29 Giugno 2026, lunedì
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Baby gang, la logica del “premio immediato”: quando la violenza diventa scorciatoia sociale

Dalla puntata di News Room su Rai Tre una riflessione sul reclutamento dei minori nella criminalità: riconoscimento rapido, modelli in crisi e assenza di prospettive

A cura di Gilberto Borzini

LA RIFLESSIONE

La puntata di News Room, andata in onda su Rai Tre il 27 aprile, ha avuto il potere di raggelare con la sua cronaca spietata.
Argomento erano le baby gang e come le mafie, e non solo, utilizzino sempre più i minori per gestire varie forme di malaffare, fino alle esecuzioni sommarie.

Il sistema, ormai collaudato, si estende dalla Svezia alla Spagna, dalla Germania all’Italia: i nuovi eserciti hanno età comprese tra i 10 e i 17 anni, i capi non raggiungono i vent’anni, gli ordini vengono trasmessi via Telegram o altre chatline.

Ma l’aspetto, a mio avviso, più interessante e sul quale invito chi legge a riflettere è che alla base del consenso giovanile vi sia l’immediato riconoscimento e il premio che segue l’azione: il medesimo modello che fa sì che i ragazzi possano giocare alla PlayStation per ore, mentre si stancano rapidamente se devono studiare e fare i compiti a casa.

Il meccanismo della premialità fa sì che il soggetto si adegui a fare qualsiasi cosa che consenta, in tempi rapidissimi, di essere riconosciuto, di percepirsi affermato, di essere visto come degno di rispetto all’interno di una società che generalmente lo schernisce a causa dell’età e, soprattutto, non garantisce alcun “premio” reale e consistente al termine di un lungo percorso di adattamento e istruzione, chiamato scuola e università.

Il “premio” di un posto di lavoro sicuro e di una carriera tranquilla, un tempo radice portante della realizzazione sociale, è oggi troppo lontano nel tempo e troppo incerto, per non dire inaffidabile, per essere considerato interessante.

Meglio allora accettare incarichi di violenza, di spaccio o di altro genere di malaffare, per ottenere subito e immediatamente denaro, prestigio, riconoscimento e visibilità.

La premialità immediata

Il meccanismo della premialità immediata è quello di cui scrivevo in un precedente articolo relativo al “turismo come sistema premiante”, in cui il viaggio, lo short break, la vacanza o la gita altro non sono che modesti premi che l’individuo si offre per affermare, ai propri occhi, o persino per sopportare, la coerenza esistenziale a cui è soggetto.

Ma è il medesimo meccanismo che spinge decine di migliaia di ragazze a esibirsi su OnlyFans o altri portali che assicurano, nell’immediato, denaro, visibilità e riconoscimento, indipendentemente dalla categoria, morale o meno, etica o meno, di attività.

Modelli superati

In un ambiente sociale ed economico in cui gli elementi affermativi si concentrano sulla disponibilità economica, sul prestigio sociale e sull’apparire, ecco che i modelli tradizionali della modestia, della carriera, della famiglia, del “un passo alla volta” e della sobrietà si infrangono miseramente, sia a causa della lentezza con la quale quegli obiettivi tradizionali possono essere raggiunti, sia per l’aleatorietà implicita negli obiettivi stessi.

Se negli anni ’50 e ’60 l’obiettivo di una vita borghese era concretamente realizzabile, oggi lo stesso risultato non solo sembra meno possibile ma, per certe realtà sociali in cui il disagio è maggiormente percepito — ad esempio nelle aree della migrazione anche di seconda o terza generazione — risulta perfettamente irraggiungibile, facilitando una forma di ripiego a favore del mondo violento, che agli occhi dei minori appare come upgrading, come innalzamento sociale ed economico rispetto alla condizione originaria e di partenza.

Istruzione vs distruzione

Cosa può fare l’istruzione pubblica per frenare l’impeto distruttivo che le nuove forme di delinquenza minorile affermano?
Sono sufficienti gli strumenti didattici di cui insegnanti e docenti dispongono?
Valgono ancora qualcosa le buone intenzioni, le valutazioni generose e le promozioni scolastiche che consentono ai meno integrati di poter idealmente partecipare a un sogno di integrazione che si manifesta irrealizzabile nella pratica?
Servono a qualcosa le categorizzazioni generiche e generaliste con cui i discenti vengono etichettati nei nuovi modelli scolastici?
Oppure tutto questo è poco più che ciarpame in assenza di una prospettiva reale di vita, di un premio vero, raggiungibile, palpabile, concreto, che assicuri e confermi l’ottenimento di denaro, prestigio, visibilità e riconoscibilità, seppur in tempi dilatati?

Modelli in discussione

Non è il modello scolastico a essere prioritariamente in discussione, ma il modello sociale a cui quello scolastico fa riferimento.

L’attuale modello sociale, economico e politico non garantisce nulla, non assicura alcun futuro: predispone, casomai, a una precarietà sistemica, a un affanno strutturale che rischia di durare per tutta la vita. È il modello, così come si è determinato, a essere perdente rispetto alla prospettiva, lucida e spietata, offerta dalla criminalità: una criminalità avvantaggiata dalla non punibilità o dalla scarsa punibilità del soggetto minore e dalla sempre più complicata intercettazione dei movimenti degli attori in questione, adolescenti qualsiasi che si muovono nella folla, aggrediscono e scompaiono come fantasmi, socialmente invisibili prima e introvabili dopo.

Se la società capitalista, così come oggi la frequentiamo, non è in grado di offrire nulla al di fuori di belle parole (sempre che ancora sappia regalare almeno quelle), se le aspirazioni si infrangono contro la realtà, se il vivere normale costa oltre il livello di possibilità offerto da un lavoro normale, se per l’impresa è diventato elementare licenziare in massa e mandare sul lastrico gli “onesti”, quali aspettative si possono proiettare sui giovani e sul loro futuro?

C’è solo il presente

In assenza di un futuro possibile, tanto meno programmabile, c’è solo il presente.
Un presente duro, da aggredire, per raggiungere subito il premio, per affermarsi agli occhi del branco, del gruppo, per essere riconosciuti, per spendere e affermarsi ai propri stessi occhi.

Molti anni fa il politico Andreotti ebbe a dire: “Se fossi nato in un campo profughi forse sarei diventato un terrorista”.
Oggi dobbiamo domandarci: “Se non avessimo prospettive cosa faremmo per affermarci?”.

I baby killer e le gang giovanili sono la risposta al mondo che gli abbiamo proposto.

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