27 Ottobre 2026, martedì
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Danimarca, l’allarme degli 007: «La Russia prepara sabotaggi contro l’industria della difesa»

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La minaccia russa, per la Danimarca, non si fermerebbe più alla dimensione militare e geopolitica. Secondo il controspionaggio di Copenaghen, il Paese sarebbe infatti entrato nel mirino di una strategia di sabotaggio rivolta anche al comparto industriale della difesa.

A riferirlo è l’emittente pubblica danese DR, sulla base delle dichiarazioni rilasciate al quotidiano Berlingske da Emil Græsholm, responsabile del controspionaggio del Pet, il servizio di sicurezza e intelligence della polizia danese.

Il quadro delineato dall’intelligence è netto. «Constatiamo che anche le aziende danesi sono oggetto di concreti piani di sabotaggio da parte della Russia», ha dichiarato Græsholm, aggiungendo che i servizi segreti russi «stanno preparando attivamente azioni di sabotaggio rivolte all’industria della difesa in Danimarca».

Parole che restituiscono la misura di una preoccupazione crescente tra le autorità di Copenaghen. L’attenzione non riguarda, dunque, soltanto eventuali attività di spionaggio o raccolta di informazioni sensibili, ma la possibilità che la pressione russa si traduca in operazioni capaci di colpire direttamente infrastrutture e imprese considerate strategiche.

Il riferimento all’industria della difesa assume un peso particolare nel contesto della guerra in Ucraina e del rafforzamento del dispositivo di sicurezza europeo. La Danimarca, membro della Nato e Paese affacciato sul Baltico, occupa infatti una posizione strategica nell’architettura di sicurezza dell’Europa settentrionale. In questo scenario, la protezione delle filiere industriali e tecnologiche legate alla difesa è diventata una priorità crescente per i governi occidentali.

L’allarme del Pet si inserisce così in una più ampia valutazione della minaccia russa, nella quale alle forme tradizionali di confronto tra Stati si affiancano attività clandestine, pressione sulle infrastrutture e operazioni sotto la soglia di un conflitto militare dichiarato.

La denuncia danese, tuttavia, non fornisce pubblicamente dettagli sui presunti obiettivi né sulle modalità attraverso cui i sabotaggi potrebbero essere realizzati. Ed è proprio questo uno degli elementi che rende le dichiarazioni dell’intelligence particolarmente significative: Copenaghen parla di piani concreti e di preparativi attivi, ma senza rendere noti ulteriori particolari operativi.

Il messaggio politico e di sicurezza appare comunque evidente. Per la Danimarca la frontiera della minaccia non passa più soltanto dai confini geografici o dal campo di battaglia ucraino. Può arrivare anche dentro le catene produttive, nei siti industriali e nelle aziende che costituiscono una parte essenziale della capacità di difesa nazionale ed europea.

Un terreno sul quale, secondo gli 007 danesi, la Russia sarebbe già al lavoro.

Svalbard, fermata una nave russa: il conto della Crimea arriva nell’Artico

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La guerra dei risarcimenti passa anche dall’Artico. Una nave da crociera russa è stata sequestrata alle isole Svalbard, nell’estremo Nord norvegese, su richiesta di Naftogaz, la compagnia energetica statale ucraina. Il provvedimento riguarda la “Professor Molchanov” e si inserisce nella complessa offensiva giudiziaria con cui Kiev cerca di recuperare dalla Russia miliardi di dollari riconosciuti come risarcimento per i beni sottratti dopo l’annessione della Crimea nel 2014.

Non è dunque soltanto il fermo di una nave. Dietro l’operazione c’è il tentativo di trasformare una sentenza arbitrale in un credito concretamente esigibile, andando a cercare beni russi fuori dai confini dell’Ucraina.

Secondo quanto comunicato da Naftogaz, il sequestro è stato disposto il 31 agosto 2026 da un tribunale norvegese, con l’obiettivo di garantire il pagamento di una somma che, tra capitale, interessi e spese, ammonta a circa 4,22 miliardi di dollari. La richiesta della società ucraina punta a dare attuazione al riconoscimento arbitrale ottenuto contro Mosca per quella che Naftogaz definisce una confisca illegale dei propri asset in Crimea.

La “Professor Molchanov” si trova a Barentsburg, insediamento minerario delle Svalbard. A indicarne la posizione è il sito di tracciamento navale VesselFinder, mentre la polizia delle Svalbard ha confermato il sequestro al quotidiano norvegese Aftenposten.

La strategia di Naftogaz

L’azione norvegese rappresenta un nuovo tassello nella strategia internazionale di Naftogaz. La società sta infatti cercando di individuare e sottoporre a misure cautelari beni riconducibili alla Russia in diversi Paesi, nel tentativo di trasformare il risarcimento stabilito dagli organi arbitrali in un pagamento effettivo.

«Questo è un altro passo importante verso il raggiungimento della giustizia di fronte al sequestro illegale dei beni di Naftogaz in Crimea da parte della Russia», ha dichiarato il ceo ad interim della società, Sergii Fedorenko.

Il messaggio di Naftogaz è netto: la ricerca non si fermerà a un singolo bene né a una singola giurisdizione. «Continueremo a cercare i beni russi in tutto il mondo fino a quando non sarà pagato l’intero risarcimento dovuto a Naftogaz e alle altre società del Gruppo Naftogaz», ha aggiunto Fedorenko.

La vicenda porta così la disputa sulla Crimea molto lontano dal teatro originario del conflitto. Dai beni energetici sottratti nel 2014 alle acque fredde delle Svalbard, la partita si gioca ora sul terreno della giustizia internazionale e dell’esecuzione delle sentenze.

E la “Professor Molchanov”, almeno per il momento, è diventata uno dei beni attraverso cui l’Ucraina prova a presentare il conto a Mosca.

Italia-Egitto, la nuova sfida sull’immigrazione: più ingressi regolari, meno irregolari

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Trasformare la gestione dei flussi migratori da terreno di emergenza a strumento di cooperazione economica. È questa la direzione indicata dall’Italia nei rapporti con l’Egitto, uno dei Paesi chiave nello scacchiere mediterraneo e nel controllo delle rotte migratorie verso l’Europa.

Ad annunciarlo è il ministro degli Esteri Antonio Tajani, arrivato al Cairo, dove ha illustrato ai giornalisti i contenuti dell’intesa che Italia ed Egitto si apprestano a sottoscrivere. Il punto centrale è chiaro: contrastare l’immigrazione irregolare aumentando, parallelamente, le opportunità di ingresso legale nel nostro Paese.

«Dovremo affrontare sempre più il tema dell’immigrazione», ha spiegato Tajani, sottolineando come l’accordo con le autorità egiziane punti a rafforzare la collaborazione tra i due Paesi. L’ambizione è quella di ridurre il numero degli arrivi irregolari e, allo stesso tempo, favorire un numero crescente di migranti regolari destinati a essere inseriti nel mercato del lavoro italiano.

Non soltanto controllo delle frontiere, dunque, ma anche formazione professionale e occupazione. La strategia delineata dal ministro parte dall’idea che l’apertura di canali regolari possa diventare una componente strutturale della politica migratoria: selezionare e formare lavoratori nei Paesi di origine per rispondere, attraverso percorsi legali, alle esigenze delle imprese italiane.

È un modello che prova a tenere insieme due esigenze spesso considerate contrapposte: il contrasto alle partenze irregolari e la necessità dell’economia italiana di reperire manodopera in settori nei quali la domanda di lavoratori resta elevata.

L’Egitto assume, in questo quadro, un ruolo strategico. La sua posizione geografica, il peso politico nella regione e la dimensione demografica ne fanno un interlocutore centrale per l’Italia nella gestione dei fenomeni migratori che attraversano il Mediterraneo.

L’intesa annunciata al Cairo punta quindi a spostare il baricentro della collaborazione: dall’emergenza degli sbarchi alla costruzione di percorsi più ordinati e programmati. Un approccio nel quale la formazione dovrebbe rappresentare il passaggio decisivo per trasformare l’ingresso regolare in un’opportunità tanto per i lavoratori stranieri quanto per le aziende italiane.

La scommessa, ora, sarà tradurre gli impegni politici in meccanismi concreti: formazione nei Paesi di partenza, selezione dei lavoratori, ingresso attraverso canali regolari e successivo inserimento professionale. Un percorso che, nelle intenzioni del governo italiano, dovrebbe contribuire a rendere più governabile il fenomeno migratorio e a ridurre lo spazio lasciato alle reti dell’immigrazione clandestina.

Dal Cairo, dunque, Tajani rilancia una linea che lega strettamente politica estera, sicurezza e fabbisogno occupazionale. La sfida non è soltanto fermare ciò che è irregolare, ma costruire alternative credibili e legali. E per l’Italia, nel rapporto con l’Egitto, questa partita passa sempre più anche dal lavoro.

La seguiva ovunque, anche in vacanza: arrestato a Roma un 61enne accusato di stalking

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Non sarebbe bastato cambiare lavoro per interrompere quelle attenzioni. Secondo quanto ricostruito dalla polizia, un uomo di 61 anni avrebbe continuato a cercare la sua ex collega, trasformando nel tempo i tentativi di contatto in una sequenza di comportamenti persecutori. Una presenza che, stando agli accertamenti, avrebbe finito per seguirla anche lontano da Roma, fino al luogo scelto per le vacanze.

L’ultimo episodio si sarebbe verificato nella zona di Appio Claudio. La donna, secondo la ricostruzione degli investigatori, avrebbe riconosciuto ancora una volta l’ex collega nei suoi pressi e avrebbe notato che l’uomo la seguiva, prima di fermarsi con l’auto sul ciglio della strada. A quel punto è partita la chiamata al 112 che ha fatto scattare l’intervento della polizia e, successivamente, l’arresto.

Appostamenti, messaggi e biglietti sul parabrezza

Quello che ha portato all’arresto, però, sarebbe soltanto l’ultimo capitolo di una vicenda più lunga. Gli investigatori hanno ricostruito una serie di episodi che, secondo l’accusa, si sarebbero protratti anche dopo il cambio di lavoro della donna.

L’uomo, pur vivendo a una ventina di chilometri di distanza, avrebbe raggiunto più volte la zona dell’abitazione della ex collega, arrivando ad appostarsi sotto casa. In altre occasioni avrebbe lasciato biglietti sul parabrezza della sua automobile e avrebbe cercato di mantenere i contatti attraverso messaggi ed e-mail.

Una serie di condotte che avrebbe progressivamente alimentato nella donna una condizione di apprensione, fino a spingerla a rivolgersi alle forze dell’ordine.

Oltre 200 chilometri per raggiungerla durante le ferie

Tra gli episodi ritenuti più significativi dagli investigatori c’è quello del 9 agosto. Secondo quanto emerso dagli accertamenti, il 61enne avrebbe percorso più di 200 chilometri per raggiungere l’ex collega nella località dove stava trascorrendo le vacanze.

Un viaggio che, alla luce degli altri episodi contestati, avrebbe rafforzato i timori della donna, che dopo quell’episodio ha presentato denuncia.

Le indagini sono quindi proseguite e hanno portato gli agenti a effettuare accertamenti anche nell’automobile e nell’abitazione dell’uomo. Qui sarebbero state trovate diverse scatole e confezioni regalo, oltre a uno spray al peperoncino e materiale elettronico, tra cui alcuni hard disk esterni.

«Volevo soltanto consegnarle dei regali»

Agli investigatori, il 61enne avrebbe fornito una spiegazione diversa rispetto alla ricostruzione accusatoria: avrebbe detto di essersi messo sulle tracce della donna con l’intenzione di consegnarle alcuni regali e restituirle effetti personali.

Una versione che non ha evitato l’adozione della misura cautelare. L’uomo è stato arrestato dalla polizia con l’accusa di atti persecutori e il provvedimento è stato successivamente convalidato dall’Autorità giudiziaria.

La vicenda, dunque, passa ora al vaglio della magistratura, mentre gli episodi raccolti dagli investigatori dovranno essere valutati nell’ambito del procedimento. Per l’uomo, come previsto dalla legge, resta ferma la presunzione di innocenza fino a un’eventuale sentenza definitiva.

Barilla scommette sull’America del mac & cheese: acquisita Goodles, la startup che ha reinventato un classico Usa

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Barilla punta dritto al cuore delle abitudini alimentari americane e lo fa con una mossa che va oltre la pasta tradizionale. Il gruppo di Parma ha infatti acquisito Goodles, azienda californiana diventata in pochi anni uno dei nomi più dinamici nel settore dei maccheroni al formaggio confezionati, una categoria che negli Stati Uniti rappresenta un autentico fenomeno di consumo. I dettagli economici dell’operazione non sono stati resi noti, ma l’obiettivo strategico appare chiaro: consolidare la presenza nel più importante mercato estero del gruppo intercettando nuove tendenze alimentari e segmenti ad alto potenziale di crescita.

L’operazione, anticipata dal Wall Street Journal e successivamente confermata dalla stessa Barilla, non comporterà cambiamenti nell’assetto organizzativo di Goodles. La società continuerà a operare dalla sede di Santa Cruz, in California, mantenendo i suoi 73 dipendenti e l’attuale squadra dirigente. Alla guida resterà la cofondatrice e amministratrice delegata Jen Zeszut, figura considerata centrale nello sviluppo del brand.

La scelta riflette una strategia sempre più diffusa nelle acquisizioni del settore alimentare: integrare realtà innovative senza snaturarne identità, linguaggio e capacità creativa. Un approccio che Barilla ritiene essenziale per preservare il valore costruito da Goodles nel mercato americano. «Seguivamo questa azienda da tempo», ha spiegato il presidente Guido Barilla, evidenziando la combinazione di innovazione, qualità e rapidità di crescita che ha reso il marchio particolarmente interessante agli occhi del gruppo emiliano.

Fondata nel 2020 con il nome di Gooder Foods, Goodles è nata con un’idea semplice ma efficace: reinterpretare il tradizionale mac & cheese, uno dei comfort food più iconici degli Stati Uniti, rendendolo più ricco dal punto di vista nutrizionale senza comprometterne gusto e praticità. In un mercato maturo e dominato da grandi operatori, il brand è riuscito a ritagliarsi uno spazio rilevante grazie a un posizionamento premium e a una comunicazione fortemente orientata ai consumatori più attenti alla qualità degli ingredienti.

I numeri raccontano la velocità della sua ascesa. Nel 2024 l’azienda ha raggiunto il primo utile della sua storia, mentre secondo i dati riportati dal Wall Street Journal e da PitchBook, nel 2023 era stata valutata circa 88 milioni di dollari in occasione di un round di finanziamento. Nello stesso periodo Goodles avrebbe conquistato il 7,8% della spesa statunitense nel comparto dei maccheroni al formaggio a lunga conservazione, una quota in forte crescita rispetto allo 0,8% registrato appena tre anni prima.

Per Barilla, l’acquisizione rappresenta molto più dell’ingresso in un nuovo segmento. Significa presidiare direttamente una categoria che negli Stati Uniti vale tra 2,1 e 2,3 miliardi di dollari all’anno e che continua a beneficiare di consumi consolidati e di una domanda crescente per prodotti percepiti come più salutari e di qualità superiore. In altre parole, il gruppo italiano sceglie di investire non soltanto in un marchio, ma in un cambiamento delle preferenze alimentari dei consumatori americani.

Dal canto suo, Goodles ottiene un alleato industriale con una dimensione globale e una lunga tradizione nel settore della pasta. Una partnership che, secondo la ceo Jen Zeszut, consentirà all’azienda di accelerare lo sviluppo mantenendo la libertà di innovare e la cura per il prodotto che ne hanno determinato il successo.

Resta invece avvolto dal riserbo il valore effettivo dell’operazione. La valutazione di 88 milioni di dollari emersa nel 2023 non coincide necessariamente con il prezzo riconosciuto da Barilla per l’acquisizione. Il closing è inoltre subordinato alle consuete autorizzazioni regolatorie.

In attesa del via libera definitivo, una certezza emerge già con chiarezza: Barilla non guarda agli Stati Uniti soltanto come a un mercato per esportare pasta italiana, ma come a un laboratorio in cui intercettare nuovi consumi e costruire le prossime direttrici di crescita. E il mac & cheese, simbolo della cultura alimentare americana, potrebbe diventare il nuovo terreno di sfida per il gruppo parmense.

Automotive, la sfida della riconversione: “L’impresa italiana può essere piccola, ma non può più essere sola”

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A cura di Salvatore Guerriero, Presidente Nazionale e Internazionale della Confederazione delle Imprese nel Mondo – PMI INTERNATIONAL

Il Rapporto del CNEL sulla riconversione e diversificazione industriale della filiera automotive arriva in un momento nel quale il sistema produttivo italiano è chiamato ad affrontare una delle trasformazioni più profonde degli ultimi decenni. È un documento importante perché fotografa con attenzione le difficoltà del settore e prova a individuare alcune delle possibili prospettive per accompagnare le imprese dentro un cambiamento che non è più rinviabile.

Come organizzazione dei datori di lavoro e come Confederazione delle Imprese nel Mondo, accogliamo con interesse le evidenze contenute nel Rapporto. Allo stesso tempo, non possiamo non osservare che molte delle questioni oggi messe nero su bianco dal CNEL sono problemi che il mondo produttivo, e in particolare la piccola e media impresa, porta da anni all’attenzione delle istituzioni. La dimensione ridotta delle imprese, la difficoltà di accesso al credito, la necessità di investire in innovazione e formazione, il peso della burocrazia, l’esigenza di internazionalizzarsi e la necessità di costruire aggregazioni e reti capaci di dare maggiore forza alle singole aziende sono temi sui quali abbiamo insistito più volte nel corso degli anni. Il Rapporto, da questo punto di vista, conferma una realtà che gli imprenditori conoscono bene perché la vivono quotidianamente.

La questione della dimensione non può più essere considerata soltanto un problema statistico. In un’economia sempre più internazionale, tecnologica e interconnessa, essere piccoli può diventare un limite quando significa essere soli. Una piccola impresa può avere competenze straordinarie, prodotti competitivi e una grande capacità di adattamento, ma può incontrare difficoltà enormi quando deve affrontare contemporaneamente nuovi mercati, certificazioni, ricerca, investimenti, formazione e rapporti con grandi operatori.

Il CNEL evidenzia proprio questa criticità e richiama la necessità di percorsi di aggregazione, crescita dimensionale e rafforzamento manageriale. È un’indicazione che condividiamo pienamente. L’impresa italiana non deve necessariamente diventare grande per competere, ma deve poter diventare più forte attraverso le reti, le aggregazioni, i consorzi, le partnership e un sistema associativo capace di costruire relazioni concrete. È questa, a nostro avviso, una delle grandi sfide della rappresentanza imprenditoriale nei prossimi anni. Non basta più rappresentare l’impresa. Bisogna metterla nelle condizioni di non essere sola. Questo vale ancora di più quando guardiamo al automotive. Il settore sta attraversando un cambiamento epocale e sarebbe un errore pensare di affrontarlo immaginando semplicemente la sostituzione di una filiera con un’altra. Il Rapporto CNEL invita infatti alla prudenza e chiarisce che la diversificazione non può riguardare indistintamente tutta la filiera e non può rappresentare una soluzione generale alla crisi del automotive.

La strada, dunque, non è quella della sostituzione, ma della diversificazione. Le competenze accumulate nel corso degli anni dalla nostra industria devono poter trovare nuovi mercati e nuove applicazioni. Meccanica avanzata, elettronica, automazione, aerospazio, difesa, energia, ferroviario e altri comparti tecnologici possono rappresentare opportunità importanti per alcune imprese, ma attraverso processi graduali, investimenti e qualificazione. Non possiamo pensare che un settore possa semplicemente trasferire le proprie imprese in un altro comparto come se nulla fosse. Le filiere della difesa e dell’aerospazio, per esempio, hanno requisiti specifici, standard elevati, procedure di certificazione e tempi di accesso che possono rappresentare ostacoli significativi soprattutto per le PMI. Ed è qui che emerge nuovamente il tema della finanza. Chiedere a una piccola impresa di diversificare significa chiederle di investire in tecnologia, impianti, ricerca, formazione e certificazioni proprio mentre spesso affronta margini ridotti, costi elevati e una crescente difficoltà nell’autofinanziamento. Il Rapporto riconosce che il vincolo finanziario è uno dei principali fattori di selezione nei processi di trasformazione e rischia di penalizzare proprio le aziende più piccole.

Per questo non possiamo limitarci a parlare di incentivi. Occorre costruire condizioni concrete perché gli strumenti finanziari, le garanzie, la formazione, la ricerca e le politiche industriali arrivino realmente all’impresa. Allo stesso modo, la semplificazione burocratica deve diventare una priorità. In molti casi l’impresa non ha bisogno di nuove procedure, ma di meno ostacoli per poter utilizzare quelle opportunità che già esistono. La trasformazione industriale richiede inoltre un nuovo rapporto tra imprese, università, ricerca, grandi operatori e istituzioni. Il Rapporto CNEL individua nelle reti territoriali e nelle piattaforme di collaborazione uno degli strumenti capaci di ridurre i costi di accesso alle nuove filiere. È una direzione che riteniamo fondamentale.

L’Italia possiede competenze industriali che non possiamo disperdere. Possiede imprenditori capaci, lavoratori qualificati, territori con tradizioni produttive importanti e una rete di piccole e medie imprese che continua a rappresentare una delle sue principali risorse. Il problema è riuscire a mettere queste energie nelle condizioni di lavorare insieme, crescere e competere su scala internazionale. È proprio questa la prospettiva dalla quale abbiamo guardato per anni alle difficoltà della piccola impresa. L’internazionalizzazione non può essere soltanto uno slogan. La crescita non può essere affidata esclusivamente alla capacità individuale dell’imprenditore. Il credito deve accompagnare lo sviluppo e non soltanto valutare il passato. La burocrazia deve sostenere e non rallentare. La formazione deve anticipare i cambiamenti e non inseguirli.

Il Rapporto CNEL ci offre oggi una fotografia autorevole di molte di queste criticità. La responsabilità del sistema Paese è trasformare quella fotografia in una strategia. Perché il futuro dell’impresa italiana non può essere costruito lasciando sola l’impresa. Dobbiamo consentirle di crescere, aggregarsi, innovare, internazionalizzarsi e diversificare. Dobbiamo difendere le filiere esistenti e, nello stesso tempo, accompagnarle verso nuove opportunità. La vera sfida non è sostituire un modello industriale con un altro. È fare in modo che le competenze, le persone e le imprese che hanno costruito la nostra economia possano continuare a produrre valore anche dentro il nuovo scenario internazionale. Su questo terreno la rappresentanza imprenditoriale deve assumersi una responsabilità precisa. Non soltanto denunciare ciò che non funziona, ma costruire relazioni, creare opportunità e contribuire a dare alle imprese gli strumenti per affrontare il futuro.

Perché una cosa deve essere ormai chiara. L’impresa italiana può essere piccola, ma non può più permettersi di essere sola.

È morto Fabio Mussi, una vita nella sinistra italiana

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È finita nella notte, all’ospedale Sant’Eugenio di Roma, la lunga parabola politica di Fabio Mussi. Aveva 78 anni. Una vita attraversata dalla storia della sinistra italiana, dagli anni del Partito comunista alle trasformazioni che, nel giro di pochi decenni, avrebbero ridisegnato identità, partiti e alleanze. A dare la notizia della sua scomparsa è stata Alleanza Verdi e Sinistra, ricordando una figura che ha occupato per oltre mezzo secolo uno spazio importante nella politica progressista italiana.

Nato a Piombino, in provincia di Livorno, il 22 gennaio 1948, Mussi entrò giovanissimo nel Comitato centrale del Pci. Era una stagione nella quale la politica era ancora, per una generazione intera, militanza, formazione culturale e appartenenza. Con la fine del Pci seppe attraversare le successive metamorfosi della sinistra senza rinunciare al proprio profilo politico e culturale.

Parlamentare dal 1992 al 2008, prima nelle file del Pds e poi dei Ds, Mussi ricoprì incarichi di primo piano. Nel 1996 fu capogruppo dei deputati del Pds-Ulivo; nel 2001 divenne vicepresidente della Camera dei deputati. Una carriera parlamentare costruita in anni decisivi, segnati dalla ricerca di un nuovo equilibrio tra la tradizione della sinistra e la stagione del centrosinistra dell’Ulivo.

Al suo percorso istituzionale si affiancò quello giornalistico e culturale. Fu vicedirettore di Rinascita e successivamente condirettore de l’Unità, due testate profondamente legate alla storia politica e culturale della sinistra italiana. Un ruolo che contribuì a definire anche il suo profilo di dirigente attento al dibattito delle idee, oltre che alle dinamiche parlamentari.

La frattura più significativa arrivò con la nascita del Partito democratico. Mussi scelse di non aderire al Pd, prendendo una strada diversa da quella intrapresa da una parte consistente della tradizione postcomunista e riformista. Da quella scelta nacque una nuova fase del suo impegno politico: contribuì prima alla nascita di Sinistra Ecologia Libertà e, successivamente, di Sinistra Italiana, fino a diventare dirigente dell’area che oggi confluisce in Alleanza Verdi e Sinistra.

Nel governo guidato da Romano Prodi ricoprì l’incarico di ministro dell’Università e della ricerca, portando anche nell’esecutivo la sua esperienza maturata tra politica, istituzioni e cultura.

Con la sua scomparsa se ne va dunque un protagonista di una stagione politica lunga e complessa, capace di attraversare il passaggio dal Pci alla sinistra del nuovo millennio e di confrontarsi, spesso anche criticamente, con le trasformazioni del centrosinistra italiano.

«Nelle prossime ore saranno resi noti dalla famiglia i particolari per potergli dare un ultimo saluto», ha fatto sapere Avs nella nota con cui ha annunciato la morte.

Verbania, il lungolago intitolato a Sergio Ramelli: la memoria torna a dividere la politica

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A Verbania la toponomastica diventa ancora una volta terreno di battaglia politica. La giunta comunale ha deciso, all’inizio di agosto, di intitolare il lungolago a Sergio Ramelli, il diciottenne militante del Fronte della Gioventù aggredito a Milano nel marzo 1975 e morto alcune settimane dopo le ferite riportate nell’assalto. Per il Comune si tratta di un gesto di memoria; per l’opposizione di centrosinistra e per l’Anpi, invece, di una scelta destinata a riaprire una ferita politica che il Paese continua a portarsi dietro.

La decisione ha provocato una reazione immediata. I consiglieri comunali del centrosinistra hanno contestato l’iniziativa, mentre tre ex sindaci dell’area hanno chiesto all’amministrazione di tornare sui propri passi. Nel mirino c’è soprattutto il contesto nel quale l’intitolazione si inserisce: secondo i critici, quella di Ramelli sarebbe diventata negli ultimi anni una campagna nazionale sostenuta dalla destra radicale e da organizzazioni dell’area dell’estrema destra.

Anche l’Anpi ha preso posizione, annunciando la disponibilità a mobilitarsi pubblicamente contro l’intitolazione. Una contrapposizione che, al di là della singola decisione amministrativa, riporta al centro una domanda più ampia: quali figure possono entrare nello spazio della memoria pubblica e con quali motivazioni?

Ramelli fu ucciso in un periodo tra i più violenti degli anni di piombo. La sua morte maturò dentro una spirale di aggressioni politiche che attraversava Milano e altre città italiane. Il giovane militante missino divenne negli anni successivi una figura simbolica per la destra italiana, mentre la sua vicenda è stata progressivamente sottratta alla dimensione esclusivamente militante e inserita nel più generale racconto delle vittime della violenza politica.

È proprio questo passaggio a rendere particolarmente delicata una decisione di carattere istituzionale. Una strada, una piazza o un lungolago non sono soltanto indicazioni geografiche: rappresentano una scelta della comunità e dell’istituzione che la governa. Per questo ogni intitolazione porta con sé una valutazione sul modo in cui una città decide di costruire e trasmettere la propria memoria.

Ma c’è anche un altro elemento che non può essere eluso. La Repubblica italiana nasce dalla Costituzione e da un sistema democratico fondato sull’antifascismo e sul ripudio di ogni forma di violenza politica e sopraffazione. Questo principio non può essere piegato alle convenienze della polemica del momento, né può diventare il pretesto per cancellare dalla memoria collettiva le vittime della violenza politica appartenenti a una determinata parte.

La questione, dunque, non dovrebbe essere stabilire quali morti meritino di essere ricordati in base alla loro appartenenza politica. La sfida delle istituzioni è semmai quella di ricordare le vittime senza trasformare la memoria in una nuova arma identitaria.

Nel caso di Verbania, la polemica è appena cominciata. Da una parte c’è chi considera l’intitolazione a Ramelli un doveroso riconoscimento a un ragazzo ucciso per le proprie idee; dall’altra chi teme che una scelta istituzionale di questo tipo finisca per legittimare una precisa narrazione politica della storia italiana.

Il rischio, in entrambi i casi, è che la memoria venga ridotta a una bandiera di parte. E proprio qui si misura la responsabilità della politica: non nel decidere chi debba avere ragione sulla storia, ma nel trovare il modo di ricordarla senza alimentare le stesse contrapposizioni che l’hanno insanguinata.

Verbania, con il suo lungolago, si trova così al centro di una disputa che va ben oltre i confini della città. Una disputa sulla memoria, sul significato dello spazio pubblico e, soprattutto, sulla capacità delle istituzioni repubblicane di tenere insieme verità storica, pluralismo e rispetto per tutte le vittime degli anni di piombo.

Cremlino contro Merz: «Fa il duro con Mosca, ma in modo goffo»

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Il gelo tra Berlino e Mosca si fa ancora più spesso, ma il Cremlino, almeno per il momento, non sembra intenzionato a trasformarlo in una rottura diplomatica. A mettere nel mirino il cancelliere tedesco Friedrich Merz è Dmitry Peskov, portavoce del presidente russo Vladimir Putin, che accusa il leader di Berlino di cercare dividendi politici interni attraverso una postura sempre più dura nei confronti della Russia.

Secondo Peskov, tuttavia, la strategia di Merz avrebbe un limite evidente: il modo in cui viene perseguita. «Con passi che a lui sembrano quasi duri, cerca di guadagnare qualche punto sul piano interno», ha dichiarato il portavoce del Cremlino all’emittente Vesti, in dichiarazioni riportate dalla Tass. Il giudizio di Mosca è tranchant: il cancelliere tedesco agirebbe in maniera «estremamente goffa».

A sostegno della propria accusa, Peskov ha richiamato la vicenda degli episodi di sabotaggio che hanno coinvolto interessi tedeschi negli ultimi anni e i sospetti rivolti a cittadini ucraini. «Finora tutti quelli che negli ultimi anni hanno fatto esplodere qualcosa di tedesco erano ucraini, che gli stessi tedeschi hanno arrestato», ha sostenuto.

Il Cremlino contesta in particolare quella che considera un’incoerenza della politica tedesca. Peskov ha citato la presenza dei consolati ucraini in Germania, ponendo una domanda destinata a Berlino: «Hanno forse chiuso anche un solo consolato generale dell’Ucraina sul loro territorio, mentre è in corso un processo? Non lo hanno fatto».

Mosca: nessun declassamento dei rapporti con Berlino

Nonostante l’inasprimento della retorica e delle misure contro la Russia, Mosca precisa di non voler, almeno per ora, compiere il passo ulteriore di ridurre formalmente il livello delle relazioni diplomatiche con la Germania.

«Non avvieremo un declassamento delle relazioni diplomatiche con Berlino», ha affermato Peskov. Una precisazione significativa, perché segnala che il Cremlino distingue tra l’escalation politica in corso e una possibile rottura dei canali diplomatici.

Il confronto si inserisce in un quadro già fortemente deteriorato. Nei giorni precedenti Putin aveva definito un «grave errore» i nuovi provvedimenti adottati dalla Germania contro Mosca in relazione all’incidente del drone all’aeroporto di Lipsia. Secondo il presidente russo, le decisioni tedesche non risponderebbero agli interessi della popolazione della Germania, ma sarebbero condizionate anche dalla situazione politica interna e dalle difficoltà dello stesso Merz.

La lettura del Cremlino, dunque, è netta: la politica estera tedesca sarebbe diventata anche uno strumento di consenso interno. Un’accusa che Berlino respinge implicitamente attraverso una linea che, negli ultimi mesi, ha progressivamente accentuato il contrasto con Mosca.

La risposta russa si sposta anche sul terreno della cultura

Ma la partita tra Germania e Russia non si gioca soltanto sul terreno diplomatico e politico. Il nuovo fronte è quello della cultura.

Il ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov ha annunciato la chiusura di tutte le sedi dell’Istituto Goethe presenti in Russia, presentando la decisione come una risposta diretta alla chiusura del Centro culturale russo di Berlino.

«Stanno intraprendendo deliberatamente un passo che, lo devono capire, significa la fine della loro presenza culturale nella Federazione Russa», ha dichiarato Lavrov, secondo quanto riferito da Interfax.

La contromossa di Mosca porta così il confronto oltre le sanzioni e la diplomazia. La chiusura delle istituzioni culturali tedesche in Russia e di quelle russe in Germania rischia infatti di impoverire ulteriormente uno dei pochi spazi rimasti aperti al dialogo tra le due società.

È il segnale di una relazione che continua a scivolare verso la contrapposizione, ma senza arrivare — almeno per ora — al punto di non ritorno diplomatico. Da una parte Berlino alza il tono e rafforza la pressione su Mosca; dall’altra il Cremlino risponde con accuse, misure di ritorsione e una crescente contestazione della leadership tedesca.

Il paradosso è che, mentre sul piano politico le distanze sembrano diventare sempre più profonde, Mosca precisa di non voler formalmente abbassare il livello dei rapporti diplomatici. Una linea sottile tra escalation e contenimento, sulla quale Germania e Russia sembrano oggi muoversi con margini di manovra sempre più ridotti.

I  “Neanderthal” del fine vita non si fanno attendere

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I Neanderthal, si sa, erano attesi con una certa impazienza. E alla fine non hanno deluso: appena il Consiglio regionale del Veneto ha approvato la legge sul suicidio assistito, ecco arrivare puntuali i primi ruggiti. Anzi, per essere più precisi, i primi richiami alla deriva. A dare fiato alle tonsille, questa volta, è il patriarca di Venezia Francesco Moraglia, che sulla nuova normativa non usa esattamente il linguaggio della moderazione diplomatica.

Il giudizio è netto: amarezza, preoccupazione e il timore di una “deriva difficilmente controllabile”. Una formula che, nel dibattito italiano sul fine vita, vale quasi come un allarme antincendio.

Moraglia contesta innanzitutto il modello culturale e sanitario che, a suo giudizio, la legge finirebbe per affermare. Ma è soprattutto sulla tutela delle persone più fragili che il patriarca concentra le sue preoccupazioni: anziani, malati, persone sole, individui che affrontano la vecchiaia e il suo epilogo senza poter contare su un adeguato sostegno umano e affettivo.

Il problema, nella lettura di Moraglia, non sarebbe dunque soltanto stabilire quando il suicidio assistito possa essere consentito, ma soprattutto decidere chi stabilisce che cosa sia una sofferenza davvero insopportabile.

Ed è qui che entra in scena il grande spauracchio del “soggettivismo interpretativo”. Secondo il patriarca, le motivazioni psicologiche lascerebbero margini di interpretazione troppo ampi e le situazioni nelle quali sarebbe possibile ricorrere al suicidio assistito potrebbero progressivamente moltiplicarsi.

Insomma, il timore è quello del famoso piano inclinato: oggi una fattispecie, domani un’altra, dopodomani chissà. E, soprattutto, chi mette il paletto?

Moraglia osserva inoltre che per alcuni sostenitori la legge veneta rappresenterebbe soltanto l’inizio di un processo suscettibile di ulteriori ampliamenti. Da qui la domanda, tutt’altro che secondaria: quali criteri verranno effettivamente utilizzati per stabilire, caso per caso, quando una sofferenza possa essere considerata “insopportabile”?

Una questione seria, naturalmente. Talmente seria che, nel frattempo, il fronte del “no” ha già trovato il modo di compattarsi.

Fratelli d’Italia: tutti d’accordo, il no è garantito

Da Fratelli d’Italia arriva infatti un coro sorprendentemente… corale. Tutti contrari, o quasi. E nessuno sembra avere intenzione di lasciare scoperto il fianco.

Il senatore Raffaele Speranzon, coordinatore veneto di FdI, spiega che il fine vita è una materia che non dovrebbe essere disciplinata diversamente da Regione a Regione. Gli emendamenti approvati, riconosce, hanno migliorato il testo, ma la posizione del partito resta quella iniziale: questa legge, secondo FdI, non doveva essere presentata né votata.

Sulla stessa linea il senatore Matteo Gelmetti, secondo cui una materia tanto delicata non può essere affrontata attraverso una sorta di mosaico normativo regionale, con regole diverse a seconda del luogo in cui ci si trova.

E così, mentre il Veneto prova a dare una disciplina a una materia che da anni divide politica, magistratura, medicina e opinione pubblica, il dibattito sembra riproporre uno schema già visto: da una parte chi considera necessario regolamentare una realtà che esiste e che pone questioni concrete alle persone e alle famiglie; dall’altra chi teme che proprio la regolamentazione possa spalancare una porta destinata a diventare sempre più difficile da richiudere.

Nel mezzo, come spesso accade, ci sono le persone in carne e ossa. Quelle fragili, quelle malate, quelle che soffrono e quelle che devono decidere. Un dettaglio, evidentemente, che rischia di perdersi facilmente nella guerra degli slogan.

Perché sul fine vita il problema non è soltanto chi dice sì e chi dice no. È capire se una società moderna sia in grado di affrontare la questione senza trasformarla in una sfida tribale, dove ogni apertura viene dipinta come l’anticamera dell’apocalisse e ogni cautela come il riflesso di un passato che non vuole saperne di andare in pensione.

Per ora, comunque, il fronte dei contrari ha parlato. E, bisogna riconoscerlo, con una certa puntualità: la legge è appena arrivata e i “no” erano già lì, pronti all’uso.

I Neanderthal, dunque, non hanno fatto aspettare troppo. Hanno semplicemente dato fiato alle tonsille.

Resta da capire se il futuro del fine vita italiano sarà davvero una deriva incontrollabile oppure se, più banalmente, il Paese riuscirà finalmente a discutere di una delle questioni più difficili del nostro tempo senza trasformare ogni nuovo passo in una guerra tra tifoserie.