La guerra, a Mosca, sembra ormai avere sviluppato una particolare ossessione per le virgole. Non basta rivendicare un territorio: bisogna essere pronti a combattere anche per lo 0,01 per cento. Nemmeno un centimetro, dunque, deve restare fuori dal conto.
Il messaggio arriva dal Cremlino, dove il portavoce Dmitry Peskov ha chiarito che la Russia è pronta a battersi «anche per un centesimo di percento» del territorio del Donetsk. «È la Federazione Russa. Non c’è nulla da discutere al riguardo», ha detto, secondo quanto riportato da Interfax e ripreso da ANSA.
È una frase che fotografa bene la rigidità della posizione russa sul territorio conquistato e rivendicato. Non esistono porzioni abbastanza piccole da poter essere considerate marginali, né percentuali tanto insignificanti da poter diventare materia di compromesso. La matematica, sul fronte ucraino, è diventata una disciplina militare.
Ma mentre il Cremlino fissa il microscopio sul Donetsk, sul terreno la guerra continua ad allargare la propria impronta sulle città.
La risposta di Mosca: più attacchi
Il ministero della Difesa russo ha annunciato che intensificherà gli attacchi contro le infrastrutture ucraine, presentando la decisione come una risposta alle dichiarazioni di Volodymyr Zelensky. In particolare, Mosca ha fatto sapere che saranno colpiti impianti militari e dell’industria della difesa, oltre alle infrastrutture collegate, a Kiev e in altre regioni dell’Ucraina.
Il riferimento è alle parole con cui il presidente ucraino ha annunciato l’intenzione di aumentare la pressione sulle raffinerie russe, dopo la nuova escalation degli attacchi contro l’Ucraina.
È la consueta grammatica della rappresaglia: un attacco chiama un attacco, la risposta diventa la premessa della risposta successiva e ogni escalation viene presentata come inevitabile conseguenza di quella precedente. Nel frattempo, la popolazione civile resta nel mezzo di una conversazione diplomatica condotta a colpi di droni, missili e infrastrutture danneggiate.
Negli ultimi giorni la pressione russa si è concentrata anche su snodi fondamentali di Kiev. I ponti sul Dnipro sono stati ripetutamente colpiti, provocando interruzioni e pesanti disagi alla circolazione. Il ministero della Difesa russo ha sostenuto di aver preso di mira infrastrutture utilizzate per il trasporto di truppe e materiale militare. Le circostanze e le responsabilità di singoli attacchi restano tuttavia oggetto di verifiche indipendenti.
Il risultato, al di là delle versioni contrapposte, è una città che deve continuare a funzionare mentre la guerra prova sistematicamente a impedirglielo.
L’inverno come nuovo campo di battaglia
L’escalation arriva mentre l’Ucraina si avvicina a un altro inverno di guerra e mentre le infrastrutture energetiche tornano a essere uno dei principali bersagli della campagna militare.
Un massiccio attacco russo condotto nei giorni scorsi ha colpito infrastrutture energetiche in numerose regioni, provocando vittime, danni e interruzioni dell’elettricità. Le autorità ucraine hanno denunciato una delle offensive più pesanti contro la rete energetica dall’inizio della nuova stagione fredda.
È una strategia che ha una logica militare evidente, ma anche una conseguenza civile altrettanto evidente: rendere più difficile la vita quotidiana significa trasformare ogni centrale elettrica, ogni linea ferroviaria, ogni ponte e ogni snodo logistico in un pezzo della guerra.
E così l’elenco degli obiettivi tende a coincidere sempre più con la geografia della vita ordinaria.
L’Onu: «Una catastrofe per i diritti umani»
A ricordare il prezzo umano di questa escalation è anche l’ultimo rapporto dell’Ufficio dell’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani.
Tra il 24 febbraio 2022 e il 31 luglio 2026, l’Onu ha documentato 1.004 casi di violenza sessuale legata al conflitto, commessi contro civili e prigionieri di guerra. L’89 per cento dei casi verificati è stato attribuito ad autorità russe, mentre l’11 per cento è stato attribuito ad autorità ucraine.
Il rapporto precisa che i dati non rappresentano il numero complessivo delle violenze, perché questi crimini sono per loro natura fortemente sottostimati. Sono il risultato di interviste confidenziali con centinaia di vittime e sopravvissuti, oltre che dell’esame di documenti giudiziari e registri ufficiali.
Le forme di violenza documentate sono particolarmente gravi: stupri, violenze di gruppo, mutilazioni genitali, scariche elettriche e percosse. Secondo l’Onu, la violenza sessuale è stata utilizzata come strumento di tortura, intimidazione e coercizione, soprattutto nei luoghi di detenzione.
Il dato più inquietante è forse proprio quello che sfugge alle statistiche: dietro ogni percentuale c’è una persona. E dietro ogni numero che entra in un rapporto internazionale c’è una storia che, nella maggior parte dei casi, non finirà mai nei comunicati dei governi.
Il commissario Onu per i diritti umani Volker Türk ha definito «scioccante» il quadro emerso dall’indagine e ha sottolineato che questi atti potrebbero essere ancora in corso. L’Onu ha inoltre chiesto sia alla Russia sia all’Ucraina di indagare sulle accuse credibili e di assicurare alla giustizia i responsabili, indipendentemente dal grado o dall’appartenenza.
La guerra delle percentuali e quella delle persone
Da una parte ci sono dunque le percentuali del territorio. Lo 0,01 per cento del Donetsk diventa una questione per cui, secondo Mosca, vale la pena continuare a combattere. Dall’altra ci sono le percentuali delle vittime, quelle degli edifici distrutti, quelle degli attacchi attribuiti alle diverse forze.
La differenza è che il territorio può essere misurato sulla carta. La sofferenza no.
Il Cremlino continua a presentare la propria offensiva come una risposta alle minacce e alle azioni ucraine. Kiev ribatte rivendicando il diritto a colpire le capacità militari ed energetiche russe. Entrambi descrivono la propria azione come necessaria e quella dell’avversario come causa dell’escalation.
È il meccanismo perfetto di una guerra che non trova più il punto in cui fermarsi: ogni parte individua nell’altra l’origine immediata della propria risposta.
Intanto, il Donetsk resta una questione di mappe, percentuali e confini rivendicati. Kiev resta una città dove ponti e infrastrutture possono diventare obiettivi. E l’Ucraina continua a contare i morti mentre le diplomazie contano i territori.
In questa guerra persino lo 0,01 per cento può diventare una ragione sufficiente per continuare. Ma per chi vive sotto le bombe, anche lo 0,01 per cento di possibilità di tornare alla normalità avrebbe probabilmente un valore molto diverso.
