La mezzanotte tra il 5 e il 6 ottobre ha segnato la fine dell’ultimo sconto fiscale sui carburanti introdotto a settembre. Con la scadenza del provvedimento, il gasolio registra un aumento immediato di 6,1 centesimi al litro, mentre il meccanismo delle accise mobili, che avrebbe dovuto compensare il rincaro, non è entrato in funzione. In Gazzetta Ufficiale non è infatti comparso il decreto interministeriale necessario per attivare il sistema che utilizza l’extragettito Iva per ridurre il peso delle imposte sui carburanti.
È la prima volta da marzo che gli automobilisti non beneficiano di alcuna forma di riduzione fiscale alla pompa. Da allora, in piena crisi energetica legata alle tensioni internazionali, il governo aveva scelto di intervenire con tagli temporanei alle accise per contenere l’impatto dei prezzi. Questa volta, però, la strategia è cambiata.
Il decreto sulle accise mobili avrebbe dovuto definire quali carburanti includere, l’entità dello sconto e la durata dell’intervento. Il principio è semplice: quando il prezzo del greggio sale, lo Stato incassa più Iva e utilizza quel surplus per alleggerire le accise. Un meccanismo che non incide sul deficit e che, pur garantendo un beneficio più contenuto rispetto ai tagli finanziati con risorse pubbliche, permette di intervenire in modo più mirato.
Parallelamente, l’esecutivo ha annunciato l’intenzione di abbandonare gli sconti generalizzati, ritenuti regressivi perché favoriscono chi consuma di più, e di concentrarsi su misure dedicate alle fasce più vulnerabili e agli autotrasportatori. In attesa di nuovi provvedimenti, il mercato ha visto muoversi le principali compagnie petrolifere. Eni ha introdotto un tetto ai prezzi di benzina e gasolio, rispettivamente a 1,99 e 2,19 euro al litro, valido per trenta giorni. A ruota sono arrivate iniziative analoghe da Socar, Q8 e Tamoil, contribuendo a un calo dei prezzi medi alla pompa.
Il prossimo passaggio sarà politico e industriale. Giovedì 8 ottobre è prevista una riunione tra il ministro dell’Ambiente e della Sicurezza energetica, il ministro delle Imprese e del Made in Italy e i rappresentanti delle aziende della raffinazione. L’obiettivo è valutare l’andamento del mercato, analizzare le criticità e discutere la possibilità di aumentare la produzione, così da favorire una stabilizzazione dei prezzi.
Il quadro resta complesso: la fine dello sconto fiscale, l’assenza del decreto sulle accise mobili e la volatilità del mercato internazionale rendono il tema dei carburanti uno dei più sensibili per famiglie e imprese. Le prossime decisioni del governo saranno decisive per capire se il sollievo alla pompa potrà tornare, e in quale forma.
La Casa Bianca ha confermato l’autorizzazione all’esecuzione di Nidal Malik Hasan, l’ex psichiatra dell’esercito responsabile della strage di Fort Hood, uno degli episodi più traumatici nella storia recente delle forze armate statunitensi. L’uomo, condannato a morte dopo un processo di corte marziale, verrà giustiziato tramite fucilazione, una modalità che l’apparato militare non impiega da decenni e che conferisce alla vicenda un ulteriore peso simbolico.
Hasan aprì il fuoco il 5 novembre 2009 all’interno di un centro sanitario della base, dove decine di soldati attendevano le ultime procedure prima del dispiegamento in Iraq e Afghanistan. In pochi minuti uccise 13 persone e ne ferì 32, colpendo commilitoni che conosceva e con cui aveva condiviso anni di servizio. Tra le vittime figurava anche una soldatessa incinta, un dettaglio che contribuì a rendere l’episodio ancora più sconvolgente per l’opinione pubblica americana.
La sparatoria terminò quando un militare reagì al fuoco, ferendo Hasan alla schiena e lasciandolo paralizzato dalla vita in giù. Durante il processo, l’ex maggiore rinunciò a difendersi e dichiarò di aver agito per impedire ai soldati americani di partecipare a operazioni che, a suo giudizio, avrebbero causato la morte di civili musulmani all’estero. La giuria militare lo condannò alla pena capitale, una decisione rimasta in sospeso per anni in attesa delle autorizzazioni finali.
Con l’approvazione presidenziale, l’esecuzione entra ora nella fase operativa: saranno le autorità militari a stabilire data, luogo e modalità. La scelta della fucilazione, in un contesto in cui la pena di morte federale è tornata al centro del dibattito, rappresenta un segnale politico forte e un richiamo alla severità della giustizia militare nei casi di tradimento e violenza interna alle forze armate.
Il caso Hasan continua a essere una ferita aperta per l’esercito americano, non solo per il numero delle vittime, ma per la natura dell’attacco: un ufficiale che si rivolta contro i propri commilitoni, trasformando un luogo di routine in un teatro di guerra. L’esecuzione, quando avverrà, chiuderà formalmente una vicenda giudiziaria durata oltre quindici anni, ma non cancellerà le domande che quella giornata ha lasciato in eredità sulla sicurezza interna, sulle tensioni culturali e religiose e sul ruolo della pena capitale negli Stati Uniti contemporanei.
La storia, a Torino, non è iniziata con un grido, né con una fuga rocambolesca. È iniziata con un odore. Uno di quelli che i vicini fingono di non sentire per qualche ora, poi per qualche giorno, finché la realtà bussa alla porta con la delicatezza di un ariete.
Il 6 luglio, in un appartamento di via Verolegno, quartiere Lucento, i carabinieri hanno trovato il corpo di Mikel Rroku, 55 anni, albanese, in uno stato di decomposizione avanzata. Una scena che non lascia spazio a interpretazioni: la testa fracassata, la vita spezzata con una violenza che non ha bisogno di aggettivi.
Per settimane il caso è rimasto sospeso tra ipotesi e silenzi, finché all’alba di martedì la svolta è arrivata con la precisione di un orologio militare. I carabinieri del comando provinciale hanno eseguito un’ordinanza di custodia cautelare nei confronti di due persone che, fino a ieri, erano solo figure sullo sfondo della tragedia: la moglie della vittima, 45 anni, e il suo nuovo compagno, 52 anni. Entrambi italiani, entrambi ora accusati di essere i presunti autori dell’omicidio.
Secondo gli investigatori, la coppia avrebbe avuto un ruolo diretto nella morte di Rroku. Le dinamiche restano ancora da chiarire nei dettagli, ma la ricostruzione preliminare parla di un quadro familiare deteriorato, di tensioni crescenti e di un epilogo che ha superato ogni limite.
La palazzina di Lucento, intanto, è tornata al suo silenzio. I vicini hanno ripreso a scendere le scale senza trattenere il fiato. E l’odore, quello che aveva svelato tutto, è svanito. Rimane però la domanda che ogni quartiere si fa quando la cronaca nera entra dalla porta principale: com’è possibile che nessuno abbia visto, sentito, intuito?
La giustizia farà il suo corso. Ma la storia di Mikel Rroku, nella sua crudezza, ricorda che a volte i delitti non urlano. Si insinuano. E aspettano che qualcuno, finalmente, apra la finestra.
I riflettori del bere bene mondiale si accendono sulla Madonnina, pronta a indossare l’abito da sera per l’appuntamento più prestigioso dell’ospitalità globale. Mercoledì 7 ottobre 2026, Milano diventerà a tutti gli effetti il centro di gravità permanente della mixology internazionale ospitando la cerimonia di premiazione dei World’s 50 Best Bars 2026. La celebre kermesse itinerante, capace di orientare i flussi del turismo d’alto livello e di ridefinire le tendenze globali del consumo di qualità, ha scelto come cornice l’iconico e imponente Palazzo del Ghiaccio. Una scelta strategica che trasforma il capoluogo lombardo nella capitale mondiale dell’accoglienza, della ricerca sensoriale e della creatività che prende vita dietro al bancone.
A partire dalle ore 20.00, l’attenzione di addetti ai lavori, critici e appassionati sarà interamente catalizzata dal palco milanese per lo svelamento dell’attesissima “Top 50”, davanti a una platea esclusiva di professionisti arrivati da ogni continente, ma l’evento potrà essere seguito in tempo reale da chiunque grazie a una diretta streaming globale. Questo debutto milanese non è affatto casuale, ma corona un percorso di crescita straordinario: la città sta vivendo un vero e proprio rinascimento della miscelazione. I professionisti locali sono stati capaci di destrutturare il rito storico dell’aperitivo italiano, arricchendolo con tecniche di laboratorio d’avanguardia, un’ossessiva ricerca sulle materie prime e un’ospitalità sartoriale che non ha nulla da invidiare alle grandi metropoli asiatiche o anglosassoni.
A infiammare l’attesa dei verdetti finali ci ha pensato l’organizzazione stessa che, come da tradizione, ha anticipato la classifica preliminare che copre le posizioni dal 51° al 100° posto. I dati emersi fotografano un comparto nazionale in uno stato di grazia assoluto, capace di piazzare presidi d’eccellenza in diverse regioni e accendere l’orgoglio del pubblico di casa. A guidare la pattuglia milanese in questa prima fascia è il celeberrimo 1930 (stabile alla posizione numero 94), l’esclusivo speakeasy dall’accesso blindato che ha fatto della segretezza e della narrazione liquida il suo marchio di fabbrica. Il panorama nazionale si mostra però straordinariamente solido anche fuori dai confini lombardi: la Capitale risponde con l’energia Pop e l’accoglienza travolgente di Freni e Frizioni (al numero 62) e con il rigore futuristico del Drink Kong (al 92). Poco più a nord, Firenze si conferma destinazione d’elezione per il bere raffinato grazie all’ eleganza del Gucci Giardino, stabile alla posizione 91.
L’evento di mercoledì sera rappresenta in realtà solo la punta dell’iceberg di un palinsesto molto più ampio e inclusivo. Per un’intera settimana, Milano smette i panni di centro finanziario per trasformarsi in una “cocktail week” a cielo aperto e ad altissima densità creativa. I banconi dei locali più amati della città sono attualmente presi d’assalto da un fitto calendario di guest shift, turni speciali in cui i maestri della miscelazione mondiale lasciano le loro sedi storiche di Londra, New York o Tokyo per servire i propri signature drink al pubblico milanese. Tra masterclass tecniche dedicate ai professionisti e serate evento aperte ai semplici curiosi, la città offre in questi giorni un’occasione irripetibile per assaggiare il futuro del settore e scoprire, con largo anticipo, quali ingredienti e filosofie produttive domineranno i menu dei bar di tutto il mondo nei prossimi anni.
A Garlasco, diciannove anni dopo l’omicidio di Chiara Poggi, anche una bicicletta può tornare a parlare. E questa volta non attraverso una nuova traccia, ma attraverso una domanda che riguarda ciò che sarebbe stato comunicato, e soprattutto ciò che non sarebbe stato comunicato, agli investigatori che nel 2007 cercavano la verità sul delitto di via Pascoli.
La Procura di Pavia starebbe valutando di ascoltare come persone informate sui fatti alcuni degli inquirenti e dei consulenti tecnici che parteciparono alla prima fase dell’inchiesta. Un eventuale passaggio investigativo che non avrebbe, almeno per ora, il significato di una contestazione nei loro confronti, ma servirebbe a ricostruire con precisione la gestione di alcuni accertamenti scientifici eseguiti all’epoca.
Il punto più delicato riguarda i pedali della bicicletta appartenuta ad Alberto Stasi, condannato in via definitiva a 16 anni per l’omicidio di Chiara Poggi.
Il dettaglio che riporta il caso al 2007
Secondo quanto emerso dalla nuova attività investigativa, i Ris di Parma avrebbero effettuato ulteriori analisi sui pedali della bici. E qui compare il particolare destinato a riaccendere l’attenzione degli investigatori: gli accertamenti successivi avrebbero dato esito negativo rispetto alla presenza del Dna di Chiara Poggi che era stata rilevata dalle prime analisi.
Non è soltanto una questione di laboratorio. Il nodo, infatti, riguarda la comunicazione di quel risultato.
Secondo la Procura di Pavia, i Ris di Parma non avrebbero comunicato agli inquirenti dell’epoca l’esito negativo delle nuove analisi. Se confermata nella sua esatta dinamica, la circostanza imporrebbe di ricostruire chi sapesse cosa, quando lo seppe e quale peso venne attribuito a quell’accertamento nel prosieguo dell’indagine.
È proprio qui che potrebbero entrare in scena gli investigatori e i consulenti che lavorarono sul caso nel 2007. Non per riscrivere automaticamente una sentenza, né per trasformare un’anomalia procedurale in una prova di responsabilità, ma per mettere in fila fatti, comunicazioni e tempi. In un’inchiesta giudiziaria, del resto, la cronologia non è un dettaglio ornamentale: spesso è una delle poche cose che non possono permettersi di avere una memoria selettiva.
Sempio resta al centro della nuova indagine
La nuova attività della Procura di Pavia ruota attorno all’inchiesta che vede Andrea Sempio come unico indagato. Il suo nome era già comparso nella complessa vicenda giudiziaria legata all’omicidio di Chiara Poggi, ma gli sviluppi più recenti hanno riportato il caso sotto i riflettori investigativi e mediatici con una forza che, a distanza di quasi vent’anni, sembrava appartenere soltanto agli archivi.
Ora gli accertamenti cercano di verificare elementi già esaminati, di sottoporli a nuove letture e, soprattutto, di capire se alcuni risultati del passato siano stati acquisiti e valutati nel modo corretto.
È un lavoro meno spettacolare di quello raccontato dalle trasmissioni televisive, ma decisamente più importante. Perché tra una perizia, un verbale e una comunicazione interna passa la differenza tra un’indiscrezione e un elemento processualmente utilizzabile.
E sullo sfondo compare un altro fascicolo
Come se il caso non avesse già accumulato abbastanza incroci, resta poi aperta la prospettiva di un ulteriore filone investigativo, questa volta legato a una presunta ipotesi di corruzione.
Le indiscrezioni sono state rilanciate durante l’ultima puntata di “Quarto Grado”, andata in onda venerdì 2 ottobre, e riguarderebbero l’avvocato Federico Soldani, Andrea Sempio e il luogotenente Silvio Sapone, già responsabile della polizia giudiziaria della Procura di Pavia.
Su questo fronte, però, è indispensabile separare ciò che è stato annunciato da ciò che è stato formalmente accertato. Al momento, l’elemento concreto è il passaggio del fascicolo da Brescia a Pavia, dopo l’archiviazione della posizione di Mario Venditti, ex procuratore aggiunto di Pavia.
Il resto dovrà essere verificato nelle sedi giudiziarie competenti, lontano dal rumore inevitabile che accompagna un caso capace di trasformare ogni nuovo dettaglio in un possibile colpo di scena.
Diciannove anni dopo, la domanda è ancora la stessa
Il caso Garlasco continua così a muoversi lungo due binari paralleli: da una parte le nuove verifiche investigative, dall’altra la necessità di rileggere alcuni passaggi della prima inchiesta alla luce degli elementi oggi disponibili.
La bicicletta di Stasi, in questo senso, è diventata qualcosa di più di un reperto. È il simbolo di una domanda molto concreta: che cosa è stato davvero trovato nel 2007, quali risultati sono stati successivamente ottenuti e, soprattutto, quali informazioni sono arrivate sul tavolo degli investigatori?
Domande che non producono automaticamente nuove verità e che non cancellano quelle giudiziarie già consolidate. Ma che spiegano perché, a quasi vent’anni dall’omicidio di Chiara Poggi, la storia di Garlasco sia tutt’altro che confinata al passato.
La nuova indagine dovrà fare una cosa apparentemente semplice e, proprio per questo, difficilissima: distinguere i fatti dalle interpretazioni, le prove dalle suggestioni e gli errori dalle responsabilità.
Il resto, comprese le piste più clamorose, dovrà attendere.
La vertenza Electrolux arriva ancora una volta davanti alle porte del ministero. Dentro, il tavolo delle trattative. Fuori, i lavoratori. E in mezzo una domanda che, dopo mesi di incontri, rinvii e promesse di confronto, continua a non trovare una risposta definitiva: quale futuro avrà la produzione di Electrolux in Italia?
Al presidio organizzato sotto il Ministero delle Imprese e del Made in Italy è arrivata anche Chiara Appendino, deputata del Movimento 5 Stelle, che ha scelto di rilanciare con toni duri la richiesta di un intervento del governo.
«Il governo deve svegliarsi e impedire la macelleria sociale che Electrolux sta pianificando», ha dichiarato Appendino. La deputata chiede che l’azienda ritiri il piano di riorganizzazione e che la presidente del Consiglio Giorgia Meloni «intervenga finalmente in prima persona per difendere i posti di lavoro». «Noi siamo e restiamo al fianco dei lavoratori», ha aggiunto.
Parole che si inseriscono in una vertenza industriale tutt’altro che chiusa. Il piano annunciato da Electrolux nella primavera scorsa prevedeva inizialmente circa 1.700 esuberi negli stabilimenti italiani. Il governo aveva definito il progetto «irricevibile» e «inaccettabile», chiedendo all’azienda di ritirarlo e di presentare una nuova proposta fondata su investimenti, innovazione e salvaguardia dell’occupazione.
Da allora il numero degli esuberi è sceso, ma il nodo industriale è rimasto. Secondo quanto riportato negli atti parlamentari, dopo il confronto tecnico di settembre Electrolux ha portato la previsione complessiva a 1.450 esuberi, mantenendo però la prospettiva della chiusura dello stabilimento di Cerreto d’Esi e pesanti ricadute sugli altri siti produttivi.
È qui che la protesta dei lavoratori incrocia il confronto politico. Perché il problema non è soltanto quanti posti di lavoro finiranno nel conto della riorganizzazione. È anche quale modello industriale resterà in piedi dopo la cura dimagrante.
Il governo, dal canto suo, sostiene di voler evitare licenziamenti e salvaguardare gli stabilimenti italiani. Il ministro delle Imprese e del Made in Italy Adolfo Urso ha convocato un nuovo tavolo per il 5 ottobre, chiedendo una proposta industriale alternativa e ribadendo la volontà di costruire una soluzione «concreta e sostenibile» per occupazione e produzione.
Ma proprio il calendario della vertenza racconta quanto la partita sia diventata complicata. A giugno Electrolux aveva accettato di sospendere le azioni unilaterali e di avviare un confronto serrato sul piano. Una tregua industriale, non certo la parola fine.
Nel frattempo, sindacati e lavoratori continuano a chiedere certezze. E la mobilitazione torna così davanti al Mimit, mentre all’interno del ministero si cerca di trasformare mesi di trattativa in qualcosa di più concreto di una nuova convocazione.
La posta in gioco riguarda direttamente migliaia di lavoratori, ma non si ferma ai cancelli delle fabbriche. Gli stabilimenti Electrolux rappresentano infatti una parte significativa del tessuto industriale dei territori coinvolti, con effetti che possono propagarsi alla filiera della componentistica, alla logistica e all’indotto.
La partita, dunque, non è soltanto occupazionale. È industriale e politica. Il governo punta a difendere la presenza produttiva in Italia anche attraverso un’azione a livello europeo, mentre i sindacati chiedono che gli eventuali sostegni pubblici siano legati a impegni verificabili su produzione, investimenti e occupazione.
Appendino, dal presidio, mette invece nel mirino direttamente Palazzo Chigi. La sua richiesta è netta: Meloni deve assumere un ruolo diretto nella vertenza e il piano Electrolux deve essere ritirato.
Il tempo delle formule diplomatiche, insomma, sembra essere arrivato al limite. Per i lavoratori, il problema non è trovare una definizione più elegante per gli esuberi. È evitare che gli esuberi diventino la cifra permanente del futuro industriale italiano.
E mentre dentro il ministero si cerca una soluzione, fuori resta la parte più semplice da vedere e forse anche quella più difficile da ignorare: persone che chiedono di continuare a lavorare nelle fabbriche dove hanno costruito il proprio futuro.
Nella fotografia: da sinistra Karl Deisseroth, Peter Hegemann e Georg Nagel
Il cervello, per secoli, ha avuto un vantaggio non da poco: nessuno sapeva davvero come guardargli dentro. Era protetto dal cranio, avvolto da miliardi di neuroni e, soprattutto, dotato di una certa ritrosia a farsi interrogare. Oggi, almeno in parte, quel muro è crollato. E il merito passa anche da una trovata che, detta così, sembra quasi un gioco di prestigio: usare la luce per accendere e spegnere le cellule nervose.
È questa la rivoluzione dell’optogenetica, alla quale il Premio Nobel per la Medicina 2026 ha assegnato il massimo riconoscimento scientifico. A riceverlo sono Karl Deisseroth, Peter Hegemann e Georg Nagel, premiati per le loro scoperte sui canali ionici attivati dalla luce e per avere costruito le fondamenta di una disciplina che ha cambiato il modo di studiare il sistema nervoso.
Il riconoscimento vale 12 milioni di corone svedesi, poco più di un milione di euro complessivo. Una cifra considerevole, certo, ma quasi simbolica rispetto al valore della scoperta: per capire il cervello, i tre scienziati hanno trovato un modo per trasformare la luce in un comando biologico.
La questione, in termini semplici, è questa. Le cellule nervose comunicano attraverso segnali elettrici. Per decenni i neuroscienziati hanno potuto registrarli, osservarli e cercare di interpretarli, ma intervenire con precisione chirurgica su un singolo tipo di neurone era tutt’altra faccenda. L’optogenetica ha cambiato le regole del gioco: consente di rendere determinate cellule sensibili alla luce e poi di modificarne l’attività utilizzando impulsi luminosi.
Il passaggio decisivo è arrivato dagli studi di Hegemann e Nagel, che hanno contribuito a individuare e caratterizzare le canalrodopsine, proteine capaci di funzionare come veri e propri interruttori molecolari azionati dalla luce. Inserite nelle cellule, possono renderle sensibili a determinati stimoli luminosi. In altre parole, la biologia cellulare si ritrova improvvisamente con qualcosa che assomiglia a un telecomando. Non proprio quello del televisore, naturalmente, ma l’idea di fondo è sorprendentemente simile.
A quel punto entra in scena Deisseroth. Il ricercatore americano ha portato questa intuizione nel territorio più complesso e affascinante possibile: il cervello. Trasferendo il gene della canalrodopsina nelle cellule nervose di ratti, Deisseroth riuscì a dimostrare che l’esposizione alla luce blu poteva innescare un segnale nervoso. La luce, dunque, non era più soltanto qualcosa da vedere. Poteva diventare un comando capace di modificare l’attività di un neurone.
Da lì la tecnica ha fatto il salto dal laboratorio alla neuroscienza moderna. Gli esperimenti su animali vivi hanno mostrato che era possibile utilizzare la luce per intervenire su specifiche popolazioni di neuroni all’interno del cervello, osservando che cosa accade quando determinate cellule vengono attivate oppure silenziate.
È una differenza enorme rispetto ai metodi tradizionali. Stimolare un’area del cervello in modo indiscriminato può infatti coinvolgere molte cellule contemporaneamente, rendendo difficile capire quale sia responsabile di un determinato comportamento. L’optogenetica permette invece di essere molto più selettivi. Non si limita a chiedere che cosa succede quando si tocca una certa zona del cervello. Può chiedere, con una precisione quasi da laboratorio di elettronica, che cosa succede quando si accende proprio quel gruppo di neuroni.
E il cervello, quando viene interrogato in questo modo, comincia a raccontare parecchio.
La tecnica è oggi utilizzata nei laboratori di tutto il mondo per studiare i meccanismi alla base di comportamenti, emozioni, apprendimento e memoria. Permette di esplorare il modo in cui specifici circuiti neuronali contribuiscono alla formazione dei ricordi o alla regolazione delle risposte emotive. In prospettiva, offre anche strumenti preziosi per comprendere i meccanismi di numerose malattie neurologiche e psichiatriche.
Il punto più importante, però, è forse un altro. L’optogenetica non ha semplicemente aggiunto una nuova tecnologia alla cassetta degli attrezzi delle neuroscienze. Ha cambiato il tipo di domanda che gli scienziati possono porre.
Prima si poteva osservare l’attività di un circuito e provare a stabilire una correlazione. Ora, in determinate condizioni sperimentali, si può intervenire su cellule specifiche e verificare che cosa accade. È la differenza tra assistere a una conversazione e poter premere il pulsante di uno degli interlocutori.
Naturalmente non siamo ancora arrivati al punto in cui basterà puntare una torcia sulla testa per recuperare un ricordo dimenticato o spegnere una brutta giornata. La scienza, per fortuna, è meno hollywoodiana e molto più complicata. L’optogenetica resta soprattutto uno strumento di ricerca, utilizzato in larga parte in modelli animali e con procedure altamente specialistiche.
Ma il principio inaugurato dai tre Nobel resta potentissimo: la luce può diventare uno strumento per parlare con le cellule.
Hegemann e Nagel hanno contribuito a scoprire il linguaggio molecolare che rende possibile quella conversazione. Deisseroth ha contribuito a trasformarlo in una tecnologia capace di interrogare i circuiti nervosi con una precisione inedita.
Per una volta, dunque, il Nobel non premia soltanto una scoperta che ha aggiunto un tassello al grande puzzle della biologia. Premia l’invenzione di un nuovo modo di fare domande al cervello.
E, considerato che il cervello è l’organo che da sempre fa domande su tutto, non è affatto poco.
Milano, questa volta, ascolta il silenzio prima delle parole. Poi arriva una voce bassa, quasi senza inflessioni, e poche righe affidate a un foglio scritto a mano. Gianluca Soncin, 52 anni, imputato per l’omicidio di Pamela Genini, chiede di rendere dichiarazioni spontanee davanti alla Corte.
Non è un interrogatorio. Non è una deposizione. È il momento in cui l’imputato decide di parlare, senza che nessuno possa confondere le parole con ciò che accadde la sera del 14 ottobre 2025.
«Porgo le mie scuse alla famiglia di Pamela», dice Soncin. E aggiunge di sapere che «il perdono non si può pretendere», di comprendere «il peso delle mie azioni» e di voler «assumere fino in fondo le conseguenze» del dolore provocato.
Parole ordinate, composte, quasi chirurgiche. Un linguaggio che cerca di mettere in fila dolore, responsabilità e conseguenze. Ma in un’aula di giustizia le parole non vivono mai da sole. Portano con sé i fatti, le prove, le ricostruzioni e, soprattutto, la memoria di chi non può più parlare.
Ed è proprio lì che la dichiarazione di Soncin incontra il muro della famiglia di Pamela.
«Scuse respinte. Sono parole di plastica»
La risposta della madre della vittima, Una Smirnova, affidata al suo legale Nicodemo Gentile, arriva senza concessioni.
«Sono parole di plastica, insignificanti che non tolgono nulla», dice l’avvocato, respingendo le scuse dell’imputato. Non soltanto perché arrivano oggi, ma perché, secondo la famiglia, arrivano quando non possono più cambiare ciò che è accaduto.
Il punto, per la madre di Pamela, è tutto in una domanda tanto semplice quanto devastante: quando Pamela chiedeva di fermarsi, perché non si è fermato?
«Doveva accettare quelle scuse che Pamela gli faceva», ha detto Gentile, ricordando la drammatica ricostruzione dell’aggressione. «Quando lui la trascinava per i capelli sul balcone e lo implorava di non ucciderla. Là si doveva fermare».
È una frase che sposta inevitabilmente il baricentro della vicenda. Dal tribunale alla scena del delitto, dalle parole pronunciate oggi alle parole che Pamela avrebbe pronunciato allora. Le une possono essere ascoltate, valutate, persino comprese. Le altre non hanno più voce.
E il processo dovrà stabilire responsabilità e aggravanti sulla base degli elementi raccolti dall’accusa e della difesa. Ma sul piano umano c’è una frattura che nessuna formula processuale può ricomporre.
Settantasei coltellate e un tentativo di ricominciare
Secondo la ricostruzione accusatoria, quella sera Soncin sarebbe entrato nell’abitazione di Pamela, in via Iglesias, dopo essersi procurato un duplicato delle chiavi. La giovane donna si trovava nell’appartamento e, secondo quanto emerso nell’inchiesta, era al telefono con l’ex compagno.
L’aggressione sarebbe cominciata sul terrazzino e sarebbe poi proseguita all’interno dell’abitazione. Settantasei fendenti, secondo l’accusa, inferti con una violenza tale da trasformare quella che avrebbe dovuto essere una separazione in una tragedia irreversibile.
È questo il dato che resta al centro del procedimento. Non perché un numero possa raccontare una vita, ma perché quel numero restituisce la dimensione della violenza contestata all’imputato.
Soncin deve rispondere di omicidio pluriaggravato. La decisione spetterà ai giudici. Prima, però, ci sarà il processo, con le sue regole, le sue prove, le sue contestazioni e la possibilità per la difesa di sostenere la propria ricostruzione dei fatti.
La responsabilità passa anche dalle parole
Le dichiarazioni spontanee dell’imputato aprono un altro capitolo, più delicato e meno misurabile con i codici: quello della responsabilità personale.
Dire «mi dispiace» non equivale giuridicamente ad ammettere ogni contestazione. E chiedere perdono non significa automaticamente ottenerlo. Soncin, nelle sue parole, afferma di comprendere il peso delle proprie azioni e di voler assumere le conseguenze del dolore causato. Saranno gli atti processuali e la Corte a stabilire quale peso attribuire alle sue dichiarazioni nel quadro complessivo del procedimento.
La famiglia, intanto, ha già dato la propria risposta.
Non c’è perdono. Non c’è disponibilità ad accogliere una formula riparatrice pronunciata a quasi un anno dalla morte di Pamela. C’è, invece, la rivendicazione di un punto preciso: le scuse che contano, per chi è rimasto, non sono quelle pronunciate davanti a una Corte quando tutto è già accaduto. Sono quelle che, forse, avrebbero potuto fermare la violenza prima che diventasse omicidio.
Ed è qui che il processo per Pamela Genini si trova davanti alla sua domanda più scomoda. Non soltanto che cosa sia successo quella sera, ma che cosa significhi assumersi davvero la responsabilità quando il danno provocato non può essere restituito.
Perché ci sono parole che arrivano tardi. E ci sono silenzi che, anche dopo una sentenza, continueranno a parlare.
A Milano il colore è una faccenda seria. Può essere una tendenza, un codice sociale, una provocazione, persino un investimento. Serena Pizzo ha scelto di trattarlo per quello che forse è nella sua forma più autentica: un linguaggio.
Alla Milano Fashion Official, la designer e artista ha presentato “Rainbow”, una collezione che parte dall’arcobaleno per arrivare altrove. Non semplicemente alla ricerca dell’effetto spettacolare, che pure non manca, ma verso un’idea di moda intesa come spazio di libertà, contaminazione e racconto.
È una scelta tutt’altro che neutrale. In un sistema che spesso pretende di stabilire non soltanto cosa indossare, ma anche quale sia il momento giusto per indossarlo, Pizzo porta in passerella una tavolozza senza complessi: colori vibranti, superfici luminose, accostamenti che non chiedono il permesso al minimalismo e sembrano avere poca voglia di compilare il modulo per entrare nel club del buon gusto ufficiale.
In passerella, tra le altre, Beatrice Magistrati e Livia Placidi, testimonial di una collezione nella quale l’abito non è pensato come una struttura rigida da contemplare, ma come qualcosa che deve accompagnare il corpo e seguirne il movimento.
Le linee morbide e fluide sono infatti uno degli elementi più riconoscibili di “Rainbow”. Tessuti leggeri e silhouette armoniche costruiscono una femminilità lontana tanto dall’esibizione quanto dalla rinuncia. Gli abiti scivolano, si muovono, cambiano prospettiva a ogni passo. E la passerella, inevitabilmente, diventa parte dell’opera.
È qui che emerge la doppia natura di Serena Pizzo, artista e designer. La moda non viene trattata come un territorio separato dalla ricerca creativa, ma come una sua possibile estensione. Il risultato non è una semplice collezione da catalogo, ma una sequenza di immagini nelle quali il vestito diventa superficie, gesto, colore e racconto.
L’arcobaleno come linguaggio
Il rischio, quando si parla di colore, è fin troppo evidente: trasformare una buona intuizione in una cartolina motivazionale. Pizzo prova a evitarlo affidandosi soprattutto alla materia e alla costruzione degli abiti.
L’arcobaleno di “Rainbow” non è soltanto un simbolo rassicurante di positività. È una dichiarazione sulla diversità, sulla possibilità di accostare elementi differenti senza pretendere di uniformarli. Ogni tonalità conserva la propria identità, ma acquista un significato nuovo nel momento in cui entra in relazione con le altre.
La metafora è semplice, forse persino inevitabile. Ma proprio per questo funziona: la moda può ancora permettersi di dire qualcosa senza trasformarsi necessariamente in un trattato.
Il pubblico ha risposto con entusiasmo alla presentazione, tributando lunghi applausi al termine della sfilata. L’attenzione di giornalisti, addetti ai lavori e appassionati si è concentrata soprattutto sulla capacità della designer di tenere insieme spettacolarità e messaggio, estetica e ricerca.
Una combinazione non scontata in un settore nel quale, talvolta, basta un colore acceso per spacciare una variazione di tono per una rivoluzione.
Dalla valigia alla passerella
A rafforzare il legame tra arte, moda e recupero creativo è tornato anche uno dei progetti più riconoscibili del percorso di Pizzo: “La Valigia di Serena”.
Il concept, già approdato in RAI, nasce dalla trasformazione di oggetti e materiali in creazioni artistiche. Un principio che nella presentazione milanese trova una nuova declinazione attraverso accessori e dettagli inseriti nel racconto di “Rainbow”.
Qui la questione della sostenibilità esce dal territorio delle dichiarazioni di rito e torna alla dimensione concreta della materia. Recuperare, reinventare, attribuire una nuova funzione a ciò che sembrava aver esaurito la propria storia. È un gesto artistico, ma anche una riflessione sul consumo e sulla possibilità di costruire bellezza senza partire necessariamente dal nuovo.
Non è poco, soprattutto in un’epoca nella quale la sostenibilità è diventata una parola così utilizzata da rischiare di perdere significato prima ancora di arrivare in passerella.
La moda come esperienza
«Rainbow nasce dal desiderio di portare luce, speranza e colore nella vita delle persone», ha spiegato Serena Pizzo al termine dell’evento. Per la designer ogni abito rappresenta un’emozione e ogni sfumatura diventa una celebrazione della diversità.
La sua idea di moda è esplicita: non soltanto qualcosa da indossare, ma un’esperienza capace di emozionare e valorizzare l’unicità individuale. Una concezione che restituisce all’abito una funzione narrativa, quasi teatrale.
Ed è forse proprio questo il tratto più interessante di “Rainbow”. Non la quantità di colori, né la promessa di positività, ma la volontà di utilizzare la moda per costruire un racconto personale senza rinunciare alla dimensione spettacolare.
La presentazione milanese conferma così una traiettoria creativa nella quale arte, design, moda e riuso finiscono per convivere nello stesso progetto. Serena Pizzo non sembra interessata a scegliere una sola identità professionale e, soprattutto, non sembra volerla spiegare attraverso categorie troppo rigide.
In una Milano abituata a catalogare tutto, è già una piccola forma di disobbedienza.
“Rainbow” lascia la passerella con un’immagine precisa: quella di una moda che cerca il colore non per nascondere la realtà, ma per guardarla da un’altra angolazione. Con leggerezza, certo. Con ambizione, anche. E con la convinzione, forse oggi non così scontata, che un abito possa ancora raccontare qualcosa della persona che lo indossa.
Per una sera, almeno, il colore non è stato un dettaglio. È stato il titolo della storia.
Rileggevo nelle scorse settimane due grandi autori del novecento: l’uno, Thomas Mann, radicato nella sfera mitteleuropea di lingua tedesca, l’altro Albert Camus, titolare di una indiscutibile francesità linguistica. Il primo scrittore di ampie dissertazioni contenute nel Doctor Faustus, nei Buddenbrock e nella Montagna Incantata, il secondo tagliente e netto nelle definizioni come nelle asserzioni nel suo Straniero, ne la Peste o in Caligola.
Il primo, strutturalmente e mentalmente figlio dell’idealismo hegeliano che si contorce attorno al confronto tra Verità e Giustizia e termina con la dissolvenza dell’individuo nel macro corpo dello Stato e della Storia; il secondo a sua volta figlio di un empirismo illuminista che chiama i Fatti per nome e li affronta in termini di Realtà cogente e agente.
Le sfumature acquarellate da Mann nei suoi personaggi non trovano riscontro nelle incisioni a scalpello dei protagonisti di Camus; le contorsioni filosofiche del primo aprono la strada ai più dannosi “ismi” del novecento, la praticità descrittiva di Camus scende in piazza ad affermare la concretezza del reale.
Si dirà che tra i due autori trascorre mezzo secolo di Storia (e che Storia!), ma la struttura formale di Mann la ritroviamo altrove, a partire dal Tamburo di Latta di Gunter Grass, così come la spietata franchezza di Camus è palese, mezzo secolo dopo, nei romanzi di Houellebecq.
Si tratta quindi di una questione strutturale,di un modello che definisce uno schema.
Il Reno divide Francia e Germania, divide mondi radicalmente divergenti, culture linguistiche che nella loro forma organizzativa anticipano la struttura del filosofare, l’organizzazione del pensiero che dal lessico deriva e al lessico rimanda.
Il Danubio attraversa l’Europa, bagna capitali e tramontati imperi tra loro ostili nei secoli, divide il mondo austroviennese da quello slavo e quello slavo dall’eredità ottomana, divide lingue e le forme ideali dello Stato che le singole lingue aiutano a modellare, separa forme della Fede mantenendo aperte le conflittualità che a Nicea non vennero interamente superate così come il Reno separa Riforma e Controriforma: cattolicesimo, luteranesimo e calvinismo si riflettono sulle acque del Reno, Cristianesimo ortodosso, cattolicesimo e islam su quelle del Danubio.
Molto si potrebbe scrivere anche parlando della Vistola, nei secoli affermato confine ideale tra l’idea di Europa e il concetto di Russia.
Se è corretto affermare, allora, che la struttura dell’organizzazione del pensiero è coerente, e connessa, all’organizzazione del linguaggio ecco che la complessità delle rispettive “weltanshaung” si differenzia attraverso la linguistica e la lingua assume, in quanto rappresentazione del reale, funzione fenomenologica oltre che rappresentativa: il linguaggio è la realtà e l’uso di una specifica lingua è lo strumento per la comprensione della realtà stessa.
La lingua Franca
Nel lontano passato la lingua franca europea era il latino. Il latino era la lingua dell’Impero e serviva per comunicare all’interno dell’impero stesso in funzione di collante non solo idiomatico ma culturale, filosofico e organizzativo. L’Arabo ha la medesima funzione e Maometto ne fu perfettamente consapevole così come Simon Bolivar immaginava di costruire un Impero di Lingua spagnola nell’America che chiamiamo latina.
La Lingua è strumento fondamentale per la definizione di un sistema omogeneo.
Nel sette e ottocento “lingua franca” d’europa era il francese (da cui il nome), parlato come lingua madre dalle diplomazie e dalle aristocrazie dell’intero continente. Con l’avvento della primazia statunitense nel dopoguerra, nel suo primato economico e di cultura dell’intrattenimento, l’inglese è divenuto strutturale e ancora oggi nelle sedute parlamentari d’Europa l’inglese è il linguaggio comune, pur non essendo formalmente alcun Paese anglofono partecipante l’UE.
All’interno dell’UE, poi, al di là delle cortesie progettuali d’uso la conflittualità tra le due sponde del Reno è tuttora importante se non prevalente: definisce “visioni del mondo” e della realtà conflittuali e divergenti, convergendo esclusivamente sulla necessità delle specifiche patrie linguistiche di tutelare in primo luogo, se non esclusivamente, gli interessi rispettivi.
Questo per indicare come tra le necessità prevalenti del continente che vuole proporsi come forza politica omogenea la Lingua Comune, una lingua europea ovunque diffusa come lingua madre, sia necessaria.
Nell’epoca del multilateralismo il confronto si svolge tra imperi omogenei e l’omogeneità corre nella forma linguistica ed espressiva, nella forma culturale che da quella deriva e nella struttura del diritto che su quella è descritta.
Si dirà, e l’economia?
Certo, l’economia: ma anche l’economia è forma organizzata che nasce dall’idea di realtà che il linguaggio costruisce, è rappresentazione dell’organizzazione sociale prima ancora che forma organizzatrice essa stessa.
L’economia dipende dall’idea politica, dall’idea originaria, che deve definire se si debba condividere in base alla necessità, in base all’esistere o in base al merito: tre “visioni del mondo” che diversificano profondamente il modello economico e la struttura sociale e se le parole per costruire la “visione del mondo” sono confuse o creano confusione la definizione politica è dispersiva e disfunzionale.
Il linguaggio, in conclusione, è il “fil rouge” che tiene assieme i concetti fondamentali su cui si costruisce un’identità continentale politica, economica, organizzativa, sociale e culturale.
Utilizziamo i cookie nel nostro sito per darti l'esperienza migliore, ricordando le tue preferenze e le tue visite. Cliccando "Accetta", consenti l'uso di TUTTI i cookie.
Questo sito utilizza i cookie per migliorare la tua navigazione. Tra questi cookie, alcuni sono categorizzati come necessari e conservati all'interno del tuo browser solo attraverso il tuo consenso. Puoi anche decidere di eliminare i cookie, ma potrebbero alterare la tua navigazione.
I cookie necessari sono essenziali per il corretto funzionamento del sito. Questa categoria include solo i cookie che garantiscono le funzionalità base e la sicurezza del sito. Questi cookie non conservano alcun dato personale.
Alcuni cookie potrebbero non essere necessari per il corretto funzionamento del sito e vengono utilizzati solo per conservare dati personali dell\'utente attraverso analytics, pubblicità e altri contenuti che li rendono cookie non necessari. È obbligatorio il consenso dell\'utente per far funzionare questi cookie sul sito.