29 Ottobre 2026, giovedì
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Etna in eruzione, la nube vulcanica ferma gli arrivi a Catania: stop fino alle 19

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L’Etna torna a dettare i tempi del traffico aereo siciliano. L’attività eruttiva del vulcano prosegue e la presenza di una nube vulcanica in atmosfera ha imposto una nuova stretta sulle operazioni dell’aeroporto di Catania.

Gli atterraggi nello scalo etneo resteranno sospesi fino alle ore 19, salvo ulteriori aggiornamenti legati all’evoluzione delle condizioni vulcaniche e alla sicurezza della navigazione aerea. Una misura necessaria per gestire la presenza della nube generata dall’attività dell’Etna e garantire condizioni operative compatibili con gli standard di sicurezza.

La situazione non riguarda, al momento, tutte le operazioni aeroportuali. Gli aerei già presenti nello scalo possono infatti decollare dalla pista 08, consentendo di mantenere parzialmente attivo il traffico in partenza, mentre resta bloccato quello in arrivo.

A comunicare l’aggiornamento è la Sac, società che gestisce l’aeroporto di Catania, che ha rivolto un invito preciso ai passeggeri: prima di mettersi in viaggio verso lo scalo è opportuno verificare direttamente con la compagnia aerea lo stato del proprio volo.

Il quadro, dunque, resta in evoluzione e potrebbe tradursi in ritardi, modifiche operative o cancellazioni, soprattutto per i collegamenti programmati nelle ore interessate dalla sospensione degli arrivi. Per chi deve partire da Catania, la raccomandazione è quindi di non basarsi esclusivamente sull’orario originario del biglietto, ma di controllare gli aggiornamenti forniti dal vettore.

L’ennesimo impatto dell’attività dell’Etna sul sistema aeroportuale conferma quanto la dinamica del vulcano possa incidere rapidamente sulla mobilità dell’intera area. La priorità, in questa fase, resta quella di monitorare costantemente la nube vulcanica e adeguare le operazioni dello scalo all’evoluzione delle condizioni atmosferiche e di sicurezza.

Crollo del tribunale di Bolzano, cinque indagati: la Procura mette sotto sequestro la parte centrale

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Cinque persone sono finite nel registro degli indagati per il crollo che il 16 luglio ha interessato una parte del Palazzo di giustizia di Bolzano. La Procura ha aperto un fascicolo per disastro colposo, affidando le indagini a due magistrati dell’Ufficio, mentre sul fronte tecnico è già partita una complessa attività di verifica per ricostruire le cause del cedimento e, soprattutto, escludere il rischio di ulteriori collassi.

La priorità, in questa fase, è infatti la sicurezza dell’edificio. La Procura ha nominato un consulente tecnico con un mandato preciso: individuare eventuali criticità ancora presenti nella struttura, indicare le misure urgenti da adottare e stabilire quali porzioni del palazzo debbano essere preservate e sottoposte a sequestro per consentire successivamente gli accertamenti sulle cause del crollo.

Il sopralluogo e il sequestro

Al termine del sopralluogo è stato disposto il sequestro della parte centrale del Palazzo di giustizia, quella direttamente interessata dal cedimento. Una decisione che consentirà agli investigatori di conservare gli elementi utili alle successive perizie, una volta completate le operazioni di rimozione delle macerie e di messa in sicurezza delle parti ancora pericolanti.

Il lavoro degli esperti dovrà quindi procedere su due binari paralleli: da un lato mettere in condizioni di sicurezza ciò che resta dell’edificio, dall’altro preservare le tracce necessarie a comprendere perché una parte della struttura abbia ceduto.

Sensori e ponteggi per tenere sotto controllo l’edificio

In accordo con i tecnici incaricati dalla Provincia, sono stati installati sensori nelle porzioni del palazzo rimaste integre. Gli strumenti consentiranno di monitorare costantemente la struttura e di rilevare eventuali movimenti o cedimenti che possano segnalare un’evoluzione della situazione.

A questa attività di monitoraggio si aggiunge un ulteriore intervento di messa in sicurezza: è stato disposto il montaggio di un ponteggio destinato a stabilizzare la facciata centrale, rimasta in condizioni di pericolosità dopo il crollo.

Un dispositivo di protezione indispensabile anche in vista delle prossime operazioni, che dovranno essere condotte con particolare cautela proprio per evitare che la rimozione delle parti instabili possa provocare nuovi cedimenti.

La documentazione consegnata dagli indagati

Nel frattempo, le cinque persone indagate hanno consegnato spontaneamente agli investigatori la documentazione in loro possesso relativa ai lavori eseguiti sull’edificio. Si tratta di materiale che potrà assumere un ruolo significativo nella ricostruzione della vicenda e nel confronto tra quanto previsto dagli interventi e quanto effettivamente realizzato.

Le verifiche, tuttavia, sono ancora nella fase iniziale. Saranno gli ulteriori accertamenti tecnici a dover chiarire l’origine del cedimento e a stabilire se vi siano state condotte, omissioni o errori riconducibili alle persone oggi sottoposte a indagine.

Per ora, dunque, il punto fermo è il fascicolo per disastro colposo e la presenza di cinque indagati. Il quadro delle eventuali responsabilità resta tutto da definire: l’inchiesta dovrà stabilire se il crollo sia stato provocato da un problema strutturale, da criticità emerse durante i lavori o da una combinazione di fattori. E soprattutto dovrà spiegare perché una parte di uno degli edifici simbolo della giustizia altoatesina sia arrivata al cedimento.

Le macerie, intanto, non rappresentano soltanto il materiale da rimuovere: sono anche una parte essenziale della scena da conservare e analizzare. È da lì che gli accertamenti tecnici dovranno partire per ricostruire, elemento dopo elemento, la dinamica del crollo.

Salvini al concerto per De André, la contestazione accende la polemica. E Alice De André: «Mio nonno gli avrebbe chiesto che c***o ci faceva lì»

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A cura di Daniele Cappa

Il concerto dedicato a Fabrizio De André si trasforma, almeno per qualche minuto, in un confronto politico. Succede all’Agnata, la storica tenuta di Faber in Gallura, dove Diodato è protagonista di un omaggio organizzato da Time in Jazz in collaborazione con la Fondazione De André. Tra il pubblico c’è anche Matteo Salvini, seduto accanto a Dori Ghezzi. Una presenza che non passa inosservata e che provoca la contestazione di una ragazza.

La giovane si alza e, dopo aver rivolto ad alta voce i propri complimenti a Diodato, aggiunge una frase destinata a far discutere: non se la sente di restare ad assistere al concerto «vista la presenza di un individuo». Il riferimento è chiaramente al vicepremier e leader della Lega. La contestazione, raccontata sui social dall’ex senatore del Movimento 5 Stelle Roberto Cotti, presente alla serata, coinvolge indirettamente anche Dori Ghezzi, accusata dalla ragazza di aver accolto Salvini.

È a quel punto che la padrona di casa interviene. Dori Ghezzi sale sul palco e prende le difese del vicepremier, rivendicando le proprie idee di sinistra ma anche la necessità del confronto e del dialogo. Un intervento che prova a riportare la serata sul terreno della musica e della memoria, ma che finisce inevitabilmente per alimentare la discussione.

A smorzare la tensione ci pensa Diodato. Il cantautore, vincitore del Festival di Sanremo nel 2020, ricorda di essere un ospite e di non avere alcun titolo per «cacciare» qualcuno dal concerto. Poi affida alla musica di De André un messaggio tutt’altro che neutro: «Speriamo che la musica di De André illumini un po’ di più anche la nostra classe politica». Una frase accolta dagli applausi del pubblico.

Ma la vera seconda parte della vicenda arriva sui social, quando interviene Alice De André, nipote di Fabrizio. E il tono cambia radicalmente.

«La riflessione del giorno inizia da una cosa che trovo quasi comica», esordisce. Il bersaglio è la presenza di Salvini in prima fila a un concerto dedicato al nonno. «Io non so esattamente cosa sia riuscito a capire dei testi di mio nonno», scrive, sostenendo che tra le idee e i valori del cantautore e quelli del leader leghista ci sarebbe una distanza difficilmente colmabile.

Ma per Alice De André il punto non è soltanto la presenza di Salvini. È soprattutto il modo in cui quella presenza è stata accolta e, successivamente, discussa.

La nipote di Faber rovescia infatti la prospettiva della polemica. Se oggi De André è diventato, a suo giudizio, una sorta di «santino nazionale», celebrato trasversalmente e trasformato in patrimonio comune, il rischio è quello di dimenticare proprio la parte più scomoda della sua eredità: quella di un artista che nei suoi testi metteva in discussione il potere, le convenzioni, l’ipocrisia e il conformismo.

Da qui la difesa della spettatrice che aveva contestato Salvini. «Una ragazza che contesta un politico ad un concerto di De André non è fuori luogo», sostiene Alice, definendola «forse una delle cose più coerenti» accadute durante la serata.

Nel suo intervento non risparmia neppure il pubblico, accusato di aver reagito alla presenza del ministro con quello che definisce un «silenzio educato». Un atteggiamento che, secondo lei, sarebbe stato assai lontano dallo spirito di suo nonno.

«Mio nonno del silenzio educato se ne faceva molto poco», scrive. E arriva quindi alla provocazione più forte: «Mio nonno avrebbe fermato il concerto e probabilmente avrebbe chiesto a Salvini che c***o ci faceva lì».

Una frase che sintetizza il cuore della polemica: quanto è possibile separare l’opera di De André dalle sue posizioni, dalle sue provocazioni e dalla sua radicale insofferenza verso il potere? E soprattutto: può un artista diventare patrimonio di tutti senza che, insieme alle sue canzoni, vengano accolte anche le idee scomode che quelle canzoni contenevano?

Alice De André chiude il suo intervento con un’altra citazione, questa volta da La domenica delle salme: «Il ministro dei temporali in un tripudio di tromboni. Auspicava democrazia con la tovaglia sulle mani e le mani sui coglioni».

Ritrovata a Torino la 14enne scomparsa da Giove: lieto fine dopo giorni di apprensione

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È finita con un sospiro di sollievo una vicenda che per giorni ha tenuto con il fiato sospeso la comunità di Giove, in provincia di Terni. La 14enne di cui si erano perse le tracce lo scorso 22 luglio è stata ritrovata a Torino in buone condizioni di salute. A dare conferma della notizia è stato il padre della ragazza, che ha informato direttamente il sindaco Marco Morresi, poi intervenuto attraverso i canali istituzionali del Comune.

Secondo quanto emerso, la giovane è stata individuata dai carabinieri all’interno di un parco del capoluogo piemontese. Un epilogo positivo che premia giorni di ricerche serrate e un’intensa attività investigativa, sostenuta anche dalla diffusione capillare dell’appello attraverso media e social network.

L’amministrazione comunale ha espresso pubblicamente gratitudine alle forze dell’ordine per “lo straordinario lavoro, la prontezza e la professionalità”, sottolineando al contempo il ruolo determinante giocato dalla cittadinanza. “La forza della solidarietà e del lavoro di squadra ha fatto la differenza”, si legge nella nota diffusa, che riconosce l’impegno collettivo di quanti hanno contribuito a mantenere alta l’attenzione sul caso.

La scomparsa risale alla sera del 22 luglio, quando la ragazza aveva lasciato la propria abitazione dicendo di dover incontrare un’amica. Da quel momento si erano interrotti i contatti, alimentando crescente preoccupazione tra familiari e istituzioni. Un elemento chiave nelle indagini è stato il tracciamento del telefono cellulare, che aveva indirizzato le ricerche verso Torino, rivelatasi poi la pista corretta.

Il ritrovamento segna la conclusione di una vicenda delicata, ma lascia anche una traccia significativa: la dimostrazione concreta di come coordinamento istituzionale, tecnologia e partecipazione civica possano convergere efficacemente nei momenti più critici.

Dieci anni e già “in trasferta”: il caso dei baby ladri di Padova che interroga adulti e istituzioni

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Non è un episodio qualunque di tentato furto in appartamento. A colpire, più ancora della dinamica, è l’età dei protagonisti: due bambini, appena dieci e undici anni, sorpresi mentre cercavano di introdursi in un’abitazione nel quartiere Palestro. Un fatto che scuote e che costringe a interrogarsi non solo sulla sicurezza urbana, ma anche su responsabilità familiari e fragilità sociali.

Secondo quanto ricostruito, i due minori sarebbero arrivati da soli in treno da Bologna nelle prime ore del mattino. Una trasferta organizzata nei dettagli, che lascia intravedere una sorprendente autonomia — o, più probabilmente, una precoce esposizione a contesti devianti. Obiettivo: un appartamento al piano alto, apparentemente incustodito.

A interrompere il tentativo è stata la proprietaria di casa, che si trovava all’interno insieme al compagno. Complice il caldo, la porta-finestra del soggiorno era rimasta aperta. Una circostanza che i due giovani intrusi avevano interpretato come un’occasione. Uno di loro aveva già scavalcato il parapetto del balcone, pronto a entrare, quando la donna ha dato l’allarme.

La fuga è stata immediata ma breve. Il compagno della proprietaria si è lanciato all’inseguimento riuscendo a bloccarli poco dopo e a trattenerli fino all’arrivo della polizia. Gli agenti, intervenuti sul posto, si sono trovati di fronte a una situazione insolita: due bambini senza documenti, visibilmente agitati ma determinati nel negare ogni responsabilità.

Nel loro zaino, tuttavia, è emerso un elemento significativo: un cacciavite a taglio lungo 26 centimetri, strumento compatibile con un tentativo di effrazione, insieme a un telefono cellulare. Indizi concreti che hanno rafforzato il quadro dell’azione premeditata.

Condotti in questura, i minori sono stati identificati: cugini, entrambi residenti a Bologna. Hanno raccontato di aver deciso insieme la “trasferta”, partendo all’alba senza accompagnatori. Un dettaglio che apre interrogativi pesanti sul contesto familiare. Contattati i parenti, nessuno si è reso disponibile a raggiungerli nell’immediato; secondo quanto riferito, i genitori sarebbero stati in vacanza.

Essendo entrambi al di sotto dell’età dell’imputabilità penale, la vicenda è stata presa in carico dalle procure per i minorenni di Bologna e Venezia. I due bambini sono stati quindi affidati a una struttura di accoglienza a Padova, dove operatori sociali hanno avviato un percorso di tutela e valutazione.

Al di là dell’episodio, resta una questione cruciale. La giovanissima età non può diventare un alibi per minimizzare o archiviare come semplice bravata un comportamento che presenta elementi di organizzazione, consapevolezza e finalità illecita. Il fenomeno, seppur raro, non è da sottovalutare: questi minori non sono “minorati”, ma soggetti che, come dimostra la dinamica dei fatti, appaiono perfettamente in grado di intendere e di volere. E proprio per questo richiedono interventi seri, tempestivi e strutturati, prima che episodi simili diventino il preludio di percorsi ben più gravi.

Colombia, la terra trema nel cuore del Chocó: sisma di magnitudo 7.4, bilancio pesantissimo

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Un violento terremoto ha scosso la Colombia all’alba, riportando il Paese al centro dell’emergenza sismica. La scossa, di magnitudo 7.4, è stata registrata alle 7:34 ora locale con epicentro nei pressi di San José del Palmar, nel dipartimento del Chocó, nel nord-ovest del Paese, a una profondità di 82 chilometri.

Nonostante l’ipocentro relativamente profondo, l’energia sprigionata è stata sufficiente a propagarsi su vasta scala: il sisma è stato distintamente avvertito in diverse città, tra cui Bogotá, Cali, Manizales e Armenia, seminando panico tra la popolazione e causando danni estesi.

Il bilancio provvisorio parla già di decine di vittime e numerosi feriti, ma il numero è destinato a salire con il passare delle ore. Particolarmente gravi le conseguenze sul patrimonio edilizio: diversi edifici sono crollati o risultano gravemente compromessi, inclusi reparti ospedalieri.

A destare forte preoccupazione è la situazione nella città di Cali, dove, secondo quanto riportato da Blu Radio, alcuni bambini sarebbero rimasti intrappolati sotto le macerie di un ospedale parzialmente collassato. Le operazioni di soccorso sono in corso senza sosta, tra difficoltà logistiche e il timore di nuove scosse.

Le autorità locali e nazionali stanno coordinando gli interventi di emergenza, mentre squadre di soccorritori e protezione civile lavorano per estrarre i superstiti e valutare con precisione l’entità dei danni. L’intero Paese resta in allerta, sospeso tra il dramma delle perdite e la corsa contro il tempo per salvare vite.

Petrolio, tensioni su Hormuz riaccendono i prezzi: New York guida il rally

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Il petrolio ritrova slancio sui mercati internazionali, sospinto dalle nuove tensioni legate allo Stretto di Hormuz, snodo cruciale per gli equilibri energetici globali. A New York le quotazioni accelerano con decisione, registrando progressi superiori al 2%, in un contesto segnato da rinnovate preoccupazioni sulla piena operatività della rotta marittima da cui transita circa un quinto dell’offerta mondiale di greggio.

Il West Texas Intermediate (WTI), riferimento per il mercato statunitense, avanza del 2,21% attestandosi a 79,91 dollari al barile, mentre il Brent del Mare del Nord — benchmark globale — segna un incremento del 2,15%, raggiungendo quota 85,35 dollari.

A sostenere il movimento rialzista è soprattutto il premio al rischio incorporato dagli operatori, che guardano con crescente attenzione all’evoluzione geopolitica dell’area. Lo Stretto di Hormuz, vero “collo di bottiglia” dell’energia mondiale, resta infatti un punto nevralgico: qualsiasi rallentamento o incertezza sulla sua piena riapertura si traduce immediatamente in tensioni sui prezzi.

Il ritorno della volatilità evidenzia quanto il mercato petrolifero resti fortemente esposto a dinamiche geopolitiche, oltre che ai fondamentali di domanda e offerta. In questo scenario, gli investitori si muovono con cautela, ma senza rinunciare a scommettere su possibili ulteriori rialzi nel breve termine.

Attentato a Ranucci, arrestato Valter Lavitola: per la Procura sarebbe il mandante

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L’inchiesta sull’attentato a Sigfrido Ranucci entra in una nuova e pesante fase. Valter Lavitola, imprenditore ed ex giornalista-editore, è stato arrestato e condotto in carcere con l’accusa di essere il mandante dell’attentato avvenuto lo scorso ottobre a Pomezia, alle porte di Roma, nei pressi dell’abitazione del giornalista e conduttore di Report.

La misura cautelare è stata emessa dal gip di Roma nell’ambito dell’indagine coordinata dalla Procura della Capitale, guidata dal procuratore Francesco Lo Voi. A Lavitola viene contestato un ruolo di vertice nella vicenda: secondo l’impostazione accusatoria, sarebbe stato lui a commissionare l’azione che aveva portato all’esplosione davanti alla casa di Ranucci.

Il provvedimento segna dunque un passaggio decisivo nell’inchiesta, che fin dall’inizio ha puntato a ricostruire non soltanto la dinamica dell’esplosione, ma soprattutto la matrice e i possibili mandanti dell’attacco. Nel fascicolo della Procura compare anche la contestazione dell’aggravante del metodo mafioso, elemento che conferisce alla vicenda un ulteriore profilo di gravità.

A eseguire l’arresto sono stati i carabinieri del Nucleo Investigativo, che hanno dato attuazione alla misura disposta dall’autorità giudiziaria.

L’esplosione di ottobre aveva colpito l’area esterna dell’abitazione di Ranucci, giornalista noto per le inchieste televisive realizzate con Report. Ora l’indagine compie un salto di qualità con l’individuazione, secondo l’accusa, di un presunto mandante. Saranno gli sviluppi dell’inchiesta e gli eventuali successivi passaggi giudiziari a chiarire il quadro complessivo delle responsabilità e il movente dell’attentato.

Corporate bond high yield USA, il rally non basta: ora la partita si gioca sulla selezione

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Il mercato dei corporate bond high yield statunitensi archivia un trimestre positivo, ma il dato aggregato rischia di raccontare solo metà della storia. Dietro la performance complessivamente favorevole si sta infatti aprendo una frattura sempre più evidente tra gli emittenti più solidi e quelli maggiormente esposti al rischio di credito.

È questo uno degli elementi centrali dell’analisi di Flavio Carpenzano, Asset Class Lead Fixed Income per Europa e Asia di Capital Group, secondo cui il quadro per l’high yield americano resta costruttivo, ma richiede oggi una capacità di selezione superiore rispetto al passato. I fondamentali societari rimangono robusti e la domanda degli investitori continua a sostenere il mercato; al tempo stesso, però, le valutazioni appaiono più tirate e la volatilità dei tassi resta un fattore da monitorare.

Un trimestre in positivo, nonostante le turbolenze

Il percorso non è stato lineare. La correzione registrata tra la fine di febbraio e l’inizio di marzo non ha impedito al comparto high yield di chiudere il trimestre in territorio positivo, in sintonia con le principali asset class rischiose.

A sostenere il mercato è stata soprattutto la progressiva compressione degli spread, che segnala una rinnovata propensione degli investitori ad assumere rischio di credito. Le tensioni geopolitiche, dalle vicende in Medio Oriente ai timori per eventuali interruzioni delle spedizioni di petrolio attraverso lo Stretto di Hormuz, non sono scomparse, ma sembrano avere lasciato spazio a una lettura più focalizzata sulla tenuta dell’economia americana.

A fare da contrappeso alle incertezze di breve periodo sono infatti la resilienza del mercato del lavoro statunitense e la solidità dei bilanci aziendali, due elementi che continuano a offrire sostegno al comparto.

Per la seconda metà dell’anno, Capital Group mantiene quindi una lettura favorevole sull’high yield USA, anche grazie alla possibilità che la crescita degli utili e la tenuta dell’economia continuino a sostenere la capacità delle imprese di onorare il proprio debito.

Il margine di sicurezza, tuttavia, si è ridotto. Spread più compressi significano valutazioni meno convenienti, mentre l’incertezza sul percorso dei tassi d’interesse continua a rappresentare una fonte di volatilità per il mercato obbligazionario.

La vera novità è la dispersione

È però nella dinamica degli spread che emerge il segnale più interessante per gli investitori.

Dalla metà di aprile, infatti, la distanza tra le diverse fasce di qualità creditizia si è ampliata. I titoli con rating CCC, collocati nella parte più rischiosa dell’universo high yield, hanno registrato un allargamento degli spread sia in termini assoluti sia relativi. Al contrario, i bond con rating BB e B hanno continuato a beneficiare di una progressiva riduzione degli spread.

Il risultato è un mercato che, osservato nel suo complesso, appare vicino ai livelli di inizio anno, ma che al suo interno racconta una storia molto meno uniforme. Gli emittenti di qualità inferiore hanno infatti evidenziato una performance significativamente più debole.

Ed è proprio qui che, secondo Carpenzano, si concentra il messaggio più importante per la gestione del credito: “La selezione del credito sta diventando sempre più importante” in un contesto caratterizzato da una maggiore dispersione degli spread.

In altre parole, l’esposizione indiscriminata all’high yield rischia di non essere più sufficiente. Diventano decisivi la qualità dell’emittente, la capacità di generare flussi di cassa, la sostenibilità dell’indebitamento e, soprattutto, la struttura del capitale.

La compressione degli spread, dunque, non elimina il rischio: lo rende più selettivo.

L’intelligenza artificiale entra nel mercato del credito

Un altro fenomeno destinato a modificare la fisionomia del mercato è la crescente presenza di emissioni legate all’high-performance computing, vale a dire alle infrastrutture di calcolo ad alte prestazioni necessarie per sostenere la rapida espansione dell’intelligenza artificiale.

Il tema non è più soltanto tecnologico. Sta assumendo un peso crescente anche nei mercati obbligazionari. Secondo il Midyear Outlook di J.P. Morgan, nel periodo considerato queste emissioni hanno rappresentato circa il 41% delle emissioni nette high yield da inizio anno.

Una concentrazione che offre opportunità, ma introduce anche nuovi interrogativi. La crescita delle infrastrutture dedicate all’AI sta infatti alimentando importanti esigenze di finanziamento, creando un nuovo bacino di emissioni corporate. Ma la velocità di espansione del settore impone di distinguere tra modelli di business sostenibili e strutture finanziarie che potrebbero diventare più vulnerabili nel caso in cui le aspettative di crescita dovessero ridimensionarsi.

Capital Group mantiene per questo un approccio selettivo, privilegiando gli emittenti sostenuti da grandi hyperscaler con rating investment grade e caratterizzati da strutture di capitale che, nel tempo, possano essere rifinanziate su mercati obbligazionari più stabili.

È un approccio che punta a beneficiare della crescita strutturale legata all’AI senza assumere in modo indiscriminato il rischio derivante da un settore ancora in forte evoluzione.

Prudenza e gestione attiva tornano al centro

Il quadro che emerge è quindi tutt’altro che negativo, ma neppure assimilabile a un mercato in cui il rendimento possa essere ottenuto semplicemente aumentando l’esposizione al rischio.

La view di Capital Group resta costruttiva, ma prudente. Da un lato, la liquidità ancora presente nei portafogli e la componente di corporate bond investment grade possono offrire un certo margine di protezione nel caso di un nuovo allargamento degli spread. Dall’altro, la compressione delle valutazioni e l’aumento della dispersione rendono meno interessante un approccio puramente passivo al comparto high yield.

La conseguenza è un ritorno in primo piano della gestione attiva. In un mercato in cui i titoli non si muovono più tutti nella stessa direzione, la capacità di individuare gli emittenti con fondamentali solidi e di evitare quelli maggiormente esposti a un deterioramento finanziario può diventare una fonte di rendimento, oltre che uno strumento di controllo del rischio.

Il punto, in definitiva, non è tanto chiedersi se l’high yield americano abbia ancora spazio per salire. È capire quali crediti abbiano ancora un adeguato rapporto tra rischio e rendimento.

Perché in una fase di spread compressi e crescente dispersione, il mercato può anche continuare a offrire opportunità. Ma non necessariamente a tutti gli emittenti, né allo stesso prezzo.

Europa, la deriva del “tutti contro tutti”

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L’Europa rischia di smarrire se stessa inseguendo la logica dei confini nazionali. Non è più solo una questione di politiche migratorie, ma il riflesso di una trasformazione più profonda: da progetto condiviso a campo di tensioni incrociate. “Uno contro l’altro, un Paese contro l’altro, tutti contro tutti”: è questa, secondo l’europarlamentare Sandro Ruotolo, la traiettoria che nazionalismi e sovranismi stanno imprimendo all’Unione.

Il banco di prova è l’immigrazione. L’Italia guidata da Giorgia Meloni ha reintrodotto controlli per chi arriva dalla Spagna, provocando una risposta speculare da parte di Madrid. Nel frattempo, la Germania del cancelliere Friedrich Merz valuta la ripresa dei trasferimenti verso l’Italia dei migranti considerati di competenza italiana, mentre Roma oppone resistenza. Un cortocircuito politico che mette in luce una contraddizione evidente: ieri lo scontro era con il socialista Pedro Sánchez, oggi la tensione si sposta su un alleato conservatore come Merz, con cui il governo italiano rivendica affinità proprio sul tema migratorio.

Il quadro si complica ulteriormente guardando agli equilibri interni dei singoli Paesi. In Germania, l’ascesa dell’estrema destra di AfD nei sondaggi spinge la CDU/CSU a irrigidire le proprie posizioni, in una rincorsa che rischia di ridefinire l’intero spettro politico. Una dinamica che non si limita ai confini tedeschi. Anche la dichiarazione congiunta tra Giorgia Meloni e la premier danese Mette Frederiksen — improntata al rifiuto di un’immigrazione “incontrollata” e alla rivendicazione di politiche più severe — segnala quanto la pressione delle destre stia spostando il baricentro europeo, coinvolgendo persino forze socialdemocratiche.

È qui che si gioca la partita più delicata. L’estrema destra, osserva Ruotolo, non vince solo quando conquista consenso diretto, ma soprattutto quando impone il proprio linguaggio, le proprie priorità e le proprie soluzioni all’intero sistema politico. Il rischio è che l’immigrazione venga trattata esclusivamente come somma di interessi nazionali contrapposti, alimentando una spirale di conflitti tra Stati membri.

Eppure, proprio il fenomeno migratorio dimostra il contrario: nessun Paese può affrontarlo da solo. La risposta, sostiene Ruotolo, non può che essere europea: condivisione delle responsabilità, solidarietà tra Stati, gestione comune delle frontiere, apertura di canali legali di ingresso e tutela dei diritti umani. In altre parole, più integrazione, non meno.

Continuare a inseguire le ricette sovraniste nella speranza di arginare l’estrema destra rischia di produrre l’effetto opposto. Perché, mentre promette Stati più forti, il sovranismo finisce per costruire un’Europa più fragile, frammentata e incapace di affrontare le sfide globali.