3 Ottobre 2026, sabato
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Israele, gli avvertimenti dell’Egitto prima del 7 ottobre. Trump: «La guerra in Iran finirà presto»

Secondo il Wall Street Journal, l’intelligence del Cairo avrebbe segnalato più volte a Netanyahu l’imminenza di un attacco da Gaza, fino a 48 ore prima dell’offensiva di Hamas. Sul fronte iraniano, Trump parla di una vittoria vicina, mentre Teheran nega nuovi negoziati con Washington. I mediatori tentano ancora di riaprire il dossier nucleare e la strada verso un cessate il fuoco.

Le telefonate dal Cairo erano arrivate prima del 7 ottobre. Avvertimenti ripetuti, segnali considerati sufficientemente preoccupanti da spingere l’intelligence egiziana a mantenere aperto il canale con Gerusalemme. Secondo una ricostruzione del Wall Street Journal, l’ultimo contatto sarebbe avvenuto a ridosso dell’attacco, quando Abbas Kamel, allora a capo dell’intelligence egiziana, avrebbe telefonato direttamente all’ufficio del primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu.

Il messaggio, secondo le fonti citate dal quotidiano americano, era ancora una volta legato alla possibilità di un’operazione imminente dalla Striscia di Gaza. Il Cairo, sempre secondo la ricostruzione, avrebbe trasmesso almeno tre avvertimenti, lanciati anche nei giorni immediatamente precedenti all’offensiva di Hamas. Una fonte riferisce che i contatti sarebbero proseguiti fino a quasi 48 ore prima del 7 ottobre 2023.

La rivelazione riporta al centro una delle questioni più controverse dopo l’attacco: quali informazioni fossero disponibili prima dell’offensiva e come vennero valutate dalle autorità israeliane. Il tema non riguarda soltanto la quantità degli avvertimenti ricevuti, ma soprattutto il modo in cui quei segnali furono interpretati all’interno dell’apparato di sicurezza. La ricostruzione del Wall Street Journal è ora ripresa con grande evidenza anche dai media israeliani.

Trump: «Credo che vinceremo presto la guerra in Iran»

Mentre il dossier sul 7 ottobre riaccende il dibattito sulle responsabilità e sulle informazioni disponibili alla vigilia dell’attacco, l’attenzione internazionale resta concentrata sul conflitto con l’Iran.

Donald Trump, intervistato da Fox News a margine della President’s Cup al Medinah Country Club, nell’area di Chicago, ha dichiarato di ritenere che gli Stati Uniti arriveranno rapidamente alla vittoria.

«Credo che vinceremo la guerra in Iran molto presto», ha affermato il presidente americano, collegando l’andamento del conflitto alla combinazione tra pressione economica e operazioni militari.

Trump ha inoltre previsto una diminuzione dei prezzi del petrolio una volta conclusa la guerra. Una previsione che lega direttamente la durata del conflitto alla stabilità dei mercati energetici, in una fase nella quale il controllo dello Stretto di Hormuz rappresenta uno dei principali nodi strategici dello scontro.

Teheran frena sulle trattative con Washington

Alle dichiarazioni di Trump non corrisponde, almeno per ora, la conferma iraniana di un nuovo round negoziale.

L’agenzia iraniana Fars, citando una fonte vicina al gruppo che conduce i negoziati, ha smentito che siano previsti nuovi colloqui indiretti tra Teheran e Washington durante la presenza della delegazione iraniana a New York per l’Assemblea generale delle Nazioni Unite.

«Non è previsto alcun colloquio», ha riferito la fonte, smentendo così le indiscrezioni secondo cui un nuovo ciclo di contatti sarebbe potuto partire proprio in queste ore.

La versione iraniana contrasta con quanto riferito nei giorni precedenti da Axios, secondo cui nuovi colloqui indiretti tra Stati Uniti e Iran avrebbero potuto prendere il via a New York. Il quadro resta dunque incerto, con dichiarazioni pubbliche che sembrano muoversi più rapidamente dei canali diplomatici.

La partita sul nucleare e la corsa contro il tempo

Dietro l’ipotesi di un cessate il fuoco resta soprattutto la questione nucleare. Secondo il Wall Street Journal, i mediatori impegnati nel tentativo di riaprire un canale tra Stati Uniti e Iran stanno esercitando pressioni su Teheran affinché accetti concessioni sul proprio programma nucleare.

L’obiettivo sarebbe creare le condizioni per rilanciare i colloqui e arrivare a una tregua, dopo il rifiuto di Trump di una precedente proposta di cessate il fuoco. Una trattativa resa particolarmente difficile dalla rapidità con cui il confronto militare può trasformarsi in una crisi regionale più ampia.

La questione nucleare è infatti tornata al centro della strategia americana. Trump ha progressivamente ricondotto il conflitto al suo obiettivo dichiarato: impedire che l’Iran possa arrivare a dotarsi di un’arma nucleare. In questa prospettiva, il dossier sullo Stretto di Hormuz diventa parte di una partita più ampia, nella quale sicurezza, pressione economica, energia e deterrenza militare si intrecciano.

Secondo funzionari governativi mediorientali che mantengono contatti regolari con Teheran, la leadership iraniana ritiene di poter resistere anche a un eventuale blocco americano prolungato o a una nuova campagna di bombardamenti statunitensi.

A rendere ancora più complesso il quadro sarebbe, secondo le stesse fonti citate dal Wall Street Journal, il crescente peso del Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche. Il Pasdaran, forza con un ruolo militare, politico ed economico centrale nella Repubblica islamica, rappresenterebbe oggi uno dei principali centri di potere del Paese e, secondo queste valutazioni, una delle componenti meno disponibili a un compromesso con l’Occidente.

Diplomazia e forza militare sullo stesso tavolo

Le due crisi, quella israeliana legata al 7 ottobre e quella iraniana, mostrano una caratteristica comune: la distanza tra gli avvertimenti, le informazioni disponibili e le decisioni effettivamente assunte.

Nel caso di Israele, la questione ora è stabilire quale peso abbiano avuto gli avvisi provenienti dall’Egitto e come siano stati valutati prima dell’attacco di Hamas. Nel confronto con l’Iran, invece, il punto decisivo è capire se la pressione militare ed economica possa produrre le condizioni per un negoziato oppure se finisca per irrigidire ulteriormente le posizioni.

Trump punta apertamente sulla combinazione tra forza militare e pressione economica. Teheran, almeno nelle dichiarazioni riportate finora, mostra di non considerare imminente un ritorno al tavolo negoziale. Nel mezzo resta l’attività dei mediatori, impegnati a trasformare il dossier nucleare in un possibile punto di partenza per una tregua.

È una corsa contro il tempo nella quale ogni canale diplomatico può diventare decisivo, ma nel quale, al momento, le dichiarazioni delle parti continuano a indicare distanze profonde.

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