Nulla di fatto, per ora. Dopo oltre due ore di colloqui ad alta tensione, Donald Trump sceglie la linea dell’attesa e rinvia qualsiasi decisione definitiva sul dossier iraniano. A rivelarlo è il New York Times, citando fonti vicine al presidente, secondo cui un’intesa sarebbe “a portata di mano”, ma ancora frenata da questioni sensibili e irrisolte.
Al centro del negoziato resta innanzitutto il nodo dello sblocco dei fondi iraniani, tema che continua a dividere le parti e a rallentare il percorso verso un accordo. Washington, dal canto suo, pone condizioni precise e non negoziabili: la riapertura immediata e senza restrizioni dello Stretto di Hormuz, arteria strategica per il traffico energetico globale, e l’impegno formale di Teheran a rinunciare in modo definitivo allo sviluppo di armi nucleari. “L’Iran deve accettare che non avrà l’arma atomica”, avrebbe ribadito Trump durante il confronto.
Tra i punti affrontati anche la questione della sicurezza marittima. In particolare, la presenza di mine nelle acque del Golfo Persico, che secondo la versione statunitense Teheran si sarebbe impegnata a rimuovere o neutralizzare “immediatamente”. In cambio, gli Stati Uniti avrebbero già fatto un primo passo concreto, revocando il blocco navale precedentemente imposto.
Se sul fronte diplomatico prevale ancora l’incertezza, sul piano militare il quadro regionale si fa sempre più incandescente. A preoccupare è soprattutto l’escalation in Libano e nei territori limitrofi. Il quotidiano israeliano Times of Israel riferisce di un episodio che rischia di alimentare ulteriormente la tensione: le Forze di difesa israeliane (Idf) avrebbero aperto il fuoco contro un aereo civile sopra la Cisgiordania, scambiandolo per un drone ostile. Non si registrano vittime né danni, ma l’incidente ha già innescato un’indagine interna.
Parallelamente, il governo di Benjamin Netanyahu conferma un rafforzamento della presenza militare israeliana in Libano. Le truppe hanno oltrepassato il fiume Litani, conquistando posizioni strategiche sulle alture. “Operiamo anche a Beirut”, ha dichiarato il premier, lasciando intendere un ampliamento del raggio d’azione dell’esercito.
Il Medio Oriente si conferma così un mosaico fragile, sospeso tra diplomazia e conflitto. Da un lato, negoziati complessi che potrebbero ridisegnare gli equilibri regionali; dall’altro, episodi sul campo che rischiano di compromettere ogni tentativo di stabilizzazione. E mentre Trump prende tempo, il rischio è che siano gli eventi a decidere per tutti.
