La prima campanella dell’anno scolastico al liceo Minghetti di Bologna è suonata insieme alla prima protesta. E questa volta il messaggio degli studenti ha scelto una rappresentazione destinata a far discutere: un manichino con le sembianze del ministro dell’Istruzione e del Merito Giuseppe Valditara è stato appeso a una delle finestre della facciata dell’istituto.
Il gesto è stato messo in scena dal collettivo studentesco Osa, che nella mattinata del 15 settembre ha organizzato un presidio davanti alla scuola. Cori, fumogeni e uno striscione hanno accompagnato la protesta, con lo slogan: «Il futuro non è scritto, conquistiamolo. Respingiamo guerra, razzismo e imperialismo». Gli attivisti hanno definito il governo «nemico della scuola» e accusato l’esecutivo di politiche che, a loro giudizio, spingerebbero verso una crescente militarizzazione degli istituti, una deriva securitaria e una concezione meno emancipatoria della scuola.
La manifestazione è durata poche decine di minuti e, secondo le ricostruzioni disponibili, si è conclusa senza ulteriori problemi di ordine pubblico. Per il collettivo, tuttavia, l’iniziativa rappresenta l’apertura di una nuova stagione di mobilitazione: per il 21 settembre è stata annunciata una prima assemblea pubblica degli studenti.
La reazione del centrodestra
Il significato politico della protesta è stato immediatamente sovrastato dalla polemica sulla forma scelta per rappresentarla. Dal centrodestra sono arrivate parole di condanna e solidarietà al ministro.
Galeazzo Bignami, capogruppo di Fratelli d’Italia alla Camera, ha definito il manichino un «gesto violento e intollerabile», sostenendo che non possa essere ricondotto a una semplice forma di dissenso. Anche la sottosegretaria alla Cultura Lucia Borgonzoni ha espresso solidarietà a Valditara, parlando di un’immagine «violenta e inaccettabile» e chiedendo una condanna dell’episodio da parte delle forze politiche.
Sulla stessa linea Edmondo Cirielli, coordinatore della direzione nazionale di Fratelli d’Italia, secondo cui esporre sulla facciata di una scuola un manichino con le sembianze di un rappresentante delle istituzioni costituirebbe una forma di «intimidazione simbolica». Cirielli ha distinto il diritto al dissenso, anche radicale, dalle modalità con cui quel dissenso viene rappresentato, sottolineando il particolare significato di un gesto compiuto in un luogo destinato alla formazione dei giovani.
Il tema, dunque, non riguarda soltanto la figura del ministro. Riguarda il modo in cui il conflitto politico entra negli spazi della scuola e, soprattutto, il linguaggio utilizzato per rappresentarlo.
Quando la provocazione diventa intimidazione?
È qui che il caso del Minghetti diventa più interessante della polemica politica contingente. La domanda non è se l’immagine del manichino sia sgradevole, offensiva o politicamente condivisibile. Una democrazia non può trasformare il semplice carattere urticante di una protesta nel criterio per stabilire ciò che è lecito.
L’articolo 21 della Costituzione garantisce infatti a tutti la libertà di manifestare il proprio pensiero «con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione». La Corte costituzionale ha più volte riconosciuto un’ampia tutela alle diverse forme attraverso cui il pensiero politico e collettivo può essere espresso, precisando però che la libertà di manifestazione non rende lecite eventuali condotte che, oltre all’espressione di un’opinione, integrino un comportamento vietato dalla legge.
Ed è proprio questa distinzione a impedire risposte troppo semplici.
Un manichino che rappresenta un politico può essere letto come una metafora, una provocazione, una forma estrema di satira politica o una rappresentazione simbolica dell’opposizione a una persona e alle sue politiche. Ma la valutazione giuridica non può fermarsi all’immagine. Occorre verificare concretamente come il gesto sia stato realizzato, quale fosse il contesto, se vi siano state minacce rivolte direttamente al ministro o ad altre persone, se siano stati commessi danneggiamenti, se qualcuno sia stato costretto o impedito nello svolgimento delle proprie attività e se la condotta abbia prodotto ulteriori conseguenze rilevanti sotto il profilo penale.
Al momento, sulla base delle informazioni disponibili sull’episodio del Minghetti, non è possibile affermare che gli studenti abbiano commesso un determinato reato. Né è possibile concludere, al contrario, che qualsiasi rappresentazione simbolica di questo tipo sia automaticamente protetta dall’articolo 21. La qualificazione giuridica spetta agli organi competenti e dipende dai fatti concretamente accertati.
Il confine passa dunque tra l’espressione dell’idea e l’azione che produce una concreta lesione di un diritto o di un bene tutelato dalla legge. È un confine che può essere sottile, soprattutto quando la protesta utilizza immagini volutamente forti.
Ed è proprio per questo che la scuola dovrebbe essere il luogo in cui quella distinzione viene spiegata, non semplicemente evocata. Il dissenso politico non è un’eccezione alla democrazia: ne è una componente essenziale. Ma altrettanto essenziale è capire che la libertà di protestare non coincide con una licenza generale di intimidire, minacciare o danneggiare.
Nel caso del Minghetti, prima ancora di stabilire chi abbia ragione nella contesa politica, la questione da affrontare è quindi più precisa: dove finisce la provocazione e dove comincia una condotta giuridicamente rilevante? A stabilirlo non possono essere né la maggioranza politica né il collettivo studentesco, né tantomeno il clamore suscitato dall’immagine. Servono i fatti, le norme e, se necessario, l’accertamento delle autorità competenti.
