25 Ottobre 2026, domenica
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Ex Ilva, la Corte di Milano conferma lo stop agli altoforni: la partita ora si sposta in Cassazione

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La lancetta corre verso il 28 ottobre e, per l’ex Ilva di Taranto, il tempo comincia ad avere il rumore di un altoforno che si prepara a spegnersi. La Corte d’Appello di Milano ha confermato per la seconda volta il provvedimento che impone lo stop degli impianti dell’area a caldo entro la fine del mese. Respinta, ancora una volta, la richiesta di sospensione presentata dai legali dell’ex Ilva in amministrazione straordinaria e di Acciaierie d’Italia.

Il collegio presieduto da Giuseppe Ondei ha dunque deciso di non cambiare rotta. Resta in vigore la decisione adottata lo scorso luglio, quella che aveva imposto il blocco degli altoforni dello stabilimento siderurgico di Taranto. La nuova istanza puntava soprattutto a guadagnare tempo, in attesa che fosse la Cassazione a pronunciarsi sul ricorso presentato dalle parti. Ma per ora il cronometro giudiziario non si ferma.

Nelle motivazioni della Corte c’è il punto politico e giuridico più delicato dell’intera vicenda: il conflitto tra la continuità produttiva e la tutela della salute. E i giudici, questa volta in modo piuttosto netto, indicano quale dei due interessi debba avere la precedenza.

Il “pericolo” legato all’eventuale spegnimento degli altoforni, scrivono i magistrati, deve infatti cedere rispetto al “preminente diritto alla salute”. È il principio sul quale si fonda il nuovo no alla sospensione. La Corte richiama tanto l’interpretazione maturata in sede europea quanto le garanzie previste dalla Costituzione italiana.

Una scelta che mette ancora una volta l’ex Ilva davanti al suo paradosso più difficile da risolvere: da una parte c’è uno stabilimento che ha bisogno di produrre per restare economicamente in piedi, dall’altra un impianto la cui attività è da anni al centro di una contesa giudiziaria e ambientale che non concede sconti. La produzione è necessaria, ma non può diventare una sorta di lasciapassare quando entra in gioco il diritto alla salute.

Il problema, naturalmente, non finisce con una sentenza. Anzi. Lo spegnimento degli altoforni avrebbe conseguenze industriali, occupazionali e finanziarie tutt’altro che marginali. Taranto non è soltanto un impianto siderurgico: è un pezzo enorme dell’economia italiana, con migliaia di lavoratori direttamente coinvolti e una filiera che va ben oltre i cancelli dello stabilimento. Fermare l’area a caldo significa dunque intervenire sul cuore produttivo dell’acciaieria, con effetti che potrebbero propagarsi rapidamente sul territorio e sull’intero sistema industriale.

È proprio su questo terreno che si giocherà il prossimo capitolo della partita. Il 20 ottobre è infatti fissata l’udienza davanti alla Cassazione. Sarà la Suprema Corte a dover valutare il ricorso presentato contro il provvedimento. Ma, fino a quando non arriverà un’eventuale decisione diversa, la scadenza resta quella indicata dai giudici milanesi: 28 ottobre.

Il calendario, insomma, non lascia molto spazio alle manovre. Prima della fine del mese, l’ex Ilva potrebbe trovarsi davanti a un bivio industriale di quelli che non ammettono soluzioni cosmetiche. Da una parte la necessità di salvaguardare produzione, lavoro e continuità aziendale. Dall’altra un principio che la Corte ha definito preminente: la tutela della salute.

La vera domanda, a questo punto, non è soltanto se gli altoforni si spegneranno. È cosa accadrà dopo. Perché accendere o spegnere un impianto è, in fondo, la parte più semplice della storia. Molto più complicato è capire come tenere insieme ambiente, salute, occupazione e industria senza sacrificare sistematicamente uno dei quattro pilastri sull’altare degli altri.

E Taranto, dopo anni di promesse, decreti, ricorsi e rinvii, rischia di ritrovarsi ancora una volta davanti allo stesso dilemma. Con una differenza: questa volta il conto alla rovescia ha una data precisa.

Maledetto settembre, l’estate non vuole andare in pensione

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Ci sono mesi che arrivano senza chiedere permesso. Settembre è uno di questi. Ha il brutto vizio di presentarsi dopo settimane di sole, aperitivi e valigie disfatte a metà, con l’aria severa di chi deve ricordarci che le ferie sono finite, la sveglia torna a suonare e qualcuno, prima o poi, dovrà pure ricominciare a lavorare.

È proprio contro questo inesorabile ritorno alla realtà che Orietta Berti, Nina Zilli e Danti hanno deciso di schierarsi. Il risultato si intitola, con una certa dose di sarcasmo e parecchia verità, “Maledetto Settembre”, nuovo singolo e videoclip in uscita il 9 ottobre.

Il titolo dice già tutto. Non è una dichiarazione di guerra all’autunno, ma quasi. È piuttosto un tentativo, perfettamente riuscito, di prendere il mese più antipatico dell’anno e trasformarlo in una festa. L’estate è finita? Pazienza. Si può sempre farla durare ancora qualche minuto, magari dentro una canzone.

Il brano nasce con l’idea di catturare proprio quella sensazione sospesa che accompagna il rientro. Il sole è ancora negli occhi, ma sul telefono ricominciano ad apparire riunioni, appuntamenti, scadenze e impegni. La soluzione proposta dal trio è semplice: invece di lamentarsi, ballare.

La formula è quella della leggerezza intelligente. Un ritmo reggaeton, una strizzata d’occhio alla stagione appena trascorsa e un’energia che non ha alcuna intenzione di chiedere il permesso all’anagrafe. A guidare l’operazione c’è Orietta Berti, che nel pieno del suo sessantesimo anno di carriera continua a dimostrare una qualità piuttosto rara nello spettacolo italiano: la capacità di attraversare epoche, generazioni e linguaggi senza smettere di divertirsi.

«Quando si ha la fortuna di lavorare con persone con cui si ha molto di più che un rapporto professionale, è davvero bello», racconta Orietta Berti. E in questo progetto il concetto di collaborazione sembra quasi riduttivo. Con Danti e Nina Zilli c’è infatti un rapporto che negli anni ha superato la semplice dimensione artistica, trasformandosi in amicizia e complicità.

Un elemento tutt’altro che secondario, perché “Maledetto Settembre” sembra nascere prima ancora che da una sala di registrazione, da una frequentazione consolidata. Registrato ed editato da Daniele Lazzarin, alias Danti, e Paolo Saraceni, Biggie Paul, presso One Fingerz Studio di Milano, il brano è infatti il prodotto di un gruppo di lavoro che conosce bene i tempi, i caratteri e soprattutto il senso dell’umorismo dei propri protagonisti.

Dietro l’operazione c’è anche l’intuizione di Pasquale Mammaro, manager e figura da tempo al fianco di Orietta Berti. È lui ad aver contribuito a costruire quel terreno comune sul quale si incontrano generazioni e sensibilità musicali differenti.

«Mi piace coltivare rapporti che diventano molto più che professionali», spiega Mammaro, ricordando anche il legame personale con la famiglia Berti. Un rapporto testimoniato da momenti condivisi lontani dai riflettori, compresa la partecipazione al matrimonio del figlio di Orietta, Otis, con Lia.

Ed è forse proprio questa dimensione privata, prima ancora di quella discografica, a rendere il progetto interessante. Perché qui nessuno sembra voler dimostrare qualcosa a qualcuno. Si tratta piuttosto di divertirsi insieme. Che, nel mondo della musica, non è affatto poco.

Danti, del resto, non nasconde il particolare gusto per l’operazione. Dopo il successo di QCPF, torna a lavorare con Orietta e, questa volta, coinvolge anche Nina Zilli. «La soddisfazione più grande è di essere riuscito a far dire ad Orietta “Chumbawamba”», racconta sorridendo.

Una battuta che sintetizza perfettamente lo spirito del progetto. Prendere un’artista che appartiene alla storia della musica italiana e metterla dentro un immaginario contemporaneo, senza trasformare l’operazione in un esercizio di nostalgia né in una forzatura generazionale.

Il brano prova così a fare una cosa apparentemente semplice e in realtà piuttosto sofisticata: portare l’estate nell’inverno. O almeno conservarne l’attitudine. Il calendario può fare quello che vuole, ma una canzone può permettersi di ignorarlo.

«È un pezzo leggero, ma che ci dà la carica per ripartire», spiega Danti. E il paradosso è proprio questo: “Maledetto Settembre” parla del ritorno alla quotidianità, ma lo fa con il linguaggio dell’evasione. Non fugge dalla fine dell’estate, la prende in giro.

Nina Zilli, per la quale questa è la prima collaborazione con Orietta Berti, entra nella partita con lo stesso spirito. «Lavorare al fianco di una grande Artista come Orietta, dove la A maiuscola non è casuale, è davvero un privilegio raro», dice.

La sua definizione del progetto è forse la più efficace: «Surfere sull’ultima onda estiva». Orietta alla guida, Danti in vedetta e Nina a bordo. Una piccola ciurma musicale che decide di non arrendersi al calendario.

E se il ritorno alla normalità è inevitabile, tanto vale affrontarlo con un ritornello in testa.

In fondo settembre ha già abbastanza colpe: ci porta via le giornate interminabili, le vacanze, le serate all’aperto e quella sensazione illusoria che il tempo possa rallentare. Almeno una cosa, però, non può portarci via: la possibilità di continuare a ballare.

Per Orietta Berti, poi, c’è un motivo in più. Sessant’anni di carriera non si festeggiano con una torta e qualche fotografia d’archivio. Si festeggiano rimettendosi in gioco, circondandosi di amici e provando ancora una volta a sorprendere il pubblico.

Il 9 ottobre arriva dunque “Maledetto Settembre”. Il mese sarà anche maledetto, ma almeno avrà una colonna sonora.

Catania, inseguimento nella notte: 40enne muore dopo un malore in Questura

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La notte finisce in Questura, ma la corsa era cominciata qualche chilometro prima. È morto a Catania un uomo di 40 anni, M.R., dopo aver accusato un malore negli uffici della polizia di Stato. Poco prima era stato fermato al termine di un inseguimento iniziato quando avrebbe ignorato l’alt imposto da una pattuglia durante un posto di controllo.

Una sequenza ancora tutta da ricostruire nei dettagli, e sulla quale dovranno fare chiarezza gli accertamenti disposti dalla magistratura. L’unico punto fermo, al momento, è il tragico epilogo: quando il personale sanitario è arrivato negli uffici della Questura, per l’uomo non c’era più nulla da fare.

L’inseguimento nel cuore della notte

Secondo la ricostruzione riferita da MeridioNews, tutto sarebbe cominciato intorno alle 4.30. Una pattuglia, intervenuta dopo essere stata richiamata dal suono di un allarme, avrebbe notato due uomini in sella ad altrettanti scooter che procedevano a velocità sostenuta.

Gli agenti avrebbero intimato loro di fermarsi. L’alt, però, sarebbe rimasto senza risposta. Da quel momento è cominciato l’inseguimento.

M.R., secondo quanto ricostruito finora, avrebbe percorso alcune strade della città anche contromano, attraversando via D’Amico, via Archimede, via Crispi e via Mascagni. Una fuga che si sarebbe conclusa quando lo scooter ha urtato un marciapiede, facendo perdere il controllo del mezzo.

L’uomo avrebbe quindi lasciato lo scooter e tentato di proseguire la fuga a piedi. Una seconda corsa, molto più breve della prima. Gli agenti lo hanno raggiunto e bloccato, procedendo poi alla sua identificazione.

Il malore negli uffici della Questura

Dalla strada agli uffici di via San Giuseppe La Rena. È lì che la vicenda assume un’altra, drammatica piega.

Dopo essere stato condotto in Questura, M.R. avrebbe accusato un malore. Gli agenti sarebbero intervenuti per primi, prestando i soccorsi in attesa dell’arrivo del personale sanitario.

Sul posto è arrivato il 118, ma ogni tentativo di soccorso si è rivelato inutile. Il quarantenne è morto negli uffici della Questura.

Un decesso improvviso, arrivato al termine di una notte concitata e che ora dovrà essere spiegato dagli accertamenti medico-legali. La dinamica dell’inseguimento, le condizioni dell’uomo al momento del fermo e soprattutto le cause del malore saranno elementi centrali nell’inchiesta.

Disposta l’autopsia

Informato dell’accaduto, il magistrato di turno ha disposto l’autopsia. Sarà l’esame medico-legale, insieme agli altri accertamenti investigativi, a fornire elementi utili per stabilire le cause della morte.

Per ora, dunque, le parole da usare sono quelle della prudenza. Il fatto che il malore sia avvenuto negli uffici della Questura non consente, di per sé, di stabilire un rapporto tra il fermo e il decesso. Allo stesso modo, la concitazione dell’inseguimento non basta a spiegare cosa sia accaduto nelle ore immediatamente successive.

La notte catanese si chiude così con una morte che lascia aperte molte domande. Dalla fuga in scooter al fermo, fino a quel malore improvviso in Questura. Saranno gli accertamenti della Procura a stabilire cosa sia realmente successo nelle ultime ore di vita del quarantenne.

L’ombra di Pechino arriva a Seattle: arrestata negli Usa la presunta spia che seguiva il figlio del presidente di Taiwan

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Nella fotografia: Wanying “Heather” Zhang - CNN

Non è un film di spionaggio, anche se gli ingredienti sembrano esserci tutti: un viaggio organizzato con attenzione, un obiettivo da seguire senza farsi notare, fotografie, video, targhe automobilistiche e informazioni da far arrivare dall’altra parte del Pacifico. La differenza è che questa volta la scena non è ambientata in una pellicola di Hollywood, ma negli Stati Uniti.

L’Fbi ha arrestato in California Wanying “Heather” Zhang, 34 anni, residente a Irvine, accusata di aver operato sul territorio americano come agente non registrata del governo cinese. Al centro dell’inchiesta c’è un’attività di sorveglianza condotta nel 2025 a Seattle e, secondo quanto emerge dagli atti giudiziari, rivolta contro il figlio del presidente di Taiwan, Lai Ching-te.

La persona seguita sarebbe Lai Ting-yu, residente negli Stati Uniti. Per gli investigatori, Zhang non si sarebbe limitata a osservare da lontano il suo obiettivo. Avrebbe infatti raccolto fotografie e filmati, annotato informazioni relative alle targhe dei veicoli e trasmesso il materiale a quelli che vengono indicati come suoi presunti referenti cinesi.

Una missione tutt’altro che improvvisata, almeno secondo la ricostruzione dell’accusa. Zhang avrebbe organizzato il viaggio a Seattle insieme a un complice e adottato accorgimenti per ridurre il rischio di essere scoperta durante la sorveglianza. In altre parole, l’attività contestata avrebbe seguito una logica precisa: individuare il bersaglio, seguirne gli spostamenti, documentarne la presenza e raccogliere quanti più elementi possibile.

Il dettaglio più sensibile è naturalmente l’identità della persona sorvegliata. Non un bersaglio casuale, ma il figlio del presidente di Taiwan, una delle figure politiche più esposte nel confronto sempre più teso tra Taipei e Pechino. È proprio questo elemento a conferire alla vicenda un peso che va ben oltre il singolo caso giudiziario.

Taiwan è da anni al centro della rivalità strategica tra Cina e Stati Uniti. Pechino considera l’isola parte integrante del proprio territorio e non ha mai escluso l’uso della forza per riportarla sotto il proprio controllo. Washington, pur non riconoscendo diplomaticamente Taiwan come Stato indipendente, mantiene con Taipei rapporti economici, politici e militari particolarmente stretti. In questo scenario, anche una vicenda apparentemente circoscritta può assumere un significato geopolitico molto più ampio.

L’episodio racconta inoltre una realtà ormai meno cinematografica e più concreta dello spionaggio contemporaneo. Non servono necessariamente valigette nere, identità segrete e incontri notturni nei parcheggi. A volte bastano una macchina, uno smartphone, una macchina fotografica e la capacità di seguire qualcuno senza attirare l’attenzione. La raccolta di informazioni, anche apparentemente banali, può diventare preziosa quando viene inserita in un quadro più ampio.

Secondo gli atti giudiziari, proprio questo sarebbe stato il meccanismo seguito da Zhang. Le immagini, i video e le informazioni sui veicoli sarebbero stati raccolti durante l’attività a Seattle e successivamente trasferiti ai presunti interlocutori cinesi. Gli investigatori dovranno ora ricostruire con precisione la natura dei rapporti tra la donna e questi soggetti, oltre a stabilire quale fosse l’effettiva finalità dell’operazione.

C’è però un punto che, sul piano giudiziario, non può essere sfumato: Zhang è accusata, non condannata. Le contestazioni formulate dalle autorità americane dovranno essere dimostrate nelle sedi competenti e ogni responsabilità resta da accertare.

L’arresto, tuttavia, riporta sotto i riflettori un tema che negli Stati Uniti è diventato sempre più delicato: la presunta attività clandestina di cittadini o residenti americani al servizio di governi stranieri. E quando il governo straniero in questione è quello cinese, il caso assume inevitabilmente una dimensione politica e strategica.

La storia di Seattle, dunque, potrebbe essere molto più di una vicenda di pedinamenti e fotografie. Potrebbe essere l’ennesimo capitolo della lunga partita di intelligence che si gioca ormai anche lontano dalle tradizionali capitali dello spionaggio. Una partita nella quale Washington e Pechino si osservano da vicino e nella quale, talvolta, anche il figlio di un presidente può diventare un bersaglio.

Ciclista travolto e ucciso nel Milanese, la vittima resta senza nome

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C’è ancora un punto interrogativo attorno alla vittima dell’incidente avvenuto nella prima mattina di lunedì 5 ottobre a Cerro Maggiore, nel Milanese. Un uomo che viaggiava in bicicletta è morto dopo essere stato investito da un’automobile in via San Clemente, all’altezza di un sottopasso. E, per ora, quell’uomo non ha ancora un nome.

Lo scontro è avvenuto intorno alle 7, quando la giornata era appena cominciata e la strada iniziava a riempirsi del consueto traffico mattutino. Per il ciclista, però, quella mattina si è trasformata in un appuntamento senza ritorno.

L’impatto con l’auto è stato violentissimo. Sul posto sono arrivati i soccorritori del 118 e i carabinieri della Compagnia di Legnano. Il personale sanitario ha provato a rianimare l’uomo, tentando di strappare alla morte una persona di cui, al momento, non è ancora possibile raccontare nemmeno il nome. Ogni tentativo, però, si è rivelato inutile: le ferite riportate nell’investimento erano troppo gravi e il ciclista è morto prima di poter essere trasportato in ospedale.

Restano ora da chiarire con precisione la dinamica dell’incidente e le circostanze che hanno portato all’impatto. Gli accertamenti sono affidati ai carabinieri, impegnati anche in un compito che in casi come questo precede persino la ricostruzione della dinamica: dare un’identità alla vittima.

Un uomo è morto su una strada del Milanese. Ma, almeno per il momento, nessuno può ancora chiamarlo per nome. E mentre gli investigatori cercano di ricostruire quei pochi istanti che hanno preceduto l’impatto, cercano anche di restituire alla vittima la prima cosa che un essere umano non dovrebbe mai perdere: la propria identità.

La bombola sotto il David, Firenze si sveglia con un piccolo giallo a piazzale Michelangelo

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Il David, a Firenze, è abituato a essere fotografato, ammirato e preso d’assalto dai turisti. Un po’ meno a trovarsi accanto una bombola di gas. È successo lunedì mattina a piazzale Michelangelo, uno dei punti panoramici più celebri della città, dove una bombola è stata rinvenuta nelle prime ore del giorno, proprio sotto la copia della statua di Michelangelo.

La scoperta è avvenuta intorno alle 7.30. A notare il contenitore è stata un’addetta di Alia Servizi ambientali, la società che gestisce il servizio di igiene urbana. Una presenza abbastanza insolita da consigliare prudenza e soprattutto da far partire immediatamente l’allarme. L’operatrice ha contattato il numero unico di emergenza 112 e, nel giro di poco, sono arrivati sul posto i carabinieri insieme agli artificieri dell’Arma.

L’area è stata messa in sicurezza mentre gli specialisti procedevano agli accertamenti. Per ora, però, il dettaglio più elementare è anche quello che manca: non è stato ancora stabilito se la bombola fosse piena oppure esaurita. Una differenza tutt’altro che secondaria, naturalmente, ma che dovrà essere chiarita dagli accertamenti.

Il ritrovamento, di per sé, non consente dunque di parlare di un attentato né di attribuire al contenitore un significato che al momento non ha. La prudenza, in casi come questo, viene prima delle interpretazioni. E gli investigatori stanno cercando proprio di capire come quella bombola sia finita lì e, soprattutto, perché.

A fornire possibili risposte potrebbero essere le telecamere presenti nella zona. I filmati sono infatti al vaglio degli investigatori e potrebbero aiutare a ricostruire gli ultimi movimenti attorno al luogo del ritrovamento, individuando eventualmente chi abbia lasciato la bombola.

Il piazzale, intanto, è tornato a essere soprattutto quello che Firenze conosce bene: una terrazza affacciata sulla città, con il David a fare da sentinella. Solo che, per qualche ora, sotto il celebre gigante di marmo, la vista sull’Arno e sulla cupola del Brunelleschi è passata in secondo piano. A prendersi la scena è stata una bombola abbandonata, abbastanza sospetta da mobilitare artificieri e forze dell’ordine, ma ancora troppo poco spiegata per trasformarsi in un caso.

Le indagini proseguono. Restano da chiarire la provenienza della bombola, le modalità con cui è stata portata sul piazzale e le intenzioni di chi l’ha lasciata. Per ora, dunque, il mistero è tutto qui: una bombola sotto il David e molte domande ancora senza risposta.

Garlasco, i genitori di Chiara Poggi: «Per noi il colpevole resta Stasi. Se la giustizia dirà altro, ne prenderemo atto»

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Diciannove anni dopo l’omicidio di Chiara Poggi, la famiglia continua a vivere dentro una storia giudiziaria che sembra non avere intenzione di concedere una parola definitiva. Da una parte una sentenza ormai passata in giudicato che ha individuato in Alberto Stasi il responsabile dell’assassinio. Dall’altra una nuova indagine, con Andrea Sempio unico indagato, che ha riacceso interrogativi, ricostruzioni e, inevitabilmente, anche il rumore mediatico attorno al delitto di Garlasco.

A Verissimo, Rita Preda e Giuseppe Poggi hanno scelto però di riportare il discorso a un punto essenziale: per loro, oggi, il colpevole resta quello indicato dalla giustizia. Non per ostinazione, spiegano, ma perché questo è ciò che hanno stabilito i procedimenti giudiziari arrivati fino a quel momento.

«A noi la giustizia ha dato un colpevole, per noi è Stasi», ha detto Giuseppe Poggi. Una frase asciutta, quasi priva di margini interpretativi. Ma subito dopo è arrivata anche la precisazione che rappresenta la posizione della famiglia di fronte alla nuova inchiesta: «Se la giustizia ci darà un nuovo colpevole, ne prenderemo atto».

Il punto, dunque, non è difendere una convinzione personale contro qualsiasi evidenza futura. È, piuttosto, riconoscere il valore delle decisioni giudiziarie già pronunciate. «Non è facile cambiare idea. Non è che ci siamo intestarditi», ha aggiunto il padre di Chiara.

Rita Preda ha ricordato il lungo percorso processuale che ha portato alla condanna definitiva di Stasi: «Ci sono stati cinque processi, ricorsi, un ricorso straordinario al presidente della Repubblica, un ricorso alla CEDU e tutti hanno detto che è Stasi». Da qui la conclusione: «Fino a che la giustizia non ci dirà un altro nome, per noi l’assassino è quello. Se dovesse cambiare, ne prenderemo atto».

Una posizione che non chiude la porta alla nuova indagine, ma nemmeno concede alla semplice esistenza di un nuovo fascicolo il potere di riscrivere automaticamente ciò che è già stato deciso nelle aule di tribunale. La Procura indaga, la famiglia osserva. E attende che sia la giustizia, eventualmente, a pronunciare un nome diverso.

«Di Chiara si è parlato troppo poco»

Nel racconto dei coniugi Poggi c’è anche un’altra questione, meno giudiziaria e forse proprio per questo ancora più dolorosa: il modo in cui la vicenda è stata raccontata negli anni.

Rita Poggi ha ricordato i mesi in cui la famiglia si trovò praticamente assediata dai giornalisti. «Avevamo continuamente giornalisti sotto casa», ha raccontato, spiegando che il Comune arrivò a istituire il divieto di accesso ai non residenti nella strada proprio per contenere quella pressione. «D’estate ero costretta a tirare giù le tende da sole per tutelare la nostra privacy».

Il paradosso, secondo i genitori, è che la nuova ondata mediatica avrebbe finito per oscurare proprio la persona al centro della tragedia. «Siamo venuti solo per parlare di lei perché in questo anno e mezzo di lei si è parlato troppo poco», hanno spiegato.

E qui arriva la critica più netta al circo mediatico che ha accompagnato la nuova stagione del caso: «La prima inchiesta non ha avuto un circo mediatico. In questo anno e mezzo, invece, tutti i giorni c’erano trasmissioni che parlavano di Garlasco. Sembrava che in Italia ci fosse solo Garlasco».

Una considerazione che dice molto della distanza tra la percezione di chi vive una tragedia sulla propria pelle e quella di chi, dall’esterno, la trasforma in un appuntamento quotidiano. Per i genitori di Chiara non c’è una serie televisiva da seguire, né un enigma da risolvere davanti allo schermo. C’è una figlia uccisa e una famiglia che da allora convive con le conseguenze di quel delitto.

Il risarcimento? «Se dovremo restituirlo, lo faremo»

Anche sul fronte economico i genitori hanno scelto una linea altrettanto netta. Se la giustizia dovesse stabilire che il risarcimento ricevuto deve essere restituito, Rita Preda e Giuseppe Poggi hanno assicurato che non si opporranno.

«Se la giustizia lo disporrà, restituiremo il risarcimento», hanno spiegato. Il denaro, hanno precisato, si trova ancora su un conto corrente condiviso con il figlio.

«Se dovremo ridarlo, lo ridaremo. C’è un conto corrente intestato a tutti e tre», hanno aggiunto. Nessuna rivendicazione preventiva, dunque, ma la volontà di attenersi anche in questo caso a ciò che sarà stabilito nelle sedi competenti.

Chiara e quel sogno da manager

Nel corso dell’intervista, per qualche momento, il processo, le sentenze e la nuova indagine hanno lasciato spazio a Chiara. Non alla vittima di un caso giudiziario, ma alla ragazza che era prima che il 13 agosto 2007 dividesse la sua vita da quella della sua famiglia.

«Era felice, era una ragazza che non aveva mai dato problemi. Era giudiziosa, indipendente, non le ho mai dovuto dire “studia, mai”», ha ricordato Rita.

Chiara, ha raccontato la madre, aveva un’idea precisa del proprio futuro. «Quando studiava mi diceva: “Voglio fare la manager”». La risposta materna era quella che probabilmente molti genitori avrebbero dato: «Calma, prima studia e poi vedrai».

Poi il futuro si è interrotto. E quel che sarebbe potuto diventare il progetto professionale di Chiara è rimasto sospeso in una frase pronunciata durante gli anni dell’università. «Non so cosa avrebbe fatto», ha detto la madre.

È forse questo il passaggio più difficile da raccontare, perché non riguarda una prova, una sentenza o un’indagine. Riguarda tutto ciò che una persona avrebbe potuto ancora essere.

L’incontro con Stasi? «Non è il momento»

Resta infine il capitolo dei rapporti con Alberto Stasi e con la sua famiglia.

Alla domanda sulla possibilità di incontrare la madre di Stasi, Elisabetta, Rita e Giuseppe Poggi hanno risposto con una frase che lascia poco spazio alle interpretazioni: «Non è il momento di incontrarci».

E se invece fosse Alberto Stasi a incrociare per strada Giuseppe Poggi? «Non so se sono contento. Non credo», ha risposto il padre di Chiara. Poi una frase che lascia aperto uno spazio sul futuro: «Non posso prevedere il futuro».

I rapporti, hanno spiegato, si erano interrotti nel corso dell’indagine. «All’inizio noi gli credevamo, ma man mano sono andate avanti le indagini», hanno raccontato. Quando Stasi è finito in carcere, Rita Poggi ha spiegato di aver scelto di interrompere i contatti «per opportunità».

È un’altra fotografia di una vicenda nella quale il tempo non sembra aver cancellato nulla. Ha soltanto aggiunto strati: sentenze, ricorsi, nuove indagini, interrogativi, telecamere e trasmissioni televisive.

E mentre il caso torna periodicamente sotto i riflettori, i genitori di Chiara sembrano voler riaffermare una distinzione fondamentale. Prima del delitto di Garlasco c’era una ragazza con i suoi progetti. Dopo il delitto è arrivata una lunga storia giudiziaria. Per loro, però, Chiara non dovrebbe diventare soltanto il nome di un fascicolo o di un’indagine.

È per questo, forse, che il messaggio più forte arrivato da Verissimo non riguarda né Stasi né Sempio. Riguarda lei. E quel futuro da manager che non ha mai avuto il tempo di cominciare.

Yemen, 1.122 attacchi contro gli Houthi. E il petrolio torna a correre

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La guerra nello Yemen continua a produrre numeri da bollettino militare, mentre il mercato del petrolio sembra impegnato in un’altra partita. Da una parte le bombe, i lanciatori e i centri di comando messi nel mirino. Dall’altra milioni di barili che continuano a trovare la strada verso i mercati internazionali. È una delle contraddizioni più evidenti di una regione nella quale la normalità, evidentemente, ha imparato a convivere con l’emergenza.

Le forze governative yemenite hanno rivendicato 1.122 attacchi contro postazioni degli Houthi in diverse aree del Paese. A fornire il bilancio è stato il portavoce delle forze armate, Majid Abdullah al Nuzaili, secondo cui le operazioni hanno colpito soprattutto postazioni di artiglieria, sistemi lanciarazzi e strutture di comando.

Il bilancio comunicato dalle autorità è pesante: 1.747 combattenti Houthi uccisi e 364 mezzi e sistemi distrutti o danneggiati. Numeri che vanno letti, come sempre accade in un contesto di guerra, come rivendicazioni della parte che li diffonde e non come un bilancio indipendentemente verificato.

Il dato politico e militare, però, resta significativo. Lo Yemen continua a essere uno dei punti più delicati dell’instabile scacchiere mediorientale, con gli Houthi al centro di una crisi che non riguarda soltanto il conflitto interno yemenita. Le tensioni si riflettono direttamente sulla sicurezza delle rotte marittime e, di conseguenza, sul commercio internazionale.

Ed è proprio qui che entra in scena il petrolio.

Il paradosso dei barili

Mentre gli attacchi alle navi mantengono elevata la pressione sulle rotte della regione, le esportazioni di greggio dal Medio Oriente non sembrano intenzionate a rallentare. Anzi.

Secondo i dati provvisori di Kpler, alla fine di settembre le esportazioni hanno superato in quattro giorni su sette i livelli registrati prima della guerra tra Stati Uniti, Israele e Iran. In alcuni di quei giorni i flussi hanno raggiunto tra 19,5 e 22,5 milioni di barili al giorno, contro una media precedente al conflitto di circa 18 milioni di barili quotidiani.

Tradotto dal linguaggio delle statistiche a quello della geopolitica, il messaggio è piuttosto chiaro: la guerra può rendere più rischioso trasportare il petrolio, ma non è detto che riesca a fermarlo.

È una caratteristica ricorrente delle crisi mediorientali. Le mappe si riempiono di zone rosse, le compagnie marittime ricalcolano le rotte, gli assicuratori fanno i conti con il rischio e i mercati attendono il prossimo sviluppo. Nel frattempo, i terminal continuano a caricare.

Naturalmente, il dato sulle esportazioni non significa che le tensioni siano irrilevanti. Al contrario. Un flusso superiore ai livelli prebellici può riflettere una combinazione di fattori, dalle esigenze dei produttori alle dinamiche della domanda, dalle scorte alle strategie commerciali. E soprattutto non cancella il rischio che un nuovo episodio militare possa modificare rapidamente il quadro.

La guerra che non chiude il rubinetto

Lo Yemen rimane così dentro una crisi regionale molto più ampia. Gli Houthi, le operazioni delle forze governative, gli attacchi alle navi e la sicurezza delle rotte energetiche fanno parte dello stesso mosaico, anche se ciascun tassello risponde a logiche proprie.

Il punto è che oggi il Medio Oriente sembra capace di offrire contemporaneamente due immagini apparentemente incompatibili. Quella di una regione sottoposta a una pressione militare crescente e quella di un sistema energetico che, almeno per ora, riesce a mantenere e in alcuni casi persino ad aumentare i propri flussi.

È il curioso paradosso di questa guerra: più instabilità sul terreno, ma non necessariamente meno petrolio sui mercati.

E mentre nello Yemen si continua a contare ciò che viene distrutto e chi viene ucciso, nei terminal petroliferi si continua a contare soprattutto ciò che parte. Barile dopo barile, nave dopo nave. La guerra rallenta la geopolitica, ma per il momento non è riuscita a mettere il mercato energetico in pausa.

Sánchez manda la Spagna alle urne: il duello con la destra si sposta al 29 novembre

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Pedro Sánchez ha scelto la strada più rischiosa, che in politica è spesso anche quella più semplice da spiegare: restituire la parola agli elettori. Il presidente del Governo spagnolo ha annunciato dalla Moncloa lo scioglimento anticipato delle Cortes e convocato le elezioni per il 29 novembre, con nove mesi di anticipo rispetto alla naturale scadenza della legislatura.

Non è soltanto una data sul calendario elettorale. È il punto di approdo di una settimana nella quale il governo socialista ha misurato, ancora una volta, quanto sia diventato stretto lo spazio politico nel quale Sánchez è costretto a muoversi. Da una parte una maggioranza parlamentare fragile, costruita attraverso alleanze spesso complicate. Dall’altra un’opposizione che il premier descrive senza troppi giri di parole come la peggiore della storia democratica spagnola.

Il detonatore è stato il voto di venerdì 2 ottobre, quando il Parlamento ha bocciato due decreti sulla crisi abitativa predisposti dall’esecutivo dopo la forte mobilitazione sociale seguita allo sfratto, a Madrid, di Maricarmen Abascal, 87 anni. I provvedimenti avrebbero dovuto rappresentare una risposta politica a una questione diventata ormai una delle più sensibili del Paese: il diritto alla casa in una Spagna nella quale il costo degli alloggi continua a pesare soprattutto sulle fasce più vulnerabili.

A far saltare i decreti è stata una combinazione parlamentare tutt’altro che irrilevante. Junts per Catalunya ha votato insieme al Partito Popolare e a Vox, nonostante il governo avesse negoziato con gli indipendentisti catalani parte del contenuto dei provvedimenti. Una fotografia abbastanza nitida della difficoltà con cui Sánchez è costretto a governare: alleanze necessarie, ma mai definitive; interlocutori indispensabili, ma pronti a trasformarsi in avversari quando il pallottoliere parlamentare lo consente.

Il voto ha avuto un effetto che va oltre l’aula parlamentare. Nel fine settimana migliaia di persone sono scese in piazza in diverse città spagnole. La questione abitativa, già esplosiva, è diventata così il terreno sul quale si sono sovrapposti malcontento sociale e scontro politico.

Sánchez ha deciso di trasformare quella tensione in una sfida elettorale.

«È il momento di scegliere»

Nel suo intervento dalla Moncloa, il premier ha rivendicato i risultati del governo, senza negarne gli errori. Ha però costruito il messaggio attorno a una scelta che, nelle sue intenzioni, dovrebbe essere molto più ampia della semplice conferma o bocciatura dell’esecutivo.

«È tempo di scegliere», è il senso della sua offensiva politica. La Spagna, secondo Sánchez, deve decidere se seguire l’onda dell’estrema destra e «retrocedere» oppure costruire una maggioranza progressista più ampia.

La posta in gioco, nella narrazione del premier, non è dunque soltanto il futuro del Partito Socialista. È il modello di Paese. Sánchez vuole presentare la consultazione del 29 novembre come un bivio tra due Spagne: quella che difende apertura, diritti sociali e politiche progressiste e quella che, a suo giudizio, rischia di consegnarsi all’avanzata della destra e dell’ultradestra.

Un’impostazione volutamente muscolare, che lascia poco spazio alle sfumature. Ma in campagna elettorale le sfumature, del resto, raramente fanno notizia.

Sánchez ha chiesto agli elettori una maggioranza più solida per affrontare le riforme ancora sul tavolo e ridurre le disuguaglianze. L’obiettivo è evidente: trasformare la fragilità parlamentare che ha segnato questa fase di governo in un argomento a favore del governo stesso. Se le riforme si sono inceppate, il ragionamento è che serva più Sánchez, non meno Sánchez.

La lista delle battaglie

Il premier ha dedicato una parte consistente del suo intervento alla rivendicazione dell’azione svolta dal suo esecutivo. Tra i risultati citati ci sono lo sviluppo delle energie rinnovabili, l’ampliamento dei diritti sociali e la riduzione delle disuguaglianze.

Ma il bilancio politico di Sánchez non si ferma alla politica interna. Il presidente ha ricordato le crisi internazionali e gli sconvolgimenti geopolitici affrontati durante il mandato, sostenendo che il suo governo abbia dovuto misurarsi con «tiranni, tecno-oligarchi e regimi genocidi».

Un lessico che dice molto anche del posizionamento internazionale che Sánchez ha scelto per il suo esecutivo. La Spagna che descrive è quella di un Paese che vuole pesare nel dibattito europeo e globale, difendendo una propria identità progressista e presentandosi come riferimento per la pace, il femminismo e la prosperità.

Il problema, adesso, è convincere gli elettori che questa visione abbia bisogno di altri anni di governo e, soprattutto, di una maggioranza più larga.

L’attacco al Partito Popolare

La parte più dura del discorso è arrivata quando Sánchez ha puntato direttamente il dito contro l’opposizione.

Il premier ha parlato di un Congresso «molto irruente» e ha accusato le forze avversarie di aver messo in discussione persino la legittimità del sistema elettorale, di aver bloccato misure dell’esecutivo e di aver utilizzato il proprio peso nelle amministrazioni regionali e municipali per ostacolare politiche considerate utili ai cittadini.

L’accusa è rivolta soprattutto al Partito Popolare, ma nel mirino finiscono anche Vox e Junts, protagonisti della bocciatura dei decreti sulla casa.

Sánchez ha alzato ulteriormente il tiro evocando anche le «élite economiche e sociali molto potenti», che, a suo giudizio, non si presentano alle elezioni ma cercano comunque di esercitare un’influenza decisiva sul futuro del Paese.

È una contrapposizione classica, quasi da manuale della politica contemporanea: da una parte il governo e il suo progetto di trasformazione sociale, dall’altra un sistema di potere che il premier descrive come interessato a conservarsi. Una narrazione efficace per mobilitare il proprio elettorato, ma destinata inevitabilmente ad alimentare lo scontro con una destra che da tempo punta invece a trasformare Sánchez nel principale bersaglio della propria campagna.

Il voto come resa dei conti

Il 29 novembre, dunque, non sarà soltanto un appuntamento elettorale anticipato. Sarà una resa dei conti.

Sánchez porta alle urne una legislatura segnata da risultati rivendicati, ma anche da una maggioranza parlamentare che troppo spesso ha trasformato ogni provvedimento in una partita a scacchi. L’opposizione arriva al voto con l’obiettivo opposto: dimostrare che il problema non è la mancanza di numeri del governo, ma il governo stesso.

In mezzo c’è una Spagna alle prese con il costo della casa, le disuguaglianze, la polarizzazione politica e una crescente difficoltà a costruire compromessi stabili.

Sánchez ha scelto di anticipare il verdetto. Ora dovrà convincere gli elettori che il suo governo non sia arrivato al capolinea, ma davanti a un bivio.

La destra, naturalmente, racconterà la stessa storia in modo diametralmente opposto: non un bivio per il futuro della Spagna, ma l’occasione per chiudere l’era Sánchez.

Il 29 novembre saranno gli elettori a decidere quale delle due versioni avrà avuto ragione.

Mosca, la guerra anche al centimetro: «Combatteremo per lo 0,01% del Donetsk»

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La guerra, a Mosca, sembra ormai avere sviluppato una particolare ossessione per le virgole. Non basta rivendicare un territorio: bisogna essere pronti a combattere anche per lo 0,01 per cento. Nemmeno un centimetro, dunque, deve restare fuori dal conto.

Il messaggio arriva dal Cremlino, dove il portavoce Dmitry Peskov ha chiarito che la Russia è pronta a battersi «anche per un centesimo di percento» del territorio del Donetsk. «È la Federazione Russa. Non c’è nulla da discutere al riguardo», ha detto, secondo quanto riportato da Interfax e ripreso da ANSA.

È una frase che fotografa bene la rigidità della posizione russa sul territorio conquistato e rivendicato. Non esistono porzioni abbastanza piccole da poter essere considerate marginali, né percentuali tanto insignificanti da poter diventare materia di compromesso. La matematica, sul fronte ucraino, è diventata una disciplina militare.

Ma mentre il Cremlino fissa il microscopio sul Donetsk, sul terreno la guerra continua ad allargare la propria impronta sulle città.

La risposta di Mosca: più attacchi

Il ministero della Difesa russo ha annunciato che intensificherà gli attacchi contro le infrastrutture ucraine, presentando la decisione come una risposta alle dichiarazioni di Volodymyr Zelensky. In particolare, Mosca ha fatto sapere che saranno colpiti impianti militari e dell’industria della difesa, oltre alle infrastrutture collegate, a Kiev e in altre regioni dell’Ucraina.

Il riferimento è alle parole con cui il presidente ucraino ha annunciato l’intenzione di aumentare la pressione sulle raffinerie russe, dopo la nuova escalation degli attacchi contro l’Ucraina.

È la consueta grammatica della rappresaglia: un attacco chiama un attacco, la risposta diventa la premessa della risposta successiva e ogni escalation viene presentata come inevitabile conseguenza di quella precedente. Nel frattempo, la popolazione civile resta nel mezzo di una conversazione diplomatica condotta a colpi di droni, missili e infrastrutture danneggiate.

Negli ultimi giorni la pressione russa si è concentrata anche su snodi fondamentali di Kiev. I ponti sul Dnipro sono stati ripetutamente colpiti, provocando interruzioni e pesanti disagi alla circolazione. Il ministero della Difesa russo ha sostenuto di aver preso di mira infrastrutture utilizzate per il trasporto di truppe e materiale militare. Le circostanze e le responsabilità di singoli attacchi restano tuttavia oggetto di verifiche indipendenti.

Il risultato, al di là delle versioni contrapposte, è una città che deve continuare a funzionare mentre la guerra prova sistematicamente a impedirglielo.

L’inverno come nuovo campo di battaglia

L’escalation arriva mentre l’Ucraina si avvicina a un altro inverno di guerra e mentre le infrastrutture energetiche tornano a essere uno dei principali bersagli della campagna militare.

Un massiccio attacco russo condotto nei giorni scorsi ha colpito infrastrutture energetiche in numerose regioni, provocando vittime, danni e interruzioni dell’elettricità. Le autorità ucraine hanno denunciato una delle offensive più pesanti contro la rete energetica dall’inizio della nuova stagione fredda.

È una strategia che ha una logica militare evidente, ma anche una conseguenza civile altrettanto evidente: rendere più difficile la vita quotidiana significa trasformare ogni centrale elettrica, ogni linea ferroviaria, ogni ponte e ogni snodo logistico in un pezzo della guerra.

E così l’elenco degli obiettivi tende a coincidere sempre più con la geografia della vita ordinaria.

L’Onu: «Una catastrofe per i diritti umani»

A ricordare il prezzo umano di questa escalation è anche l’ultimo rapporto dell’Ufficio dell’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani.

Tra il 24 febbraio 2022 e il 31 luglio 2026, l’Onu ha documentato 1.004 casi di violenza sessuale legata al conflitto, commessi contro civili e prigionieri di guerra. L’89 per cento dei casi verificati è stato attribuito ad autorità russe, mentre l’11 per cento è stato attribuito ad autorità ucraine.

Il rapporto precisa che i dati non rappresentano il numero complessivo delle violenze, perché questi crimini sono per loro natura fortemente sottostimati. Sono il risultato di interviste confidenziali con centinaia di vittime e sopravvissuti, oltre che dell’esame di documenti giudiziari e registri ufficiali.

Le forme di violenza documentate sono particolarmente gravi: stupri, violenze di gruppo, mutilazioni genitali, scariche elettriche e percosse. Secondo l’Onu, la violenza sessuale è stata utilizzata come strumento di tortura, intimidazione e coercizione, soprattutto nei luoghi di detenzione.

Il dato più inquietante è forse proprio quello che sfugge alle statistiche: dietro ogni percentuale c’è una persona. E dietro ogni numero che entra in un rapporto internazionale c’è una storia che, nella maggior parte dei casi, non finirà mai nei comunicati dei governi.

Il commissario Onu per i diritti umani Volker Türk ha definito «scioccante» il quadro emerso dall’indagine e ha sottolineato che questi atti potrebbero essere ancora in corso. L’Onu ha inoltre chiesto sia alla Russia sia all’Ucraina di indagare sulle accuse credibili e di assicurare alla giustizia i responsabili, indipendentemente dal grado o dall’appartenenza.

La guerra delle percentuali e quella delle persone

Da una parte ci sono dunque le percentuali del territorio. Lo 0,01 per cento del Donetsk diventa una questione per cui, secondo Mosca, vale la pena continuare a combattere. Dall’altra ci sono le percentuali delle vittime, quelle degli edifici distrutti, quelle degli attacchi attribuiti alle diverse forze.

La differenza è che il territorio può essere misurato sulla carta. La sofferenza no.

Il Cremlino continua a presentare la propria offensiva come una risposta alle minacce e alle azioni ucraine. Kiev ribatte rivendicando il diritto a colpire le capacità militari ed energetiche russe. Entrambi descrivono la propria azione come necessaria e quella dell’avversario come causa dell’escalation.

È il meccanismo perfetto di una guerra che non trova più il punto in cui fermarsi: ogni parte individua nell’altra l’origine immediata della propria risposta.

Intanto, il Donetsk resta una questione di mappe, percentuali e confini rivendicati. Kiev resta una città dove ponti e infrastrutture possono diventare obiettivi. E l’Ucraina continua a contare i morti mentre le diplomazie contano i territori.

In questa guerra persino lo 0,01 per cento può diventare una ragione sufficiente per continuare. Ma per chi vive sotto le bombe, anche lo 0,01 per cento di possibilità di tornare alla normalità avrebbe probabilmente un valore molto diverso.