26 Ottobre 2026, lunedì
Home Blog Page 55

Manichino di Valditara appeso al Minghetti, la protesta degli studenti accende il primo giorno di scuola

0

La prima campanella dell’anno scolastico al liceo Minghetti di Bologna è suonata insieme alla prima protesta. E questa volta il messaggio degli studenti ha scelto una rappresentazione destinata a far discutere: un manichino con le sembianze del ministro dell’Istruzione e del Merito Giuseppe Valditara è stato appeso a una delle finestre della facciata dell’istituto.

Il gesto è stato messo in scena dal collettivo studentesco Osa, che nella mattinata del 15 settembre ha organizzato un presidio davanti alla scuola. Cori, fumogeni e uno striscione hanno accompagnato la protesta, con lo slogan: «Il futuro non è scritto, conquistiamolo. Respingiamo guerra, razzismo e imperialismo». Gli attivisti hanno definito il governo «nemico della scuola» e accusato l’esecutivo di politiche che, a loro giudizio, spingerebbero verso una crescente militarizzazione degli istituti, una deriva securitaria e una concezione meno emancipatoria della scuola.

La manifestazione è durata poche decine di minuti e, secondo le ricostruzioni disponibili, si è conclusa senza ulteriori problemi di ordine pubblico. Per il collettivo, tuttavia, l’iniziativa rappresenta l’apertura di una nuova stagione di mobilitazione: per il 21 settembre è stata annunciata una prima assemblea pubblica degli studenti.

La reazione del centrodestra

Il significato politico della protesta è stato immediatamente sovrastato dalla polemica sulla forma scelta per rappresentarla. Dal centrodestra sono arrivate parole di condanna e solidarietà al ministro.

Galeazzo Bignami, capogruppo di Fratelli d’Italia alla Camera, ha definito il manichino un «gesto violento e intollerabile», sostenendo che non possa essere ricondotto a una semplice forma di dissenso. Anche la sottosegretaria alla Cultura Lucia Borgonzoni ha espresso solidarietà a Valditara, parlando di un’immagine «violenta e inaccettabile» e chiedendo una condanna dell’episodio da parte delle forze politiche.

Sulla stessa linea Edmondo Cirielli, coordinatore della direzione nazionale di Fratelli d’Italia, secondo cui esporre sulla facciata di una scuola un manichino con le sembianze di un rappresentante delle istituzioni costituirebbe una forma di «intimidazione simbolica». Cirielli ha distinto il diritto al dissenso, anche radicale, dalle modalità con cui quel dissenso viene rappresentato, sottolineando il particolare significato di un gesto compiuto in un luogo destinato alla formazione dei giovani.

Il tema, dunque, non riguarda soltanto la figura del ministro. Riguarda il modo in cui il conflitto politico entra negli spazi della scuola e, soprattutto, il linguaggio utilizzato per rappresentarlo.

Quando la provocazione diventa intimidazione?

È qui che il caso del Minghetti diventa più interessante della polemica politica contingente. La domanda non è se l’immagine del manichino sia sgradevole, offensiva o politicamente condivisibile. Una democrazia non può trasformare il semplice carattere urticante di una protesta nel criterio per stabilire ciò che è lecito.

L’articolo 21 della Costituzione garantisce infatti a tutti la libertà di manifestare il proprio pensiero «con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione». La Corte costituzionale ha più volte riconosciuto un’ampia tutela alle diverse forme attraverso cui il pensiero politico e collettivo può essere espresso, precisando però che la libertà di manifestazione non rende lecite eventuali condotte che, oltre all’espressione di un’opinione, integrino un comportamento vietato dalla legge.

Ed è proprio questa distinzione a impedire risposte troppo semplici.

Un manichino che rappresenta un politico può essere letto come una metafora, una provocazione, una forma estrema di satira politica o una rappresentazione simbolica dell’opposizione a una persona e alle sue politiche. Ma la valutazione giuridica non può fermarsi all’immagine. Occorre verificare concretamente come il gesto sia stato realizzato, quale fosse il contesto, se vi siano state minacce rivolte direttamente al ministro o ad altre persone, se siano stati commessi danneggiamenti, se qualcuno sia stato costretto o impedito nello svolgimento delle proprie attività e se la condotta abbia prodotto ulteriori conseguenze rilevanti sotto il profilo penale.

Al momento, sulla base delle informazioni disponibili sull’episodio del Minghetti, non è possibile affermare che gli studenti abbiano commesso un determinato reato. Né è possibile concludere, al contrario, che qualsiasi rappresentazione simbolica di questo tipo sia automaticamente protetta dall’articolo 21. La qualificazione giuridica spetta agli organi competenti e dipende dai fatti concretamente accertati.

Il confine passa dunque tra l’espressione dell’idea e l’azione che produce una concreta lesione di un diritto o di un bene tutelato dalla legge. È un confine che può essere sottile, soprattutto quando la protesta utilizza immagini volutamente forti.

Ed è proprio per questo che la scuola dovrebbe essere il luogo in cui quella distinzione viene spiegata, non semplicemente evocata. Il dissenso politico non è un’eccezione alla democrazia: ne è una componente essenziale. Ma altrettanto essenziale è capire che la libertà di protestare non coincide con una licenza generale di intimidire, minacciare o danneggiare.

Nel caso del Minghetti, prima ancora di stabilire chi abbia ragione nella contesa politica, la questione da affrontare è quindi più precisa: dove finisce la provocazione e dove comincia una condotta giuridicamente rilevante? A stabilirlo non possono essere né la maggioranza politica né il collettivo studentesco, né tantomeno il clamore suscitato dall’immagine. Servono i fatti, le norme e, se necessario, l’accertamento delle autorità competenti.

Elicottero di una tv precipita a Los Angeles: tre morti

0

Tre morti, un ferito trasportato in ospedale e un’area industriale trasformata in pochi istanti in una scena di emergenza. È il bilancio della caduta di un elicottero appartenente a una televisione locale affiliata alla Nbc, precipitato nel quartiere di Chatsworth, nella San Fernando Valley di Los Angeles.

Il velivolo è finito nei pressi di un capannone industriale e, dopo l’impatto, ha preso fuoco. Le fiamme si sono rapidamente propagate ad almeno quattro automobili e a due container per lo stoccaggio presenti nell’area. L’incendio è stato successivamente domato dai soccorritori.

Secondo quanto riferito dai vigili del fuoco di Los Angeles, almeno una delle persone decedute si trovava all’esterno dell’edificio, nel parcheggio, al momento della caduta. Resta invece da chiarire dove si trovassero le altre due vittime, se a bordo dell’elicottero oppure a terra.

La dinamica dell’incidente assume particolare rilievo anche per il contesto nel quale è avvenuto. Le troupe televisive erano infatti impegnate a seguire un precedente incidente che aveva coinvolto un autobus e provocato almeno due morti e sei feriti. È durante questa attività giornalistica che l’elicottero è precipitato.

L’allarme ha mobilitato una massiccia risposta dei soccorritori. Più di 50 vigili del fuoco sono intervenuti nell’area di Chatsworth per spegnere l’incendio e mettere in sicurezza la zona. Una persona è stata soccorsa e trasferita in ospedale.

Le autorità hanno avviato un’indagine per ricostruire le cause della caduta. Al momento non sono stati resi noti ulteriori dettagli sulle condizioni del velivolo, sulle persone coinvolte e sulle circostanze che hanno preceduto lo schianto. Saranno ora gli accertamenti degli investigatori a stabilire perché l’elicottero abbia perso quota fino a precipitare nell’area industriale.

Iran, la Camera Usa sfida Trump: «Fermare la guerra o passare dal Congresso»

0

La guerra in Iran torna a dividere Washington e questa volta il confronto passa direttamente per il Congresso. La Camera dei Rappresentanti, controllata dai repubblicani, ha approvato una nuova risoluzione che chiede a Donald Trump di porre fine alle operazioni militari oppure di ottenere una specifica autorizzazione parlamentare per proseguirle.

Il voto si è chiuso con 220 favorevoli e 204 contrari. Sette deputati repubblicani si sono schierati insieme ai democratici, in una votazione che assume un peso politico particolare anche per la sua collocazione temporale: mancano 49 giorni alle elezioni di metà mandato.

Il provvedimento, tuttavia, ha per ora soprattutto un valore politico. Non è infatti scontato che il Senato decida di esaminarlo prima del voto di novembre. Una risoluzione analoga era già stata approvata dalla Camera nel luglio scorso, ma non è ancora arrivata all’esame dell’altro ramo del Congresso.

Il nuovo passaggio parlamentare riporta così al centro una questione destinata ad accompagnare l’amministrazione Trump: fino a che punto il presidente può condurre un conflitto militare senza un nuovo mandato esplicito del Congresso? La Camera prova a riaffermare il proprio ruolo, ma l’efficacia concreta della misura dipenderà soprattutto da ciò che accadrà al Senato e dai successivi sviluppi sul terreno.

La tensione si sposta nel Golfo

Mentre a Washington il confronto è istituzionale, nel Golfo Persico la crisi continua ad avere una dimensione militare sempre più delicata.

Le difese aeree dell’Arabia Saudita hanno annunciato di avere intercettato e distrutto un drone che, secondo le autorità di Riad, sarebbe stato diretto verso la Mecca. L’accusa saudita punta direttamente agli Houthi, il movimento yemenita sostenuto dall’Iran, indicato come responsabile del lancio.

Una versione respinta con decisione dagli Houthi. Il gruppo ha definito l’accusa una «bugia logora» e ha negato di avere come obiettivo i luoghi sacri dell’Islam, sostenendo di non minacciare la Mecca.

La risposta è arrivata anche sul piano militare. Gli Houthi hanno infatti annunciato di avere abbattuto un caccia saudita, aggiungendo un ulteriore elemento di tensione a uno scenario regionale già segnato da attacchi, intercettazioni e accuse incrociate.

La vicenda del drone assume un significato particolare proprio per il possibile coinvolgimento della Mecca. Un attacco o anche soltanto la percezione di una minaccia contro i luoghi più sacri dell’Islam avrebbe infatti un peso politico e religioso ben superiore a quello di un normale episodio militare.

Tra Washington e il Golfo si delinea dunque una doppia partita. Da una parte il Congresso americano tenta di recuperare spazio nelle decisioni sulla guerra, dall’altra gli alleati regionali devono fare i conti con una crisi che continua a produrre incidenti militari e ad allargare il rischio di escalation. E, mentre la Camera vota per chiedere a Trump di fermarsi o di tornare davanti al Congresso, sul terreno ogni nuovo attacco rischia di rendere ancora più difficile una de-escalation.

Von der Leyen: «Vogliono frantumare l’Ue, lottiamo per la nostra Europa»

0

Un’Europa chiamata a scegliere da che parte stare, a difendere la propria autonomia e a non arretrare sui diritti. Nel suo discorso sullo Stato dell’Unione davanti al Parlamento europeo riunito in sessione plenaria, Ursula von der Leyen ha tracciato un quadro nel quale le sfide interne e quelle internazionali finiscono per intrecciarsi: la tenuta delle democrazie, la competitività economica, l’intelligenza artificiale, la gestione dei flussi migratori e la tutela dei cittadini più vulnerabili.

Il messaggio politico della presidente della Commissione è netto. «La nostra scelta è chiara», ha detto. La domanda, secondo von der Leyen, è se l’Europa voglia essere «forte e indipendente» e capace di difendere i propri valori nel mondo oppure consentire che le sue democrazie vengano indebolite da «rappresentanti e burattini degli autoritari».

Nel mirino finiscono fenomeni diversi, che la presidente riconduce però a una medesima minaccia per l’integrazione europea. «Che si tratti degli ultranazionalisti o degli antieuropei, che si tratti dell’ingerenza russa o della disinformazione, i nomi possono essere diversi, ma il loro obiettivo è lo stesso», ha affermato. «Disprezzano i nostri valori e vogliono frantumare la nostra unità europea».

Da qui l’appello a non limitarsi alla reazione. «Non limitiamoci a opporci a tutto ciò, ma lottiamo insieme per la nostra idea di Europa», ha scandito.

Diritti delle donne, nessun passo indietro

La difesa dei valori europei, nel discorso di von der Leyen, passa anche dalla questione dei diritti delle donne. «Oggi i nostri valori fondamentali vengono messi in discussione», ha affermato, avvertendo del rischio di un arretramento su conquiste che considera ormai parte integrante dell’identità europea.

«Alcuni vogliono persino farci arretrare sui diritti delle donne. Riportarci a un’epoca in cui le donne erano cittadine di seconda classe», ha dichiarato.

Von der Leyen ha ricordato le battaglie per la parità di trattamento, le pari opportunità e la parità salariale. «Le donne sono qui per restare. Difenderemo i nostri diritti. E continueremo a difendere i nostri valori ogni singolo giorno», ha aggiunto.

Economia, la sfida del mercato unico

Al centro dell’agenda europea resta però anche la crescita. «Rilanciare l’economia europea è la nostra priorità assoluta», ha sottolineato la presidente della Commissione, indicando nel mercato unico, nell’industria e nei servizi europei alcune delle principali leve su cui puntare.

Il problema, secondo von der Leyen, è che il mercato unico resta ancora troppo frammentato. Servono quindi nuove riforme per completarne la realizzazione, con l’obiettivo di arrivare alla piena attuazione entro la fine del prossimo anno.

Una partita che Bruxelles considera decisiva in un contesto internazionale nel quale la capacità industriale, tecnologica e commerciale è sempre più legata anche alla sicurezza economica.

Intelligenza artificiale, Bruxelles chiama i grandi laboratori

Un capitolo specifico è stato dedicato all’intelligenza artificiale, uno dei terreni sui quali l’Europa punta a costruire un proprio ruolo nella definizione delle regole globali.

«L’AI Act è un elemento cruciale e pone l’Europa nella posizione di poter orientare gli sforzi globali su come affrontare la questione», ha detto von der Leyen.

La Commissione intende rafforzare la cooperazione con Paesi come Canada e Regno Unito, concentrandosi sulla valutazione dei modelli, sulle verifiche, sui sistemi di allerta precoce e sulla sicurezza dell’IA.

La presidente ha inoltre annunciato l’intenzione di convocare «i principali laboratori all’avanguardia» per aprire un confronto su come accompagnare l’innovazione senza perdere terreno rispetto alla velocità dello sviluppo tecnologico.

Ondate di calore, un piano europeo

Dalla tecnologia al clima, un altro passaggio del discorso ha riguardato l’impatto delle temperature estreme sulla popolazione.

«Presto presenteremo anche un piano europeo contro le ondate di calore», ha annunciato von der Leyen, indicando alcune priorità: sistemi di allerta più efficaci, maggiore preparazione sanitaria, adattamento delle città, soluzioni per il raffrescamento e sostegno alle persone più vulnerabili.

La presidente ha citato anche il bilancio umano delle temperature estreme, parlando di «più di 35mila morti aggiuntivi durante le ondate di calore» e di strutture come case di riposo e ospedali «pericolosamente surriscaldati».

«Sono stati i mesi estivi più caldi di sempre, ma probabilmente i più freschi degli anni a venire», ha aggiunto, sintetizzando così la prospettiva con cui l’Europa guarda all’adattamento ai cambiamenti climatici.

Canada, una nuova alleanza con l’Europa

Nel capitolo dedicato alla politica estera e alle partnership internazionali, von der Leyen ha rivolto un messaggio diretto al premier canadese Mark Carney, presente in Aula.

«Dobbiamo ripensare urgentemente le nostre partnership», ha dichiarato, proponendo di aprire la strada al Canada affinché diventi «il primo membro associato dell’Ue».

L’idea è quella di ampliare la cooperazione oltre l’attuale quadro commerciale. «Uniremo volontariamente le nostre forze. Passeremo dal Ceta a un’Alleanza per il futuro per creare uno spazio comune di prosperità e sicurezza economica», ha spiegato.

Un rapporto che, nelle parole della presidente della Commissione, non dovrebbe essere costruito in funzione di un avversario. «Questa è una partnership non contro qualcun altro, ma per la nostra forza comune», ha sottolineato.

Ceuta è Europa, nuova risposta alle emergenze migratorie

Anche la gestione delle frontiere esterne ha trovato spazio nel discorso. Von der Leyen ha voluto rivolgersi direttamente alla Spagna sul caso di Ceuta.

«Tutte le nostre frontiere esterne sono frontiere europee», ha affermato. E poi il messaggio rivolto agli spagnoli: «La frontiera di Ceuta è una frontiera europea. Perché Ceuta è Spagna. Ceuta è Europa. E l’Europa sarà al vostro fianco».

La presidente ha collegato gli eventi dell’estate alla necessità di aggiornare gli strumenti europei per affrontare situazioni eccezionali, soprattutto quando i movimenti di massa vengono, secondo la sua definizione, «orchestrati e strumentalizzati a fini politici».

Da qui la proposta di un nuovo «Strumento europeo di risposta alle emergenze», destinato a rafforzare la capacità dell’Unione di intervenire in scenari caratterizzati da pressioni improvvise alle frontiere.

Minori e social, Bruxelles prepara l’Eu Kids Act

L’ultimo fronte riguarda il rapporto tra minori e piattaforme digitali. Von der Leyen ha annunciato che la Commissione proporrà l’Eu Kids Act, con un sistema di protezione articolato in base all’età.

La linea annunciata prevede il divieto di utilizzo dei social media per i minori di 13 anni e nessun account personale per i minori di 15 anni.

Per la fascia compresa tra 13 e 15 anni, secondo la proposta illustrata dalla presidente, sarebbero consentiti soltanto mini-account creati e supervisionati dai genitori, caratterizzati da funzionalità limitate e restrizioni sui tempi di utilizzo.

È un ulteriore tassello della strategia europea sulla sicurezza digitale, inserito da von der Leyen in un discorso che ha tenuto insieme questioni apparentemente lontane tra loro ma ricondotte a un’unica direttrice: la capacità dell’Europa di proteggere i propri cittadini, sostenere la propria economia e preservare la propria autonomia in un mondo sempre più competitivo e instabile.

Migranti, l’inchiesta sui certificati anti-Cpr si allarga: perquisiti oltre 20 medici

0

L’inchiesta sui cosiddetti certificati medici anti-Cpr allarga il proprio raggio d’azione e da Ravenna arriva in altre otto città italiane. Sono oltre venti i medici destinatari dei decreti di perquisizione emessi dalla Procura ravennate, nell’ambito del procedimento che punta a fare luce sulla presunta formazione e sul rilascio di certificazioni sanitarie false finalizzate, secondo l’ipotesi investigativa, a impedire il trasferimento di cittadini stranieri irregolari nei Centri di permanenza per il rimpatrio.

L’operazione è condotta dalla Polizia di Stato, attraverso lo Sco di Roma e la Squadra Mobile di Ravenna. I provvedimenti prevedono perquisizioni locali, personali e informatiche e interessano professionisti nelle città di Bari, Biella, Bologna, Firenze, Livorno, Milano, Rimini, Roma e Varese.

Un elemento significativo riguarda la posizione dei destinatari: fatta eccezione per un caso, si tratta di medici che al momento non risultano iscritti nel registro degli indagati. Le perquisizioni, dunque, si inseriscono in una fase investigativa nella quale gli inquirenti stanno verificando l’eventuale esistenza di ulteriori responsabilità e collegamenti, partendo dall’ipotesi che il fenomeno possa avere una dimensione più ampia rispetto al nucleo originario dell’indagine.

Il nuovo sviluppo affonda le proprie radici proprio a Ravenna. Nei mesi scorsi, infatti, la Procura aveva disposto analoghe attività investigative nei confronti di otto medici, all’epoca tutti in servizio nel reparto di Malattie infettive dell’ospedale ravennate. Per loro l’ipotesi di reato era quella di falso e interruzione di pubblico servizio, in relazione a 34 certificati medici ritenuti falsi dagli investigatori.

L’inchiesta, coordinata dalla pm Angela Scorza, aveva già prodotto un primo provvedimento particolarmente incisivo. Per tre degli otto professionisti la gip Federica Lipovscek aveva disposto l’interdizione dall’esercizio della professione per dieci mesi. Nei confronti degli altri era invece scattato il divieto di occuparsi della redazione di certificazioni destinate ai Cpr.

Il nuovo capitolo dell’indagine sposta ora l’attenzione ben oltre i confini ravennati. Gli accertamenti dovranno chiarire se le certificazioni contestate rappresentino episodi isolati oppure se dietro il fenomeno esista una rete più articolata, capace di coinvolgere professionisti operanti in diverse realtà territoriali.

Per gli oltre venti medici raggiunti dai decreti, con l’eccezione dell’unico già formalmente iscritto nel registro degli indagati, l’attività investigativa non equivale a un’accusa definitiva. Saranno gli ulteriori accertamenti della Procura e gli eventuali sviluppi processuali a stabilire se le ipotesi formulate dagli inquirenti troveranno conferma.

Gaza, crolla un edificio che ospitava sfollati: almeno 12 morti. Sotto le macerie anche decine di bambini

0

Un edificio che da rifugio era diventato una trappola. È crollato nella notte a ovest di Gaza City, mentre al suo interno dormivano decine di palestinesi sfollati. Il bilancio provvisorio è di almeno 12 morti, tra cui cinque bambini, ma il numero delle vittime potrebbe aumentare. Secondo la Protezione civile palestinese, citata da Al-Jazeera, numerose persone risultano ancora disperse sotto le macerie.

Nel palazzo vivevano circa 70 sfollati palestinesi. La struttura, secondo le informazioni diffuse dalla Protezione civile e le testimonianze raccolte sul posto, aveva già riportato danni durante i bombardamenti israeliani. Nonostante le condizioni dell’edificio, le famiglie che vi avevano trovato riparo non avrebbero avuto alternative.

Il crollo è avvenuto intorno all’una di notte, quando gli occupanti erano a letto. In pochi istanti, un edificio di più piani si è trasformato in una massa di cemento e detriti. Sotto quelle macerie, secondo i soccorritori, ci sarebbero almeno sei famiglie.

Le ricerche tra cemento e macerie

Le operazioni di soccorso sono proseguite per ore in condizioni estremamente difficili. I residenti hanno iniziato a scavare anche a mani nude, nel tentativo di raggiungere chi era rimasto sepolto. Le squadre della Protezione civile cercano di avanzare tra i detriti con le attrezzature disponibili, mentre dal sottosuolo, secondo quanto riferito da testimoni e riportato da Al-Jazeera, sarebbero arrivate richieste di aiuto.

Particolare allarme riguarda la presenza di numerosi bambini sotto le macerie. Secondo la Protezione civile palestinese, tra le persone ancora intrappolate potrebbero esserci circa 50 minori.

«Possiamo sentire le voci dei cittadini sotto le macerie», ha riferito un portavoce della Protezione civile citato dalla testata araba, sottolineando le difficoltà incontrate dai soccorritori nel raggiungere i superstiti.

La stessa fonte sostiene che l’ingresso nella Striscia di mezzi pesanti necessari alle operazioni di soccorso sarebbe ostacolato. Si tratta di una dichiarazione attribuita alla Protezione civile palestinese e non di una circostanza verificata autonomamente.

Le attività di ricerca e recupero vengono condotte, secondo Al-Jazeera, in coordinamento con la Municipalità di Gaza, il Comitato egiziano, l’Autorità araba e il Comitato internazionale della Croce Rossa. Anche il Programma delle Nazioni Unite per lo sviluppo sta fornendo sostegno alle operazioni.

«Chiediamo con urgenza le attrezzature necessarie per le operazioni di recupero», è l’appello lanciato dalla Protezione civile.

L’allarme per altri 2mila edifici

Il crollo riporta al centro un problema che va ben oltre il singolo edificio. Secondo un portavoce della Protezione civile palestinese, circa 2mila edifici nelle aree abitate della Striscia di Gaza sarebbero in condizioni strutturali precarie.

La situazione, ha spiegato il portavoce citato dai media arabi, è aggravata dall’impossibilità per molti residenti di lasciare gli immobili danneggiati. Mancano infatti sistemazioni alternative sufficienti e, per numerose famiglie, un edificio pericolante può rappresentare comunque l’unico luogo in cui trovare riparo.

È questo il paradosso che emerge dalle macerie del palazzo crollato a Gaza City: strutture già compromesse che continuano a essere utilizzate come abitazioni perché non esiste, per chi vi è rifugiato, un’alternativa concreta.

Secondo Al-Jazeera, anche l’edificio crollato nella notte era stato parzialmente danneggiato dagli attacchi israeliani. Le persone che vi vivevano, secondo la ricostruzione fornita dalla Protezione civile palestinese, avrebbero continuato a utilizzarlo perché prive di un altro luogo dove proteggersi.

Mentre proseguono le ricerche, dunque, il bilancio delle vittime resta provvisorio. E sotto le macerie non ci sono soltanto i corpi di chi è morto: potrebbero esserci ancora persone vive, raggiungibili soltanto con mezzi e strumenti che i soccorritori, in questo momento, dicono di non avere a disposizione.

Tensione nel Baltico, Mosca accusa Copenaghen: «Manovre provocatorie contro la fregata russa»

0

Si alza la tensione tra Russia e Danimarca dopo un incidente avvenuto in mare che coinvolge una fregata della Marina russa e un elicottero dell’aeronautica danese. Mosca accusa Copenaghen di aver compiuto «azioni provocatorie», mentre le autorità danesi riferiscono che dalla nave russa sono stati lanciati due razzi di segnalazione, uno dei quali sarebbe passato a distanza ravvicinata dall’elicottero.

L’episodio, secondo quanto riferito dal governo danese, non ha provocato feriti né danni materiali. Ma la lettura fornita da Mosca è nettamente diversa e riaccende il confronto sulle attività militari nello spazio marittimo e aereo del Nord Europa.

A intervenire è stato l’ambasciatore russo a Copenaghen, Vladimir Barbin, che in una dichiarazione ripresa dall’agenzia Interfax ha annunciato che la Russia «esaminerà attentamente tutte le circostanze dell’incidente». Il diplomatico ha però sottolineato che, a suo giudizio, non si tratterebbe di un episodio isolato.

Secondo Barbin, infatti, «non è la prima volta che elicotteri dell’aeronautica danese effettuano manovre pericolose in prossimità di navi militari russe operanti in alto mare e al di fuori delle acque territoriali danesi».

La questione centrale, nella ricostruzione russa, riguarda dunque il comportamento dell’elicottero. Mosca respinge l’interpretazione secondo cui le attività danesi possano essere considerate semplicemente operazioni di routine e sostiene che proprio tali modalità operative possano aumentare il rischio di incidenti.

«L’incidente attuale», ha affermato Barbin, «indica che i problemi di comunicazione non risiedono nelle navi della Marina russa, bensì nella parte danese». Un’accusa che il diplomatico accompagna a una critica più ampia nei confronti delle autorità di Copenaghen.

Barbin ha infatti contestato i tentativi danesi di definire «prassi di routine» le manovre dell’elicottero nei confronti della fregata russa. Una qualificazione che, secondo l’ambasciatore, «solleva serie preoccupazioni circa le potenziali conseguenze di tale imprudenza».

Il punto, per Mosca, non è soltanto ricostruire la dinamica dell’ultimo episodio, ma affrontare il problema più generale della gestione degli incontri tra mezzi militari in mare e nello spazio aereo sovrastante. Secondo il diplomatico russo, la Danimarca non avrebbe dimostrato in passato, e non dimostrerebbe tuttora, la volontà necessaria a ridurre il rischio di escalation.

«Purtroppo, la parte danese non ha mai avuto, né ha tuttora, la volontà di prevenire un’escalation della situazione in mare e di adoperarsi per rafforzare la fiducia reciproca», ha dichiarato Barbin.

L’ambasciatore ha quindi richiamato anche precedenti iniziative diplomatiche russe. Secondo la versione di Mosca, le proposte avanzate per valutare un accordo finalizzato alla prevenzione degli incidenti in alto mare e nello spazio aereo sovrastante sarebbero state «categoricamente respinte» dalla parte danese.

Il confronto resta quindi aperto su due piani distinti: da una parte la ricostruzione concreta di quanto accaduto tra la fregata russa e l’elicottero danese, dall’altra una più ampia disputa sulle regole di comportamento e sulle modalità di interazione tra forze armate in una regione dove la presenza militare e le attività di sorveglianza sono diventate sempre più sensibili.

Per ora, l’episodio non ha prodotto conseguenze fisiche. Ma le parole di Mosca mostrano come anche un incidente senza feriti né danni possa trasformarsi rapidamente in un nuovo terreno di confronto diplomatico e militare.

Schengen, l’Italia prolunga i controlli con la Spagna: sicurezza per Roma, «vergogna» giustamente per Madrid

0

L’Europa senza frontiere torna a fare i conti con le sue frontiere. L’Italia ha deciso di prorogare per altri quindici giorni i controlli alle frontiere aeree e marittime con la Spagna, mantenendo così una misura che, nelle intenzioni di Roma, risponde a una precisa esigenza di sicurezza ma che a Madrid viene letta come una decisione ingiustificata e politicamente grave.

La proroga è stata disposta dal ministro dell’Interno Matteo Piantedosi e comunicata alla Commissione europea e agli altri ministri dell’Interno dell’Unione. La decisione è arrivata al termine delle valutazioni del Comitato analisi immigrazione e sicurezza delle frontiere, riunitosi in mattinata.

Secondo il Viminale, non sono venute meno le condizioni che avevano portato alla reintroduzione temporanea dei controlli. Restano, si legge nella motivazione, «elevati profili di rischio per la sicurezza interna», insieme alla possibilità di «infiltrazioni terroristiche».

È proprio questo il punto sul quale il governo italiano costruisce la propria difesa. Roma non presenta la misura come una scelta contro la Spagna, né come una revisione politica dei rapporti con Madrid, ma come uno strumento temporaneo legato alla valutazione della minaccia.

Una linea ribadita dal vicepremier e ministro degli Esteri Antonio Tajani. «Non è un atteggiamento contro qualcuno, non è una posizione politica», ha spiegato, sottolineando che l’obiettivo resta «garantire la sicurezza interna e delle frontiere».

Il riferimento è anche alla situazione a Ceuta, territorio spagnolo sulla costa nordafricana, considerata dal governo italiano un elemento da non sottovalutare nell’attuale quadro di sicurezza. «Con la Spagna non c’è una frontiera, ci sono navi e aerei che arrivano dalla Spagna», ha osservato Tajani, sostenendo che, in una situazione definita «drammatica», sia necessario mantenere alta la vigilanza.

Per il governo, dunque, il principio della libera circolazione all’interno dello spazio Schengen non può prevalere in modo assoluto sulle esigenze di sicurezza quando le autorità ritengono che esistano rischi concreti. La questione diventa però inevitabilmente anche politica, perché la sospensione temporanea dei normali meccanismi di Schengen tocca uno dei pilastri più visibili dell’integrazione europea.

Da Madrid è arrivata infatti una reazione durissima. Il ministro degli Esteri spagnolo José Manuel Albares ha definito la decisione italiana «assurda, inutile e una vergogna», accusando Roma di mettere in discussione lo stesso significato della collaborazione tra partner europei. In effetti, è dura dargli torto.

Secondo Albares, non esisterebbe alcuna minaccia all’integrità dello spazio Schengen proveniente da Ceuta e Melilla. Il ministro spagnolo ha quindi spostato il confronto dal terreno della sicurezza a quello della responsabilità politica europea, sostenendo che Giorgia Meloni e Antonio Tajani stiano agendo più «come leader politici di partito» che come «leader europei all’altezza delle circostanze».

Lo scontro, così, non riguarda soltanto quindici giorni aggiuntivi di controlli. Sullo sfondo c’è una questione più ampia: fino a che punto gli Stati membri possono ripristinare le verifiche alle frontiere interne per ragioni di sicurezza senza indebolire il principio stesso su cui si fonda Schengen?

Roma rivendica il diritto di adottare misure precauzionali davanti a una minaccia ritenuta ancora presente. Madrid considera invece quella stessa scelta sproporzionata e dannosa per la fiducia tra governi europei.

La proroga italiana diventa così un nuovo capitolo di una tensione che mette una accanto all’altra due esigenze difficili da conciliare: la libertà di movimento, simbolo concreto dell’Europa integrata, e la richiesta crescente di protezione delle frontiere di fronte a terrorismo, immigrazione irregolare e instabilità nel Mediterraneo.

Per ora Roma sceglie la prudenza e conferma i controlli. Madrid chiede invece di tornare alla normalità. In mezzo, ancora una volta, c’è Schengen, uno dei simboli più forti dell’Europa senza frontiere e, proprio per questo, uno dei più sensibili quando la sicurezza torna a prevalere sulla libertà di circolazione.

Pediatri in Piemonte, il rebus dell’assistenza nel weekend

0

A che santo deve votarsi, oggi, una famiglia piemontese che abbia bisogno di un pediatra il sabato o alla vigilia di una festività?

La domanda non è provocatoria, ma fotografa una difficoltà molto concreta che rischia di accompagnare il progressivo superamento dei Punti di Assistenza Pediatrica Territoriale, i PAPT, senza che sia ancora pienamente operativo un sistema alternativo capace di garantire lo stesso livello di assistenza.

Il tema è approdato in Aula del Consiglio regionale del Piemonte, dove è stata discussa un’interrogazione rivolta alla Giunta Cirio per chiedere quali iniziative urgenti intenda adottare affinché la continuità dell’assistenza pediatrica nelle giornate di sabato e prefestive sia assicurata in modo uniforme su tutto il territorio regionale.

La risposta, secondo la capogruppo regionale del Movimento 5 Stelle Sarah Disabato, non ha sciolto i nodi. Al contrario, avrebbe lasciato sul tavolo soprattutto una promessa: monitorare l’evoluzione della situazione. Una formula che può risultare rassicurante sul piano burocratico, ma che rischia di essere assai meno rassicurante per una famiglia alle prese con un bambino malato nel fine settimana.

Il punto è proprio questo: monitorare non significa garantire un servizio.

I PAPT sono nati per offrire alle famiglie un punto di riferimento alternativo al Pronto Soccorso per quei problemi pediatrici che richiedono una valutazione medica, ma non presentano caratteristiche di emergenza. La loro funzione è quindi duplice. Da una parte assicurano una risposta sanitaria a bambini e genitori, dall’altra contribuiscono a evitare che situazioni non urgenti finiscano impropriamente negli ospedali, già sottoposti a una forte pressione.

Il superamento di questo modello, dunque, non è necessariamente un problema in sé. Il problema nasce se il nuovo assetto organizzativo arriva prima delle alternative. E soprattutto se, da un territorio all’altro, cambiano le possibilità concrete per le famiglie di trovare un pediatra.

Non basta infatti richiamare genericamente la continuità assistenziale. Un servizio di continuità assistenziale non equivale automaticamente a un servizio pediatrico dedicato: la differenza, per un genitore, può essere sostanziale, soprattutto quando si tratta di valutare sintomi e condizioni tipicamente infantili.

Le criticità, inoltre, non sembrano circoscritte a una singola area del Piemonte.

Nell’Asl To3, dal 4 aprile 2026, la riorganizzazione ha coinvolto i distretti di Venaria, Collegno, Orbassano, Pinerolo e Susa, con la sospensione del servizio del sabato e dei prefestivi presso Villa Rosa di Collegno.

Nell’Asl To4 la situazione riguarda i PAPT di Chivasso, Ciriè, dell’area Ivrea-Castellamonte e di Settimo Torinese. Qui il servizio era stato prorogato fino al 31 marzo 2026, mentre l’Azienda sanitaria ha chiarito che il nuovo Accordo Integrativo Regionale per la Pediatria di Libera Scelta non prevede più questo modello organizzativo.

Anche nel Novarese il passaggio presenta elementi di incertezza. È stata infatti comunicata la cessazione, dal 1° ottobre 2026, dei PAPT di Novara e Borgomanero. Nel frattempo, le nuove Aggregazioni Funzionali Territoriali pediatriche e gli altri strumenti previsti dall’accordo integrativo non risultano ancora pienamente operativi.

Sono esempi diversi, ma raccontano la stessa questione: come viene garantita l’assistenza ai bambini durante la fase di transizione?

È qui che la discussione smette di essere una questione tecnica di organizzazione sanitaria e diventa una questione politica. Perché riorganizzare un servizio può essere necessario, ma nessuna riorganizzazione dovrebbe tradursi in un periodo nel quale il cittadino si trova a dover capire da solo a chi rivolgersi.

Per le famiglie piemontesi il rischio più immediato è quello di una geografia sanitaria a macchia di leopardo, nella quale la possibilità di trovare un pediatra il sabato o nei giorni prefestivi dipenda dal territorio in cui si vive. Un sistema difficilmente compatibile con l’obiettivo di garantire livelli di assistenza omogenei.

C’è poi un secondo effetto da non sottovalutare: se il presidio territoriale viene meno senza che l’alternativa sia pronta, il Pronto Soccorso può diventare la soluzione più semplice, se non l’unica percepita come sicura dalle famiglie. Il risultato sarebbe esattamente l’opposto di quello che una buona programmazione sanitaria dovrebbe perseguire: spostare sul sistema ospedaliero una domanda che potrebbe essere gestita sul territorio.

«Non possiamo permettere che il passaggio al nuovo modello organizzativo crei un vuoto nell’assistenza dei bambini», sostiene Sarah Disabato. La richiesta alla Giunta Cirio è quindi quella di mettere nero su bianco garanzie concrete e uniformi per tutte le famiglie piemontesi.

La questione, in fondo, è semplice. Si può cambiare il modello, si possono superare i PAPT e si possono immaginare nuove forme di organizzazione territoriale. Ma prima bisogna assicurarsi che il servizio non scompaia nel passaggio da un sistema all’altro.

Perché quando si parla di bambini malati, il concetto di “fase transitoria” assume un significato molto diverso da quello che può avere in un documento amministrativo. Per un genitore, il sabato pomeriggio è già oggi. E la domanda resta: a chi si rivolge?

Legge elettorale, il Pd attacca Meloni: «Il Paese brucia, il governo pensa a come restare a Palazzo Chigi»

0

Il Paese alle prese con il costo della vita, la sanità sempre più difficile da raggiungere, i salari che non tengono il passo con l’inflazione e le crisi industriali che continuano a minacciare posti di lavoro. E il governo concentrato sulla legge elettorale. È questo il contrasto sul quale il Partito Democratico costruisce la propria offensiva contro Giorgia Meloni e la maggioranza.

La critica dei dem parte da Marco Furfaro, deputato e responsabile Welfare e Disuguaglianze della segreteria nazionale del Pd. Il suo bersaglio è la priorità scelta dall’esecutivo: intervenire sulle regole del voto mentre, sostiene, restano senza risposta questioni che incidono direttamente sulla vita quotidiana degli italiani.

«C’è un’Italia che fa benzina guardando il contatore con l’ansia, che rinuncia a una visita medica, che vede chiudere fabbriche, che paga bollette sempre più alte a causa della morsa del caldo», afferma Furfaro. «E poi c’è il governo Meloni, che davanti a tutto questo ha deciso che la grande urgenza nazionale sia cambiare la legge elettorale. Sembra quasi che vivano in un altro Paese».

La metafora scelta dal dirigente dem è quella di una casa in fiamme. «Quando una casa brucia, normalmente ci si occupa dell’incendio. Questa destra, invece, discute di chi avrà le chiavi della casa dopo le prossime elezioni». Secondo Furfaro, è qui che si misura la distanza tra Palazzo Chigi e la realtà: sulle politiche per sostenere salari e famiglie, osserva, «bisogna aspettare»; sulle crisi industriali «si arriva sempre tardi». Quando invece si tratta di modificare le regole del gioco, aggiunge, «improvvisamente tutto diventa urgente».

Il Pd contesta così non soltanto il merito della riforma, ma soprattutto la sua tempistica e la finalità politica che attribuisce all’iniziativa della maggioranza. «Meloni governa da quattro anni. Non è più il tempo degli alibi, né quello delle promesse. Governi», è l’appello di Furfaro, che elenca le emergenze sulle quali, a suo giudizio, l’esecutivo dovrebbe concentrare le proprie energie: chi non riesce più a curarsi, chi lavora ma continua a impoverirsi, le imprese schiacciate dai costi e i giovani che lasciano l’Italia.

«L’Italia ha bisogno di stabilità nella vita delle persone, non di una legge costruita per garantire la stabilità politica di Giorgia Meloni», conclude.

Sulla stessa linea interviene Alfredo D’Attorre, componente della segreteria nazionale del Pd, che definisce l’esecutivo «il governo più lungo e inutile della storia repubblicana». Un giudizio durissimo, accompagnato dall’accusa che da mesi il governo non si occupi delle principali emergenze economiche e sociali, a partire dagli effetti del caro energia sulle famiglie.

Per D’Attorre, la legge elettorale sarebbe diventata il vero terreno di iniziativa della maggioranza. «Giorgia Meloni e i suoi vice e alleati, Salvini e Tajani, da oltre un anno si sono concentrati su come alterare la legge elettorale per evitare una sconfitta che sentono sempre più vicina», sostiene. Una lettura che il dirigente dem accompagna con un’altra accusa: quella di voler allontanare il più possibile il momento del voto.

Il giudizio degli elettori, sostiene D’Attorre, arriverà comunque. E il Pd annuncia battaglia anche sul contenuto della riforma, contestando in particolare l’impatto sulla rappresentanza femminile, il meccanismo delle preferenze e l’ipotesi di un rafforzamento dei poteri del premier che, nella lettura dem, non avrebbe solide basi costituzionali.

Anche Marco Sarracino, componente della segreteria nazionale del Partito Democratico, insiste sul divario tra le priorità del governo e quelle degli italiani. «I prezzi della benzina toccano record storici. I salari restano fermi di fronte a un costo della vita in continua crescita. Milioni di italiani sono costretti a rinunciare alle cure mediche e migliaia di giovani continuano ad abbandonare il Paese in cerca di futuro».

Di fronte a questo quadro, osserva Sarracino, «la risposta di Giorgia Meloni è cambiare la legge elettorale». La conclusione è netta: «Ormai questa destra, chiusa nel palazzo, è totalmente fuori dalla realtà».

L’attacco del Pd si completa con la presa di posizione di Marina Sereni, componente della segreteria nazionale, che definisce la nuova legge elettorale «sbagliata e pericolosa». Nel mirino ci sono soprattutto la rappresentanza delle donne e la possibilità per gli elettori di scegliere direttamente i propri parlamentari.

Sereni respinge anche l’argomento della stabilità come principale giustificazione della riforma. A suo giudizio, la maggioranza sarebbe spinta dalla consapevolezza di non aver risolto i problemi che pesano sulla vita degli italiani, dalla sanità alla sicurezza, passando per i salari e il costo della vita.

La dirigente dem allarga quindi lo scontro al terreno costituzionale, accusando la destra di voler intervenire ancora una volta sull’assetto istituzionale del Paese. «La destra di Meloni non ha imparato nulla dal referendum sulla giustizia», sostiene Sereni, denunciando il rischio di un ridimensionamento delle prerogative del Presidente della Repubblica e di un sistema capace, nella sua interpretazione, di consegnare a una maggioranza relativa numeri sufficienti per incidere sulle cariche di garanzia.

Il Pd promette dunque opposizione parlamentare e mobilitazione nel Paese. La partita sulla legge elettorale, nelle parole dei dirigenti dem, non è soltanto una questione tecnica. È il simbolo di due agende politiche contrapposte: da una parte la maggioranza che rivendica la necessità di riscrivere le regole per garantire maggiore stabilità, dall’altra un’opposizione che accusa il governo di occuparsi della propria sopravvivenza politica mentre fuori dal Palazzo restano aperte le emergenze economiche e sociali.

Lo scontro, quindi, è destinato a superare i confini della legge elettorale. Per il Pd, il vero tema è stabilire quali debbano essere le priorità di un governo a quattro anni dall’insediamento: cambiare le regole con cui si eleggerà il prossimo Parlamento oppure intervenire sulle condizioni di chi, ogni giorno, quella crisi la misura davanti a un distributore di benzina, in una sala d’attesa ospedaliera o davanti a una bolletta.