Diciannove anni dopo l’omicidio di Chiara Poggi, la famiglia continua a vivere dentro una storia giudiziaria che sembra non avere intenzione di concedere una parola definitiva. Da una parte una sentenza ormai passata in giudicato che ha individuato in Alberto Stasi il responsabile dell’assassinio. Dall’altra una nuova indagine, con Andrea Sempio unico indagato, che ha riacceso interrogativi, ricostruzioni e, inevitabilmente, anche il rumore mediatico attorno al delitto di Garlasco.
A Verissimo, Rita Preda e Giuseppe Poggi hanno scelto però di riportare il discorso a un punto essenziale: per loro, oggi, il colpevole resta quello indicato dalla giustizia. Non per ostinazione, spiegano, ma perché questo è ciò che hanno stabilito i procedimenti giudiziari arrivati fino a quel momento.
«A noi la giustizia ha dato un colpevole, per noi è Stasi», ha detto Giuseppe Poggi. Una frase asciutta, quasi priva di margini interpretativi. Ma subito dopo è arrivata anche la precisazione che rappresenta la posizione della famiglia di fronte alla nuova inchiesta: «Se la giustizia ci darà un nuovo colpevole, ne prenderemo atto».
Il punto, dunque, non è difendere una convinzione personale contro qualsiasi evidenza futura. È, piuttosto, riconoscere il valore delle decisioni giudiziarie già pronunciate. «Non è facile cambiare idea. Non è che ci siamo intestarditi», ha aggiunto il padre di Chiara.
Rita Preda ha ricordato il lungo percorso processuale che ha portato alla condanna definitiva di Stasi: «Ci sono stati cinque processi, ricorsi, un ricorso straordinario al presidente della Repubblica, un ricorso alla CEDU e tutti hanno detto che è Stasi». Da qui la conclusione: «Fino a che la giustizia non ci dirà un altro nome, per noi l’assassino è quello. Se dovesse cambiare, ne prenderemo atto».
Una posizione che non chiude la porta alla nuova indagine, ma nemmeno concede alla semplice esistenza di un nuovo fascicolo il potere di riscrivere automaticamente ciò che è già stato deciso nelle aule di tribunale. La Procura indaga, la famiglia osserva. E attende che sia la giustizia, eventualmente, a pronunciare un nome diverso.
«Di Chiara si è parlato troppo poco»
Nel racconto dei coniugi Poggi c’è anche un’altra questione, meno giudiziaria e forse proprio per questo ancora più dolorosa: il modo in cui la vicenda è stata raccontata negli anni.
Rita Poggi ha ricordato i mesi in cui la famiglia si trovò praticamente assediata dai giornalisti. «Avevamo continuamente giornalisti sotto casa», ha raccontato, spiegando che il Comune arrivò a istituire il divieto di accesso ai non residenti nella strada proprio per contenere quella pressione. «D’estate ero costretta a tirare giù le tende da sole per tutelare la nostra privacy».
Il paradosso, secondo i genitori, è che la nuova ondata mediatica avrebbe finito per oscurare proprio la persona al centro della tragedia. «Siamo venuti solo per parlare di lei perché in questo anno e mezzo di lei si è parlato troppo poco», hanno spiegato.
E qui arriva la critica più netta al circo mediatico che ha accompagnato la nuova stagione del caso: «La prima inchiesta non ha avuto un circo mediatico. In questo anno e mezzo, invece, tutti i giorni c’erano trasmissioni che parlavano di Garlasco. Sembrava che in Italia ci fosse solo Garlasco».
Una considerazione che dice molto della distanza tra la percezione di chi vive una tragedia sulla propria pelle e quella di chi, dall’esterno, la trasforma in un appuntamento quotidiano. Per i genitori di Chiara non c’è una serie televisiva da seguire, né un enigma da risolvere davanti allo schermo. C’è una figlia uccisa e una famiglia che da allora convive con le conseguenze di quel delitto.
Il risarcimento? «Se dovremo restituirlo, lo faremo»
Anche sul fronte economico i genitori hanno scelto una linea altrettanto netta. Se la giustizia dovesse stabilire che il risarcimento ricevuto deve essere restituito, Rita Preda e Giuseppe Poggi hanno assicurato che non si opporranno.
«Se la giustizia lo disporrà, restituiremo il risarcimento», hanno spiegato. Il denaro, hanno precisato, si trova ancora su un conto corrente condiviso con il figlio.
«Se dovremo ridarlo, lo ridaremo. C’è un conto corrente intestato a tutti e tre», hanno aggiunto. Nessuna rivendicazione preventiva, dunque, ma la volontà di attenersi anche in questo caso a ciò che sarà stabilito nelle sedi competenti.
Chiara e quel sogno da manager
Nel corso dell’intervista, per qualche momento, il processo, le sentenze e la nuova indagine hanno lasciato spazio a Chiara. Non alla vittima di un caso giudiziario, ma alla ragazza che era prima che il 13 agosto 2007 dividesse la sua vita da quella della sua famiglia.
«Era felice, era una ragazza che non aveva mai dato problemi. Era giudiziosa, indipendente, non le ho mai dovuto dire “studia, mai”», ha ricordato Rita.
Chiara, ha raccontato la madre, aveva un’idea precisa del proprio futuro. «Quando studiava mi diceva: “Voglio fare la manager”». La risposta materna era quella che probabilmente molti genitori avrebbero dato: «Calma, prima studia e poi vedrai».
Poi il futuro si è interrotto. E quel che sarebbe potuto diventare il progetto professionale di Chiara è rimasto sospeso in una frase pronunciata durante gli anni dell’università. «Non so cosa avrebbe fatto», ha detto la madre.
È forse questo il passaggio più difficile da raccontare, perché non riguarda una prova, una sentenza o un’indagine. Riguarda tutto ciò che una persona avrebbe potuto ancora essere.
L’incontro con Stasi? «Non è il momento»
Resta infine il capitolo dei rapporti con Alberto Stasi e con la sua famiglia.
Alla domanda sulla possibilità di incontrare la madre di Stasi, Elisabetta, Rita e Giuseppe Poggi hanno risposto con una frase che lascia poco spazio alle interpretazioni: «Non è il momento di incontrarci».
E se invece fosse Alberto Stasi a incrociare per strada Giuseppe Poggi? «Non so se sono contento. Non credo», ha risposto il padre di Chiara. Poi una frase che lascia aperto uno spazio sul futuro: «Non posso prevedere il futuro».
I rapporti, hanno spiegato, si erano interrotti nel corso dell’indagine. «All’inizio noi gli credevamo, ma man mano sono andate avanti le indagini», hanno raccontato. Quando Stasi è finito in carcere, Rita Poggi ha spiegato di aver scelto di interrompere i contatti «per opportunità».
È un’altra fotografia di una vicenda nella quale il tempo non sembra aver cancellato nulla. Ha soltanto aggiunto strati: sentenze, ricorsi, nuove indagini, interrogativi, telecamere e trasmissioni televisive.
E mentre il caso torna periodicamente sotto i riflettori, i genitori di Chiara sembrano voler riaffermare una distinzione fondamentale. Prima del delitto di Garlasco c’era una ragazza con i suoi progetti. Dopo il delitto è arrivata una lunga storia giudiziaria. Per loro, però, Chiara non dovrebbe diventare soltanto il nome di un fascicolo o di un’indagine.
È per questo, forse, che il messaggio più forte arrivato da Verissimo non riguarda né Stasi né Sempio. Riguarda lei. E quel futuro da manager che non ha mai avuto il tempo di cominciare.
