13 Luglio 2026, lunedì
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Nucleare, il ritorno impossibile? Tra memoria corta e ambizioni lunghe l’Italia riapre il dossier dell’atomo

Dai referendum che lo hanno archiviato alle nuove promesse del governo: il nucleare torna al centro del dibattito. Ma tra slogan politici, rimozioni collettive e nodi irrisolti, la strada resta tutta in salita.

A cura di Daniele Cappa

C’è qualcosa di profondamente italiano nel modo in cui trattiamo il passato: lo archiviamo in fretta, lo liquidiamo come superato, salvo poi riscoprirlo quando il presente comincia a scricchiolare. Il nucleare è esattamente questo: un’idea mai davvero morta, solo accantonata.

Per anni è rimasta chiusa in un cassetto della memoria pubblica, insieme alle paure e ai referendum che ne hanno sancito l’abbandono. Oggi, però, quella scatola è stata riaperta. E, come spesso accade, il contenuto divide più di prima.

Il ritorno dell’atomo

Il via libera della Camera al disegno di legge delega sul cosiddetto “nucleare sostenibile” rappresenta un passaggio politico significativo. Non è ancora un ritorno concreto, ma è l’avvio di un percorso che punta a ridefinire il ruolo dell’energia atomica nel mix energetico nazionale.

L’obiettivo dichiarato è ridurre la dipendenza dall’estero e affiancare alle rinnovabili una fonte stabile. Ma tra le intenzioni e la realtà c’è di mezzo il tempo: almeno otto o nove anni, nelle stime più ottimistiche, prima di vedere eventuali impianti operativi.

Non si parla più delle grandi centrali del Novecento, ma degli Small Modular Reactor (SMR): reattori più piccoli, modulari, costruiti in serie. Una promessa tecnologica che, almeno sulla carta, dovrebbe garantire maggiore sicurezza e flessibilità.

Le vecchie aree di Trino, Caorso, Latina e Garigliano tornano così al centro delle ipotesi. Non più reliquie industriali, ma possibili punti di ripartenza.

Tra propaganda e amnesie

Il problema, come spesso accade, è il livello del dibattito. Si parla molto, si approfondisce poco. E soprattutto si dimentica in fretta.

Negli ultimi anni abbiamo affrontato il tema più volte, confrontandoci con fonti qualificate, lontane dal circuito degli “esperti da talk show”. Una cosa è emersa con chiarezza: il nucleare non è di per sé pericoloso. Lo diventano le persone che lo gestiscono. È l’errore umano, combinato con logiche economiche miopi e talvolta irresponsabili, a trasformare una tecnologia avanzata in un potenziale disastro.

Eppure, nel dibattito politico, queste complessità vengono spesso schiacciate. Il governo spinge, con il ministro Gilberto Pichetto Fratin in prima linea, ma con una narrazione che appare a tratti semplificata, quando non ottimistica oltre misura. Dall’altra parte, l’opposizione sembra spesso rifugiarsi in un rifiuto ideologico, più che in una critica tecnica.

Nel mezzo, una memoria corta. Perché non è passato poi così tanto tempo dalle scelte discutibili compiute in materia energetica negli anni scorsi. E il fatto che certi passaggi — anche sotto responsabilità di figure come Carlo Calenda — vengano oggi rimossi dal racconto pubblico, dice molto della fragilità del confronto italiano su questi temi.

La memoria che pesa

Parlare di nucleare in Italia significa inevitabilmente fare i conti con due date: 1987 e 2011. I referendum che hanno sancito l’uscita dall’atomo non sono solo atti politici, ma fratture culturali profonde.

Quelle decisioni sono nate da paure reali, alimentate da incidenti che hanno segnato l’immaginario globale. Oggi, però, il contesto è cambiato. La crisi energetica, le tensioni geopolitiche, la corsa alla decarbonizzazione impongono nuove valutazioni.

Il punto è capire se il Paese sia in grado di affrontarle senza cadere negli stessi errori: superficialità, ideologia, approssimazione.

Il dilemma di Prometeo

C’è una metafora antica che torna utile: quella di Prometeo. Il titano che rubò il fuoco agli dèi per donarlo agli uomini, pagando un prezzo altissimo per quella scelta.

Il fuoco era potere, conoscenza, progresso. Ma anche rischio. Esattamente come oggi lo è l’energia nucleare.

Il nodo, allora come oggi, non è la tecnologia in sé. È la capacità di governarla.

La vera questione

Il ritorno del nucleare non è solo una questione energetica. È una questione di responsabilità. Di competenze. Di trasparenza.

Siamo davvero pronti a gestire una tecnologia così complessa? Abbiamo un sistema industriale e istituzionale all’altezza? E soprattutto: esiste un consenso sociale solido, o si tratta dell’ennesima decisione calata dall’alto destinata a scontrarsi con il territorio?

Sono domande che la politica, finora, ha preferito aggirare.

Un futuro sospeso

Per ora, il nucleare resta in una zona grigia: tra necessità strategica e diffidenza collettiva. Una soluzione possibile, ma tutt’altro che condivisa.

Come un vecchio oggetto ritrovato durante una pulizia: troppo importante per essere buttato via, troppo ingombrante per essere usato senza pensarci.

E forse è proprio questa la sua natura, oggi, in Italia.

Perché il vero nodo non è l’atomo.
È la maturità di chi dovrebbe governarlo.

Bonus track
Il nucleare, in Italia, è come un maglione tirato fuori dall’armadio ogni inverno: tutti lo guardano, pochi hanno davvero il coraggio di indossarlo.

Per approfondimenti: articolo 17 marzo 2026 e 28 giugno 2025

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