A cura di Daniele Cappa
Ci sono epidemie che fanno rumore e altre che avanzano in silenzio. Le seconde, spesso, sono quelle che rischiamo maggiormente di sottovalutare. È il caso delle infezioni sessualmente trasmesse, che in Italia continuano ad aumentare e mostrano segnali particolarmente preoccupanti tra i più giovani. Nel 2024 i due sistemi di sorveglianza coordinati dall’Istituto superiore di sanità hanno registrato circa 8 mila segnalazioni in più rispetto all’anno precedente, con una crescita complessiva del 12%. A spingere verso l’alto il dato sono soprattutto clamidia e gonorrea. L’Hiv presenta invece un quadro sostanzialmente stabile, ma resta un problema importante quello delle diagnosi tardive, quando l’infezione è già avanzata.
Il dato più impressionante riguarda la clamidia, le cui segnalazioni nel 2024 sono aumentate del 41,5%. Tra gli uomini che fanno sesso con uomini l’incremento arriva al 61,2%. Ma è soprattutto la distribuzione per età a rendere il fenomeno particolarmente significativo: la prevalenza dell’infezione è molto più alta tra i 15 e i 24 anni rispetto alle persone con più di 24 anni, con un rapporto dell’8,3% contro il 2,7%. La clamidia, inoltre, può essere asintomatica o presentare sintomi poco evidenti. È quindi possibile avere l’infezione senza saperlo e trasmetterla. È proprio in situazioni come questa che la prevenzione, la corretta informazione e l’accesso ai test diventano strumenti essenziali.
Ancora più impressionante è la traiettoria della gonorrea. Le segnalazioni sono quintuplicate dal 2010 al 2024 e nel 2024 hanno raggiunto il massimo della serie, con 1.555 casi. Tra il 2021 e il 2024 l’aumento è stato dell’84%. Anche questi dati devono essere letti con prudenza, perché un aumento delle segnalazioni può dipendere sia da una maggiore circolazione delle infezioni sia da una maggiore capacità diagnostica e di sorveglianza. Ma la tendenza resta evidente e merita attenzione.
Sul fronte dell’Hiv il quadro è differente. Nel 2024 le nuove diagnosi sono state 2.379, contro le 2.507 del 2023. Una sostanziale stabilità, dunque, che tuttavia non equivale alla scomparsa del problema. L’elemento più preoccupante resta la quota di persone che arrivano alla diagnosi quando l’infezione è già in fase avanzata, con bassi livelli di linfociti CD4 o con l’Aids. È uno dei paradossi della medicina contemporanea: l’Hiv può essere controllato efficacemente dalle terapie, ma perché questo sia possibile occorre sapere tempestivamente di essere positivi. Una diagnosi tardiva rende più complesso ciò che potrebbe essere affrontato molto prima.
Fin qui ci sono i numeri. Poi c’è una domanda che quei numeri rendono inevitabile: come stiamo educando i ragazzi alla salute sessuale?
Perché gli adolescenti, piaccia o meno agli adulti, hanno una vita sessuale. E non è un’opinione. Secondo i dati dell’Istituto superiore di sanità richiamati dallo studio nazionale sulla fertilità, il primo rapporto si concentra soprattutto tra i 16 e i 18 anni: il 18,9% indica i 16 anni, il 19,5% i 17 e il 18,5% i 18. Il 6,7% dichiara di aver avuto il primo rapporto a 14 anni o prima, mentre l’11,5% indica i 15 anni. All’altro estremo, il 10,7% colloca la prima esperienza a 19 anni, il 6% a 20, il 3,2% a 21 e il 4,9% oltre questa età.
Tra i 16 e i 17 anni, il 35% dei maschi e il 28% delle femmine dichiara di aver già avuto almeno un rapporto completo. Esistono anche differenze territoriali, soprattutto tra le ragazze: la percentuale raggiunge il 32% al Centro e il 30% al Nord, mentre scende al 22% nel Mezzogiorno. Tra i ragazzi le differenze sono più contenute: 37% al Centro, 34% al Nord e 35% nel Mezzogiorno.
Questi numeri non stabiliscono quale sia l’età giusta per cominciare ad avere rapporti sessuali e non dovrebbero essere utilizzati per costruire classifiche morali. Dicono semplicemente che una parte degli adolescenti entra nella sessualità durante gli anni della scuola. E se questo è un dato della realtà, ignorarlo non lo farà scomparire.
Un’altra indagine, realizzata dal Censis nel 2019, restituisce un quadro altrettanto articolato della sessualità italiana. Tra i 18 e i 40 anni il 16,5% dichiarava di non aver avuto rapporti sessuali. Tra coloro che avevano già avuto esperienze, il 5,6% riferiva di non avere più rapporti e il 3,9% di averli molto raramente, ogni cinque o sei mesi. All’opposto, l’8,9% dichiarava rapporti praticamente quotidiani e il 33,2% due o tre volte alla settimana. Anche in questo caso il dato fondamentale non è stabilire quale comportamento sia migliore, ma riconoscere quanto siano diverse le esperienze e le esigenze delle persone.
Un confronto con gli Stati Uniti aggiunge un elemento interessante. Secondo i dati del Centers for Disease Control and Prevention, tra i 15 e i 19 anni aveva avuto almeno un rapporto il 42% delle ragazze e il 44% dei ragazzi. Una quota che appare inferiore rispetto a quella rilevata in alcune indagini italiane e che, negli Stati Uniti, risulta anche in diminuzione rispetto al passato. Nel 1988 circa il 60% degli adolescenti maschi aveva già avuto rapporti sessuali.
Sono numeri che dovrebbero aiutare a sgomberare il campo da un equivoco: parlare di sessualità non significa incoraggiare i ragazzi a fare sesso. Educare non significa dire a un adolescente “fallo”. Significa, semmai, metterlo nella condizione di capire il proprio corpo, conoscere i rischi, sapere come prevenire le infezioni, conoscere i metodi contraccettivi, comprendere il consenso e sapere a chi rivolgersi quando qualcosa non va.
È qui che il dato sanitario diventa inevitabilmente una questione politica.
Il governo Meloni e la maggioranza di centrodestra hanno mantenuto sull’educazione sessuale un’impostazione prudente, insistendo sul ruolo delle famiglie e sul loro consenso per determinati percorsi. È una scelta politica legittima e può essere sostenuta da chi ritiene che la famiglia debba avere un ruolo prioritario nell’educazione dei figli. Ma proprio perché è una scelta politica può e deve essere sottoposta a discussione.
La domanda è semplice: può la famiglia essere l’unico luogo nel quale un adolescente acquisisce informazioni fondamentali sulla propria salute sessuale?
Non tutte le famiglie hanno le stesse conoscenze, la stessa disponibilità o la stessa capacità di affrontare un tema che in Italia continua a essere circondato da imbarazzo e tabù. La scuola, al contrario, potrebbe garantire almeno un livello minimo e comune di conoscenze scientifiche, indipendentemente dalla famiglia nella quale un ragazzo è nato.
Non si tratta di sostituire i genitori. Si tratta di evitare che il destino educativo di un adolescente dipenda esclusivamente dalla disponibilità degli adulti a parlare di sesso.
Perché se la scuola tace, i ragazzi non rimangono senza informazioni. Le cercano altrove. Internet, social network, pornografia, amici e influencer diventano inevitabilmente fonti di conoscenza. Il problema è che nessuno di questi canali garantisce necessariamente informazioni corrette, complete e scientificamente fondate.
Ed è qui che la polemica politica sul cosiddetto “gender” rischia di diventare una gigantesca distrazione rispetto al problema reale. Clamidia e gonorrea non hanno un’ideologia. L’Hiv non ha un programma politico. I batteri e i virus non aspettano che gli adulti abbiano risolto i propri tabù prima di trasmettersi.
Il punto non è insegnare ai ragazzi a fare sesso. Il punto è impedire che affrontino la sessualità nell’ignoranza.
È una differenza fondamentale, ma nel dibattito italiano viene spesso cancellata dalla guerra culturale. Così una materia che dovrebbe riguardare soprattutto salute, prevenzione, consenso e responsabilità viene trasformata in un campo di battaglia ideologico.
Intanto i dati dell’Istituto superiore di sanità sono lì: clamidia in forte crescita, gonorrea quintuplicata rispetto al 2010, nuove diagnosi di gonorrea ai massimi della serie e Hiv stabile ma ancora caratterizzato da troppe diagnosi tardive.
Non si può naturalmente sostenere che il governo sia responsabile dei singoli contagi. Sarebbe una semplificazione priva di fondamento. Ma si può sostenere, e con piena legittimità politica, che un governo è responsabile delle politiche di prevenzione che sceglie di adottare, finanziare e promuovere. E quando decide di mantenere l’educazione sessuale in una posizione marginale o fortemente condizionata, quella scelta può essere giudicata alla luce dei risultati e dei bisogni della società.
La prevenzione non è un lusso. È una politica sanitaria.
La Giornata mondiale della salute sessuale del 2026, inserita nel “World sexual and reproductive health month” promosso dall’Oms, ha scelto come tema “Every Body”. Ogni corpo. La World Association for Sexual Health lo presenta come un’affermazione del principio secondo cui salute sessuale, diritti, giustizia e piacere riguardano ogni persona, senza eccezioni.
Per l’Italia potrebbe essere un’occasione per cambiare registro. Meno paura e più informazione. Meno guerre culturali e più prevenzione. Meno tabù e più strumenti.
Perché gli adolescenti non hanno bisogno di adulti che fingano che il sesso non esista. Hanno bisogno di adulti capaci di spiegare che cosa comporta, quali responsabilità implica e come proteggersi.
Educare non significa incoraggiare.
Significa rendere consapevoli.
E davanti alla crescita di clamidia e gonorrea, continuare a confondere l’educazione sessuale con un pericolo ideologico rischia di essere il vero pericolo.
La politica può scegliere il silenzio.
La biologia, invece, non aspetta.
