Taranto: la città in cui una parte della Magistratura si è totalmente ribellata al Potere Politico (1)
Procede nel caos più assoluto l’opera risanatrice – se così si può chiamare – dell’Ilva di Taranto. I fatti più recenti sono che il g.i.p. del Tribunale di Taranto che si occupa di qeusta vicenda Patrizia Todisco ha respinto un’istanza del commissario governativo Sandro Bondi intesa a ottenere il reimpiego nell’opera di risanamento di 230 milioni di euro sequestrati alla famiglia Riva come disposto da una delle leggi chiamte salva-ilva, minacciando un nuovo sequestro senza facoltà d’uso da parte del Procuratore della Repubblica Franco Sebastio perchè i lavori di risanamento si stanno svolgendo con ritardo.
Ormai tutti a Taranto hanno compreso che, al di là della vicenda giuridica e dell’opera risanatrice, due schieramenti sono a confronto in singolar tenzone fra loro. L’uno che vuole ribaltare la titolarità dello stabilimento e passarlo dai Riva ad un altro gruppo industriale, segnatamente i Gavio, dei quali – secondo taluni – sarebbe socio occulto il potente ex Ministro dei Trasporti tarantino Claudio Signorile, l’altro invece che vorrebbe risanare l’Ilva nel segno della continuità della famiglia Riva.
Il primo schieramento si fa forte di alcuni segmenti mediatici e politici. Scrive l’Huffigston post un blog molto vicino al settimenale “L’Espresso” e quindi all’ex Sinistra democristiana di Carlo De Benedetti e di Matteo Renzi: La storia dell’Ilva è nota, ed è noto che dopo anni di colpevole distrazione la magistratura è intervenuta per riportare legalità nel polo siderurgico tarantino, uno dei più grandi e dei peggio gestiti, rispetto all’impatto su ambiente e salute, del mondo. Diranno le sentenze, se e quando arriveranno, in che dimensione e fino a quale profondità la politica nazionale e locale si sia fatta autrice o complice di reati; in particolare complice dei reati contestati alla famiglia Riva, che acquistò per poche lire la fabbrica dall’Iri negli anni ’90 e per quindici anni ha accumulato miliardi di profitti (Falso: Riva ha gestito l’Ilva per quindici anni l’ha pagata un milardo e mezzo di vecchie lire nel 1995 ilmassimo che potesse pagare un imprenditore privato dell’acciaio italiano in quanto la produzione di acciaio era stata fino ad allora quasi tutta in mano pubblica e negli anni buoni i profitti sono ammontati fino a un massimo di 800 milioni di euro ma poi ci sono stati anche gli anni di crisi n.d.r.) senza impiegarne lo “zero virgola” per ridurre, come prescrive la legge e come si è fatto nella siderurgia di mezzo mondo dalla Germania alla Corea (con il concorso finanziario al 50% dello Stato, che in Italia invece non vuole contribuire n.d.r.), la potenza di avvelenamento dei forni e dei depositi (tuttora a cielo aperto) di ferro e carbone (Falso anche questo: Riva ha investito in ambientalizzazione e rpecisamente in elettrofiltri, sistema dell’urea, altoforno 4 rifatto ex novo e altre opere oltre 4 miliardi di euro n.d.r).
Ma in attesa dei processi e delle sentenze – continua l’Huffigton post – alcune verità già sono assodate. Una è che dei veleni dell’Ilva e delle omissioni dei Riva si sa da tempo. Le prime denunce sull’altissimo impatto inquinante della fabbrica di acciaio tarantina risalgono a più di vent’anni fa, merito di associazioni ecologiste e di gruppi auto-organizzati di abitanti di Taranto che a lungo sono stati gli unici a urlare che mettere lavoro contro ambiente e salute era una scelta senza dignità e senza futuro.
Gli altri, quasi tutti gli altri, hanno lasciato che il problema marcisse: l’azienda naturalmente, il sindacato, la politica. Di questa fitta rete di silenzi, compiacenze e aperte complicità ha fatto parte integrante la sinistra, che governa la Regione da 8 anni e Taranto da 6. La sinistra che con troppi suoi esponenti sia locali che nazionali ha intrattenuto robuste relazioni “informali” con i Riva: valgano per tutti gli esempi di Pierluigi Bersani (ieri osannato in quanto supporter di Prodi presidente della Repubblica oggi invece criminalizzato inqaunto ostile a Matteo Renzi n.d.r.), che da responsabile economico dei Ds accolse dai proprietari dell’Ilva nel 2006 un finanziamento elettorale di 100 mila euro – formalmente lecito ma quanto meno “inopportuno” -, o di Ludovico Vico, già deputato Pd e oggi commissario del Partito democratico a Lecce, che nel 2010 al telefono con Girolamo Archinà (“spicciafaccende” dei Riva) prometteva di far “buttare sangue” a uno dei due scriventi, colpevole di battersi in Parlamento contro un’ennesima norma “ad aziendam” inventata per legalizzare l’illegalità dell’Ilva.
Il segmento politico che appoggia i Gavio è quello che ruota attorno al ministro dell’economia Fabrizio Saccomanni dell’allegra brigata Saccomanni, Draghi, gitanti del Britannia e vari e della rediviva corrente del P.D. che fa capo all’on.le Claudio Signorile.
L’imprenditore Beniamino Gavio aveva dato notizia tramite il quotidiano “Republica” di essere a capo di una cordata di imprenditori interessata a rilevare l’Ilva e a risanarla. Tra questi aveva incluso anche l’imprenditore Vittorio Malacalza imprenditore notoriamente molto0 liquido. Ma intervistato da “Il Messaggero” Vittorio Malacalza lo ha smentito: “La cordata di imprenditori per l’Ilva proposta da Beniamino Gavio – ha detto – “non e’ una boutade”, ma “e’ un”operazione difficile” e la famiglia Malacalza al momento non intende farsi coinvolgere. Ho letto le dichiarazioni di Gavio e, dopo quell’ipotesi qualcuno mi ha anche chiamato dal ministero dell’Economia per sapere se veramente eravamo interessati.
. Dunque il ministro dell’Economia Fabrizio Saccomanni spinge in questa direzione.
Gavio quindi ha bleffato dichiarando disponibilità che ineffetti non ci sono e quindi – allo stato – l’ipotesi più plausibile per un risanamento italiano (a meno che non si voglia dare anche l’Ilva asoggetti stranieri) rimane ancora quella dei Riva, i quali sono già titolari dello stabilimento e quindi non devono alcunchè per rilevarlo e inoltre sono gli imprenditori dell’acciaio in Italia dotati ancora di maggiori disponibilità finanziarie. Ma Emilio Riva il capostipite fiacato dai processi e ormai ottantaseienne sta morendo e i figli vorrebbero – giustamente – una garanzia politica che lo stabilimento dopo il risanamento rimanga il loro e non passi invece, risanato e per un piatto di lenticchie a qualche altro imprenditore sostenuto da parti politiche a loro avverse.
A livello mediatico i Riva non hanno alcuno sponsor mentre a livello politico essi sono – forse – sostenuti dall’attuale ministro dell’Ambiente Andrea Orlando, il quale recentemente ha autorizzato con decreto ministeriale senza prescrizioni alcune discariche interne all’Ilva per le quali la Procura della Republica di Taranto, ritenendole illegittime, aveva disposto addirittura l’arresto del presidente della Provincia Gianni Florido ultimo dei moikani P.D. pro-Riva e tuttora detenuto neanche per averle autorizzate ma solo per per aver tentato, senza riuscirci, di farle autorizzare con prescrizioni
Ma i Riva sono mal visti dal gruppo pelilliano-signoriliano che attualmente spdroneggia nel P.D. tarantino. All’ultimo congresso provinciale del P.D. i floridiani (ossia i seguaci del presidente della Provincia Gianni Florido attualmente detenuto per la questione delle discariche e di tendenza lavorista) sono praticamente scomparsi e tutta la segreteria comunale e provinciale si compone ora di pelilliani-signoriliani (pelilliani da Michele Pelillo deputato unico rappresentate del P.D. tarantino in Parlamento e vicino alle posizioni dell’on.le Claudio Signorile) i quali ora si atteggiano a spassionati ambientalisti. C’è stato alcuni mesi fa un referendum cittadino in questo senso cha ha visto la partecipazione di solo il 15% della cittadinanza, a riporva del favore della cittadinanza per il risanamento e non per la dismissione dell’impianto. Ebbene il nuovo segretario del P.D. Walter Musillo appena eletto, ha significativamente dichiarato: “Al referendum per la dismissione o la continuità dell’Ilva ho votato per la totale dismissione dell’Ilva”. Quasi a voler far intendere quale sarà la sua linea politica: spingere per la dismissione totale dell’impianto per assimilare il P.d. alla Todisco agli ambientalisti e ai grillini e al tempo stesso per favorire lo spossessamento della titolarità dello stabilimento in capo ai Riva se dovesse prendere piede il piano Gavio-Signorile.
Michele Imperio 1. continua
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Risposta ministro Zanonato a question time Electrolux
Poco fa l’On. Casellato anche a mio nome ha interrogato il inistro Zanonato in merito al caso Electrolux. Il ministro, dopo aver constatato che questa situazione è inserita in un complesso quadrato di crisi generalizzata del settore degli elettrodomestici, aggravato dalla competizione internazionale, ha dichiarato di seguire con attenzione gli sviluppi di questa situazione e di avere contatti costanti con le istituzioni locali e regionali degli stabilimenti interessati.
Dopo aver ricordato che le decisioni della proprietà non sono ancora certe, ha ribadito che il Ministero sta monitorando costantemente la situazione e che entro fine mese verrà convocato un tavolo istituzionale con le Regioni coinvolte per esaminare la strategia migliore da mettere in atto.
Trasmesso e pubblicato
Ufficio Stampa
On. Giorgio Zanin
Question time Electrolux
Interrogazione a risposta immediata in Assemblea
Al Ministro dello sviluppo economico.
Per sapere – premesso che: la Electrolux, una multinazionale con sede in Svezia e uno dei leader mondiali nel settore degli elettrodomestici e delle apparecchiature per uso professionale, ha recentemente manifestato, in seguito alla contrazione di vendite registratasi sul mercato europeo, l’intenzione di rivedere l’assetto produttivo e occupazionale; tale revisione coinvolgerebbe i quattro stabilimenti italiani di Susegana (Treviso), dove si producono frigoriferi a incasso con 1.033 addetti, Porcia (Pordenone), dove si producono lavatrici e lavorano 1.160 addetti, Forlì, dove sono occupate 800 unità e si producono piani cottura e forni, e Solaro (Milano), dove si producono lavastoviglie con 912 addetti.
L’amministratore delegato del gruppo ha annunciato che sarà lanciata un’indagine di competitività sulle quattro fabbriche, con il coinvolgimento delle organizzazioni sindacali, per verificare la sostenibilità delle produzioni che si realizzano in Italia, la competitività dei singoli stabilimenti, l’andamento delle varie produzioni, il raffronto tra volumi prodotti e volumi venduti, il trend dei prezzi e confronto con le spese, chiarendo che ciò potrà significare il mantenimento, il ridimensionamento o la chiusura degli stabilimenti; i dirigenti della Electrolux hanno dichiarato alle organizzazioni sindacali che il costo orario del lavoro sarebbe di ventiquattro euro in Italia e circa sei o sette euro in Polonia; da qui il necessario trasferimento delle produzioni.
La Electrolux ha, inoltre, dichiarato la volontà di delocalizzare nell’Europa dell’Est, tra Polonia e Ungheria, una parte considerevole della sua produzione: questo porterebbe rapidamente all’esubero di 140 operai a Susegana (Treviso), 46 a Porcia (Pordenone), 25 a Forlì, 75 a Solaro (Milano) e 200 unità tra gli impiegati; la produzione di lavabiancheria per il mercato di massa basata sulla piattaforma Prometeo sarà completamente realizzata a Olawa, Polonia (finora a Porcia); la produzione di frigoriferi basata sulla Cairo 3 sarà realizzata a Jàszberény, Ungheria (finora a Susegana); la produzione di lavastoviglie da 45 centimetri sarà realizzata a Zarow, Polonia (finora a Solaro).
Per la sede di Susegana, nel trevigiano, ciò si tradurrà nello spostamento della produzione di 158.000 pezzi, a fronte dei 700.000 complessivamente annunciati all’inizio del 2013, un anno, questo, peraltro caratterizzato dalla positiva risposta del mercato soprattutto grazie alle commesse Ikea e Aeg; nel complesso, l’impatto delle decisioni annunciate sulle fabbriche e nel settore impiegatizio rischia di produrre da subito 461 esuberi in aggiunta ai 1.200 esuberi (oggi 1.100 per effetto delle dimissioni incentivate) affrontati con il ricorso alla solidarietà nell’accordo del 22 marzo 2013 e di determinare la perdita di migliaia di posti di lavoro nell’indotto; le organizzazioni sindacali hanno proclamato 16 ore di sciopero in tutti gli stabilimenti del gruppo, da effettuarsi entro venerdì 8 novembre 2013, e richiesto il coinvolgimento dei presidenti di regione e delle istituzioni locali per illustrare la gravissima situazione che le decisioni di Electrolux determinano sul tessuto sociale : se il Ministro interrogato intenda convocare urgentemente tutti i soggetti coinvolti per una disamina della vicenda Electrolux al fine di individuare i possibili interventi e le strategie di politica industriale che consentano nel medio-lungo periodo il rilancio della produzione della multinazionale svedese in Italia e prevenire le ricadute sociali e occupazionali sul comparto lavorativo afferente al settore industriale interessato.
Trasmesso e pubblicato
Ufficio Stampa
On. Giorgio Zanin
Megaservice di Trapani: un’altra azienda rischia di scomparire
di Valentina Colli
La crisi colpisce ancora. Questa volta a Trapani in Sicilia. E rischia di cancellare una società in house della Provincia: la Megaservice spa, 67 dipendenti.
La nascita della Megaservice Spa – società a capitale pubblico, di cui la Provincia di Trapani inizialmente deteneva il 51% della partecipazione azionaria, mentre il restante 49% era a carico di Italia lavoro Spa – era stata voluta dall’amministrazione del tempo e deliberata dal Consiglio provinciale nel maggio 2004. Lo scopo era quello di dare occupazione agli operai dell’ex Imam (l’azienda metalmeccanica dell’indotto Fiat la cui attività era cessata tempo prima lasciando i dipendenti senza lavoro). Tali lavoratori si sono occupati in questi anni di gestione delle riserve naturali, di manutenzione degli impianti termici, di piccola manutenzione degli immobili provinciali, di gestione degli impianti sportivi e turistici. Tra le competenze anche la manutenzione ordinaria delle strade provinciali della Valle del Belice.
Le cose inizialmente vanno bene. Nel 2008 Antonio D’Ali’ allora Presidente della Provincia, la definisce una societa’ pilota con problemi occupazionali risolti, per cui si prevede il rilancio e l’ampliamento fino a poter assorbire anche parte dei precari ex art. 23 e LSU. Nel 2008 Megaservice gode ancora di ottima salute. Tanto che, la Provincia chiede un piccolo sforzo di conversione dei contratti, in previsione di nuove commesse, portando al 60% i contratti edili rispetto al 40% dei contratti servizi. Questa operazione però ha l’effetto di fare schizzare i costi contrattuali annui da 1900 milioni di euro a 2600 milioni di euro annui. Però si prevedono commesse in aumento. Che però non arrivano.
Già dal 2009 il valore delle commesse è solo pari o di poco superiore al costo contratti, e questo causa perdite ingenti sui costi di produzione, sui costi del personale e sulle spese generali. I costi aumentano a dismisura quando, per direttiva dell’Ente, si sceglie di diminuire le commesse manutentive in favore di quelle più specialistiche relative all’esecuzione di opere su progetti esecutivi. Commesse progettuali che, nel Patto di Stabilita’, ricadono per tipologia in conto capitale, incidendo sullo sforamento. Morale: i lavori e i servizi sono garantiti da Megaservice, che si indebita, dovendo approntare il pagamento dei costi di cui l’Ente non puo’ garantire l’avanzamento, avendo sforato il Patto di stabilità. Non ultimo, la mancanza di pianificazione porta ad un accrescimento di lavori di “somma urgenza” (il cui mancato adempimento e’ sanzionato in penale), che incidono di oltre il 24% sul fatturato, implicando per la contemporaneità degli interventi ulteriori assunzioni a tempo determinato alle 68 unita’, in quanto il loro contratto edile non prevede ancora il dono dell’ubiquita’ sui cantieri. Si crea così un buco di bilancio di circa 4 milioni di euro. Ma sono tempi di Spending Review e le societa’ in siffatte condizioni devono obbligatoriamente essere liquidate. La Legge lo impone.
Nel 2011 il Consiglio provinciale di Trapani propone di esternalizzare i servizi offerti da Megaservice, onde far pian pianino subentrare i privati. L’epilogo della vicneda non può che essere uno: da febbriao 2013 Megaservice e’ in liquidazione e 67 famiglie sono in ambasce. Anche perche’ una societa’ partecipata interamente ad un Ente pubblico, non garantisce la cassa integrazione in deroga. Tavoli tecnici in Regione a iosa, alla presenza delle rappresentanze sindacali, Cgil in testa che si impegnano strenuamente in questa vertenza. Il Comune di Castelvetrano, riunisce dal 27 settembre un tavolo di concertazione permanente, tra tutti i Comuni, forze sociali e politiche, per trovare una soluzione per questi figli del territorio: perche’ gran parte dei lavoratori Megaservice provengono da Castelvetrano. Il presidente della Regione Renato Crocetta ha deciso di seguire mediaticamente questa vicenda e si e’ impegnato a partecipare al tavolo di Castelvetrano per trovare una soluzione percorribile, magari attraverso il nuovo canale Airgest, ora in quota alla Regione. Questo tavolo castelvetranese ha molti nomi: campanilismo, propaganda, illusione. I lavoratori lo chiamano speranza, ma non speranza di un provvedimento assistenzialista, di un ammortizzatore sociale, ma speranza di rimettere a servizio di questa terra le professionalita’ di cui sono portatori. E di recuperare una dignità perduta.
Valentina Colli
Autogrill continua l’espansione in Europa: tappa allo scalo di Düsseldorf
ll gruppo Autogrill si è aggiudicato un nuovo contratto in Germania per la gestione delle attività di ristorazione all’interno dell’aeroporto di Düsseldorf, il terzo del paese per traffico passeggeri. Si stima che la concessione genererà ricavi per circa 60 milioni di euro nel periodo 2014-2021. L’operazione rappresenta un ulteriore passo avanti del percorso di espansione del gruppo in Nord Europa, dopo l’ingresso nell’aeroporto di Helsinki in Finlandia e l’aggiudicazione delle nuove concessioni nelle stazioni dell’Eurotunnel e nello scalo di East Midlands nel Regno Unito dello scorso ottobre. I quattro locali saranno inaugurati a inizio 2014 all’interno del Terminal B, destinato ai voli domestici e intra-europei, e promuoveranno le eccellenze eno-gastronomiche italiane. Autogrill porterà, infatti, nello scalo tedesco Bistrot Restaurant. Completerà l’offerta una selezione di altri marchi made in Italy come Motta, caffè bar italiano arricchito per l’occasione da un’area brewery, e Aperol lounge, cocktail & tapas bar.
Google e Amazon tassati in Italia
Tecnici del Pd a lavoro per limare l’emendamento al ddl Stabilità che propone di tassare i profitti delle multinazionali online (come Google o Amazon) derivati da vendite e pubblicità fatte in Italia. L’emendamento, proposto dal presidente della commissione Bilancio alla Camera Francesco Boccia e che verrà depositato giovedì al Senato riprende una norma già inserita dal Pd alla Camera nella delega fiscale secondo cui le società multinazionali che operano anche in Italia dovranno pagarvi le tasse in misura proporzionale al fatturato. L’emendamento riguarda, spiega il relatore Pd Giorgio Santini, tutto il commercio online e prevede di applicare le tasse italiane, come ad esempio l’Iva, alle multinazionali che operano in Italia. In particolare, dovrebbe stabilire che servizi e prodotti online di multinazionali del Web possano essere acquistati, in Italia, solo tramite una partita Iva «italiana». Questo per ovviare al fatto che, ad oggi, le filiali italiane di multinazionali come Google non fatturano in Italia la raccolta pubblicitaria e le vendite realizzate in Italia. Il Pd punta a reperire circa un miliardo di euro l’anno, da destinare al taglio ulteriore del cuneo fiscale.













