16 Agosto 2026, domenica
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Libano, Hezbollah boccia l’intesa: “Capitolazione”. Attacco all’Unifil, ucciso un casco blu

Negli Stati Uniti la Camera sfida Trump e chiede lo stop all’intervento contro l’Iran. In Medio Oriente fragile tregua tra Israele e Libano, ma Teheran rivendica una “vittoria” politica

Il fragile equilibrio mediorientale si incrina nuovamente sotto il peso di dichiarazioni incendiarie e tensioni sul campo, mentre a Washington si consuma uno scontro istituzionale destinato ad avere ripercussioni globali. La Camera dei Rappresentanti degli Stati Uniti ha approvato una risoluzione che chiede il ritiro delle forze americane impegnate nel conflitto con l’Iran, riaprendo il dibattito sui limiti dei poteri presidenziali in materia di guerra.

Il provvedimento, sostenuto dalla maggioranza democratica e da una minoranza repubblicana trasversale, si richiama esplicitamente alla War Powers Resolution del 1973, ribadendo che qualsiasi azione militare contro Teheran necessita di un’autorizzazione formale del Congresso. Una presa di posizione che rappresenta un segnale politico diretto al presidente Donald Trump, accusato di aver agito senza un chiaro mandato parlamentare in uno scenario già altamente instabile.

Sul terreno, intanto, il Medio Oriente resta un mosaico di tensioni. Israele e Libano hanno raggiunto un’intesa preliminare per l’attuazione di un cessate il fuoco, frutto della mediazione statunitense. Tuttavia, l’accordo appare tutt’altro che solido: la sua riuscita è subordinata a condizioni difficili da realizzare, come il disarmo di Hezbollah e il ritiro dei suoi combattenti dal Libano meridionale, nodo cruciale e storicamente irrisolto.

Proprio Hezbollah ha reagito con durezza, definendo l’intesa “una capitolazione e una sconfitta”, lasciando intendere che il movimento sciita non intende accettare compromessi che ne riducano il ruolo militare e politico nella regione. Una posizione che rischia di far naufragare sul nascere il percorso negoziale, già minato da profonde diffidenze reciproche.

A complicare ulteriormente il quadro è l’attacco contro una postazione dell’Unifil, la missione delle Nazioni Unite nel sud del Libano: un casco blu di nazionalità serba è rimasto ucciso, episodio che riporta al centro dell’attenzione la vulnerabilità delle forze di interposizione internazionali e il rischio di un’escalation incontrollata.

Le parti hanno comunque concordato di tornare al tavolo dei negoziati entro la fine di giugno, nel tentativo di costruire un accordo più ampio sulla sicurezza regionale. Ma il contesto appare segnato da una crescente polarizzazione.

Da Teheran, il leader supremo Mojtaba Khamenei ha adottato toni trionfalistici, sostenendo che Stati Uniti e Israele avrebbero subito una “bruciante sconfitta” nel conflitto contro l’Iran. Una lettura diametralmente opposta rispetto a quella occidentale, che conferma quanto la guerra, oltre che militare, sia ormai anche narrativa e propagandistica.

In questo scenario, la diplomazia internazionale si muove su un terreno sempre più scivoloso, dove ogni tregua appare temporanea e ogni dichiarazione può trasformarsi in un detonatore. Il rischio, sempre più concreto, è che la crisi regionale si allarghi oltre i confini attuali, trascinando con sé gli equilibri globali.

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