25 Ottobre 2026, domenica
Home Blog Page 27

Garlasco, i genitori di Chiara Poggi: «Per noi il colpevole resta Stasi. Se la giustizia dirà altro, ne prenderemo atto»

0

Diciannove anni dopo l’omicidio di Chiara Poggi, la famiglia continua a vivere dentro una storia giudiziaria che sembra non avere intenzione di concedere una parola definitiva. Da una parte una sentenza ormai passata in giudicato che ha individuato in Alberto Stasi il responsabile dell’assassinio. Dall’altra una nuova indagine, con Andrea Sempio unico indagato, che ha riacceso interrogativi, ricostruzioni e, inevitabilmente, anche il rumore mediatico attorno al delitto di Garlasco.

A Verissimo, Rita Preda e Giuseppe Poggi hanno scelto però di riportare il discorso a un punto essenziale: per loro, oggi, il colpevole resta quello indicato dalla giustizia. Non per ostinazione, spiegano, ma perché questo è ciò che hanno stabilito i procedimenti giudiziari arrivati fino a quel momento.

«A noi la giustizia ha dato un colpevole, per noi è Stasi», ha detto Giuseppe Poggi. Una frase asciutta, quasi priva di margini interpretativi. Ma subito dopo è arrivata anche la precisazione che rappresenta la posizione della famiglia di fronte alla nuova inchiesta: «Se la giustizia ci darà un nuovo colpevole, ne prenderemo atto».

Il punto, dunque, non è difendere una convinzione personale contro qualsiasi evidenza futura. È, piuttosto, riconoscere il valore delle decisioni giudiziarie già pronunciate. «Non è facile cambiare idea. Non è che ci siamo intestarditi», ha aggiunto il padre di Chiara.

Rita Preda ha ricordato il lungo percorso processuale che ha portato alla condanna definitiva di Stasi: «Ci sono stati cinque processi, ricorsi, un ricorso straordinario al presidente della Repubblica, un ricorso alla CEDU e tutti hanno detto che è Stasi». Da qui la conclusione: «Fino a che la giustizia non ci dirà un altro nome, per noi l’assassino è quello. Se dovesse cambiare, ne prenderemo atto».

Una posizione che non chiude la porta alla nuova indagine, ma nemmeno concede alla semplice esistenza di un nuovo fascicolo il potere di riscrivere automaticamente ciò che è già stato deciso nelle aule di tribunale. La Procura indaga, la famiglia osserva. E attende che sia la giustizia, eventualmente, a pronunciare un nome diverso.

«Di Chiara si è parlato troppo poco»

Nel racconto dei coniugi Poggi c’è anche un’altra questione, meno giudiziaria e forse proprio per questo ancora più dolorosa: il modo in cui la vicenda è stata raccontata negli anni.

Rita Poggi ha ricordato i mesi in cui la famiglia si trovò praticamente assediata dai giornalisti. «Avevamo continuamente giornalisti sotto casa», ha raccontato, spiegando che il Comune arrivò a istituire il divieto di accesso ai non residenti nella strada proprio per contenere quella pressione. «D’estate ero costretta a tirare giù le tende da sole per tutelare la nostra privacy».

Il paradosso, secondo i genitori, è che la nuova ondata mediatica avrebbe finito per oscurare proprio la persona al centro della tragedia. «Siamo venuti solo per parlare di lei perché in questo anno e mezzo di lei si è parlato troppo poco», hanno spiegato.

E qui arriva la critica più netta al circo mediatico che ha accompagnato la nuova stagione del caso: «La prima inchiesta non ha avuto un circo mediatico. In questo anno e mezzo, invece, tutti i giorni c’erano trasmissioni che parlavano di Garlasco. Sembrava che in Italia ci fosse solo Garlasco».

Una considerazione che dice molto della distanza tra la percezione di chi vive una tragedia sulla propria pelle e quella di chi, dall’esterno, la trasforma in un appuntamento quotidiano. Per i genitori di Chiara non c’è una serie televisiva da seguire, né un enigma da risolvere davanti allo schermo. C’è una figlia uccisa e una famiglia che da allora convive con le conseguenze di quel delitto.

Il risarcimento? «Se dovremo restituirlo, lo faremo»

Anche sul fronte economico i genitori hanno scelto una linea altrettanto netta. Se la giustizia dovesse stabilire che il risarcimento ricevuto deve essere restituito, Rita Preda e Giuseppe Poggi hanno assicurato che non si opporranno.

«Se la giustizia lo disporrà, restituiremo il risarcimento», hanno spiegato. Il denaro, hanno precisato, si trova ancora su un conto corrente condiviso con il figlio.

«Se dovremo ridarlo, lo ridaremo. C’è un conto corrente intestato a tutti e tre», hanno aggiunto. Nessuna rivendicazione preventiva, dunque, ma la volontà di attenersi anche in questo caso a ciò che sarà stabilito nelle sedi competenti.

Chiara e quel sogno da manager

Nel corso dell’intervista, per qualche momento, il processo, le sentenze e la nuova indagine hanno lasciato spazio a Chiara. Non alla vittima di un caso giudiziario, ma alla ragazza che era prima che il 13 agosto 2007 dividesse la sua vita da quella della sua famiglia.

«Era felice, era una ragazza che non aveva mai dato problemi. Era giudiziosa, indipendente, non le ho mai dovuto dire “studia, mai”», ha ricordato Rita.

Chiara, ha raccontato la madre, aveva un’idea precisa del proprio futuro. «Quando studiava mi diceva: “Voglio fare la manager”». La risposta materna era quella che probabilmente molti genitori avrebbero dato: «Calma, prima studia e poi vedrai».

Poi il futuro si è interrotto. E quel che sarebbe potuto diventare il progetto professionale di Chiara è rimasto sospeso in una frase pronunciata durante gli anni dell’università. «Non so cosa avrebbe fatto», ha detto la madre.

È forse questo il passaggio più difficile da raccontare, perché non riguarda una prova, una sentenza o un’indagine. Riguarda tutto ciò che una persona avrebbe potuto ancora essere.

L’incontro con Stasi? «Non è il momento»

Resta infine il capitolo dei rapporti con Alberto Stasi e con la sua famiglia.

Alla domanda sulla possibilità di incontrare la madre di Stasi, Elisabetta, Rita e Giuseppe Poggi hanno risposto con una frase che lascia poco spazio alle interpretazioni: «Non è il momento di incontrarci».

E se invece fosse Alberto Stasi a incrociare per strada Giuseppe Poggi? «Non so se sono contento. Non credo», ha risposto il padre di Chiara. Poi una frase che lascia aperto uno spazio sul futuro: «Non posso prevedere il futuro».

I rapporti, hanno spiegato, si erano interrotti nel corso dell’indagine. «All’inizio noi gli credevamo, ma man mano sono andate avanti le indagini», hanno raccontato. Quando Stasi è finito in carcere, Rita Poggi ha spiegato di aver scelto di interrompere i contatti «per opportunità».

È un’altra fotografia di una vicenda nella quale il tempo non sembra aver cancellato nulla. Ha soltanto aggiunto strati: sentenze, ricorsi, nuove indagini, interrogativi, telecamere e trasmissioni televisive.

E mentre il caso torna periodicamente sotto i riflettori, i genitori di Chiara sembrano voler riaffermare una distinzione fondamentale. Prima del delitto di Garlasco c’era una ragazza con i suoi progetti. Dopo il delitto è arrivata una lunga storia giudiziaria. Per loro, però, Chiara non dovrebbe diventare soltanto il nome di un fascicolo o di un’indagine.

È per questo, forse, che il messaggio più forte arrivato da Verissimo non riguarda né Stasi né Sempio. Riguarda lei. E quel futuro da manager che non ha mai avuto il tempo di cominciare.

Yemen, 1.122 attacchi contro gli Houthi. E il petrolio torna a correre

0

La guerra nello Yemen continua a produrre numeri da bollettino militare, mentre il mercato del petrolio sembra impegnato in un’altra partita. Da una parte le bombe, i lanciatori e i centri di comando messi nel mirino. Dall’altra milioni di barili che continuano a trovare la strada verso i mercati internazionali. È una delle contraddizioni più evidenti di una regione nella quale la normalità, evidentemente, ha imparato a convivere con l’emergenza.

Le forze governative yemenite hanno rivendicato 1.122 attacchi contro postazioni degli Houthi in diverse aree del Paese. A fornire il bilancio è stato il portavoce delle forze armate, Majid Abdullah al Nuzaili, secondo cui le operazioni hanno colpito soprattutto postazioni di artiglieria, sistemi lanciarazzi e strutture di comando.

Il bilancio comunicato dalle autorità è pesante: 1.747 combattenti Houthi uccisi e 364 mezzi e sistemi distrutti o danneggiati. Numeri che vanno letti, come sempre accade in un contesto di guerra, come rivendicazioni della parte che li diffonde e non come un bilancio indipendentemente verificato.

Il dato politico e militare, però, resta significativo. Lo Yemen continua a essere uno dei punti più delicati dell’instabile scacchiere mediorientale, con gli Houthi al centro di una crisi che non riguarda soltanto il conflitto interno yemenita. Le tensioni si riflettono direttamente sulla sicurezza delle rotte marittime e, di conseguenza, sul commercio internazionale.

Ed è proprio qui che entra in scena il petrolio.

Il paradosso dei barili

Mentre gli attacchi alle navi mantengono elevata la pressione sulle rotte della regione, le esportazioni di greggio dal Medio Oriente non sembrano intenzionate a rallentare. Anzi.

Secondo i dati provvisori di Kpler, alla fine di settembre le esportazioni hanno superato in quattro giorni su sette i livelli registrati prima della guerra tra Stati Uniti, Israele e Iran. In alcuni di quei giorni i flussi hanno raggiunto tra 19,5 e 22,5 milioni di barili al giorno, contro una media precedente al conflitto di circa 18 milioni di barili quotidiani.

Tradotto dal linguaggio delle statistiche a quello della geopolitica, il messaggio è piuttosto chiaro: la guerra può rendere più rischioso trasportare il petrolio, ma non è detto che riesca a fermarlo.

È una caratteristica ricorrente delle crisi mediorientali. Le mappe si riempiono di zone rosse, le compagnie marittime ricalcolano le rotte, gli assicuratori fanno i conti con il rischio e i mercati attendono il prossimo sviluppo. Nel frattempo, i terminal continuano a caricare.

Naturalmente, il dato sulle esportazioni non significa che le tensioni siano irrilevanti. Al contrario. Un flusso superiore ai livelli prebellici può riflettere una combinazione di fattori, dalle esigenze dei produttori alle dinamiche della domanda, dalle scorte alle strategie commerciali. E soprattutto non cancella il rischio che un nuovo episodio militare possa modificare rapidamente il quadro.

La guerra che non chiude il rubinetto

Lo Yemen rimane così dentro una crisi regionale molto più ampia. Gli Houthi, le operazioni delle forze governative, gli attacchi alle navi e la sicurezza delle rotte energetiche fanno parte dello stesso mosaico, anche se ciascun tassello risponde a logiche proprie.

Il punto è che oggi il Medio Oriente sembra capace di offrire contemporaneamente due immagini apparentemente incompatibili. Quella di una regione sottoposta a una pressione militare crescente e quella di un sistema energetico che, almeno per ora, riesce a mantenere e in alcuni casi persino ad aumentare i propri flussi.

È il curioso paradosso di questa guerra: più instabilità sul terreno, ma non necessariamente meno petrolio sui mercati.

E mentre nello Yemen si continua a contare ciò che viene distrutto e chi viene ucciso, nei terminal petroliferi si continua a contare soprattutto ciò che parte. Barile dopo barile, nave dopo nave. La guerra rallenta la geopolitica, ma per il momento non è riuscita a mettere il mercato energetico in pausa.

Sánchez manda la Spagna alle urne: il duello con la destra si sposta al 29 novembre

0

Pedro Sánchez ha scelto la strada più rischiosa, che in politica è spesso anche quella più semplice da spiegare: restituire la parola agli elettori. Il presidente del Governo spagnolo ha annunciato dalla Moncloa lo scioglimento anticipato delle Cortes e convocato le elezioni per il 29 novembre, con nove mesi di anticipo rispetto alla naturale scadenza della legislatura.

Non è soltanto una data sul calendario elettorale. È il punto di approdo di una settimana nella quale il governo socialista ha misurato, ancora una volta, quanto sia diventato stretto lo spazio politico nel quale Sánchez è costretto a muoversi. Da una parte una maggioranza parlamentare fragile, costruita attraverso alleanze spesso complicate. Dall’altra un’opposizione che il premier descrive senza troppi giri di parole come la peggiore della storia democratica spagnola.

Il detonatore è stato il voto di venerdì 2 ottobre, quando il Parlamento ha bocciato due decreti sulla crisi abitativa predisposti dall’esecutivo dopo la forte mobilitazione sociale seguita allo sfratto, a Madrid, di Maricarmen Abascal, 87 anni. I provvedimenti avrebbero dovuto rappresentare una risposta politica a una questione diventata ormai una delle più sensibili del Paese: il diritto alla casa in una Spagna nella quale il costo degli alloggi continua a pesare soprattutto sulle fasce più vulnerabili.

A far saltare i decreti è stata una combinazione parlamentare tutt’altro che irrilevante. Junts per Catalunya ha votato insieme al Partito Popolare e a Vox, nonostante il governo avesse negoziato con gli indipendentisti catalani parte del contenuto dei provvedimenti. Una fotografia abbastanza nitida della difficoltà con cui Sánchez è costretto a governare: alleanze necessarie, ma mai definitive; interlocutori indispensabili, ma pronti a trasformarsi in avversari quando il pallottoliere parlamentare lo consente.

Il voto ha avuto un effetto che va oltre l’aula parlamentare. Nel fine settimana migliaia di persone sono scese in piazza in diverse città spagnole. La questione abitativa, già esplosiva, è diventata così il terreno sul quale si sono sovrapposti malcontento sociale e scontro politico.

Sánchez ha deciso di trasformare quella tensione in una sfida elettorale.

«È il momento di scegliere»

Nel suo intervento dalla Moncloa, il premier ha rivendicato i risultati del governo, senza negarne gli errori. Ha però costruito il messaggio attorno a una scelta che, nelle sue intenzioni, dovrebbe essere molto più ampia della semplice conferma o bocciatura dell’esecutivo.

«È tempo di scegliere», è il senso della sua offensiva politica. La Spagna, secondo Sánchez, deve decidere se seguire l’onda dell’estrema destra e «retrocedere» oppure costruire una maggioranza progressista più ampia.

La posta in gioco, nella narrazione del premier, non è dunque soltanto il futuro del Partito Socialista. È il modello di Paese. Sánchez vuole presentare la consultazione del 29 novembre come un bivio tra due Spagne: quella che difende apertura, diritti sociali e politiche progressiste e quella che, a suo giudizio, rischia di consegnarsi all’avanzata della destra e dell’ultradestra.

Un’impostazione volutamente muscolare, che lascia poco spazio alle sfumature. Ma in campagna elettorale le sfumature, del resto, raramente fanno notizia.

Sánchez ha chiesto agli elettori una maggioranza più solida per affrontare le riforme ancora sul tavolo e ridurre le disuguaglianze. L’obiettivo è evidente: trasformare la fragilità parlamentare che ha segnato questa fase di governo in un argomento a favore del governo stesso. Se le riforme si sono inceppate, il ragionamento è che serva più Sánchez, non meno Sánchez.

La lista delle battaglie

Il premier ha dedicato una parte consistente del suo intervento alla rivendicazione dell’azione svolta dal suo esecutivo. Tra i risultati citati ci sono lo sviluppo delle energie rinnovabili, l’ampliamento dei diritti sociali e la riduzione delle disuguaglianze.

Ma il bilancio politico di Sánchez non si ferma alla politica interna. Il presidente ha ricordato le crisi internazionali e gli sconvolgimenti geopolitici affrontati durante il mandato, sostenendo che il suo governo abbia dovuto misurarsi con «tiranni, tecno-oligarchi e regimi genocidi».

Un lessico che dice molto anche del posizionamento internazionale che Sánchez ha scelto per il suo esecutivo. La Spagna che descrive è quella di un Paese che vuole pesare nel dibattito europeo e globale, difendendo una propria identità progressista e presentandosi come riferimento per la pace, il femminismo e la prosperità.

Il problema, adesso, è convincere gli elettori che questa visione abbia bisogno di altri anni di governo e, soprattutto, di una maggioranza più larga.

L’attacco al Partito Popolare

La parte più dura del discorso è arrivata quando Sánchez ha puntato direttamente il dito contro l’opposizione.

Il premier ha parlato di un Congresso «molto irruente» e ha accusato le forze avversarie di aver messo in discussione persino la legittimità del sistema elettorale, di aver bloccato misure dell’esecutivo e di aver utilizzato il proprio peso nelle amministrazioni regionali e municipali per ostacolare politiche considerate utili ai cittadini.

L’accusa è rivolta soprattutto al Partito Popolare, ma nel mirino finiscono anche Vox e Junts, protagonisti della bocciatura dei decreti sulla casa.

Sánchez ha alzato ulteriormente il tiro evocando anche le «élite economiche e sociali molto potenti», che, a suo giudizio, non si presentano alle elezioni ma cercano comunque di esercitare un’influenza decisiva sul futuro del Paese.

È una contrapposizione classica, quasi da manuale della politica contemporanea: da una parte il governo e il suo progetto di trasformazione sociale, dall’altra un sistema di potere che il premier descrive come interessato a conservarsi. Una narrazione efficace per mobilitare il proprio elettorato, ma destinata inevitabilmente ad alimentare lo scontro con una destra che da tempo punta invece a trasformare Sánchez nel principale bersaglio della propria campagna.

Il voto come resa dei conti

Il 29 novembre, dunque, non sarà soltanto un appuntamento elettorale anticipato. Sarà una resa dei conti.

Sánchez porta alle urne una legislatura segnata da risultati rivendicati, ma anche da una maggioranza parlamentare che troppo spesso ha trasformato ogni provvedimento in una partita a scacchi. L’opposizione arriva al voto con l’obiettivo opposto: dimostrare che il problema non è la mancanza di numeri del governo, ma il governo stesso.

In mezzo c’è una Spagna alle prese con il costo della casa, le disuguaglianze, la polarizzazione politica e una crescente difficoltà a costruire compromessi stabili.

Sánchez ha scelto di anticipare il verdetto. Ora dovrà convincere gli elettori che il suo governo non sia arrivato al capolinea, ma davanti a un bivio.

La destra, naturalmente, racconterà la stessa storia in modo diametralmente opposto: non un bivio per il futuro della Spagna, ma l’occasione per chiudere l’era Sánchez.

Il 29 novembre saranno gli elettori a decidere quale delle due versioni avrà avuto ragione.

Mosca, la guerra anche al centimetro: «Combatteremo per lo 0,01% del Donetsk»

0

La guerra, a Mosca, sembra ormai avere sviluppato una particolare ossessione per le virgole. Non basta rivendicare un territorio: bisogna essere pronti a combattere anche per lo 0,01 per cento. Nemmeno un centimetro, dunque, deve restare fuori dal conto.

Il messaggio arriva dal Cremlino, dove il portavoce Dmitry Peskov ha chiarito che la Russia è pronta a battersi «anche per un centesimo di percento» del territorio del Donetsk. «È la Federazione Russa. Non c’è nulla da discutere al riguardo», ha detto, secondo quanto riportato da Interfax e ripreso da ANSA.

È una frase che fotografa bene la rigidità della posizione russa sul territorio conquistato e rivendicato. Non esistono porzioni abbastanza piccole da poter essere considerate marginali, né percentuali tanto insignificanti da poter diventare materia di compromesso. La matematica, sul fronte ucraino, è diventata una disciplina militare.

Ma mentre il Cremlino fissa il microscopio sul Donetsk, sul terreno la guerra continua ad allargare la propria impronta sulle città.

La risposta di Mosca: più attacchi

Il ministero della Difesa russo ha annunciato che intensificherà gli attacchi contro le infrastrutture ucraine, presentando la decisione come una risposta alle dichiarazioni di Volodymyr Zelensky. In particolare, Mosca ha fatto sapere che saranno colpiti impianti militari e dell’industria della difesa, oltre alle infrastrutture collegate, a Kiev e in altre regioni dell’Ucraina.

Il riferimento è alle parole con cui il presidente ucraino ha annunciato l’intenzione di aumentare la pressione sulle raffinerie russe, dopo la nuova escalation degli attacchi contro l’Ucraina.

È la consueta grammatica della rappresaglia: un attacco chiama un attacco, la risposta diventa la premessa della risposta successiva e ogni escalation viene presentata come inevitabile conseguenza di quella precedente. Nel frattempo, la popolazione civile resta nel mezzo di una conversazione diplomatica condotta a colpi di droni, missili e infrastrutture danneggiate.

Negli ultimi giorni la pressione russa si è concentrata anche su snodi fondamentali di Kiev. I ponti sul Dnipro sono stati ripetutamente colpiti, provocando interruzioni e pesanti disagi alla circolazione. Il ministero della Difesa russo ha sostenuto di aver preso di mira infrastrutture utilizzate per il trasporto di truppe e materiale militare. Le circostanze e le responsabilità di singoli attacchi restano tuttavia oggetto di verifiche indipendenti.

Il risultato, al di là delle versioni contrapposte, è una città che deve continuare a funzionare mentre la guerra prova sistematicamente a impedirglielo.

L’inverno come nuovo campo di battaglia

L’escalation arriva mentre l’Ucraina si avvicina a un altro inverno di guerra e mentre le infrastrutture energetiche tornano a essere uno dei principali bersagli della campagna militare.

Un massiccio attacco russo condotto nei giorni scorsi ha colpito infrastrutture energetiche in numerose regioni, provocando vittime, danni e interruzioni dell’elettricità. Le autorità ucraine hanno denunciato una delle offensive più pesanti contro la rete energetica dall’inizio della nuova stagione fredda.

È una strategia che ha una logica militare evidente, ma anche una conseguenza civile altrettanto evidente: rendere più difficile la vita quotidiana significa trasformare ogni centrale elettrica, ogni linea ferroviaria, ogni ponte e ogni snodo logistico in un pezzo della guerra.

E così l’elenco degli obiettivi tende a coincidere sempre più con la geografia della vita ordinaria.

L’Onu: «Una catastrofe per i diritti umani»

A ricordare il prezzo umano di questa escalation è anche l’ultimo rapporto dell’Ufficio dell’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani.

Tra il 24 febbraio 2022 e il 31 luglio 2026, l’Onu ha documentato 1.004 casi di violenza sessuale legata al conflitto, commessi contro civili e prigionieri di guerra. L’89 per cento dei casi verificati è stato attribuito ad autorità russe, mentre l’11 per cento è stato attribuito ad autorità ucraine.

Il rapporto precisa che i dati non rappresentano il numero complessivo delle violenze, perché questi crimini sono per loro natura fortemente sottostimati. Sono il risultato di interviste confidenziali con centinaia di vittime e sopravvissuti, oltre che dell’esame di documenti giudiziari e registri ufficiali.

Le forme di violenza documentate sono particolarmente gravi: stupri, violenze di gruppo, mutilazioni genitali, scariche elettriche e percosse. Secondo l’Onu, la violenza sessuale è stata utilizzata come strumento di tortura, intimidazione e coercizione, soprattutto nei luoghi di detenzione.

Il dato più inquietante è forse proprio quello che sfugge alle statistiche: dietro ogni percentuale c’è una persona. E dietro ogni numero che entra in un rapporto internazionale c’è una storia che, nella maggior parte dei casi, non finirà mai nei comunicati dei governi.

Il commissario Onu per i diritti umani Volker Türk ha definito «scioccante» il quadro emerso dall’indagine e ha sottolineato che questi atti potrebbero essere ancora in corso. L’Onu ha inoltre chiesto sia alla Russia sia all’Ucraina di indagare sulle accuse credibili e di assicurare alla giustizia i responsabili, indipendentemente dal grado o dall’appartenenza.

La guerra delle percentuali e quella delle persone

Da una parte ci sono dunque le percentuali del territorio. Lo 0,01 per cento del Donetsk diventa una questione per cui, secondo Mosca, vale la pena continuare a combattere. Dall’altra ci sono le percentuali delle vittime, quelle degli edifici distrutti, quelle degli attacchi attribuiti alle diverse forze.

La differenza è che il territorio può essere misurato sulla carta. La sofferenza no.

Il Cremlino continua a presentare la propria offensiva come una risposta alle minacce e alle azioni ucraine. Kiev ribatte rivendicando il diritto a colpire le capacità militari ed energetiche russe. Entrambi descrivono la propria azione come necessaria e quella dell’avversario come causa dell’escalation.

È il meccanismo perfetto di una guerra che non trova più il punto in cui fermarsi: ogni parte individua nell’altra l’origine immediata della propria risposta.

Intanto, il Donetsk resta una questione di mappe, percentuali e confini rivendicati. Kiev resta una città dove ponti e infrastrutture possono diventare obiettivi. E l’Ucraina continua a contare i morti mentre le diplomazie contano i territori.

In questa guerra persino lo 0,01 per cento può diventare una ragione sufficiente per continuare. Ma per chi vive sotto le bombe, anche lo 0,01 per cento di possibilità di tornare alla normalità avrebbe probabilmente un valore molto diverso.

Francia, la scuola chiude per protesta: lunedì lezioni sospese in fino a 500 istituti

0

In Francia anche il calendario scolastico è finito nel mezzo della tempesta. Lunedì 5 ottobre tra 400 e 500 licei resteranno chiusi, completamente o parzialmente, mentre il governo cerca di riportare sotto controllo una protesta studentesca partita dalle aule e ormai approdata nelle strade, tra blocchi, scontri e incendi.

A confermare la sospensione delle lezioni è stato il ministro dell’Istruzione Édouard Geffray, secondo il quale in centinaia di istituti «non sussistono le necessarie condizioni di sicurezza». Una formula burocratica che, in questo caso, fotografa una situazione tutt’altro che burocratica: dall’inizio della mobilitazione 24 scuole sono state incendiate o saccheggiate.

Il governo punta comunque a una ripresa «parziale e graduale» delle lezioni. Il numero degli istituti interessati lunedì dovrebbe essere simile a quello registrato venerdì, quando la protesta aveva già provocato una forte disorganizzazione del sistema scolastico.

La protesta è nata tra i banchi

Prima degli incendi e delle barricate, però, c’era una questione molto più ordinaria e, proprio per questo, più difficile da liquidare: la scuola che non funziona come dovrebbe.

Gli studenti denunciano la carenza di insegnanti, le ore di lezione saltate, le classi troppo affollate e le condizioni spesso degradate degli edifici scolastici. Tra le contestazioni ci sono anche giornate scolastiche considerate eccessivamente lunghe e una cronica difficoltà nel garantire continuità didattica.

Il problema degli insegnanti, in particolare, non è soltanto una percezione degli studenti. Secondo dati del ministero citati nelle ricostruzioni della protesta, nell’anno scolastico 2024-2025 quasi il 10% delle ore di insegnamento nelle scuole secondarie pubbliche non è stato svolto; una parte significativa era legata proprio all’impossibilità di trovare supplenti.

In altre parole, la protesta è partita da una domanda piuttosto semplice: come si può chiedere agli studenti di prepararsi agli esami, progettare il proprio futuro e rispettare la scuola quando la scuola stessa fatica a garantire lezioni, docenti e ambienti adeguati?

Dalle aule alle barricate

Il problema è che la protesta ha rapidamente cambiato natura.

Le mobilitazioni, inizialmente concentrate soprattutto nell’area parigina e nei quartieri più svantaggiati, si sono estese a centinaia di istituti in tutto il Paese. Le manifestazioni sono state accompagnate da blocchi degli ingressi, incendi di cassonetti e strutture, lanci di oggetti e scontri con la polizia. In alcuni casi sono stati coinvolti anche docenti e personale scolastico.

Il bilancio è diventato così pesante da costringere il governo a trattare la vicenda non più soltanto come una vertenza sulla scuola, ma anche come una questione di sicurezza pubblica. Il capo della polizia di Parigi Patrice Faure ha definito il movimento «fuori controllo», mentre le autorità riferiscono di migliaia di arresti dall’inizio delle proteste e di centinaia di agenti feriti.

Ed è qui che la protesta entra nella sua contraddizione più evidente. Gli studenti chiedono una scuola capace di proteggerli e prepararli al futuro, ma una parte delle mobilitazioni ha prodotto esattamente l’opposto: scuole chiuse, lezioni cancellate, edifici danneggiati e insegnanti costretti a lavorare in condizioni di rischio.

Il nodo che Parigi non può ignorare

Ridurre tutto alla violenza, però, significherebbe perdere di vista l’origine della protesta. Le criticità denunciate dagli studenti sono reali e si inseriscono in una discussione più ampia sulla qualità e sulle risorse della scuola francese.

Il governo deve dunque tenere insieme due esigenze che, in questo momento, sembrano viaggiare su binari opposti: garantire la sicurezza di studenti e personale e, contemporaneamente, rispondere alle ragioni che hanno portato migliaia di ragazzi a scendere in strada.

La chiusura di fino a 500 istituti per ragioni di sicurezza è, in questo senso, più di una misura emergenziale. È anche il segnale di una crisi che ha superato i cancelli delle scuole. La protesta è nata perché gli studenti lamentavano di non poter studiare nelle condizioni che ritenevano necessarie. Ora rischiano di non poter studiare affatto.

Il ministro Geffray promette un ritorno graduale alla normalità. Ma la vera partita per il governo francese comincia proprio quando le porte delle scuole torneranno ad aprirsi: perché riaprire un cancello è relativamente semplice; convincere chi lo ha bloccato che dentro quelle mura qualcosa sta davvero cambiando è un’altra storia.

La ricina, i computer e il mistero di Pietracatella: dieci mesi dopo il giallo è ancora senza risposta

0

A volte il veleno non arriva con il volto che ci si aspetterebbe. Non c’è una scena da romanzo, nessun sintomo immediatamente riconoscibile, nessun campanello d’allarme capace di dire ai medici: attenzione, qui non è una semplice gastroenterite. La ricina, almeno nel caso di Pietracatella, avrebbe avuto proprio questo vantaggio terribile: confondersi con qualcosa di molto più comune.

Il 26 dicembre scorso Sara Di Vita, 15 anni, e sua madre Antonella Di Ielsi arrivano all’ospedale di Campobasso con vomito, diarrea e dolori addominali. Sintomi da manuale per una diagnosi che, in quel momento, sembra quasi obbligata: un problema gastrointestinale. La medicina lavora sui dati che ha davanti, non su quelli che arriveranno il giorno dopo.

E infatti, dopo gli accertamenti e una valutazione specialistica per la ragazza, le condizioni sembrano migliorare. Il consiglio è semplice, quasi domestico: pasti leggeri e molta idratazione. Poi le dimissioni.

Poche ore dopo, però, Sara morirà. Il giorno successivo toccherà alla madre.

È da quella sequenza che nasce uno dei nodi più inquietanti dell’inchiesta sulla morte delle due donne, oggi al centro di un fascicolo per duplice omicidio premeditato. Dieci mesi dopo, la procura di Larino continua a cercare una spiegazione che tenga insieme il quadro tossicologico, quello medico e quello investigativo.

E adesso l’indagine guarda anche ai computer.

La pista digitale porta a Reddit

Gli investigatori stanno passando al setaccio i dispositivi elettronici nella speranza di trovare una traccia capace di raccontare ciò che le persone coinvolte non hanno raccontato, o forse ciò che nessuno ha mai pensato potesse essere importante.

Secondo quanto riportato da LaPresse, l’attività investigativa avrebbe riguardato anche contenuti e ricerche effettuate sulla piattaforma americana Reddit. Il punto, se confermato, sarebbe particolarmente delicato: da un computer con un indirizzo IP riconducibile alla zona di Pietracatella sarebbe stata effettuata una ricerca sui cosiddetti “veleni ad azione rapida” e sulla preparazione della ricina.

Una traccia che, presa da sola, non dimostra nulla. Una ricerca su Internet non equivale a un movente, tantomeno a una prova di omicidio. Ma in un’inchiesta dove il veleno è invisibile e la scena del delitto non assomiglia affatto a una scena del delitto, anche una ricerca apparentemente banale può diventare un tassello da verificare.

Il problema è che Internet, nonostante la sua fama di memoria infinita, dimentica parecchio. Reddit, secondo quanto riferito, cancellerebbe automaticamente dopo 100 giorni gli indirizzi IP raccolti. E quando una traccia digitale viene cancellata, recuperarla non è esattamente come rovistare nel cestino della carta straccia.

Per questo, sempre secondo indiscrezioni non confermate dalla procura, gli investigatori avrebbero chiesto anche una collaborazione alle autorità statunitensi, arrivando a coinvolgere l’Fbi. Una richiesta che, se confermata, racconta da sola quanto la pista informatica sia diventata importante nell’inchiesta.

Non significa, naturalmente, che l’Fbi abbia trovato il colpevole. Significa che gli investigatori stanno cercando di capire chi abbia cercato cosa, quando lo abbia cercato e soprattutto da quale dispositivo.

Tre domande semplici. Le risposte, molto meno.

Il primo accesso in ospedale: una gastroenterite che sembrava davvero una gastroenterite

A complicare il quadro c’è la testimonianza del medico che visitò la famiglia al primo accesso.

Pietro Vuotto, 58 anni, è uno dei cinque medici indagati per omicidio colposo. Al Corriere della Sera ha raccontato di essersi trovato davanti a un quadro clinico che, in quel momento, appariva coerente e leggibile.

“Sia Sara che Antonella sono arrivate con un quadro gastroenteritico chiaro”, ha spiegato.

Le due donne riferivano episodi di vomito e diarrea e lamentavano dolori addominali. Sintomi compatibili con una patologia del tratto gastroenterico. Gianni Di Vita, padre di Sara e marito di Antonella, presentava invece un quadro differente, più generale. Aveva nausea, ma il medico precisa di non averlo mai visto vomitare.

Poi gli accertamenti. E un elemento che, riletto oggi, pesa inevitabilmente molto più di quanto potesse pesare quel giorno: stavano meglio.

Erano in piedi. Le condizioni sembravano essersi stabilizzate. Sara era stata valutata anche da uno specialista. Nulla, racconta Vuotto, lasciava immaginare l’imminenza di un dramma.

E così arrivano le dimissioni.

La medicina, in quel momento, aveva fatto quello che doveva fare sulla base degli elementi disponibili. Il problema è che il quadro reale, secondo quanto emerso successivamente, era un altro.

Poi il crollo. E sembra un’altra persona

Il giorno dopo Sara torna in pronto soccorso.

Questa volta il quadro è completamente diverso.

Codice rosso. Pressione bassa. Linguaggio impastato. Confusione. Sonnolenza.

“Riferendomi al quadro clinico, avrei fatto fatica a riconoscerla”, racconta Vuotto.

È il passaggio che più di ogni altro restituisce la brutalità dell’evoluzione della malattia. Nel giro di poche ore, quella che sembrava una paziente con una comune patologia gastrointestinale diventa una ragazza in condizioni gravissime.

Il medico avvia la terapia idratante. Ma Sara continua a peggiorare.

Intorno alle 19 si alza dalla barella. Deve andare in bagno. Fa pochi passi e cade. Si accascia.

A quel punto il quadro precipita definitivamente. I parametri peggiorano e la ragazza viene affidata alla Rianimazione. Poco dopo muore.

Il giorno seguente muore anche Antonella.

Due decessi ravvicinati, una sostanza tossica estremamente pericolosa e una diagnosi iniziale che, almeno apparentemente, non aveva lasciato intravedere il vero pericolo.

“In 26 anni non ho mai visto un’evoluzione simile”

È forse questa la frase che meglio fotografa l’enigma medico.

“Non ho mai visto in 26 anni di carriera una evoluzione simile”, racconta Vuotto.

Il medico insiste su un punto decisivo: al primo accesso più sanitari, compreso uno specialista, avevano riscontrato un quadro compatibile con una gastroenterite.

“La ricina si traveste così”, osserva.

E qui il caso diventa ancora più difficile. Perché riconoscere un avvelenamento da ricina non significa automaticamente avere a disposizione uno strumento capace di fermarlo. Non esiste un antidoto in grado di risolvere il problema come si potrebbe fare, in altri casi, davanti a determinate intossicazioni.

La tossina può quindi guadagnare tempo proprio mentre la medicina cerca una spiegazione più ordinaria.

Ed è il tempo, in questa storia, uno degli elementi più inquietanti.

La domanda che resta: una seconda esposizione?

C’è però un altro interrogativo. Ed è quello che lo stesso Vuotto considera plausibile, pur senza poterlo dimostrare.

L’aggravamento così netto delle condizioni potrebbe essere compatibile con una duplice esposizione al veleno?

“Lo ritengo plausibile, non lo escludo”, afferma il medico.

È una possibilità che dovrà essere valutata dagli accertamenti tossicologici e dagli esperti. Proprio per questo l’indagine scientifica resta centrale, insieme agli esami affidati anche agli specialisti del Robert Koch Institute di Berlino.

Nel frattempo, gli investigatori lavorano sull’altra metà del problema: non più il corpo delle vittime, ma ciò che è rimasto nei dispositivi elettronici.

Computer, cronologie, ricerche, account, indirizzi IP. Tutto ciò che può trasformare una domanda digitata davanti a uno schermo in una possibile sequenza temporale.

La vera domanda, però, non è soltanto chi abbia cercato informazioni sulla ricina.

È capire perché.

E soprattutto se quella ricerca sia stata fatta prima che Sara e Antonella morissero, da chi sia stata effettuata e quale rapporto abbia, eventualmente, con ciò che accadde a Pietracatella.

Per ora non ci sono risposte definitive.

Ci sono una tossina, due morti, un’indagine per duplice omicidio, una diagnosi iniziale che sembrava plausibile, un improvviso peggioramento e una serie di tracce digitali che gli investigatori stanno cercando di ricostruire prima che il tempo le cancelli.

Il veleno ha lasciato poche tracce visibili.

Forse, dietro uno schermo, qualcuno ne ha lasciate di più.

San Francesco contro la religione delle armi: la lezione che Mattarella consegna al presente

0

Assisi, ottocento anni dopo, continua a fare una cosa piuttosto scomoda: costringe il presente a guardarsi allo specchio. E lo specchio, questa volta, non restituisce un’immagine particolarmente rassicurante.

Nel giorno della Festa nazionale di San Francesco, celebrata al Sacro Convento nell’ottavo centenario della morte del santo, Sergio Mattarella ha scelto di non consegnare Francesco alla rassicurante categoria delle figure universalmente amate e universalmente innocue. Nessuna cartolina francescana, dunque. Nessun santo ridotto a patrono della buona coscienza, dell’ecologia gentile e dei buoni sentimenti.

Il presidente della Repubblica ha riportato Francesco dentro il conflitto del nostro tempo. E lo ha fatto con una frase che pesa come un macigno: in alcune parti del mondo, ha osservato, «si tornano a benedire le armi» e a porre gli eserciti «sotto insegne religiose».

È difficile immaginare un cortocircuito più evidente con il messaggio del santo di Assisi.

Francesco, ha ricordato Mattarella, insegna che non esiste colpa maggiore di quella di uccidere altri uomini in nome di Dio. Una frase che, pronunciata mentre il mondo continua a consumare guerre, minacce, riarmi e retoriche nazionaliste, assume inevitabilmente il sapore di un richiamo politico, pur restando rigorosamente dentro il terreno istituzionale e morale.

Perché Francesco, in fondo, è scomodo proprio per questo. Non fu semplicemente un uomo mite. Fu un uomo radicale. E la radicalità, a distanza di otto secoli, è ancora una pessima notizia per chiunque preferisca trasformare i grandi insegnamenti morali in soprammobili commemorativi.

La spada deposta e la pace da conquistare

Mattarella ha insistito su un punto essenziale: il coraggio non coincide con la forza delle armi. Al contrario, nella prospettiva francescana, è coraggioso chi depone la spada per parlare di pace.

Non è una distinzione secondaria. In un’epoca nella quale la parola sicurezza viene spesso pronunciata insieme alla parola riarmo, Francesco introduce un’altra grammatica. La sua non è la pace dei convegni, quella che si pronuncia quando tutto va bene e nessuno rischia nulla. È una scelta che pretende una trasformazione personale, prima ancora che diplomatica o geopolitica.

Mattarella ha parlato di «guerre insensate e crudeli», di violenza, manipolazione e arroganza. E ha invocato la capacità di Francesco di «convertire le menti indurite dall’odio».

La parola conversione, in questo contesto, è forse la più importante. Non riguarda soltanto la fede. Riguarda il modo in cui una società decide di considerare l’altro: avversario, nemico, bersaglio oppure essere umano.

Ed è qui che il santo di Assisi smette di appartenere soltanto alla storia religiosa e torna a interrogare la storia contemporanea.

La vera provocazione: vivere senza inginocchiarsi davanti al denaro

C’è poi un altro Francesco, forse meno celebrato nelle commemorazioni ufficiali ma altrettanto destabilizzante: quello che mette in discussione il rapporto tra ricchezza e valore.

Il giovane figlio di un mercante avrebbe potuto seguire la strada già tracciata dalla famiglia, quella del commercio e del benessere. Scelse invece di rovesciare completamente la gerarchia delle cose.

Mattarella ha definito la povertà francescana una «rottura concreta con l’idolatria del denaro».

Idolatria è una parola forte. E proprio per questo funziona.

Perché Francesco non proponeva semplicemente di avere meno. Metteva in discussione l’idea che avere di più significasse automaticamente essere di più. Una provocazione che, otto secoli dopo, conserva una sorprendente capacità di disturbare un mondo nel quale il valore delle persone viene spesso misurato attraverso patrimoni, consumi, visibilità e potere d’acquisto.

Il punto non è, naturalmente, immaginare una società contemporanea organizzata secondo i modelli economici del Duecento. Sarebbe una caricatura. Il punto è chiedersi se una civiltà possa continuare a chiamare progresso un sistema nel quale l’accumulazione è diventata troppo spesso un fine anziché uno strumento.

Francesco non offriva una ricetta economica. Offriva qualcosa di più radicale: un criterio di giudizio.

Il Creato non è un magazzino

Anche l’ecologia francescana, ha sottolineato Mattarella, rischia di essere banalizzata se viene ridotta alla figura del santo che parlava agli uccelli e ammansiva il lupo.

Il problema, ha spiegato il capo dello Stato, è molto più profondo.

Nel mondo di Francesco non esistevano le dimensioni della crisi ambientale che oggi conosciamo: il riscaldamento globale, l’inquinamento delle acque e dell’aria, la devastazione delle foreste, il consumo indiscriminato delle risorse. Eppure il santo aveva già intuito qualcosa che oggi facciamo molta fatica a comprendere: l’uomo non è proprietario assoluto della natura.

L’acqua, nella visione francescana, è «utile et humile», «pretiosa et casta». Il lupo non è semplicemente un animale da eliminare perché rappresenta una minaccia. È una creatura con cui occorre ristabilire un rapporto.

Sembra una lezione antica. In realtà è una delle più moderne.

Il nodo non è proibire all’uomo di utilizzare la natura. È impedire che l’utilizzo diventi sfruttamento, e che lo sfruttamento venga poi travestito da diritto naturale dell’uomo a prendere tutto ciò che può prendere.

Anche qui Francesco rovescia una gerarchia: l’uomo non è misura unica di ogni cosa.

La santità che non offre soluzioni facili

C’è infine il paradosso che Mattarella ha voluto mettere al centro della sua riflessione.

Francesco non fu un leader politico nel senso moderno del termine. Non elaborò un programma per riformare lo Stato, non costruì un progetto economico, non propose una teoria della giustizia sociale. Non offrì al mondo una piattaforma elettorale, e forse è proprio questo il motivo per cui, dopo otto secoli, continua a parlare a persone molto diverse tra loro.

Chiese di vivere in povertà, pace e letizia. Chiese di servire i poveri e gli ammalati. Chiese di riconoscere la dignità dell’altro e di guardare al Creato senza la presunzione del padrone.

Una risposta semplice? Tutt’altro.

Le risposte semplici sono quelle che non costano nulla. Quella di Francesco, invece, costava moltissimo: chiedeva di cambiare se stessi.

Ed è probabilmente questa la ragione per cui Francesco è diventato una delle figure più conosciute e amate della storia universale. Non perché abbia reso il mondo più comodo, ma perché ha continuato a ricordargli che potrebbe essere diverso.

Il santo che oggi torna a disturbare

La lezione consegnata da Mattarella ad Assisi, allora, va oltre la celebrazione dell’anniversario.

Francesco torna utile al presente proprio quando il presente sembra averne meno voglia. Quando la pace viene considerata un ideale nobile ma poco pratico. Quando le armi vengono presentate come necessarie e, in qualche caso, persino benedette. Quando la ricchezza viene scambiata per misura del successo. Quando il Creato viene trattato come un conto corrente dal quale prelevare senza preoccuparsi del saldo.

È qui che il messaggio di Assisi diventa nuovamente politico nel senso più alto del termine, pur senza trasformare Francesco in ciò che non fu.

Il presidente della Repubblica non ha chiesto di tornare al Duecento. Ha chiesto, piuttosto, di non dimenticare ciò che il Duecento può ancora insegnare al nostro secolo.

E forse la vera provocazione di San Francesco è proprio questa: ricordarci che il progresso non consiste soltanto nel possedere strumenti sempre più potenti, ma nel diventare abbastanza saggi da non usarli contro noi stessi.

Ottocento anni dopo, il santo che scelse di deporre la spada continua dunque a porre una domanda molto contemporanea: quanto siamo davvero civili, se abbiamo imparato a costruire armi sempre più sofisticate ma non ancora a smettere di usarle?

Ad Assisi, almeno per un giorno, la risposta non è sembrata affatto scontata.

Oroscopo della settimana

0

♈ ARIETE
Una settimana energica, ideale per rimettere in moto un progetto che avevi accantonato. In amore evita di voler avere sempre ragione e lascia spazio al dialogo. Sul lavoro una nuova responsabilità potrebbe rivelarsi un’importante occasione di crescita.

♉ TORO
Hai bisogno di certezze, ma qualcosa potrebbe spingerti a uscire dalla tua zona di comfort. In amore arrivano maggiore serenità e complicità. Sul lavoro procedi senza fretta: una situazione economica potrebbe migliorare gradualmente.

♊ GEMELLI
Settimana ricca di comunicazione, incontri e nuove idee. Una persona potrebbe attirare la tua attenzione in modo particolare. Sul lavoro sfrutta la tua capacità di adattamento, ma cerca di non promettere più di quanto puoi mantenere.

♋ CANCRO
Le stelle ti invitano a mettere ordine nelle emozioni e nelle questioni rimaste in sospeso. In amore un chiarimento porterà maggiore tranquillità. Sul lavoro fidati delle tue capacità e non lasciarti scoraggiare da qualche piccolo ostacolo.

♌ LEONE
Il tuo carisma torna protagonista e potresti essere al centro dell’attenzione. In amore lasciati guidare dalla passione, senza pretendere troppe conferme. Sul lavoro è il momento giusto per mostrare quanto vali e puntare più in alto.

♍ VERGINE
Una settimana concreta e produttiva, soprattutto per chi ha obiettivi ben precisi. In amore cerca di essere meno critico e più disponibile all’ascolto. Sul lavoro una decisione presa con lucidità potrebbe portare risultati molto positivi.

♎ BILANCIA
Hai voglia di armonia e di rapporti più autentici. In amore potresti vivere un momento di grande vicinanza con una persona speciale. Sul lavoro una collaborazione potrebbe offrirti nuove prospettive e aiutarti a superare un’incertezza.

♏ SCORPIONE
Settimana intensa e piena di intuizioni. Capirai con facilità quali situazioni meritano ancora le tue energie. In amore aumenta la passione, mentre sul lavoro un confronto diretto potrebbe permetterti di ottenere ciò che desideri.

♐ SAGITTARIO
La voglia di cambiare e di fare nuove esperienze cresce. In amore una sorpresa potrebbe rendere le giornate più interessanti. Sul lavoro non avere paura di seguire un’idea originale: potrebbe rivelarsi più promettente del previsto.

♑ CAPRICORNO
Gli obiettivi diventano più chiari e ritrovi la determinazione necessaria per raggiungerli. In amore dedica più tempo ai sentimenti e meno agli impegni. Sul lavoro una conferma o un riconoscimento potrebbe arrivare presto.

♒ ACQUARIO
Settimana favorevole alle novità e ai cambiamenti. Una nuova conoscenza potrebbe stimolare la tua curiosità anche in campo sentimentale. Sul lavoro cerca soluzioni creative e non temere di proporre un punto di vista diverso.

♓ PESCI
La sensibilità ti permetterà di comprendere meglio le persone che ti stanno vicino. In amore lasciati andare senza pensare troppo al futuro. Sul lavoro una situazione che sembrava confusa inizierà finalmente a diventare più chiara.

Peschiera, l’alba di fuoco al camping Bella Italia: 24 feriti, uno è grave

0

L’alba che nessuno vorrebbe vivere in vacanza. Poco prima delle 6, quando nel camping Bella Italia di Peschiera del Garda il giorno stava appena cominciando, sono divampate le fiamme. In pochi minuti il fuoco ha trasformato una parte della struttura in una distesa di fumo e paura, costringendo gli ospiti a lasciare le proprie sistemazioni mentre scattava una massiccia operazione di soccorso.

Il bilancio provvisorio è di 24 persone ferite. Una di loro sarebbe in codice rosso, mentre per gli altri le condizioni sarebbero meno gravi. I feriti sono stati trasferiti all’ospedale di Peschiera del Garda e, vista la portata dell’emergenza, sono state allertate anche altre strutture sanitarie della zona.

L’incendio ha interessato, secondo le prime informazioni, una ventina di casette mobili. Un fronte tutt’altro che semplice da affrontare, soprattutto in una struttura ricettiva dove alle persone si aggiunge la presenza di automobili e, soprattutto, di bombole di Gpl. Un dettaglio che ha reso le operazioni dei vigili del fuoco particolarmente delicate.

Durante l’intervento sarebbe stata inoltre avvertita un’esplosione. Al momento non è chiaro se sia direttamente collegata alle bombole presenti nel camping o se abbia un’altra origine. Saranno gli accertamenti a stabilire che cosa sia realmente accaduto.

Sul posto sono intervenuti circa 20 vigili del fuoco con cinque mezzi, insieme a sei mezzi del Suem 118. I soccorritori hanno lavorato mentre le fiamme continuavano a impegnare una parte della struttura, con l’obiettivo prioritario di mettere in sicurezza le persone e impedire che l’incendio potesse propagarsi ulteriormente.

La situazione, secondo quanto riferito, è ora sotto controllo, ma l’intervento non è ancora concluso. Restano da completare le operazioni di bonifica e di messa in sicurezza dell’area, oltre agli accertamenti necessari per ricostruire con precisione la dinamica.

Ancora da chiarire, infatti, l’origine dell’incendio. Saranno le verifiche tecniche e investigative a stabilire da dove siano partite le fiamme e perché si siano propagate con una simile rapidità.

Il camping era regolarmente aperto e ospitava quindi turisti al momento dell’incendio. Una circostanza che spiega la rapidità con cui è scattata la macchina dei soccorsi e che rende particolarmente delicato il bilancio dell’accaduto.

Per ora restano soprattutto le immagini di un’alba trasformata improvvisamente in emergenza: casette mobili avvolte dalle fiamme, ospiti evacuati, sirene, mezzi di soccorso e la preoccupazione per quelle bombole di gas che, in un campeggio, possono trasformare un incendio già grave in una situazione ancora più pericolosa. L’emergenza, almeno sul fronte delle fiamme, sembra rientrata. Ora comincia quella delle risposte.

Salmonella, in Puglia scatta lo stop ai pomodori freschi: nelle scuole di Bari nessun caso

0

Il pomodoro, presenza quasi intoccabile sulle tavole pugliesi, per qualche giorno dovrà accomodarsi in panchina. Niente panico, ma nemmeno leggerezza: dopo la segnalazione di diversi focolai di salmonellosi, la Regione Puglia ha disposto in via cautelativa la sospensione temporanea dell’utilizzo e della somministrazione di pomodori freschi crudi nelle mense scolastiche, negli ospedali, nelle strutture socio-assistenziali e nelle case di cura.

La misura arriva dopo la riunione della Task Force nazionale del 30 settembre, convocata alla luce dell’aumento dei focolai di salmonella registrati in diverse regioni italiane, tra cui Puglia, Lombardia, Lazio e Friuli-Venezia Giulia. Al centro delle verifiche è finito il consumo di pomodori freschi, con particolare attenzione al pomodoro ciliegino consumato crudo.

La parola chiave, in questa fase, è una sola: precauzione. Nessun divieto generalizzato per i cittadini, dunque, e nessun allarme da trasformare in psicosi domestica. La disposizione riguarda in particolare la ristorazione collettiva destinata a bambini, anziani, pazienti e altre categorie fragili, cioè proprio quelle per le quali un’infezione alimentare può avere conseguenze più rilevanti.

Secondo quanto emerso dalle indagini epidemiologiche condotte dai Dipartimenti di Prevenzione, nelle ultime settimane si è registrato un incremento dei casi di malattia trasmessa da alimenti associati a Salmonella Strathcone St2559. Gli accertamenti hanno inoltre evidenziato diversi focolai di salmonellosi collegati al consumo di pomodori freschi e, in particolare, di pomodorini ciliegino crudi.

Le analisi finora effettuate hanno individuato la presenza del batterio in un lotto di pomodori proveniente da Caltanissetta. Da qui la scelta di alzare temporaneamente il livello di attenzione e chiedere a Comuni e gestori delle mense di mettere da parte il pomodoro fresco in attesa di ulteriori indicazioni delle autorità sanitarie.

La soluzione, peraltro, è meno drammatica di quanto possa sembrare: nelle mense il pomodoro crudo potrà essere semplicemente sostituito con altri vegetali cotti. Insomma, nessuna rivoluzione ai fornelli e nessuna emergenza da dispensa vuota. Solo un piccolo sacrificio gastronomico in nome della prudenza.

A Bari nessun caso: «Misura esclusivamente precauzionale»

A Bari la comunicazione dell’Asl è stata recepita senza esitazioni. Il Comune, dopo aver ricevuto l’indicazione sulla sospensione temporanea della somministrazione di pomodoro fresco nella ristorazione scolastica, ha dato tempestivamente disposizione all’azienda che gestisce il servizio di refezione di adeguarsi al provvedimento.

Ma da Palazzo di città arriva anche una precisazione destinata soprattutto alle famiglie: nelle scuole baresi non si è verificato alcun caso riconducibile alle segnalazioni che hanno portato all’intervento dell’autorità sanitaria.

La sospensione, dunque, non nasce da un focolaio nelle mense scolastiche della città. È una misura cautelativa, destinata a rimanere in vigore fino a nuova comunicazione da parte delle autorità sanitarie.

Il messaggio dell’amministrazione è chiaro: il servizio di refezione scolastica prosegue regolarmente. Dove il menu prevedeva pomodori freschi, questi saranno sostituiti con altri alimenti. Le alternative saranno comunicate alle famiglie a partire dall’inizio della prossima settimana.

Il Comune coglie, inoltre, l’occasione per ricordare che nelle mense vengono applicate procedure rigorose di preparazione, igienizzazione e sanificazione, accompagnate da controlli periodici finalizzati proprio a prevenire episodi di contaminazione alimentare.

La vicenda, per ora, resta quindi confinata al terreno della prudenza. La salmonella non è un dettaglio da sottovalutare, soprattutto quando entrano in gioco scuole, ospedali e persone fragili. Ma è altrettanto importante distinguere un provvedimento preventivo da un’emergenza locale.

A Bari, almeno per il momento, il pomodoro esce dal piatto ma non entra nel bollettino dei casi. E questa, più che una questione di condimento, è la notizia che interessa davvero alle famiglie.