16 Agosto 2026, domenica
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Stragi del ’93, archiviata ancora l’inchiesta sui mandanti: scontro politico e ombre mai sopite

Per la sesta volta i giudici chiudono il fascicolo su Berlusconi e Dell’Utri. Meloni: “Verità definitiva”. Marina Berlusconi attacca: “Teorema mediatico”. Ma il dibattito sul rapporto tra politica e mafia resta aperto

Per la sesta volta, l’inchiesta della Procura di Firenze sui presunti mandanti occulti delle stragi mafiose del 1993 si chiude con un’archiviazione. Un esito che riaccende il confronto politico e mediatico su uno dei capitoli più controversi della storia repubblicana recente: il presunto intreccio tra criminalità organizzata e nascita della Seconda Repubblica.

A commentare con durezza la decisione è Marina Berlusconi, presidente di Fininvest e Mondadori, che parla senza mezzi termini di “inchiesta assurda”, sottolineando come, ancora una volta, sia stata la stessa Procura a chiedere l’archiviazione. “Un teorema giudiziario e mediatico costruito non con il cemento delle prove, ma con il fango del pregiudizio ideologico”, afferma, rivendicando l’assenza di elementi concreti a sostegno delle accuse nei confronti del padre, Silvio Berlusconi, e di Marcello Dell’Utri.

Parole che trovano sponda nelle dichiarazioni della presidente del Consiglio Giorgia Meloni, che interpreta il provvedimento come una pietra tombale su trent’anni di sospetti. “Si tratta dell’ennesima conferma di una verità storica e giudiziaria ormai incontrovertibile: non esiste alcun rapporto tra Silvio Berlusconi e la criminalità organizzata”, sostiene la premier, parlando di una vicenda che avrebbe ingiustamente colpito non solo una figura politica, ma milioni di elettori del centrodestra, per anni esposti al sospetto di un consenso viziato da interessi illeciti.

Sulla stessa linea il ministro degli Esteri Antonio Tajani, che definisce le ripetute archiviazioni la prova di un “disgustoso accanimento” e saluta la decisione come un atto di giustizia ormai dovuto.

Ma al di là delle dichiarazioni politiche, resta il nodo di fondo: un’indagine che, pur non avendo mai trovato riscontri sufficienti per sostenere un’accusa in sede giudiziaria, ha alimentato per decenni un dibattito pubblico acceso e mai del tutto sopito. Le stragi del 1993 – da Firenze a Milano fino a Roma – rappresentano infatti uno dei momenti più drammatici della strategia mafiosa contro lo Stato, e l’individuazione di eventuali mandanti esterni è rimasta a lungo una delle piste più controverse e divisive.

Marina Berlusconi solleva anche un interrogativo sui tempi della comunicazione del provvedimento, risalente a gennaio ma reso noto solo mesi dopo: “Se l’esito fosse stato diverso, sarebbe rimasto nascosto per cinque mesi?”, chiede, denunciando una presunta asimmetria nell’attenzione mediatica.

Eppure, nonostante le archiviazioni, il tema dei rapporti tra mafia, imprenditoria e politica continua a riaffiorare nel dibattito pubblico e accademico. Alcune ricostruzioni investigative e giudiziarie del passato hanno evidenziato contesti, frequentazioni e zone grigie che, pur non traducendosi in responsabilità penali definitive in questo filone specifico, contribuiscono a mantenere viva una percezione diffusa e complessa. Una sorta di “segreto di Pulcinella” che convive con il principio cardine dello Stato di diritto: sono le sentenze, e solo quelle, a stabilire verità giudiziarie vincolanti.

Così, mentre la giustizia archivia ancora una volta il capitolo, la storia – e soprattutto la memoria collettiva – restano terreno di confronto, interpretazione e, inevitabilmente, di scontro.

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