria ricostruzione delle responsabilità nella morte di Maradona; dall’altra le difese, impegnate a mettere in discussione quella ricostruzione e a dimostrare che le condotte dell’équipe non configurerebbero le responsabilità contestate.

Il 29 settembre non sarà dunque soltanto l’inizio dell’ultima parte formale del processo. Sarà il passaggio nel quale le diverse versioni emerse durante il dibattimento dovranno trasformarsi in argomentazioni conclusive, prima dell’ultimo atto giudiziario di una vicenda che, a quasi sei anni dalla morte di Maradona, continua a interrogare la giustizia argentina.

Meloni, il record della longevità e il vuoto dei risultati

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A cura di Daniele Cappa

Ci sono record che si celebrano con orgoglio. E poi ci sono quelli che, una volta raggiunti, impongono soprattutto una domanda: bene, e adesso?

Giorgia Meloni arriva a 1.413 giorni a Palazzo Chigi e conquista un primato destinato a entrare negli annali della Repubblica: il suo esecutivo supera, per durata ininterrotta, il secondo governo di Silvio Berlusconi, rimasto in carica dal 2001 al 2005 per 1.412 giorni.

Un giorno in più. Una cifra simbolica, certamente. Ma anche una curiosa cartina di tornasole della stagione politica italiana: il governo Meloni ha conquistato la longevità che molti suoi predecessori non sono riusciti a ottenere, ma fatica molto di più a indicare una riforma strutturale capace di spiegare perché quei 1.413 giorni dovrebbero rappresentare un successo per il Paese e non soltanto per la maggioranza che lo governa.

La premier, naturalmente, la pensa diversamente.

«Oggi il nostro governo diventa il più longevo della storia della Repubblica italiana», ha scritto sui social, accompagnando il traguardo con «gratitudine» e «un forte senso di responsabilità». La stabilità, sostiene Meloni, «non è un record da esibire», bensì la condizione necessaria per programmare, decidere, mantenere gli impegni e farsi rispettare.

Un ragionamento politicamente comprensibile. Ma proprio qui comincia il problema.

Perché la stabilità è uno strumento, non un risultato. È la premessa per governare, non la prova di aver governato bene. Quattordici mesi, quattro anni o millequattrocentotredici giorni acquistano un significato politico soltanto quando possono essere accompagnati da un elenco altrettanto solido di trasformazioni realizzate.

E qui il bilancio appare assai meno scintillante del record.

Meloni rivendica l’aumento dell’occupazione, la riduzione della disoccupazione, il sostegno a famiglie e imprese, il rafforzamento della sicurezza, la gestione dei conti pubblici e una maggiore credibilità internazionale dell’Italia. «I risultati ci sono», afferma la presidente del Consiglio, aggiungendo subito dopo che «molte cose restano ancora da fare».

È proprio quel secondo passaggio a essere decisivo.

Perché dopo quattro anni non siamo più davanti al classico governo appena insediato che chiede tempo. Il tempo, Meloni, lo ha avuto. E in quantità persino eccezionale.

Il punto, allora, non è stabilire se l’esecutivo abbia lavorato o meno. Un governo, per definizione, produce provvedimenti, decreti, leggi, nomine, stanziamenti. Il punto è capire se abbia prodotto quelle riforme profonde che erano state promesse e che avrebbero dovuto cambiare il volto del Paese.

Ed è qui che il bilancio diventa sorprendentemente magro.

In quattro anni, la grande trasformazione promessa all’Italia sembra essersi spesso dissolta nella quotidianità di una politica amministrata più che rivoluzionata. Nessuna grande riforma capace di imprimere una svolta netta al sistema Paese. Nessun passaggio paragonabile, per portata e ambizione, a ciò che una maggioranza forte e numericamente stabile avrebbe potuto tentare.

La premier ha avuto ciò che molti governi italiani hanno sempre invocato: una maggioranza coesa, un orizzonte temporale relativamente ampio, un’opposizione divisa e la possibilità di programmare sul medio periodo.

Eppure il risultato politico più evidente resta, paradossalmente, la capacità di restare in piedi.

Un’abilità, non c’è dubbio. Meloni ha dimostrato una notevole capacità di equilibrio: ha tenuto insieme Fratelli d’Italia, Lega e Forza Italia, ha attraversato crisi, tensioni e cambiamenti di scenario, ha costruito rapporti solidi in Europa e ha mantenuto un profilo internazionale assai più prudente di quello che molti immaginavano alla vigilia del suo insediamento.

Ma anche l’equilibrismo, a un certo punto, presenta il conto.

Si può restare in equilibrio per quattro anni senza necessariamente aver fatto un passo avanti.

Ed è forse questa la contraddizione più interessante del record celebrato oggi.

Mentre Palazzo Chigi festeggia la durata, il Paese reale continua a confrontarsi con problemi tutt’altro che risolti: salari, costo della vita, produttività, industria, giovani che emigrano, sanità in affanno, difficoltà delle famiglie, precarietà e un’economia che continua a muoversi con una fatica strutturale.

La deputata del Movimento 5 Stelle Chiara Appendino, commentando il record, ha scelto toni durissimi. Secondo la parlamentare, «loro festeggiano, l’Italia no». Nel suo attacco cita il calo della produzione industriale, la pressione fiscale, la debolezza della crescita, il tema dei salari reali e il costo dell’energia. Un elenco che appartiene alla fisiologia dello scontro politico, ma che intercetta una questione tutt’altro che secondaria: il primato di Palazzo Chigi non coincide automaticamente con il benessere di chi vive fuori da Palazzo Chigi.

Ed è proprio qui che la celebrazione rischia di diventare una fotografia rovesciata.

Meloni può rivendicare la stabilità. Può rivendicare una maggiore continuità dell’azione di governo. Può rivendicare una presenza internazionale dell’Italia più assertiva. Può rivendicare alcuni indicatori economici positivi e il fatto, non irrilevante, di essere stata la prima donna a guidare il governo italiano.

Ma dovrebbe fare molta più attenzione a trasformare la durata in un certificato di buona amministrazione.

Perché un governo può essere longevo e, contemporaneamente, rivelarsi politicamente inconcludente.

Può sopravvivere alle difficoltà senza risolverle.

Può amministrare il presente senza costruire il futuro.

E può soprattutto confondere la propria capacità di resistere con la capacità di cambiare il Paese.

C’è poi un’altra questione, più politica e meno contabile. Meloni è arrivata a Palazzo Chigi promettendo di rappresentare un cambiamento profondo. Ma una volta conquistato il potere, la presidente del Consiglio avrebbe dovuto ricordare che il capo del governo non è il presidente di una parte politica.

È il presidente del Consiglio di tutti gli italiani.

È una distinzione essenziale in una democrazia, soprattutto per una leader che ha costruito una parte significativa della propria identità politica sull’idea di rappresentare un’Italia dimenticata e di restituire voce a chi si sentiva escluso.

In questi anni, invece, non sono mancati momenti nei quali la comunicazione politica di Palazzo Chigi è sembrata parlare soprattutto al proprio elettorato, alimentando una contrapposizione permanente tra «noi» e «loro». Una dinamica efficace per consolidare il consenso, molto meno utile quando si governa un Paese intero.

E così, arrivati al giorno del record, la domanda torna inevitabilmente al punto di partenza.

Che cosa festeggia davvero Meloni?

La risposta ufficiale è la stabilità.

Quella politica potrebbe essere la capacità di una maggioranza di restare unita.

Quella più amara è che, dopo quattro anni, il risultato più facile da misurare sia proprio il numero dei giorni trascorsi a Palazzo Chigi.

Non è poco. Ma non è nemmeno tutto.

Perché l’Italia non ha bisogno soltanto di un governo che duri. Ha bisogno di un governo che lasci qualcosa dopo essere durato.

Il vero record, dunque, non saranno i 1.413 giorni. Sarà ciò che resterà del Paese quando saranno finiti.

E su quello, per ora, il brindisi può aspettare.

Geppi Cucciari lascia “Un Giorno da Pecora”: «Dopo 11 anni non tornerò ai microfoni»

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Undici anni di radio non si archiviano con una comunicazione di servizio. Per Geppi Cucciari l’addio a Un Giorno da Pecora è invece una pagina personale, prima ancora che professionale. La conduttrice ha scelto Instagram per raccontare la sua decisione di non tornare, a settembre, ai microfoni del programma di Rai Radio 1, affidando alla rete un messaggio lungo, affettuoso e attraversato da una evidente malinconia.

«A settembre dopo 11 anni non tornerò ai microfoni di Un Giorno da Pecora come avrei desiderato», scrive Cucciari. Una frase che contiene già il senso di una separazione non cercata. Negli ultimi tre anni, spiega, i suoi numerosi impegni professionali non le hanno consentito di seguire per intero la stagione radiofonica. Una difficoltà che, tuttavia, era stata finora affrontata trovando una soluzione organizzativa: per metà stagione la conduttrice aveva potuto collegarsi e andare in onda dalla sede Rai di Milano.

Questa volta, però, l’equilibrio non è stato possibile. «Quest’anno nonostante la mia rinnovata disponibilità, questa soluzione, che mi consentiva di conciliare Un Giorno da Pecora con Splendida Cornice e gli altri impegni, non è stata ritenuta praticabile per ragioni editoriali», racconta. La nuova impostazione prevede infatti una presenza disponibile per tutta la stagione.

È una motivazione professionale, dunque, quella che accompagna la fine della collaborazione. Ma nelle parole di Cucciari emerge soprattutto il peso umano di un’esperienza diventata nel tempo una consuetudine, un luogo familiare, quasi una seconda casa. «Mi dispiace, mi mancherà tantissimo la radio», confessa.

E più ancora dei microfoni, le mancheranno le persone che per undici anni hanno dato un volto e una voce a quel quotidiano appuntamento. A cominciare da Giorgio Lauro, compagno di viaggio e collega con cui ha costruito «un legame davvero speciale». Poi Rachele Brancatisano, che l’ha accolta sin dall’inizio «come una sorella» e con la quale il rapporto professionale si è trasformato in un’amicizia profonda, fino al legame familiare evocato da un dettaglio particolarmente significativo: Cucciari ha avuto il privilegio di battezzare suo figlio.

Nel suo messaggio la conduttrice non dimentica nessuno. Ringrazia la redazione, la squadra, tutte quelle figure che raramente finiscono sotto i riflettori ma che rendono possibile ogni giorno una trasmissione radiofonica. «Siamo cresciuti davvero tutti insieme», ricorda, evocando una quotidianità fatta di riunioni, discussioni, caffè e panini consumati in piedi. Un racconto lontano dalla retorica dello spettacolo e molto vicino, invece, alla dimensione concreta del lavoro condiviso.

In undici anni la radio è diventata per Cucciari una sorta di calendario personale. «Avete scandito i miei anni, le mie giornate, i miei pranzi», scrive rivolgendosi alla squadra. Un rapporto costruito anche attraverso gli ospiti: quasi 2.000 puntate, dunque migliaia di conversazioni, incontri e storie. «A volte sorprendenti, altre sconcertanti, sempre illuminanti», li definisce la conduttrice.

Ma c’è un altro interlocutore al quale Cucciari dedica parole particolarmente sentite: il pubblico. Quello della radio, osserva, è un rapporto difficile da replicare altrove, perché fondato sull’ascolto e sulla continuità. Un pubblico «dedicato, attento, severo e dai grandi slanci», capace di accompagnare il programma e i suoi protagonisti per anni.

È forse proprio qui che l’addio assume il significato più forte. Non è soltanto la fine di una collaborazione professionale, ma l’interruzione di una ritualità costruita giorno dopo giorno, voce dopo voce. Un pezzo di vita che cambia forma, senza per questo cancellare ciò che è stato.

Cucciari chiude il suo messaggio senza trasformare la separazione in un punto definitivo: «Ci ritroveremo, ne sono sicura». Una promessa, o forse semplicemente la consapevolezza che certi legami, quando sono durati così a lungo, non finiscono davvero con l’ultima diretta.

Finale Ligure, strage in famiglia: padre uccide moglie e figlio di 14 anni e si suicida

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Una famiglia spezzata nel cuore della notte, due spari che i vicini avrebbero sentito senza che l’allarme scattasse immediatamente e, ore dopo, la drammatica scoperta. È quanto accaduto a Finale Ligure, nel Savonese, dove tre persone sono state trovate senza vita all’interno di un’abitazione in via dei Forti di Legnino.

Le vittime sono Paola Siri, architetto di 60 anni, e il figlio Mattia, 14 anni, giovane calciatore della squadra locale. A sparare, secondo la prima ricostruzione, sarebbe stato il marito e padre, Daniele Baruzzo, 59 anni, che avrebbe poi rivolto l’arma contro di sé. L’ipotesi sulla quale si concentrano gli investigatori è dunque quella di un omicidio-suicidio, ma la ricostruzione definitiva di quanto accaduto è ancora affidata agli accertamenti dei carabinieri.

I corpi sarebbero stati scoperti intorno a mezzogiorno del 3 settembre. Sul posto sono intervenuti i carabinieri, i vigili del fuoco, due ambulanze e l’automedica del 118. Per i soccorritori, però, non c’era più nulla da fare: tutti e tre erano già morti.

Gli spari nella notte e il biglietto

Secondo quanto riferito nelle prime ore e riportato da Savonanews.it, gli spari sarebbero stati avvertiti dai vicini intorno alla mezzanotte. Un elemento che potrebbe contribuire a definire la sequenza temporale della tragedia, mentre gli investigatori stanno cercando di ricostruire con precisione le ore precedenti e successive ai delitti.

Baruzzo, operaio di 59 anni, avrebbe avuto un porto d’armi regolare e sarebbe stato abituato a frequentare il poligono. L’arma utilizzata per il delitto, secondo le informazioni disponibili, sarebbe stata legalmente detenuta.

All’interno della casa sarebbe stato inoltre trovato un biglietto lasciato dall’uomo, nel quale avrebbe fatto riferimento ad alcune problematiche. Il contenuto potrebbe rappresentare un elemento importante per comprendere il contesto nel quale è maturato il gesto, ma saranno gli accertamenti degli investigatori a stabilirne il reale significato e la sua eventuale rilevanza nella ricostruzione dei fatti.

Le indagini sono condotte dai carabinieri di Albenga, coordinati dalla pm Maddalena Sala. Gli accertamenti dovranno chiarire, tra gli altri aspetti, la dinamica esatta degli omicidi, la successione temporale degli eventi e le circostanze che hanno preceduto la tragedia.

Mattia, il giovane calciatore

A rendere ancora più dolorosa la notizia è la giovane età di Mattia, che giocava nella formazione calcistica della sua città. La sua morte ha colpito profondamente la comunità sportiva e quella di Finale Ligure.

Il Finale FBC ha affidato ai social un lungo messaggio di cordoglio, ricordando il ragazzo non soltanto come atleta, ma come parte di un gruppo e di una comunità. La società ha definito quanto accaduto una tragedia capace di spezzare la vita di un giovane e di ferire l’intero territorio.

In segno di rispetto, il club ha deciso di sospendere tutte le attività del settore giovanile, compresi allenamenti e partite, fino alla giornata di domenica. Nel messaggio, la società ha ricordato il giovane atleta per la sua presenza nel gruppo, per i momenti condivisi e per il rapporto costruito con compagni e allenatori.

Un addio affidato alle parole della comunità sportiva, che in queste ore prova a elaborare una perdita difficile da comprendere.

Finale Ligure si ferma

La tragedia ha avuto un’immediata ripercussione anche sulla vita pubblica della città. L’amministrazione comunale di Finale Ligure ha annunciato il rinvio di tutte le manifestazioni previste nei prossimi giorni e nel fine settimana.

«Profondo dolore» è stato espresso dal Comune per quanto accaduto nella villetta di via dei Forti di Legnino. L’amministrazione ha inoltre fatto sapere che, in occasione dei funerali delle vittime, sarà proclamato il lutto cittadino.

In una città abituata a ritmi diversi, quelli di una comunità che si prepara alla stagione autunnale dopo l’estate, la tragedia irrompe così nella quotidianità e la interrompe. Le attività si fermano, il campo da calcio resta vuoto e una famiglia viene consegnata al silenzio.

Resta ora il compito degli investigatori: ricostruire ogni passaggio di quella notte, verificare gli elementi già emersi e comprendere che cosa abbia portato alla drammatica sequenza di eventi. Un’indagine che dovrà procedere separando le prime ipotesi dai fatti e restituendo, per quanto possibile, una ricostruzione completa di una tragedia che ha sconvolto Finale Ligure.

Omicidio Musiani, fermato un quinto minorenne: la rete dell’inchiesta si allarga

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La cerchia dei presunti responsabili della morte di Nicola Musiani si allarga. A distanza di poche settimane dai primi quattro fermi, l’inchiesta sull’aggressione mortale avvenuta nella notte del 19 luglio a Pinarella di Cervia porta all’individuazione di un quinto minorenne, ritenuto dagli investigatori coinvolto nel brutale pestaggio costato la vita all’uomo.

A eseguire il provvedimento, nella mattinata di giovedì, sono stati i carabinieri del Nucleo Investigativo del Comando Provinciale di Ravenna, al termine di un’attività investigativa coordinata dalla Procura della Repubblica presso il Tribunale per i Minorenni di Bologna.

Il giovane, residente in provincia di Forlì-Cesena, è stato raggiunto dal provvedimento restrittivo direttamente nella propria abitazione. Secondo l’ipotesi accusatoria, ancora al vaglio dell’autorità giudiziaria, sarebbe uno dei presunti autori dell’aggressione che ha provocato la morte di Musiani.

Il nuovo fermo rappresenta un ulteriore sviluppo di un’indagine che, nelle settimane successive alla tragedia, ha progressivamente ricostruito la dinamica della notte di luglio e individuato i giovani che gli investigatori ritengono coinvolti nella violenza.

Agli inizi di agosto erano già stati fermati altri quattro giovani, sempre in relazione alla stessa vicenda. Ora il quinto provvedimento amplia ulteriormente il quadro investigativo e porta a cinque il numero dei minorenni destinatari delle misure restrittive nell’ambito dell’inchiesta.

Il provvedimento nei confronti del ragazzo è stato emesso dalla Procura della Repubblica presso il Tribunale per i Minorenni di Bologna, che ha coordinato le indagini e valutato gli elementi raccolti dai carabinieri del Nucleo Investigativo di Ravenna.

Dopo essere stato rintracciato, il minorenne è stato sottoposto alle formalità previste e, come disposto dall’autorità giudiziaria, accompagnato all’Istituto Penale Minorile di Bologna, dove rimane a disposizione della magistratura minorile.

L’inchiesta prosegue ora per definire con precisione il ruolo di ciascuno dei giovani coinvolti e ricostruire ogni passaggio di quella notte a Pinarella. Sullo sfondo resta la morte di Musiani, provocata dalle conseguenze di un’aggressione di particolare violenza, mentre sarà il successivo sviluppo del procedimento giudiziario a stabilire le responsabilità individuali.