La guerra in Iran torna a dividere Washington e questa volta il confronto passa direttamente per il Congresso. La Camera dei Rappresentanti, controllata dai repubblicani, ha approvato una nuova risoluzione che chiede a Donald Trump di porre fine alle operazioni militari oppure di ottenere una specifica autorizzazione parlamentare per proseguirle.
Il voto si è chiuso con 220 favorevoli e 204 contrari. Sette deputati repubblicani si sono schierati insieme ai democratici, in una votazione che assume un peso politico particolare anche per la sua collocazione temporale: mancano 49 giorni alle elezioni di metà mandato.
Il provvedimento, tuttavia, ha per ora soprattutto un valore politico. Non è infatti scontato che il Senato decida di esaminarlo prima del voto di novembre. Una risoluzione analoga era già stata approvata dalla Camera nel luglio scorso, ma non è ancora arrivata all’esame dell’altro ramo del Congresso.
Il nuovo passaggio parlamentare riporta così al centro una questione destinata ad accompagnare l’amministrazione Trump: fino a che punto il presidente può condurre un conflitto militare senza un nuovo mandato esplicito del Congresso? La Camera prova a riaffermare il proprio ruolo, ma l’efficacia concreta della misura dipenderà soprattutto da ciò che accadrà al Senato e dai successivi sviluppi sul terreno.
La tensione si sposta nel Golfo
Mentre a Washington il confronto è istituzionale, nel Golfo Persico la crisi continua ad avere una dimensione militare sempre più delicata.
Le difese aeree dell’Arabia Saudita hanno annunciato di avere intercettato e distrutto un drone che, secondo le autorità di Riad, sarebbe stato diretto verso la Mecca. L’accusa saudita punta direttamente agli Houthi, il movimento yemenita sostenuto dall’Iran, indicato come responsabile del lancio.
Una versione respinta con decisione dagli Houthi. Il gruppo ha definito l’accusa una «bugia logora» e ha negato di avere come obiettivo i luoghi sacri dell’Islam, sostenendo di non minacciare la Mecca.
La risposta è arrivata anche sul piano militare. Gli Houthi hanno infatti annunciato di avere abbattuto un caccia saudita, aggiungendo un ulteriore elemento di tensione a uno scenario regionale già segnato da attacchi, intercettazioni e accuse incrociate.
La vicenda del drone assume un significato particolare proprio per il possibile coinvolgimento della Mecca. Un attacco o anche soltanto la percezione di una minaccia contro i luoghi più sacri dell’Islam avrebbe infatti un peso politico e religioso ben superiore a quello di un normale episodio militare.
Tra Washington e il Golfo si delinea dunque una doppia partita. Da una parte il Congresso americano tenta di recuperare spazio nelle decisioni sulla guerra, dall’altra gli alleati regionali devono fare i conti con una crisi che continua a produrre incidenti militari e ad allargare il rischio di escalation. E, mentre la Camera vota per chiedere a Trump di fermarsi o di tornare davanti al Congresso, sul terreno ogni nuovo attacco rischia di rendere ancora più difficile una de-escalation.
