La lancetta corre verso il 28 ottobre e, per l’ex Ilva di Taranto, il tempo comincia ad avere il rumore di un altoforno che si prepara a spegnersi. La Corte d’Appello di Milano ha confermato per la seconda volta il provvedimento che impone lo stop degli impianti dell’area a caldo entro la fine del mese. Respinta, ancora una volta, la richiesta di sospensione presentata dai legali dell’ex Ilva in amministrazione straordinaria e di Acciaierie d’Italia.
Il collegio presieduto da Giuseppe Ondei ha dunque deciso di non cambiare rotta. Resta in vigore la decisione adottata lo scorso luglio, quella che aveva imposto il blocco degli altoforni dello stabilimento siderurgico di Taranto. La nuova istanza puntava soprattutto a guadagnare tempo, in attesa che fosse la Cassazione a pronunciarsi sul ricorso presentato dalle parti. Ma per ora il cronometro giudiziario non si ferma.
Nelle motivazioni della Corte c’è il punto politico e giuridico più delicato dell’intera vicenda: il conflitto tra la continuità produttiva e la tutela della salute. E i giudici, questa volta in modo piuttosto netto, indicano quale dei due interessi debba avere la precedenza.
Il “pericolo” legato all’eventuale spegnimento degli altoforni, scrivono i magistrati, deve infatti cedere rispetto al “preminente diritto alla salute”. È il principio sul quale si fonda il nuovo no alla sospensione. La Corte richiama tanto l’interpretazione maturata in sede europea quanto le garanzie previste dalla Costituzione italiana.
Una scelta che mette ancora una volta l’ex Ilva davanti al suo paradosso più difficile da risolvere: da una parte c’è uno stabilimento che ha bisogno di produrre per restare economicamente in piedi, dall’altra un impianto la cui attività è da anni al centro di una contesa giudiziaria e ambientale che non concede sconti. La produzione è necessaria, ma non può diventare una sorta di lasciapassare quando entra in gioco il diritto alla salute.
Il problema, naturalmente, non finisce con una sentenza. Anzi. Lo spegnimento degli altoforni avrebbe conseguenze industriali, occupazionali e finanziarie tutt’altro che marginali. Taranto non è soltanto un impianto siderurgico: è un pezzo enorme dell’economia italiana, con migliaia di lavoratori direttamente coinvolti e una filiera che va ben oltre i cancelli dello stabilimento. Fermare l’area a caldo significa dunque intervenire sul cuore produttivo dell’acciaieria, con effetti che potrebbero propagarsi rapidamente sul territorio e sull’intero sistema industriale.
È proprio su questo terreno che si giocherà il prossimo capitolo della partita. Il 20 ottobre è infatti fissata l’udienza davanti alla Cassazione. Sarà la Suprema Corte a dover valutare il ricorso presentato contro il provvedimento. Ma, fino a quando non arriverà un’eventuale decisione diversa, la scadenza resta quella indicata dai giudici milanesi: 28 ottobre.
Il calendario, insomma, non lascia molto spazio alle manovre. Prima della fine del mese, l’ex Ilva potrebbe trovarsi davanti a un bivio industriale di quelli che non ammettono soluzioni cosmetiche. Da una parte la necessità di salvaguardare produzione, lavoro e continuità aziendale. Dall’altra un principio che la Corte ha definito preminente: la tutela della salute.
La vera domanda, a questo punto, non è soltanto se gli altoforni si spegneranno. È cosa accadrà dopo. Perché accendere o spegnere un impianto è, in fondo, la parte più semplice della storia. Molto più complicato è capire come tenere insieme ambiente, salute, occupazione e industria senza sacrificare sistematicamente uno dei quattro pilastri sull’altare degli altri.
E Taranto, dopo anni di promesse, decreti, ricorsi e rinvii, rischia di ritrovarsi ancora una volta davanti allo stesso dilemma. Con una differenza: questa volta il conto alla rovescia ha una data precisa.
