27 Ottobre 2026, martedì
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Ex Ilva, a Taranto il conto della crisi rischia di diventare sociale

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A Taranto la crisi dell’ex Ilva ha ormai superato i confini della fabbrica. Il rischio è che il dissesto industriale si trasformi rapidamente in un’emergenza sociale, con migliaia di lavoratori coinvolti e un intero territorio chiamato a pagare il prezzo di anni di rinvii, incertezze e scelte industriali rimaste incompiute.

È questo l’allarme lanciato da Antonio Misiani e Maria Cecilia Guerra, componenti della segreteria nazionale del Partito Democratico, che chiedono al Governo un intervento immediato sul polo siderurgico tarantino.

«A Taranto e in tutto l’indotto dell’ex Ilva non siamo solo di fronte a una crisi industriale: questa è un’emergenza sociale vera e propria», affermano. Il dato più immediato è quello delle 28 aziende dell’appalto che hanno avviato le procedure di licenziamento collettivo: oltre 2.500 lavoratori, sottolineano gli esponenti dem, rischiano di perdere il posto insieme alle proprie famiglie.

Numeri che, in una città già profondamente segnata dalle vicende dello stabilimento siderurgico, assumono un peso che va ben oltre le statistiche occupazionali. L’ex Ilva non è infatti soltanto una grande fabbrica: intorno ad essa ruota una rete di imprese, servizi, fornitori e lavoratori che rappresenta una parte decisiva dell’economia locale.

Per questo Misiani e Guerra chiamano direttamente in causa la presidente del Consiglio. «Giorgia Meloni dovrebbe precipitarsi a Taranto e occuparsi in prima persona di questo dramma», sostengono, accusando il Governo di privilegiare la comunicazione politica rispetto alla gestione dell’emergenza.

Sul calendario incombe inoltre una scadenza particolarmente delicata. Alla fine di ottobre dovrebbe scattare il termine fissato dalla Corte d’Appello di Milano per lo spegnimento dell’area a caldo. I ricorsi presentati da Ilva e Acciaierie d’Italia non bastano, secondo gli esponenti del Pd, a scongiurare le conseguenze occupazionali che sono già in corso.

«Le lettere stanno già arrivando nelle case dei lavoratori», denunciano. E il quadro potrebbe ulteriormente aggravarsi. Secondo quanto segnalato dai sindacati, senza un intervento pubblico rapido e strutturale, sarebbero a rischio complessivamente circa 20mila posti di lavoro, con ricadute che non si fermerebbero ai confini di Taranto, ma investirebbero una filiera industriale strategica per l’intero Paese.

Il prossimo passaggio politico è fissato per l’8 settembre, quando il Governo ha convocato a Palazzo Chigi le parti sociali. Ma anche su questo appuntamento Pd e opposizione chiedono un cambio di passo: l’incontro, sostengono Misiani e Guerra, dovrebbe essere rinviato a dopo l’udienza del 9 settembre sulla richiesta di sospensiva.

La ragione è evitare che l’ennesimo confronto istituzionale si trasformi in un appuntamento puramente formale. «Non possiamo permetterci un altro tavolo di facciata come quelli a cui abbiamo assistito in questi anni», affermano i due dirigenti dem. Il Governo, è la richiesta, dovrebbe arrivare al confronto con un piano industriale preciso, risorse adeguate e una prospettiva credibile per i lavoratori diretti e per l’indotto.

Al centro della proposta c’è anche il ruolo dello Stato. Per il Partito Democratico, la salvezza dell’ex Ilva passa da un intervento pubblico diretto e deciso sulla decarbonizzazione dello stabilimento, attraverso una strategia capace di tenere insieme occupazione, produzione industriale e tutela ambientale.

Una partita nella quale il capitolo del Direct Reduced Iron (DRI) — il processo destinato a consentire la produzione di acciaio con una significativa riduzione delle emissioni rispetto all’altoforno tradizionale — assume un rilievo decisivo. Proprio il definanziamento delle risorse destinate alla realizzazione del DRI viene indicato da Misiani e Guerra tra gli errori che hanno contribuito ad aggravare una situazione già compromessa.

«Dopo quattro anni di rinvii, gare andate a vuoto e gravi errori», affermano, «il tempo per il Governo più longevo della storia repubblicana è scaduto».

La sfida, dunque, non è più soltanto quella di evitare una nuova emergenza occupazionale. È decidere se Taranto possa ancora avere un futuro industriale e a quali condizioni. Per il Pd, il tempo delle promesse e dei rinvii è terminato: «Servono fatti, e servono adesso».

«Il clima caraibico? Intanto le città bruciano». Appendino all’attacco del governo

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Da una parte il «clima caraibico» evocato con una battuta. Dall’altra le città alle prese con il caldo estremo, le bollette che non calano e una transizione energetica che, secondo l’opposizione, procede con il freno tirato. È lungo questa linea di collisione che Chiara Appendino, deputata del Movimento 5 Stelle, costruisce il suo attacco al governo dal palco della Festa dell’Unità di Grosseto.

Il bersaglio è dichiarato fin dalle prime parole. «Al governo abbiamo ancora oggi dei veri e propri negazionisti dei cambiamenti climatici», accusa Appendino, riportando al centro del dibattito una frase pronunciata a giugno dal presidente del Senato Ignazio La Russa: «Ci abitueremo al clima caraibico, non vuol dire che moriremo».

Per la parlamentare pentastellata non si tratta di una semplice uscita infelice, ma del sintomo di un atteggiamento politico che, a suo giudizio, tende a minimizzare la portata della crisi climatica. «Nel frattempo, le città bruciano», incalza. E il tono si fa ancora più duro: «Il loro negazionismo è la scelta di non governare».

È una requisitoria che non si ferma alle parole. Appendino sposta rapidamente il fuoco sulle politiche energetiche, accusando l’esecutivo di avere un rapporto contraddittorio con la transizione verde. «Fanno una guerra nascosta alle rinnovabili», sostiene la deputata, contestando tempi e modalità degli incentivi e denunciando un sistema autorizzativo che, secondo la sua ricostruzione, può trasformarsi in un percorso a ostacoli lungo anche diversi anni.

Il punto politico, nella lettura del M5S, è semplice: mentre il cambiamento climatico accelera, la risposta del Paese dovrebbe fare altrettanto. E invece, accusa Appendino, la macchina delle autorizzazioni e degli investimenti continua a procedere troppo lentamente.

Poi arriva il capitolo nucleare, uno dei terreni sui quali lo scontro tra maggioranza e opposizione è più acceso. «Usano il nucleare come specchietto per le allodole», afferma Appendino, criticando la legge delega approvata alla Camera e la prospettiva dei nuovi reattori.

La contestazione è soprattutto temporale: secondo la deputata, le tecnologie indicate non sarebbero ancora disponibili sul mercato su una scala tale da produrre effetti immediati e, nella migliore delle ipotesi, non garantirebbero energia prima di 10-15 anni. Un orizzonte che, nella sua interpretazione, non può diventare un alibi per rinviare le decisioni necessarie oggi.

«A noi serve energia pulita, serve abbassare le bollette e serve farlo adesso», è, in sostanza, il messaggio che attraversa l’intervento della parlamentare.

Nel mirino finiscono così anche le comunità energetiche, che Appendino considera uno degli strumenti più immediati per coniugare produzione locale da fonti rinnovabili, sostenibilità e riduzione dei costi. Secondo la deputata, il governo non avrebbe dato a questo modello il sostegno necessario.

Ma è sul denaro che l’attacco politico diventa ancora più diretto. Appendino chiama in causa gli extraprofitti dell’energia e sostiene che quelle risorse avrebbero potuto essere utilizzate per alleggerire il peso delle bollette e finanziare proprio le comunità energetiche.

«Noi quei miliardi li avremmo usati per abbassare le bollette e finanziare le comunità energetiche, loro li hanno lasciati dov’erano», accusa.

Il tema ambientale si salda così con quello sociale. Perché il cambiamento climatico, nella narrazione politica del M5S, non è soltanto una questione di emissioni, temperature e transizione energetica: è anche una questione di potere d’acquisto. Se il caldo estremo mette sotto pressione città e infrastrutture e contemporaneamente l’energia resta costosa, sostiene Appendino, il conto finale ricade sui cittadini.

«Mentre loro scherzano sul clima caraibico, le bollette non scendono e le città bruciano», scandisce.

La deputata parla di una nuova ondata di calore e richiama quella che definisce la sesta ondata dell’estate. Il messaggio è costruito per colpire il governo sul terreno della concretezza: non più soltanto previsioni climatiche o obiettivi fissati al 2030, ma gli effetti visibili dell’emergenza e il costo che questa produce nella vita quotidiana.

La conclusione è una stoccata politica senza attenuanti: «Il loro negazionismo è la scelta di non governare. E a pagarla siamo noi».

Dal palco di Grosseto, dunque, Appendino prova a trasformare il clima in una delle nuove frontiere dello scontro politico. Da una parte accusa il governo di sottovalutare l’emergenza e di puntare su soluzioni troppo lontane nel tempo; dall’altra rivendica una ricetta fondata sull’accelerazione delle rinnovabili, sulle comunità energetiche e sull’utilizzo delle risorse del settore energetico per ridurre il costo dell’energia.

Una battaglia che non riguarda soltanto l’ambiente. Riguarda chi paga la transizione, quanto costa l’energia e soprattutto quale idea di futuro il Paese intende costruire. E il M5S, attraverso le parole di Appendino, prova a trasformare proprio questi interrogativi nel prossimo terreno di scontro con il governo.

Domenico Conforte, l’arte della ricerca approda al Caffè Letterario del Sansi

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Il Menotti Art Festival entra nel vivo e lo fa puntando ancora una volta sulla forza della ricerca artistica e sulla capacità di mettere in dialogo linguaggi, esperienze e territori diversi. Domenica 7 settembre, alle ore 17, il Caffè Letterario del Sansi ospiterà la presentazione della mostra dedicata all’artista toscano Domenico Conforte, tra gli appuntamenti di punta della manifestazione spoletina.

Curata da Luca Filipponi e Paola Biadetti, l’esposizione, in programma dal 1° al 30 settembre 2026, propone trenta opere storiche di Conforte, offrendo al pubblico l’opportunità di ripercorrere una parte significativa della sua produzione e di confrontarsi con una ricerca espressiva caratterizzata da una tecnica personale, sofisticata e particolarmente ricercata.

Una cifra stilistica che negli anni ha attirato l’attenzione della critica e del mondo dell’arte, fino a ottenere importanti riconoscimenti. Tra questi figura anche il Premio Spoleto Art Festival Arti Visive 2026, ulteriore attestazione del percorso intrapreso dall’artista.

A introdurre e approfondire la figura di Domenico Conforte sarà il critico d’arte Sandro Costanzi. L’appuntamento sarà arricchito dalla presenza dell’attrice Adelaide Parolini, della giornalista e poetessa Fiorella Virgilio e della giornalista e attrice Maria Cristina Mancini, in un incontro che punta a intrecciare arti visive, letteratura, giornalismo e spettacolo.

La mostra dedicata a Conforte si inserisce in un’edizione del Menotti Art Festival che presenta una dimensione sempre più ampia. La manifestazione, infatti, oltre alla sede principale di Spoleto, estende quest’anno la propria presenza anche a L’Aquila, Monteleone di Spoleto e Venezia, consolidando una vocazione che supera i confini della città umbra.

Particolarmente significativo il rapporto con Venezia, dove il Menotti Art Festival è presente anche nel contesto del prestigioso Festival del Cinema, attualmente in corso. Una scelta che conferma la volontà degli organizzatori di costruire una rete culturale capace di mettere in relazione arti visive, cinema, spettacolo e grandi appuntamenti internazionali.

«Anche questa edizione del Menotti Art Festival ci sta dando ottime soddisfazioni a tutti i livelli», sottolinea il presidente e direttore Luca Filipponi, evidenziando la crescita del progetto e le nuove collaborazioni istituzionali e culturali.

Tra queste assume un rilievo particolare la partnership con la Fondazione Calder, che ha scelto il Menotti Art Festival per gli eventi speciali dedicati ad Alexander Calder, nel cinquantesimo anniversario della morte dell’artista, avvenuta nel 1976.

Un programma, dunque, che guarda alla contemporaneità senza rinunciare alla memoria e alla valorizzazione dei grandi protagonisti dell’arte. E nel calendario di settembre l’appuntamento con Domenico Conforte rappresenta proprio questa sintesi: la riscoperta di un percorso artistico originale, affidata a una mostra capace di restituire al pubblico trenta opere e, soprattutto, la complessità di una ricerca che continua a interrogare il rapporto tra tecnica, materia e visione.

Il Caffè Letterario del Sansi, per un pomeriggio, diventa così uno dei luoghi centrali della stagione culturale spoletina: uno spazio in cui l’arte non viene soltanto esposta, ma raccontata, discussa e messa in relazione con altri linguaggi. È anche questa la scommessa del Menotti Art Festival: trasformare la mostra in un’esperienza culturale più ampia e fare di Spoleto un punto di incontro permanente per artisti, critici e operatori della cultura.

Terremoto, tre scosse ad Accumoli all’alba: la più forte di magnitudo 2.9

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Tre scosse di terremoto in poco più di un’ora hanno riportato l’attenzione su Accumoli, nel Reatino, nelle prime ore di sabato 5 settembre. Una sequenza di lieve intensità, ma percepita da alcuni residenti, rilevata dalla Sala Sismica dell’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia di Roma.

Il movimento più significativo è stato registrato alle 6.02, con una magnitudo di 2.9, con epicentro nel territorio di Accumoli. Due gli eventi successivi: alle 7.13, con magnitudo 2.1, e alle 7.21, quando i sismografi hanno rilevato una scossa di magnitudo 2.4.

Una sequenza ravvicinata che, pur essendo stata avvertita dalla popolazione, non ha provocato conseguenze sul territorio. Al momento non risultano persone ferite né danni a edifici o infrastrutture.

A confermare il quadro senza criticità è il sindaco di Accumoli, Mauro Tolomei. «La scossa è stata sentita da alcuni cittadini, ma non ha provocato allarmi», ha riferito il primo cittadino. «Al momento – ha aggiunto – non sono in corso verifiche da parte dei vigili del fuoco».

Il susseguirsi delle scosse, dunque, non ha determinato situazioni di emergenza. Resta la fisiologica attenzione in un territorio che conserva una memoria particolarmente sensibile rispetto agli eventi sismici, ma le rilevazioni finora disponibili descrivono una sequenza di bassa magnitudo e senza effetti segnalati.

Per Accumoli, dunque, l’alba di sabato è iniziata con tre distinti segnali della sismicità dell’area, sufficienti a essere avvertiti in alcuni punti ma, allo stato attuale, senza conseguenze per la popolazione.

Siria, la guerra che continua sotto terra: le mine uccidono sei bambini in una settimana

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La guerra in Siria continua a uccidere anche quando le armi tacciono. Lo fa attraverso gli ordigni esplosivi disseminati lungo le strade, nei campi, vicino alle abitazioni e nei luoghi attraversati ogni giorno dalla popolazione. Una minaccia invisibile, capace di trasformare uno spostamento ordinario in una tragedia.

A lanciare l’ennesimo allarme è l’Ufficio delle Nazioni Unite per il Coordinamento degli Affari Umanitari (Ocha), che nell’ultima settimana ha registrato dodici incidenti con ordigni esplosivi in sei governatorati siriani. Il bilancio è pesante: nove persone sono morte e altre tredici sono rimaste ferite. Tra le vittime, sei erano bambini.

L’episodio più grave si è verificato lunedì nel governatorato di Deir ez-Zor. Una mina è esplosa al passaggio di un veicolo civile, provocando la morte di cinque bambini e il ferimento di altri tre. Una tragedia che restituisce in tutta la sua drammaticità la natura indiscriminata degli ordigni lasciati sul terreno: non distinguono tra combattenti e civili, tra chi torna a casa e chi attraversa una strada per andare al lavoro.

Il pericolo, sottolinea l’Ocha, non riguarda soltanto i luoghi in cui la popolazione vive. La presenza di mine e residuati bellici condiziona gli spostamenti, limita l’accesso alle aree agricole, compromette le attività economiche e rende più difficile per migliaia di famiglie procurarsi un reddito e assicurarsi il proprio sostentamento.

A Raqqa si è concentrato il maggior numero di incidenti dell’ultima settimana, confermando quanto il nord della Siria resti esposto alla minaccia dei residuati esplosivi di guerra. Sono ordigni che possono rimanere inattivi per anni e diventare letali nel momento più imprevedibile, quando vengono accidentalmente urtati, spostati o semplicemente raggiunti da una persona.

I numeri raccontano una crisi che non si esaurisce con la fine dei combattimenti. Dall’8 dicembre 2024 sono stati documentati in Siria più di 1.400 incidenti con ordigni esplosivi, che hanno coinvolto quasi 2.500 civili. Il bilancio comprende 880 morti.

È la coda lunga della guerra: una forma di violenza che sopravvive al fronte e si insinua nella quotidianità. Per i bambini, in particolare, il rischio è spesso impossibile da riconoscere. Un oggetto abbandonato, un tratto di strada, un campo da attraversare possono nascondere una minaccia mortale.

E così, mentre la Siria prova a ricostruire comunità e infrastrutture devastate da anni di conflitto, il terreno stesso continua a presentare il conto. Le mine non fanno rumore fino all’istante dell’esplosione. Ma il loro effetto sulla vita delle persone — sulla libertà di muoversi, lavorare, coltivare la terra e tornare a vivere normalmente — resta quotidiano.

Bologna, il rapimento e la liberazione: 23enne tenuto in ostaggio, tre arresti

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È finita con l’irruzione della polizia una vicenda dai contorni ancora tutti da chiarire: un giovane operaio di 23 anni era stato rapito e tenuto in ostaggio. A liberarlo sono stati gli uomini della Squadra mobile della Questura di Bologna, intervenuti al termine di un’attività investigativa coordinata dalla Procura ordinaria e dalla Procura per i minorenni.

Il blitz ha consentito agli investigatori di sottrarre il ragazzo ai suoi presunti sequestratori. Tre persone sono state arrestate e, secondo quanto emerso finora, sarebbero coinvolte nel rapimento.

Pochi, per ora, i dettagli ufficiali sulla vicenda. Non sono state rese note le circostanze nelle quali il 23enne sarebbe stato sequestrato, né dove e per quanto tempo sarebbe stato tenuto prigioniero. Restano da ricostruire anche i motivi del rapimento e il ruolo preciso attribuito a ciascuno dei tre arrestati.

Sono tutti aspetti sui quali si concentrano gli accertamenti degli investigatori e dell’autorità giudiziaria. L’indagine, condotta con il coordinamento delle due Procure, dovrà ora ricomporre i diversi tasselli della vicenda e stabilire con precisione che cosa sia accaduto.

Il punto fermo, al momento, è uno: il giovane è stato liberato e tre persone sono finite in manette. Per il resto, la storia del sequestro resta ancora da scrivere, mentre gli investigatori lavorano per trasformare gli elementi raccolti nell’operazione in una ricostruzione completa dei fatti.

Roma, la madre rientra e sorprende il coinquilino con la figlia minore: arrestato un 75enne

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È stato il rientro improvviso della madre a interrompere quello che, secondo l’accusa, sarebbe stato l’ennesimo abuso sessuale. La donna avrebbe sorpreso il proprio coinquilino, un uomo di 75 anni di origine cubana, mentre compiva atti sessuali ai danni di una delle sue figlie minori. Le urla, il tentativo di chiedere aiuto, la chiamata al 112 e l’arrivo della polizia hanno trasformato in pochi minuti un pomeriggio in una drammatica scena di cronaca nel quartiere romano di Santa Palomba.

L’uomo è stato arrestato con l’accusa di atti sessuali con minorenne. Il giudice per le indagini preliminari ha convalidato l’arresto e disposto nei suoi confronti la custodia cautelare in carcere. Il 75enne è stato trasferito a Rebibbia.

Secondo la ricostruzione degli investigatori, la madre della bambina, di origine sudamericana, si era trasferita soltanto da alcune settimane nell’abitazione dell’uomo insieme alle figlie. Tra i due, sempre secondo quanto emerso finora, esisteva una frequentazione occasionale, ma non una relazione sentimentale.

La svolta sarebbe arrivata quando la donna, rientrando nell’appartamento, avrebbe sorpreso il coinquilino con la figlia. Sconvolta, avrebbe immediatamente tentato di chiedere aiuto. L’uomo, secondo l’ipotesi accusatoria, avrebbe cercato di impedirle di uscire e di dare l’allarme, tentando di trattenerla nell’abitazione.

Ma le grida della donna hanno attraversato le pareti dell’appartamento e richiamato l’attenzione dei vicini. Alcuni condomini hanno quindi contattato il numero unico di emergenza 112, facendo scattare l’intervento delle forze dell’ordine.

Quando gli agenti sono arrivati sul posto, hanno trovato la madre in un evidente stato di agitazione. Non è stato semplice, nelle prime fasi, ricostruire con precisione quanto fosse accaduto. Il quadro, tuttavia, si sarebbe aggravato poco dopo, quando la minore avrebbe raccontato alla madre e agli investigatori che l’episodio scoperto quel giorno non sarebbe stato isolato.

La bambina avrebbe infatti riferito di aver subito altri abusi in precedenza, in circostanze che sono ora al centro degli accertamenti della polizia e dell’autorità giudiziaria. La minore è stata immediatamente accompagnata in pronto soccorso, dove è stata sottoposta alle cure e agli accertamenti necessari.

Parallelamente sono proseguiti gli approfondimenti sulla posizione dell’arrestato. Dai controlli effettuati dagli investigatori sarebbe emerso che sul 75enne gravava un decreto di espulsione e che l’uomo si trovava in Italia in condizione di irregolarità.

L’indagine dovrà ora chiarire la sequenza dei fatti e verificare quanto emerso dalle prime dichiarazioni raccolte. Al centro dell’inchiesta non c’è soltanto l’episodio che avrebbe portato all’arresto, ma anche il sospetto che gli abusi possano essersi ripetuti nel tempo, approfittando dei momenti in cui la madre non si trovava in casa.

Per l’uomo, che resta detenuto nel carcere di Rebibbia, l’accusa è quella di atti sessuali con minorenne. La vicenda è ora affidata agli ulteriori sviluppi dell’indagine.

Guerra in Iran, colpita una petroliera vicino a Kharg: l’ombra dei missili Usa sul cuore dell’export di Teheran

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Una nuova esplosione scuote uno dei punti più sensibili della geografia energetica iraniana. Una petroliera iraniana sarebbe stata colpita da quattro missili statunitensi nelle acque vicine all’isola di Kharg, avamposto strategico dell’industria petrolifera di Teheran. La notizia, diffusa dall’emittente iraniana Khabar Fouri, è stata ripresa da Al Jazeera e dal Times of Israel, mentre le prime informazioni provenienti dall’Iran delineano un quadro ancora in fase di accertamento.

Kharg si trova a circa 25 chilometri dalla costa iraniana e a quasi 480 chilometri a nord-ovest dello Stretto di Hormuz. La sua importanza, tuttavia, non è soltanto geografica: l’isola ospita uno dei principali terminali petroliferi del Paese e costituisce un nodo essenziale per l’esportazione del greggio iraniano. Colpire quest’area significa dunque portare la pressione militare direttamente a ridosso di una delle arterie economiche più importanti di Teheran.

Secondo l’agenzia studentesca iraniana Snn, l’attacco non avrebbe provocato vittime. Informazioni ancora più caute arrivano dall’agenzia statale Fars, secondo cui sull’isola sarebbero stati uditi diversi boati, senza però che fossero segnalati, almeno nelle prime fasi, fumo o fiamme nell’area.

La dinamica dell’accaduto resta quindi da chiarire. Le informazioni disponibili provengono in larga parte da media iraniani e non consentono, al momento, di ricostruire con certezza l’entità dei danni alla petroliera né di stabilire se l’azione abbia prodotto conseguenze sulle infrastrutture dell’isola.

Kharg, il bersaglio che vale più del petrolio

Il significato dell’episodio va però oltre l’eventuale danno subito dalla singola nave. Kharg rappresenta infatti un punto nevralgico per la capacità dell’Iran di trasformare la propria produzione petrolifera in entrate economiche. È qui che passa una quota decisiva del greggio destinato ai mercati internazionali.

Per questo motivo, l’isola è da tempo considerata uno dei possibili obiettivi di una strategia militare volta a indebolire la capacità economica iraniana. Un attacco contro le infrastrutture petrolifere avrebbe infatti una doppia valenza: militare, per la pressione esercitata sulle risorse di Teheran, ed economica, per l’impatto potenziale sulle esportazioni e sui prezzi dell’energia.

Il riferimento agli Stati Uniti assume così un peso particolare. Nei giorni scorsi Donald Trump aveva indicato proprio Kharg tra i possibili obiettivi, arrivando a pubblicare un video realizzato con l’intelligenza artificiale che mostrava l’isola devastata.

L’episodio della petroliera, se confermato nella dinamica e nella responsabilità attribuita alle forze statunitensi, segnerebbe dunque un ulteriore passaggio nella pressione esercitata da Washington contro l’Iran. E riporterebbe al centro della crisi una domanda destinata a pesare ben oltre i confini della regione: quanto può essere spinta la guerra contro Teheran senza trasformare il suo apparato energetico e le rotte del Golfo in un detonatore per l’intera economia mondiale?

Per ora, attorno a Kharg restano soprattutto i boati e le informazioni frammentarie. Ma la scelta del luogo è già, di per sé, un messaggio: nel conflitto iraniano il petrolio non è soltanto una risorsa economica. È uno degli obiettivi strategici attraverso cui si misura la capacità di resistenza di Teheran.

Di Battista operato a Cuba, slitta il rientro in Italia

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Il rientro in Italia di Alessandro Di Battista dovrà attendere. L’ex parlamentare del Movimento 5 Stelle, attualmente ricoverato a L’Avana, sarebbe stato sottoposto a un intervento chirurgico a Cuba. È proprio l’operazione, secondo quanto si apprende, ad aver reso necessario lo slittamento del viaggio di ritorno.

Il rientro era previsto per il pomeriggio di oggi, ma il programma è cambiato. A comunicarlo è stata Schierarsi, l’associazione fondata dallo stesso Di Battista, attraverso un messaggio pubblicato sui propri canali Facebook e Instagram e successivamente condiviso anche dall’account dell’ex deputato.

Poche parole, ma un invito preciso a evitare interpretazioni e indiscrezioni: «Il rientro di Alessandro Di Battista è stato rinviato. Chiediamo a tutti di mantenere la massima discrezione e prudenza nella diffusione di informazioni in attesa di ulteriori aggiornamenti».

Il messaggio, volutamente essenziale, non fornisce dettagli sulle ragioni dell’intervento né sulle condizioni di salute dell’ex parlamentare. Al momento, dunque, non vengono rese note ulteriori informazioni di carattere medico.

Di Battista si trova a Cuba ed era atteso in Italia nella giornata odierna. L’ipotesi di un rientro imminente è quindi tramontata, almeno per il momento, alla luce dell’intervento chirurgico al quale sarebbe stato sottoposto.

La scelta dell’associazione di chiedere discrezione appare, in questo quadro, come un tentativo di contenere la circolazione di notizie non verificate e di attendere comunicazioni più circostanziate. Per ora, il dato ufficiale resta quello del rinvio del rientro. Per gli eventuali aggiornamenti sulle condizioni di Di Battista bisognerà attendere nuove comunicazioni.

Governo, la sfida delle opposizioni: «Loro contano i giorni, noi le persone lasciate indietro»

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Immagine creata con AI

La durata del governo diventa il nuovo terreno di scontro tra maggioranza e opposizioni. Mentre l’esecutivo rivendica la solidità e la continuità della propria esperienza politica, dalle file del Movimento 5 Stelle e del Partito democratico arriva una lettura radicalmente diversa: il vero parametro con cui giudicare un governo, sostengono, non dovrebbe essere il numero di giorni trascorsi a Palazzo Chigi, ma la condizione concreta delle persone.

A sintetizzare questa impostazione è Chiara Appendino, deputata del M5S, che in un video pubblicato sui propri canali social mette in discussione i motivi delle celebrazioni della premier Giorgia Meloni.

«Ma Giorgia Meloni cos’ha da festeggiare?», è l’interrogativo da cui prende le mosse l’esponente pentastellata. La sua critica passa in rassegna alcuni dei dossier più sensibili per l’opinione pubblica: potere d’acquisto, produzione industriale, sanità e costo dei carburanti.

Secondo Appendino, non ci sarebbe da festeggiare sul fronte dei salari, che – sostiene citando una diminuzione del 6,1% dal 2021 – avrebbero perso terreno. Né sul versante dell’industria, con una produzione che, nella sua ricostruzione, sarebbe in calo da tre anni consecutivi. E ancora: le liste d’attesa nella sanità rimarrebbero troppo lunghe, mentre sul fronte dei carburanti l’obiettivo politico dell’eliminazione delle accise sarebbe stato, a suo giudizio, disatteso.

La deputata allarga quindi il discorso al quotidiano delle famiglie. Il riferimento è a chi fatica ad arrivare alla fine del mese, a chi guarda con preoccupazione alle bollette e a chi rinuncia o ritarda le cure. Tra i problemi più immediati viene citato anche il caro libri, tornato al centro dell’attenzione proprio con l’avvio del nuovo anno scolastico.

Il passaggio più netto della denuncia è racchiuso nella contrapposizione scelta da Appendino: «Loro contano i giorni al governo, noi contiamo le persone che loro hanno lasciato indietro». Una formula destinata a sintetizzare la strategia comunicativa dell’opposizione: contrapporre alla celebrazione della stabilità dell’esecutivo la fotografia delle difficoltà economiche e sociali del Paese.

Sul fronte del Partito democratico, il tema si concentra invece sul caro carburanti. Antonio Casella, coordinatore nazionale dei circoli Pd dei trasporti, definisce la situazione con una battuta destinata a colpire: «Siamo passati dal governo dei 5 anni al governo dei 5 giorni».

Il riferimento è alla risposta dell’esecutivo all’aumento dei prezzi di benzina e diesel e, in particolare, alla logica delle misure temporanee. Per Casella, una proroga di pochi giorni non può rappresentare una soluzione a una crisi che coinvolge direttamente famiglie e imprese e che rischia di produrre conseguenze anche sui bilanci di Comuni e servizi pubblici.

La domanda posta dal dirigente dem è quindi di metodo prima ancora che di merito: «Davvero pensano che una crisi di questa portata possa risolversi in cinque giorni o in qualche settimana?».

Il Pd chiede un cambio di passo e indica anche una possibile strada: intervenire sugli extraprofitti di chi, secondo la denuncia di Casella, continua a realizzare guadagni elevati nella fase di forte pressione sui prezzi, destinando quelle risorse al sostegno delle categorie maggiormente esposte.

Ma il punto centrale, nella sua analisi, è soprattutto l’assenza di una strategia di medio periodo. L’emergenza carburanti viene infatti presentata come l’ennesimo capitolo di una gestione considerata troppo spesso affidata a interventi dell’ultimo momento. Da qui la richiesta di un piano strutturale capace di affrontare la crisi energetica senza ricorrere ogni volta a provvedimenti tampone.

«Un governo serio non può limitarsi a comprare tempo. Deve dare risposte», sostiene Casella, condensando in questa frase la critica politica del Pd.

Le due prese di posizione, pur provenendo da forze diverse dell’opposizione, convergono dunque su un punto: la stabilità dell’esecutivo non sarebbe sufficiente, da sola, a certificare la bontà dell’azione di governo. Per M5S e Pd, il giudizio dovrebbe passare dalla capacità di incidere sui problemi che pesano direttamente sulla vita delle persone.

La partita politica si sposta così dal calendario alla quotidianità: dai giorni trascorsi al governo ai giorni che famiglie e imprese devono affrontare facendo i conti con salari, bollette, carburanti, sanità e spese scolastiche. Ed è proprio su questo terreno che le opposizioni intendono misurare la distanza tra la narrazione della maggioranza e la percezione di una parte del Paese.